domenica 26 aprile 2009

Sale la Febbre Suina insieme ai profitti di Big Pharma


Marco Cedolin
Prima la SARS, poi l’influenza aviaria, infine la febbre suina. Dall’inizio del secolo l’incubo della pandemia continua a riproporsi evocando i fantasmi di un lontano passato fatto di pestilenze e bubboni marcescenti, da leggere attraverso le lenti del presente che parla il linguaggio della guerra batteriologica, degli esperimenti con virus mutanti, dei laboratori segreti all’interno dei quali gli agenti virali vengono manipolati.
Come accaduto con la SARS e con l’influenza aviaria, anche l’epidemia di febbre suina che avrebbe già fatto un’ottantina di vittime in Messico e contagiato alcune persone negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda, si manifesta fenomeno estremamente difficile da interpretare. Sia per quanto riguarda le conseguenze che l’epidemia potrebbe avere a livello mondiale, sia per quanto concerne gli intrecci politici ed economici che sempre si muovono sullo sfondo di “allarmi globali” come questo, destinati a traumatizzare pesantemente l’opinione pubblica.

Stando alle ultime notizie la situazione a Città Del Messico, dove l’epidemia avrebbe avuto inizio, risulta piuttosto grave. Le vittime accertate sarebbero 81 e le autorità hanno deciso la chiusura delle scuole e delle università, oltre alla sospensione delle messe in tutte le parrocchie cittadine a tempo indeterminato. Il Messico ha inoltre stanziato un fondo di 450 milioni di dollari per fare fronte all’emergenza.
Anche negli Stati Uniti, dove ancora non ci sono vittime ma si riscontrano 11 casi accertati di contagio, la questione sembra venire affrontata molto seriamente, dal momento che nel pomeriggio è stato dichiarato lo Stato di emergenza sanitario nel corso di un briefing convocato alla Casa Bianca per valutare l’evolversi della situazione.
La Commissione Europea ha finora negato la presenza di casi di contagio all’interno della UE, anche se alcuni casi sospetti sono stati riscontrati in Spagna e in Francia.
In Italia la Farnesina si è finora limitata a sconsigliare i viaggi in Messico e il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio ha rassicurato gli italiani dai microfoni di Radio Capital, affermando che il nostro paese ha dosi di farmaci antivirali in misura sufficiente per fare fronte a qualsiasi sviluppo dell’epidemia.

Sul fronte degli intrecci politico/economici che potrebbero nascondersi dietro l’epidemia, le ipotesi che stanno prendendo corpo, non solo sul web, sono svariate. Molti leggono nella vicenda la volontà si scatenare un’ondata di allarmismo ingiustificato, finalizzato a sostenere l’acquisto di farmaci e vaccini a beneficio del fatturato delle grandi industrie farmaceutiche. Altri mettono sotto accusa le ricerche militari sui virus nell’ambito delle quali l’epidemia di febbre suina potrebbe essere un banco di prova. Altri ancora, soprattutto negli Stati Uniti, guardano ad un’eventuale pandemia come ad un mezzo che potrebbe essere usato dal governo per imporre lo stato d’emergenza, ormai inevitabile di fronte al crollo economico che sta facendosi sempre più grave.

Senza dubbio la connessione fra le presunte pandemie (si pensi alla SARS e all’influenza aviaria) e le fortune finanziarie delle grandi industrie farmaceutiche è qualcosa di assodato al di là di ogni ragionevole dubbio. A questo riguardo risulta quanto mai interessante focalizzare per un attimo l’attenzione sulla multinazionale francese Sanofi - Aventis, presente in più di 100 paesi nei cinque continenti, che nel 2007 ha realizzato un fatturato di 27 miliardi di euro. Sanofi – Aventis risulta essere in Italia la prima azienda farmaceutica a livello nazionale, con un centro di ricerca a Milano e 5 stabilimenti (di cui uno a Scoppito in provincia dell’Aquila) sul nostro territorio ed è risultata fra le multinazionali del farmaco che maggiormente hanno incrementato i propri profitti in conseguenza dell’epidemia d’influenza aviaria. Basti pensare che nello scorso mese di aprile 2008 ha ricevuto dal governo USA un ordinativo di vaccino contro l’aviaria per il valore di 192,5 milioni di dollari.
Per una strana ironia del destino la multinazionale Sanofi – Aventis, lo scorso 9 marzo 2009 ha annunciato, tramite un comunicato stampa, la decisione d’investire 100 milioni di euro nella costruzione di un nuovo impianto per la produzione di vaccini contro l’influenza stagionale e pandemica, che verrà situato proprio in Messico, in virtù di un accordo firmato a Mexico City alla presenza del Presidente francese Nicolas Sarkozy. Nel comunicato si fa inoltre espressamente riferimento alla “preparazione a possibili pandemie influenzali.” Questo scherzo del fato non è però rimasto isolato, dal momento che neppure un mese dopo, lo scorso 2 aprile 2009, la multinazionale Sanofi - Aventis ha annunciato di avere acquistato il produttore di farmaci generici messicano Laboratorios Kendrik, con un giro d’affari annuo di 26 milioni di euro, al fine di migliorare la propria posizione nei paesi emergenti. Acquisizione che consente oggi a Sanofi - Aventis di controllare circa il 15% dell’intero mercato dei farmaci generici messicano.
Il mese di aprile 2009 non è ancora terminato e proprio a Città Del Messico l’epidemia di febbre suina ha iniziato a mietere le prime vittime, scatenando il panico fra la popolazione, resta solo da decidere se credere o meno alle coincidenze.

sabato 18 aprile 2009

Abruzzo, un futuro fatto di pozzi di petrolio?

Marco Cedolin

Pubblicato su Terranauta

Nel corso delle ultime settimane l’Abruzzo si è ritrovato sotto la luce dei riflettori mediatici come mai prima d’ora, a causa del terremoto che ha colpito l’Aquila provocando la morte di quasi 300 persone, oltre 1000 feriti e 30.000 senza tetto. Durante questi giorni di tragedia, gli uomini politici hanno fatto a gara nell’ostentare presenzialismo e dispensare promesse di ogni sorta per quanto riguarda il futuro delle zone colpite dal sisma e dell’intera regione. Promesse che partendo da una pronta ricostruzione delle abitazioni distrutte dal sisma, non hanno mancato di contemplare grande attenzione nei confronti degli equilibri di un territorio che si caratterizza come estremamente fragile.

Nessuno fra gli uomini politici ed i giornalisti, impegnati nel curare la buona riuscita della “passerella mediatica”, si è sentito in dovere di rendere nota agli abruzzesi la volontà del governo, già espressa lo scorso giugno 2008, di trasformare l’Abruzzo in una regione mineraria, come dimostrato dal fatto che ormai il 35% del territorio abruzzese risulta coperto da permessi estrattivi in favore delle compagnie petrolifere. Leggendo l'interessantissimo blog della Dr.ssa Maria Rita D'Orsogna che da anni segue la vicenda, con tutto l’ardore di chi pur vivendo all’estero continua a rimanere profondamente innamorato della propria terra, non si fatica a comprendere i termini del problema nella loro interezza. L’interesse dell’ENI, della Mediterranean oil and gas (MOG), di Total e altre compagnie petrolifere nei confronti del territorio abruzzese sembra essere molto alto, così come alta è stata fino ad oggi la disponibilità degli uomini politici di varia estrazione e colore, nei confronti di un progetto che riproponga in Abruzzo lo stesso scempio già sperimentato in Basilicata. Anche per l’Abruzzo, così come accaduto proprio in Basilicata, potrebbe prospettarsi dunque un futuro fatto di trivellazioni e pozzi petroliferi, destinati a devastare ed inquinare il territorio, senza comportare nessun tipo di ricaduta positiva per la popolazione residente.

Se i cittadini abruzzesi, tenuti fino ad oggi all’oscuro del tutto, dall’atteggiamento omertoso della politica e dell’informazione che conta, avrebbero già molto da recriminare per il solo fatto che si paventi dinanzi a loro una prospettiva di questo genere, occorre sottolineare come esista un ulteriore motivo di allarme che, soprattutto alla luce di quanto accaduto all’Aquila, non può certo essere sottaciuto. La conformazione del territorio abruzzese, ad elevato rischio sismico, dovrebbe infatti sconsigliare nella maniera più assoluta qualunque ipotesi di trivellazione, dal momento che l’estrazione di petrolio e gas dal sottosuolo comporta un aumento dei rischi di movimenti tellurici indotti proprio dall’attività estrattiva. A questo proposito esistono molti studi che confermano la connessione fra attività di estrazione e terremoti, alcuni stralci dei quali si possono leggere proprio all’interno del blog della Dr.ssa D’Orsogna.

Dagli uomini politici che anche nelle prossime settimane con tutta probabilità continueranno la propria passerella mediatica condita di facili promesse, tutti i cittadini abruzzesi credo dovrebbero pretendere la promessa di un futuro vivibile, all’interno di case più sicure, in una regione che continui a rimanere fra le più verdi d’Italia, anziché la prospettiva di un domani fatto di pozzi petroliferi e nuovi terremoti, ancora più gravi di quello che ha determinato la tragedia dell’Aquila.

mercoledì 15 aprile 2009

Anno Zero delle libertà


Marco Cedolin
Non sono mai stato un grande estimatore di Michele Santoro, né ho mai considerato le trasmissioni da lui condotte nel corso della sua carriera un esempio da seguire in termini di analisi critica ed obiettiva. Santoro ha sempre fatto giornalismo partendo da un’appartenenza politica ben definita, così come altri in Italia lo hanno fatto e continuano a farlo ispirandosi a posizioni politiche molto differenti, penso a Bruno Vespa, quando non diametralmente opposte, come Emilio Fede.
A prescindere dal livello qualitativo dell’informazione esperita da parte dei vari soggetti, la pluralità di pensiero (che in Italia è sempre stata molto scarsa) dovrebbe stare alla base di qualunque sistema mediatico abbia l’ambizione di considerarsi “libero” e di qualunque formazione politica consideri la “libertà” un valore fondante della propria identità.

Proprio per questa ragione si fatica a comprendere la veemenza con la quale ministri e uomini politici del “popolo delle libertà” si ostinano ad accanirsi contro la trasmissione “Anno Zero” di Santoro, domandandone la chiusura ogni qualvolta all’interno di essa vengono trattati argomenti scottanti, partendo da un’angolazione di lettura differente dalla loro.
Anno Zero non rappresenta sicuramente il punto di arrivo della “buona informazione”, però bisogna riconoscere alla trasmissione di Santoro il merito di avere ricoperto negli ultimi anni il ruolo dell’unica voce dissonante (in comproprietà con Report della Gabanelli che però ha un format totalmente differente) all’interno di un panorama di giornalismo televisivo assolutamente appiattito sulla logica del totale servilismo nei confronti del PDL e del PD. Non è infatti un caso che unicamente nell’ambito di Anno Zero si siano potuti apprezzare servizi e dibattiti sull'argomento rifiuti, sul massacro di Gaza e sulla tragedia del terremoto in Abruzzo, che andassero oltre la cortina di disinformazione portata avanti da tutti coloro che fanno “giornalismo” in televisione.

L’ostinazione a voler cantare fuori dal coro sembra essere costata cara tanto a Santoro quanto al vignettista Vauro, in quanto il direttore generale Rai, Mauro Masi, dando seguito all’indignazione espressa da Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi in merito alla puntata dedicata al terremoto in Abruzzo, ha deciso di prendere provvedimenti.
Vauro sarà sospeso, a causa di una sua vignetta giudicata "gravemente lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la missione del servizio pubblico".
Santoro nella prossima puntata (quella di domani) dovrà in qualche modo condurre una trasmissione che metta in luce le qualità magicali del governo e di Guido Bertolaso, nell’avere gestito al meglio la catastrofe, smentendo di fatto i servizi mandati in onda nella puntata precedente.
Il tutto ovviamente al fine di “riequilibrare” (tacitare sarebbe stato senza dubbio più corretto) il servizio informativo.

Ciò che più stupisce di questa vicenda è come proprio nell’ambito di una tragedia come il terremoto d’Abruzzo, durante la quale è emersa in maniera adamantina la dicotomia fra l'informazione imbavagliata dei grandi media, condita di luoghi comuni, servizi pilotati, assoluta mancanza di senso critico, passerelle politiche e battute di pessimo gusto del Cavaliere e l’informazione libera proposta sul web, dove si sono potute suggere le uniche “notizie” degne di questo nome, con relativi approfondimenti, si sia ritenuto di dover calare la scure della censura proprio nei confronti della sola trasmissione che abbia tentato di avvicinare i due mondi. Uno fatto di plastica e preconfezionato, all’indirizzo di teleutenti che si vorrebbero acritici e supini, l’altro fatto dalla gente e per la gente che vorrebbe capire e comprendere i termini di una tragedia di siffatte proporzioni.
Costringere il conduttore di Anno Zero a mandare in onda una puntata nella quale dovrà dire esattamente quello che in TV dicono tutti gli altri, oltre a manifestarsi come una coercizione assolutamente priva di senso, rappresenta solamente un puerile tentativo di ribadire quale distanza siderale separi ormai l’informazione della TV, dalle persone che i giornalisti televisivi avrebbero la pretesa d’informare pur senza essere in grado di farlo. E a questo riguardo, se si nutrisse la velleità di riequilibrare realmente il servizio informativo, non basterebbero 100 puntate di trasmissioni come Anno Zero, per ottenere qualche risultato in termini di credibilità.

giovedì 9 aprile 2009

Senza Vergogna


Marco Cedolin
L’immane tragedia del terremoto che ha duramente colpito la gente d’Abruzzo, provocando quasi 300 vittime, oltre 1000 feriti e 27.000 sfollati, ha dimostrato una volta di più la totale perdita di contatto con la realtà e lo stato di totale catatonia nel quale versa l'informazione italiana.
Le immagini del TG1 del 7 aprile, in apertura del quale una fiera annunciatrice imbellettata, esordendo con “Ascolti Record”, sciorinava senza vergogna e con dovizia di particolari i dati del grande successo di ascolti conseguiti dal telegiornale durante i giorni del terremoto in Abruzzo, basterebbero esse sole a far comprendere quale livello di degrado abbia ormai raggiunto l'informazione nel nostro paese. Ascoltando i dati dello share di una catastrofe che per molti abruzzesi ha significato morte e disperazione, enumerati con certosina precisione e insano compiacimento e tradotti in un messaggio promozionale a favore del TG principe di “mamma Rai” è impossibile non restare attoniti e basiti, domandandosi cosa alligni negli atrofici cervelletti di coloro che in Italia gestiscono l’informazione miliardaria.
Menti ottenebrate che traducono le tragedie, il dolore ed i sentimenti umani in algidi dati auditel, utili a rinfocolare il budget pubblicitario. Automi disumanizzati pronti a profondersi in complesse calcolazioni riguardo alla potenziale resa in termini di ascolto di ogni catastrofe. Attori consumati intenti a spettacolarizzare la morte e la sofferenza, alla perenne ricerca di un punto di share in più.

A fare da corollario al raccapricciante siparietto di Rai uno, occorre ricordare come relativamente al terremoto in Abruzzo avesse già avuto modo di mettersi in luce “l’eroe dei rifiuti di Napoli” Guido Bertolaso che avvertito dell’imminenza del sisma dal ricercatore Giuliani lo aveva liquidato definendolo “un imbecille” ed invocandone la denuncia per procurato allarme.
L’immarcescibile Silvio Berlusconi che ha colto nella tragedia un’opportunità per iniziare la campagna elettorale e progettare nuove cementificazioni, non prima ovviamente di avere rincuorato i terremotati abruzzesi dicendo loro che “li avrebbe mandati in vacanza al mare a spese dello Stato”.
“L’eroica” multinazionale dei disastri Impregilo che dopo poco più di un mese dalla conclusione del processo che la vedeva coinvolta nella distruzione del Mugello, risulta essere fra coloro che hanno costruito l’ospedale San Salvatore dell’Aquila. Un nosocomio costato 9 volte più del previsto, uscito dalle conseguenze del sisma molto più lesionato di quanto non fosse logico attendersi da una struttura di questo genere.
Sullo sfondo di tutta questa grottesca situazione, i malcapitati cittadini abruzzesi, costretti perfino a pagare il pedaggio dell'autostrada ogni qualvolta devono recarsi presso le proprie abitazioni lesionate per recuperare le masserizie, ai quali non può che andare la solidarietà di tutti coloro che non si riconosco in questa politica e in questa informazione.

domenica 5 aprile 2009

Freccia Rossa vola come un aereo


Marco Cedolin
Ormai da qualche mese, un giorno sul sito web di Repubblica, l’altro su quello del Corriere Della Sera, l’altro ancora su quello di La Stampa e così via, continuano a susseguirsi articoli di carattere promozionale che esaltano le virtù velocistiche del nuovo TAV Frecciarossa, regolarmente presentato dal pennivendolo di turno come l’ultima frontiera dell’innovazione tecnologica nel campo dei trasporti, in grado di competere con successo in velocità perfino con l’aereo.
Dopo la “marchetta” del buon Gian Antonio Stella a favore della costruzione dei rigassificatori è così arrivata anche quella di Sergio Rizzo, sotto forma di un lungo promo a favore dell’alta velocità dal titolo “il treno vola e sfida l’aereo” comparso sul Corriere della Sera.

Per amore della verità occorre sottolineare come il buon Rizzo non abbia lesinato affatto le forze, impegnandosi a fondo nel produrre con cura uno spot infarcito di citazioni dotte e richiami storici. Come quello attraverso il quale ha introdotto l’argomento, proponendo un ardito parallelismo fra le sfide che intercorrevano fra diligenze e locomotive nella selvaggia America del 1830 e quelle che, nell’immaginario di Rizzo, sarebbero le contese del terzo millennio, fra il Tav di Moretti e gli aerei della Cai di Colaninno, nell’Italia della recessione selvaggia del 2009. Introduzione senza dubbio spassosa, che ha il merito d’indurre al proseguimento della lettura, per comprendere quanto lontano sarà in grado di correre la fervida fantasia dell’autore.

Dopo alcune riflessioni di carattere generale sulla nuova Alitalia e altre osservazioni riguardo al “tradimento” di Berlusconi che ha dismesso di recente la divisa da aviatore per indossare quella da capotreno, Rizzo inizia a proporre il confronto fra i tempi di percorrenza del Frecciarossa (il treno) e del Frecciaverde (l’aereo), partendo da una simulazione di Alitalia che vedrebbe il velivolo vincente, impiegando 3 ore e quaranta contro le 4,30 del locomotore. Simulazione criticata dal buon Rizzo non in quanto priva di qualunque valenza, basandosi su un ipotetico viaggiatore che debba trasferirsi da un’ipotetica abitazione di Milano ad un ipotetico ufficio di Roma, ed essendo tali elementi ipotetici praticamente infiniti e soggetti ad altrettanto infinite variabili, bensì unicamente in quanto a suo dire risulterebbe troppo generosa a favore dell’aereo.

Proprio per non cadere nel tranello della generosità e manifestarsi assolutamente equanime, il bravo Rizzo afferma poche righe dopo che i margini di miglioramento del treno sono molto più ampi rispetto a quelli dell’aereo, poiché nel prossimo futuro avverranno cose che noi umani non abbiamo neppure osato immaginare. Da dicembre 2009 i “supertreni” (i superlativi sono l’anima degli spot) dovrebbero collegare Milano e Roma in 3 ore e nel 2013 con l’apertura del sottopasso di Firenze si scenderà perfino a 2 ore e quarantacinque minuti. Qui Rizzo si ferma, mentre il lettore ormai soggiogato dalla potenza di tanta tecnologia si aspetterebbe la levitazione magnetica del 2020 che ridurrà il tempo ad un’ora e il teletrasporto del 2025 che lo azzererà completamente, rendendo inutile l’aereo, ma purtroppo per Rizzo anche il treno ed i marchettari che lo sponsorizzano.
Non si ferma però in quanto conscio di avere superato il senso del ridicolo, ma solamente per trasporre i tempi di fantasia da lui appena esperiti, all’interno della tabellina con gli ipotetici viaggiatori, dove il Frecciarossa in virtù della complessa calcolazione ha ormai raggiunto le 3 ore e mezza, distaccando l’aereo che nei decenni a venire ovviamente è rimasto al palo a 3 ore e quaranta.
Nel caso qualche lettore debole in matematica, ma soprattutto in fantasia, non avesse ancora compreso quanto sia semplice dimostrare che il suo super vespino correrà in futuro più veloce di una Porche nel regno dell’ipotetico, Rizzo si premura di condire il promo con qualche luogo comune buono per ogni stagione, in treno si sta comodi, si può telefonare e scrivere al computer, è minore lo stress psicologico, insomma prendetelo! Dal momento che Moretti è disperato ed in qualche maniera deve dimostrare l’utilità di un’opera che costerà al contribuente italiano 90 miliardi di euro.

Sembra finita, ma Rizzo il suo compenso intende guadagnarselo fino in fondo (mica come quelli della casta che mangiano pane a tradimento) e c’è ancora spazio per una serie di riflessioni riguardo a come il treno, grazie a Frecciarossa, stia rosicchiando quote di mercato ad Alitalia, creando non pochi problemi alla compagnia di Colaninno.
Poi la chiusa, da grande giornalista consumato, nella quale Rizzo snocciola i tempi di percorrenza del TAV su varie tratte in Francia e Spagna, molto più bassi di quelli spuntati dal “lento” Frecciarossa ancora ampiamente perfettibile. Insomma ad Alitalia sta andando ancora bene, dal momento che sulle tratte di media lunghezza come Milano – Roma, nel mondo di Rizzo, l’aereo non ha assolutamente futuro, prova ne sarebbe il fatto che sulle orme di NTV perfino Air France si appresterebbe a sfidare il Tgv in società con il gruppo ambientale (gruppo ambientale?) Veolia.

Il promo si chiude qui, sarebbe stato controproducente premurarsi di rendere noti i costi di costruzione delle tratte ad alta velocità, costi che se venissero scaricati sul biglietto (anziché sulla collettività) renderebbero il viaggio a bordo di Frecciarossa assai più dispendioso di quello in aereo. Sarebbe stato controproducente rendere noti gli impatti ambientali e sociali determinati dalla costruzione delle linee TAV, tali da rendere il Frecciarossa molto più inquinante ed impattante nel computo complessivo di quanto non lo sia l’aereo che per volare non abbisogna d’infrastruttura.
Sarebbe stato controproducente spiegare ai lettori quanto sia più semplice ridurre i tempi delle procedure d’imbarco all’aeroporto, piuttosto che non scavare un tunnel sotto la città di Firenze con il rischio di farcela finire dentro, dopo avere lasciato senza acqua l’intera zona del Mugello.
Sarebbe bello leggere sui “grandi giornali” articoli d’informazione, anziché spot pubblicitari in favore dell’alta velocità alla disperata ricerca di viaggiatori, ma gli ipotetici grandi giornalisti, come gli ipotetici passeggeri, continuano a rimanere rinchiusi all’interno di una simulazione assai lontana dalla realtà.

mercoledì 1 aprile 2009

E' questa la decrescita?

Marco Cedolin

La crisi economica mondiale sta producendo una recessione che diviene ogni giorno più profonda. Stando alle stime dell’Ocse il Pil italiano scenderà del 4,3% (il calo medio previsto per l’area euro è del 4,1%) nel corso del 2009. La produzione industriale nel mese di marzo è diminuita del 20,1% rispetto a marzo 2008. Il tasso di disoccupazione è previsto in crescita nell’anno in corso dal 6,8 al 9,2%, per arrivare al 10,7% nel 2010. Perfino l’ottimismo modello Unieuro di Silvio Berlusconi sembra venire meno, di fronte al fatto che durante il G8 di Roma è stata ventilata la perdita di 20 milioni di posti di lavoro a livello mondiale entro il 2010.
Consumi che si contraggono notevolmente, fabbriche che chiudono o delocalizzano la produzione nei paesi a basso costo di manodopera, opportunità di lavoro che si riducono drasticamente, tenore di vita di molte famiglie in caduta libera, insofferenza sociale che in alcuni paesi (non l’Italia) sta iniziando a raggiungere il livello critico, sono tutti elementi di una nuova realtà, per molti versi antitetica rispetto a quella degli ultimi decenni del secolo scorso, vissuti all’insegna della crescita e dello sviluppo.

Alcuni elementi di questa nuova realtà, la diminuzione del Pil e della produzione su tutti, potrebbero indurre a credere che la profonda recessione (parola sdoganata solo di recente) in cui siamo entrati, somigli in fondo molto da vicino alla società della decrescita, teorizzata da lungo tempo da molti studiosi, fra i quali Serge Latouche, Maurizio Pallante, Nicholas Georgescu-Roegen, Alain De Benoist e Gilbert Rist. Sempre più frequentemente chi ha una conoscenza parcellare dell’argomento, non avendo potuto o voluto studiarlo più in profondità, sta maturando la percezione che la decrescita felice di Pallante o quella serena di Latouche non siano molto diverse dall’Italia (o per meglio dire l’Europa) che giocoforza sarà costretto a vivere nel corso dei prossimi anni.

Questa percezione, basata sul fatto che la diminuzione del Pil e la riduzione dei consumi superflui costituiscono parte integrante della filosofia della decrescita, risulta profondamente sbagliata, poiché il pensiero della decrescita rappresenta in realtà l’antitesi della situazione che stiamo vivendo, caratterizzata da una società profondamente malata che non riesce più a crescere, pur rimanendo fondata sui dogmi della crescita e dello sviluppo.
Nel pensiero di tutti coloro che hanno teorizzato e praticato fino ad oggi la decrescita, il calo del Pil e dei consumi superflui s’inserisce in maniera armonica all’interno di un contesto profondamente diverso da quello attuale ed è finalizzato ad ottenere un maggiore benessere individuale e ad una migliore qualità della vita. Il tutto ovviamente nell’ottica della consapevolezza che il pianeta non sarebbe in grado di sostenere a lungo (tanto ambientalmente quanto socialmente) una crescita bulimica come quella sperimentata nella seconda metà del 900.

La diminuzione del Pil a lungo auspicata dai fautori della decrescita non è quella determinata dalla chiusura generalizzata delle fabbriche e degli esercizi commerciali, che si traduce nella profonda disoccupazione, nella carestia e nell’emarginazione sociale. Bensì una riduzione del Pil ottenuta riducendo gli sprechi ed i consumi superflui, per indirizzare le risorse risparmiate verso la creazione di opportunità occupazionali più abbondanti e gratificanti di quelle finora offerte dalla società della crescita. Così come la diminuzione del consumo di merci (acquistate per mezzo del denaro contribuendo ad innalzare il Pil) non sottende stenti e privazioni, dal momento che esse saranno sostituite dai beni ottenuti attraverso l’autoproduzione, lo scambio ed il dono, che non incrementeranno il Pil ma risulteranno di maggiore qualità.
Nel pensiero della decrescita si auspica la costruzione di una società che sostituisca la macroeconomia globalizzata con microeconomie autocentrate, che valorizzi le risorse locali e le identità culturali, interpretando la diversità come un valore aggiunto da non disperdere attraverso l’appiattimento e l’omologazione.
L’individuo che attraverso l’autoproduzione, gli scambi non mercantili e la reciprocità, riduce la propria dipendenza da merci e servizi acquistati per mezzo del denaro è un individuo più felice e più libero. Acquistare in piccoli punti vendita di prossimità prodotti alimentari locali di qualità che non hanno compiuto viaggi di migliaia di chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole è sicuramente preferibile rispetto all’acquisto fra gli scaffali di un ipermercato di alimenti che arrivano dai quattro angoli del globo, trasportati da mezzi energivori ed inquinanti.
Ripopolare le campagne e le montagne riscoprendo un rapporto armonico con l’ambiente nel quale viviamo, recuperando la ciclicità dei ritmi naturali è certo più stimolante rispetto a continuare a vivere nelle periferie delle grandi metropoli atomizzate, incolonnandosi sulle tangenziali nelle ore di punta per poi rinchiudersi fra il cemento dei quartieri dormitorio.
Destinare i soldi delle nostre tasse alla creazione di occupazione che consenta di ridurre gli sprechi e gli impatti ambientali è sicuramente più costruttivo che dissiparli nella costruzione di ciclopiche opere cementizie che devasteranno i territori in cui viviamo.
Riscoprire i rapporti di vicinato, la convivialità, la capacità di donare e ricevere, accresce la nostra interiorità molto più di quanto non accada oggi nella nostra realtà quotidiana sterilizzata dove “gli altri” vengono considerati semplicemente degli avversari con i quali competere in maniera sfrenata. Lavorare in prossimità delle proprie abitazioni rifuggendo il pendolarismo esasperato, valorizzando le proprie qualità, in un clima sereno dove la cooperazione sostituisca la competizione, rappresenta senza dubbio un’esperienza più creativa rispetto a quella che generalmente sperimentano milioni di persone fra i gironi di quell’inferno dantesco che è il “mondo del lavoro” attuale.

In sostanza la decrescita è quanto di più lontano possa esistere dalla società basata sulla crescita e sui consumi smodati, che stiamo vivendo nella sua fase terminale, costituita da una profonda recessione. Al tempo stesso ne costituisce l'alternativa naturale, probabilmente l’unica in grado di fare fronte agli effetti devastanti determinati dal crollo di un modello di sviluppo dimostratosi impraticabile.

martedì 31 marzo 2009

Veolia: contribuire al miglioramento della qualità della vita?

Introduzione e traduzione di Monia Benini

Veolia è una multinazionale francese che da qualche anno ha invaso l'Europa comprando azioni di maggioranza di aziende di servizi essenziali come acqua (aumentandone le tariffe anche del 1000% come accaduto ad Aprilia)e rifiuti, oppure costruendo inceneritori in tutta Italia con risultati al vaglio della magistratura, come a Brindisi e Pietrasanta:
Ma di cos'altro si occupa Veolia? Le attività sono descritte sul sito ufficiale, ma si può trovare qualche informazione utile anche attraverso la rete.

Una società francese gestisce i servizi di autobus israeliani negli insediamenti
Adri Nieuwhof e Daniel Machover, The Electronic Intifada.

La campagna internazionale “Far deragliare Veolia e Alstom” sta acquistando slancio, attraverso il coordinamento degli sforzi per esercitare pressione sui giganti del trasporto francese Veolia e Alstom affinchè si ritirino dal progetto israeliano della tramvia di Gerusalemme che corre illegalmente in territorio palestinese. Con il suo coinvolgimento in questo progetto, Veolia è direttamente coinvolta nel mantenimento degli insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati e la società svolge un ruolo fondamentale nel tentativo di Israele di annettersi irreversibilmente Gerusalemme Est (palestinese).

Veolia, per esempio, è fortemente coinvolta nel progetto con una quota del cinque per cento nel Consorzio City Pass che detiene il contratto con lo Stato di Israele per la costruzione della tramvia. La società francese ha anche un contratto di 30 anni in qualità di gestore della tramvia. Gli attivisti e gli avvocati provenienti da Israele, Palestina, Australia, Francia, Paesi Bassi, Norvegia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito, condividono le informazioni e lavorano insieme per informare il pubblico, influenzare i governi locali e i politici, e intraprendere un'azione legale su questo problema.

Le attività di trasporto ferroviario leggero di Veolia a Gerusalemme non sono solo in violazione del diritto internazionale, ma anche in contrasto con gli impegni della società per quanto riguarda i codici di condotta e le convenzioni che regolano l'attività delle imprese multinazionali. Come società transnazionale, Veolia deve essere conforme alle norme internazionali che disciplinano la responsabilità delle imprese in materia di diritti umani. Questi includono: la Dichiarazione tripartita dei Principi sulle Imprese Multinazionali e la Politica Sociale (2000); le Norme delle Nazioni Unite sulla responsabilità delle imprese transnazionali (2003); le Linee guida dell'OCSE per le imprese multinazionali (2000), comprese le linee guida in materia di zone con governance debole; il Global Compact delle Nazioni Unite (2000).
È da notare che Veolia non è solo uno dei partecipanti al Global Compact delle Nazioni Unite, ma (ironia della sorte, ndr) ha anche contribuito alla Fondazione per il Global Compact. I suoi primi due principi stabiliscono che le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la protezione dei diritti umani internazionali nelle loro sfere di influenza, e assicurarsi che non siano complici di violazioni dei diritti umani. E’ evidente che attraverso la partecipazione nella costruzione e nella manutenzione del tram a Gerusalemme, Veolia si pone in flagrante violazione di tali disposizioni.

La dolorosa perdita da parte di Veolia di un contratto di $ 4,5 miliardi a Stoccolma è riecheggiata in Scandinavia. Alla fine del febbraio 2009 la commissione finanziaria della città di Oslo ha adottato una politica di chiusura delle attività con le aziende coinvolte in violazioni del diritto internazionale. Tale proposta politica deve essere ratificata dal Consiglio Comunale. I partiti a favore della scelta politica - il partito Laburista, il Partito Socialista di Sinistra e il Partito della Sinistra - detengono la maggioranza nel consiglio comunale. La forza trainante di questa posizione politica è lo storico membro del consiglio comunale della città Erling Folkvord del Partito Rosso. In un'intervista con la rivista elettronica Frontlinjer, Folkvord ha dichiarato: "questo sistema di trasporto stile apartheid rafforza l'occupazione e l'annessione di terre palestinesi. In questo modo il progetto contribuisce alla colonizzazione del territorio palestinese". Veolia ha un contratto per la raccolta dei rifiuti a Oslo. Secondo Folkvord la nuova politica avrà conseguenze per Veolia a Oslo.

Veolia è non solo coinvolta nell'illegale tramvia a Gerusalemme. Nel dicembre 2008, The Electronic Intifada ha riportato i risultati del “Chi approfitta dell'Occupazione?”, da cui emerge che Veolia è anche coinvolto nel dumping illegale di rifiuti provenienti da Israele e dalla discarica degli insediamenti di Tovlan nella valle del Giordano. Veolia si rivela essere un fedele partner per Israele nella colonizzazione della Palestina. Dopo aver ricevuto un consiglio da qualcuno che partecipa alla campagna “Far deragliare Veolia”, la ricerca effettuata da “Chi approfitta dell’Occupazione?” conferma che Veolia ha in gestione i servizi di autobus 109 e 110 da Gerusalemme Ovest agli insediamenti nella West Bank; l'autobus Connex 110 passa attraverso la strada 443 in Cisgiordania e serve gli insediamenti di Mevo Horon e Givat Zeev. Gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati (OPT) e l'annessione di Gerusalemme est sono illegali secondo il diritto internazionale. Numerose risoluzioni delle Nazioni Unite e il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2004 sul muro di Israele in Cisgiordania hanno confermato che gli insediamenti violano l'articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, in cui si afferma che "la potenza occupante non deve portare o trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa ". Eseguendo servizi di autobus Veolia è direttamente coinvolta nel mantenimento degli insediamenti illegali negli OPT.

Nel dicembre del 2005, Amnesty International in Francia ha invitato Veolia a discutere le sue risultanze circa l'illegittimità della tramvia. La società rifiutò l'invito di Amnesty, ma informò di aver nominato un esperto legale indipendente per lo studio del file. A distanza di tre anni si può concludere che Veolia non è più tornata sulla questione delle attività illegali di Israele, che facilitano l'occupazione della Palestina.Gli attivisti ritengono che un giusto dibattito pubblico su questi temi potrebbe essere illuminato dalla pubblicazione da parte di Veolia dei pareri ricevuti: dopo tutto, che cosa ha da nascondere Veolia se è orgogliosa delle sue attività economiche nei Territori Palestinesi Occupati?

lunedì 30 marzo 2009

Hotelicopter


Marco Cedolin
Non esistono limiti alla ricerca del lusso e dell’esclusività, nelle sue varie forme ogni giorno più avveniristiche, elitarie e permeate di gigantismo. La crisi economica, il progressivo assottigliarsi delle risorse energetiche non rinnovabili ed il disastro ambientale attualmente in atto, ben lungi dal rappresentare un deterrente nei confronti dei progetti più costosi, capricciosi ed energivori, li caratterizza come maggiormente esclusivi e pertanto ambiti da chiunque intenda affermarsi come parte di un’elite che può permettersi tutto ciò che risulta negato ai “comuni mortali”. Il capriccio fine a sé stesso, la sete di dominio sulla natura, l’edonismo consumista e la perdita di ogni senso del limite, si vestono così di nuovo fascino e crescono di pari passo con il numero delle operazioni commerciali finalizzate a creare i presupposti per un’esclusività sempre più esclusiva.

Le faraoniche navi da crociera, vere e proprie metropoli galleggianti la potenza dei cui motori basterebbe ad alimentare una città di 200.000 abitanti, stanno conoscendo un successo senza precedenti. Tale da far si che di fronte al costante aumento dei passeggeri, tutti i maggiori armatori mondiali stiano incrementando le proprie flotte attraverso il varo di sempre nuove unità, più grandi, lussuose e sofisticate rispetto a quelle che le hanno precedute.
Il paradiso artificiale di Dubai, con gli hotel che girano inseguendo la luce del sole, le piste da sci collocate dentro ad una cupola che sfida i 50° del deserto, le spiagge con la sabbia refrigerata, gli arcipelaghi di isole artificiali nate dal nulla e gli alberghi sottomarini, si è ormai affermato come la nuova frontiera del lusso e dell’esclusività. A tal punto da far si che il continuo aumento dei turisti facoltosi attratti da questo “non luogo” in grado di sovvertire gran parte delle leggi della natura, è stato in grado d’indurre lo sceicco Mohammed a sostenere la progettazione di un nuovo ciclopico aeroporto (Dubai World Central) destinato a diventare il più grande del mondo.
Sono sempre più numerose le società (Eads Astrium e Mojave Aerospace Venture su tutte) che traendo spunto dal progetto della Stazione Spaziale Internazionale stanno portando avanti iniziative commerciali tanto avveniristiche quanto energivore, volte a proporre ad un’elite di clienti multi miliardari crociere nello spazio e perfino soggiorni all’interno di hotel spaziali all’insegna dell’esclusività.

Hotelicopter, costruito dalla società Hotelicopter Company, che già conta un nutrito gruppo di oltre 800 fan su facebook ed è stato soprannominato il Titanic dei cieli, potrebbe essere solamente una bufala diffusa ad arte sotto forma di pesce d’aprile anticipato, ma s’inserisce perfettamente all’interno della follia visionaria della società del “capriccio” che cerca di appagare il proprio desiderio di esclusività attraverso la grandezza ciclopica, i consumi smodati e l’assoluto spregio per l’ambiente.
Stando ad un articolo comparso ieri sul sito del Corriere della Sera, Hotelicopter rappresenterebbe un vero e proprio “hotel volante” a cinque stelle dotato di ogni confort, sotto forma di un mega elicottero lungo 42 metri ed alto 14. A bordo del quale ci dovrebbero essere 18 suite complete di ogni servizio d’intrattenimento, compresa vasca con idromassaggio, lezioni di yoga, massaggi shiatzu, sauna e giardinetto per il tè.
L’elicottero gigante che peserebbe 100 tonnellate e potrebbe raggiungere i 255 km/h, con un’autonomia di volo di 1296 km, dovrebbe fare il proprio volo inaugurale il 26 giugno, partendo da New York per un tour di 14 giorni che lo vedrebbe fare scalo alle Bahamas, in Giamaica e nella Repubblica Dominicana. Successivamente sarebbe già prevista una seconda “crociera” di 16 giorni con destinazione Europa e scalo nelle maggiori capitali europee, Roma compresa.I prezzi per potere vivere l’esperienza senza paragoni consistente nel godere del confort di un hotel extra lusso che veleggia fra le nuvole, bruciando migliaia di litri di quel carburante di cui sulla terra vi è sempre più penuria, anziché restare “noiosamente” ancorato al suolo di una spiaggia tropicale o di una capitale europea non sono stati ancora resi noti. Un mistero, quello dei prezzi, probabilmente creato ad arte per alimentare il fascino dell’operazione commerciale, dal momento che anche il prezzo, sicuramente esorbitante, potrebbe contribuire a rendere l’esperienza del soggiorno a bordo di Hotelicopter, un capriccio ancora più esclusivo e gratificante. Sempre che Hotelicopter esista veramente, ma nel caso si trattasse di una burla siamo certi che non mancheranno i soggetti commerciali disposti a raccogliere l’idea per tradurla in pratica, dal momento che nulla come l’esclusività è in grado di garantire ampi margini di profitto.

giovedì 26 marzo 2009

Il forno inceneritore di Acerra


Marco Cedolin
Il megainceneritore di Acerra, inaugurato stamattina, avvelenerà l'aria ed il suolo attraverso le sue emissioni contenenti nanopolveri, diossina ed oltre 250 sostanze chimiche nocive che vanno dall’arsenico al cadmio al cromo al mercurio al benzene.
Farà aumentare l’incidenza dei tumori, delle malformazioni fetali e di una lunga serie di altre gravi patologie, fra la popolazione di un territorio già oggi conosciuto come “triangolo della morte” alla luce di una percentuale di patologie tumorali fra le più alte al mondo.
Produrrà energia in maniera assolutamente antieconomica, potendo sopravvivere economicamente solo grazie ai contributi Cip6 che tutti gli italiani dovranno continuare a pagare sotto forma di addizionale sulla bolletta elettrica. Produrrà energia in maniera assolutamente antiecologica, emettendo in atmosfera (oltre ai veleni) quantitativi di CO2 doppi rispetto ad una centrale a gas naturale di uguale potenza.
Distruggerà qualunque prospettiva di realizzare un moderno circolo virtuoso dei rifiuti, annientando la raccolta differenziata ed il riciclo, dal momento che i materiali più facilmente riciclabili, plastica, carta e cartone, sono anche quelli con più alto potere calorifico, indispensabili all’inceneritore per funzionare.
Ha già distrutto ogni anelito di democrazia, essendo stato costruito contro la volontà dei cittadini, attraverso l’uso della forza. Va ricordato che dal 2004 ad oggi si sono contate a decine le manifestazioni popolari contro la costruzione dell’impianto, spesso represse dalle forze dell’ordine con l'uso dei manganelli, mentre nel corso dell’ultimo anno l’inceneritore è stato portato a compimento militarizzando l'area con l’uso dell’esercito.
Ha contribuito a rimpinguare oltre alle casse del malaffare, prima i profitti di Impregilo ed ora quelli di A2A che si sono avvicendate nella realizzazione dell’impianto che oggi ha iniziato a dispensare veleni.
Non contribuirà a risolvere il decennale problema (quello vero) dei rifiuti in Campania, dal momento che tale problema può essere risolto solamente attraverso la costruzione di quel circolo virtuoso dei rifiuti di cui l’inceneritore di Acerra è il nemico giurato.
Non possiede alcuna peculiarità che lo renda un impianto moderno, poiché l’incenerimento dei rifiuti è una pratica anacronistica che tutti i paesi moderni stanno abbandonando, indirizzandosi verso la raccolta differenziata, il riciclo, il riutilizzo ed il riuso.

Nonostante tutto ciò che ho scritto fino ad ora rappresenti una realtà incontrovertibile, documentata attraverso centinaia di libri e centinaia di studi epidemiologi, suffragata dall’opinione di un grandissimo numero di medici ed esperti e accessibile a chiunque, solamente attraverso un click del mouse o una visita in biblioteca, i mestieranti dell'informazione e della politica hanno oggi rappresentato in TV e sui giornali una commedia di fantasia per molti versi antitetica, destinata a diventare l’unica realtà per la stragrande maggioranza degli italiani che proprio dai media tradizionali suggono le proprie informazioni.

Il Corriere della Sera ha esordito con il titolo “parte l’inceneritore verde”, coniando un ossimoro privo di senso, al quale si spera non faranno seguito in futuro gli “omicidi giusti”, “l’inquinamento pulito”, i “licenziamenti dal volto umano” e altre amenità sui generis. Quasi tutti i TG hanno presentato l’evento con grande enfasi commista a soddisfazione, mentre le telecamere spaziavano sul presidente del Consiglio, abbarbicato al disopra di un palco sul quale campeggiava la scritta “termovalorizatore di Acerra” quasi anziché un dispenser di veleni e di morte, si stesse inaugurando un nuovo ospedale all’avanguardia o un’università. Ad assistere all’evento, consistente nell’apertura di un tendone blu con tanto di telecomando, che svelava una montagna di rifiuti maleodoranti, destinati a trasformarsi in miasmi venefici veicolati dal fumo dei camini, sono state invitate oltre 400 “personalità” come si trattasse di una prima della Scala.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è congratulato con il premier per l’avvio del “termovalorizzatore”, quasi si riferisse alla cerimonia (ad oggi non ancora avvenuta) per la ricostruzione delle case dei terremotati dell’Irpinia.
Guido Bertolaso ha parlato della “realizzazione del sogno di una Napoli pulita”, speculando sull’emergenza rifiuti dello scorso anno, creata ad arte per addivenire allo scopo. Inoltre ha aggiunto che il nuovo impianto emetterà il 75% di diossina in meno rispetto agli impianti più vecchi, dimenticando di dire che questo abbattimento si tradurrà nel raddoppio delle emissioni di nanopolveri, ben più pericolose della già ferale diossina.
Gianni Letta ha insistito sul ritorno dello Stato in Campania, per quanto sia mortificante il fatto che lo Stato ritorni non per porre rimedi, ma per avvelenare ulteriormente una popolazione già duramente provata da decenni di sversamenti di sostanze tossiche di ogni genere. Sulla stessa linea di pensiero anche Antonio Bassolino che il ritorno dello Stato avrebbe dovuto teoricamente temerlo.
Berlusconi ha affermato di “averci messo il cuore” ed ha vantato una vittoria della democrazia difficilmente riscontrabile in un’opera costruita con la forza e l’uso dei militari, contro il volere dei cittadini.
Ieri ed oggi centinaia di persone hanno sfilato in corteo per contestare l’inaugurazione di un’opera contro la quale si battono da anni. Alcune decine di loro hanno occupato l’aula consiliare del Municipio di Acerra, ricordando che questa per la popolazione cittadina è una giornata di lutto. Di tutto ciò naturalmente i mestieranti dell’informazione non hanno parlato, dal momento che sarebbe risultata una nota stonata all’interno del pacchetto preconfezionato, grondante giubilo e soddisfazione che doveva entrare nelle case degli italiani, a dimostrare che “incenerire è bello”, fa bene all’ambiente e un poco anche alla salute, trattandosi di un incenerimento “verde” e in diretta TV.

martedì 24 marzo 2009

Il capotreno

Marco Cedolin

Sono comparse stamani su tutti i media, le accattivanti immagini di Silvio Berlusconi accanto ai comandi del “mitico” TAV Freccia Rossa, con in testa un berretto da capotreno e stampato sul viso l’immarcescibile sorriso carico di ottimismo. L’originale mise e l’altrettanto inusuale ambientazione (il Premier ha ammesso di non essere più salito su un treno dai tempi della giovinezza) fanno parte della campagna promozionale in favore dell’alta velocità che oggi ha messo in scena l’ennesima rappresentazione teatrale. Il Cavaliere è infatti stato chiamato ad inaugurare, con un viaggio di prova, le disastrose gallerie del Mugello, il cui scavo ha portato il consorzio Cavet (che ha realizzato l’opera) ad un processo per il disastro ambientale compiuto. Processo conclusosi qualche settimana fa con condanne più lievi di quanto fosse logico aspettarsi.

Forse proprio il contesto, relativo ad un’opera fra le più discusse e peggio realizzate in Italia, ha indotto Berlusconi a parlare di altri argomenti con i giornalisti, limitando la sponsorizzazione al TAV alla sua apparizione in costume ferroviario. Purtroppo le esternazioni hanno fatto rimpiangere le fantasie visionarie concernenti l’alta velocità, cui l’ad delle Ferrovie Mauro Moretti ci ha da tempo abituato.
Il presidente Berlusconi ha infatti minimizzato la portata della crisi economica, come è solito fare abitualmente, dipingendola come un virus che arriva dagli Stati Uniti, ma fortunatamente ha colpito un corpo sano (l’Italia) che saprà reagire prontamente grazie alla buona situazione finanziaria delle famiglie e del sistema bancario nostrano.
Ha esortato gli italiani a reagire, impegnandosi a lavorare di più, anziché restare vittima dei licenziamenti e della cassa integrazione. Ha ironizzato sul calo del suo reddito personale, asserendo che in fondo gli basta un piatto di minestra. Ha parlato del nuovo piano casa grazie al quale gli italiani, divenuti o restati disoccupati, potranno comunque riuscire a lavorare di più ampliando a dismisura il volume delle proprie abitazioni.


Difficile decidere riguardo alla barzelletta più bella, fra quella del nuovo Freccia Rossa che da dicembre 2009 dovrebbe sfrecciare a 300 km/h all’interno delle gallerie monotubo scavate nel Mugello assassinando il territorio e quella degli italiani che potranno uscire dalla crisi economica globale semplicemente smettendo di essere pigri e decidendosi a lavorare di più.

Quasi impossibile comprendere quale, fra Berlusconi e Moretti, sia in fondo il capotreno più pericoloso alla guida del convoglio Italia che a 300 km/h sta viaggiando carico di ottimismo verso il suo Cassandra Crossing.

lunedì 23 marzo 2009

Licenzia anche tu!


Marco Cedolin
Si chiama "Lay Off" ed è il nuovo videogioco realizzato dalla Tilfactor in collaborazione con la New York University, con lo scopo di spiegare le dinamiche sociali attraverso l’esperienza videoludica. Un proposito molto ambizioso, perseguito dai programmatori in maniera alquanto parcellare, dal momento che nel contesto ludico i “lavoratori” vengono rappresentati unicamente sotto forma di un’ inutile zavorra di cui occorre disfarsi al più presto con ogni mezzo, senza che la loro presenza costituisca alcun valore.
Le regole del gioco sono molto semplici (a dispetto di quanto risultino complesse nella realtà le dinamiche sociali che i soloni della N.Y. University intenderebbero spiegare) il divertimento assicurato solo nel breve periodo, la “morale didattica” assai impalpabile, dal momento che i realizzatori propongono come panacea alla crisi l’equazione più licenziamenti uguale più profitti, senza preoccuparsi di cosa accadrà quando l’impresa non avrà più dipendenti.

Il giocatore, non appena accomodatosi dinanzi alla console, si trasforma come per incanto da risorsa umana in “tagliatore di teste” sotto forma dell’amministratore delegato di una corporation che deve recuperare il profitto perduto, nell’unica maniera in cui è possibile recuperarlo (finchè dura) all’interno di una società profondamente malata come quella contemporanea, cioè licenziando i dipendenti in maniera implacabile. Con la malcelata soddisfazione determinata dalla metamorfosi (sia pur virtuale) da vittima ad aguzzino, il giocatore dovrà fare di tutto per riuscire ad allineare i lavoratori sotto forma d’icona nella maniera corretta, un po’come accade nelle slot machines, al fine di poterli eliminare, recuperando la possibilità di ottenere finanziamenti dalle banche.
Per rendere maggiormente realistico (ed istruttivo) il contesto, sullo schermo vengono continuamente aggiornati dati relativi alla crisi economica, con dovizia di particolari riguardanti i finanziamenti pubblici destinati ad evitare il fallimento di quelle banche ed assicurazioni presso le quali s’intende (secondo lo scopo del gioco) recuperare credito.

Naturalmente (per bontà dei programmatori) i lavoratori, a differenza degli zombie di Resident Evil, vengono rappresentati come esseri umani, che posseggono una storia di vita ed hanno mogli, mariti, figli pronti a piangerne le sorti. Senza dubbio un tocco di delicatezza che li pone un gradino al di sopra dei poliziotti che vengono massacrati in GTA o ai mafiosi di Londra che cadono come mosche in the Getaway. Una volta licenziati finiscono in coda all’ufficio di collocamento, dove saranno destinati ad attendere una nuova occupazione per un lasso di tempo che rasenterà l’eternità, dal momento che (particolare evidentemente sfuggito agli universitari che studiano le dinamiche sociali) tutte le altre corporation non potrebbero assumerli essendo anch’esse impegnate a licenziare.
Ci sono anche i banchieri ed i finanzieri, quelli che dopo avere creato la crisi ora beneficiano dei finanziamenti pubblici, ma il giocatore non può licenziarli (ah le dinamiche sociali) e deve accontentarsi di ruotarne l’icona, senza che possano perdere l’occupazione.
Lay Off non sembra in verità un videogioco destinato ad entrare nella storia, dimostrandosi povero di fantasia e scarsamente efficace nella spiegazione di dinamiche sociali che gli stessi ideatori dimostrano di non avere compreso fino in fondo. In compenso rappresenta una cartina di tornasole utile per apprezzare il grado di degenerazione e disumanizzazione ormai raggiunto dalla nostra società e soprattutto (visti i risultati del lavoro) ci lascia con la speranza che i programmatori della Tilfactor e gli esperti della New York University possano raggiungere presto le icone dei dipendenti di Lay Off e fare loro a lungo compagnia all’interno dell’ufficio di collocamento.

giovedì 19 marzo 2009

E' ancora un'Onda anomala?


Marco Cedolin
Gli studenti sono tornati in piazza un po’ in tutta Italia, da Milano a Torino, a Genova, a Firenze, a Roma, a Macerata, partecipando allo sciopero generale dei settori della conoscenza proclamato dalla CGIL. All’Università La Sapienza di Roma si è vissuta una mattinata di tensione fra i giovani che intendevano uscire in corteo dalla cittadella universitaria e le forze dell’ordine decise ad impedire un’azione che avrebbe violato il nuovo protocollo creato per limitare i percorsi dei cortei, varato recentemente dalla giunta Alemanno, in accordo proprio con le organizzazioni sindacali. La tensione è sfociata poi in alcuni scontri fra la polizia e gli studenti, molti dei quali sono rimasti contusi nel corso delle cariche.

A parte gli scontri alla Sapienza, che si sarebbero certo potuti evitare interpretando il protocollo in modo meno rigido, la sensazione lasciata da questa giornata in cui la protesta studentesca è tornata a fare parlare di sé, è quella di un’Onda molto ridimensionata tanto nella partecipazione quanto nelle prospettive, rispetto al movimento che lo scorso autunno riempiva le piazze al grido di “né rossi né neri ma liberi pensieri”. Dopo gli incidenti di Piazza Navona dello scorso Ottobre, creati ad arte dai molti che temevano gli effetti di una protesta forte ed unitaria del mondo studentesco affrancata dal controllo dei partiti politici, la lotta degli studenti ha iniziato infatti a perdere mordente.
Da un lato è venuto meno il valore aggiunto di una lotta inclusiva in grado di travalicare le appartenenze politiche e le divisioni ideologiche. Dall’altro è mancato quello stimolo ad allargare gli orizzonti della protesta, ben oltre la contestazione del decreto Gelmini e la difesa dei diritti del personale docente. Stimolo che risultava prerogativa imprescindibile per consentire all’Onda di maturare nuove consapevolezze, aprendosi verso l’esterno ed aumentando la qualità della contestazione, fino ad arrivare al vero nocciolo del problema. Un problema costituito non tanto dalle “innovazioni” e dai tagli messi in atto dalla Gelmini (per quanto deprecabili possano essere) quanto da un modello di sviluppo che ha deteriorato il mondo del lavoro fino al punto d’ingenerare un sistema che “sforna” e continuerà a sfornare schiere di laureati destinati a diventare disoccupati o lavoratori precari, senza avere la possibilità di mettere a frutto la conoscenza che hanno acquisito nel corso dei loro studi.

Il crollo della partecipazione, affogata nel riemergere delle differenze e dei distinguo, e la mancanza di una dimensione propria, affrancata dalle rivendicazioni di partiti e sindacati che difendono il proprio status quo, ha trasformato la dirompente protesta studentesca d’autunno in un qualcosa d’impalpabile. Un’Onda non più anomala, bensì inquadrata all’interno dei meccanismi della politica, funzionale, come lo è stata oggi, agli interessi di quella CGIL che a suo tempo sottoscrisse proprio la legge 30 grazie alla quale molti di questi ragazzi riceveranno in dono un futuro da precario.

martedì 17 marzo 2009

L'acqua della Banca Mondiale


Marco Cedolin
Nel mondo globalizzato governato dai grandi organismi mondiali, si susseguono gli incontri ai massimi livelli. Riunioni, summit, forum, conferenze, G7, G8, G20, continuano a riproporre a latitudini diverse la medesima congrega di premier, ministri, magnati dell’industria e della finanza, impegnati a plasmare il futuro di alcuni miliardi di esseri umani e di un intero pianeta nella maniera che risulta più funzionale ai propri interessi. Si tratta degli stessi individui, degli stessi organismi e delle stesse multinazionali che hanno creato la crisi economica, la crisi finanziaria e la crisi ambientale ed ora stanno tentando di vendere, come tanti piazzisti, la cura miracolosa consistente nel farne pagare il conto a quei miliardi di persone che già stanno subendone le pesanti conseguenze all’interno del proprio quotidiano.

S’inserisce perfettamente in questa logica il Forum dell’acqua, apertosi ieri ad Istanbul e organizzato dal Consiglio Mondiale dell’acqua, una sorta di think – thank privato, diretta emanazione della Banca Mondiale e delle grandi multinazionali che proprio speculando sull'acqua
costruiscono i propri profitti. All’incontro prenderanno parte 3000 organizzazioni, circa 20 capi di stato e 180 ministri dell’ambiente di altrettanti paesi del mondo, fra i quali l’Italia rappresentata dal ministro Stefania Prestigiacomo.

I partecipanti hanno iniziato a discutere delle questioni relative alla disponibilità e alla sicurezza dell'acqua, partendo dall’allarme lanciato dall’ONU riguardo al fatto che nel 2030 la metà della popolazione mondiale si ritroverà a fare i conti con la penuria d’acqua a causa dei cambiamenti climatici, dell’aumento di popolazione, della crescente domanda di energia, e dell’incapacità politico-gestionale della classe dirigente mondiale.

Sono stati in molti a vedere un cortocircuito logico nel fatto che ad affrontare lo spinoso argomento fosse delegata proprio quella classe dirigente che ha contribuito a creare i presupposti della crisi idrica globale. Sono stati in molti (alcune centinaia secondo i pochi giornali che hanno dato la notizia) a protestare ad Istanbul contro l’apertura del quinto Forum internazionale dell’acqua, prima di venire caricati e manganellati dalla polizia (vedi foto) ricevendo il trattamento standard che le democrazie occidentali riservano abitualmente a chiunque osi dissentire.
Sono state 118 organizzazioni facenti capo a 33 paesi a sottoscrivere una lettera indirizzata al segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, all’interno della quale gli estensori della stessa domandano al capo dell'Onu di ritirare il proprio sostegno al Consiglio Mondiale dell'Acqua, mettendone in dubbio la legittimità e la trasparenza.Saranno in molti ad organizzare, proprio in questi giorni ad Istanbul, un Forum alternativo composto da tutti coloro che non riconoscono la legittimità del Consiglio Mondiale dell'Acqua, avendo ben compreso la reale natura dell’incontro, finalizzato a discutere la spartizione della risorsa acqua in funzione d’interessi assai lontani da quelli della collettività.

lunedì 16 marzo 2009

Battaglia per un posto al sole


Marco Cedolin
A New York è scoppiato ieri un gigantesco parapiglia all’interno della nutritissima folla che stava attendendo di partecipare ai provini del reality "America's Next top Model", provocando l’immediata sospensione delle audizioni che stavano avvenendo all’interno di un famoso hotel di Manhattan. Secondo il resoconto delle autorità non è risultato chiaro cosa abbia contribuito a generare il caos fra le migliaia di aspiranti, gran parte delle quali erano rimaste in fila per tutta la notte al fine di garantirsi il diritto all’audizione. Stando ad alcune ricostruzioni il fumo proveniente da un veicolo in sosta con il motore acceso potrebbe avere creato la psicosi del pericolo di un incendio innescando i disordini, o più semplicemente gli animi delle persone in coda in strada da moltissime ore si sarebbero surriscaldati fino al punto da dare il via ad una maxi rissa che gli agenti presenti hanno faticato non poco a contenere.
Quale che ne sia stata l’origine, e quali le responsabilità che sembrano pesare in larga parte sull’organizzazione delle selezioni, il bilancio definitivo degli scontri parla di 6 feriti trasportati in ambulanza all’ospedale, 3 persone arrestate e la strada antistante l’albergo ridotta ad un campo di battaglia, dove sono rimasti abbandonati dalle persone in preda al panico decine di sacchi a pelo che erano serviti alle aspiranti concorrenti per passare la notte, insieme a sedie, scarpe e vestiti. Il network Cw, deputato a mandare in onda la tredicesima edizione del reality, ha fatto sapere che le audizioni, finalizzate a scegliere fra migliaia di contendenti la decina di ragazze che alla fine parteciperanno al programma, sono state definitivamente cancellate per quanto riguarda New York, ma continueranno a Chicago, Dallas e Los Angeles. Si spera all’interno di scenari molto meno movimentati rispetto a quello della grande mela.

La vicenda, ben poco edificante, offre lo spunto per volgere uno sguardo disincantato fra le pieghe di una società che ormai incapace di offrire alle nuove generazioni concrete prospettive di futuro, preferisce dispensare illusioni, attraverso le quali incanalare le ambizioni dei giovani verso sogni di successo televisivo tanto improbabili quanto carichi di effimero appeal.
Il tronista, la velina, l’allievo di “amici”, il partecipante al grande fratello, a x factor o alla fattoria, sono diventati i nuovi punti di riferimento per intere generazioni di ragazzi costretti a muoversi su un piano inclinato destinato a traghettarli dalla scuola all’università ad un lavoro precario che molto spesso non avrà alcuna attinenza con l’oggetto degli studi fatti. Ragazzi figli di una realtà che cammina come un gambero, deprivandoli della possibilità di “costruirsi un futuro” assimilabile a quello delle generazioni che li hanno preceduti.
Tutti in fila a migliaia per un posto in TV, a sgomitare per un metro quadro del regno dell’effimero, dove la crisi non esiste, i soldi sono facili e si conquista l’ammirazione di tutti coloro che diventeranno adulti inseguendo un “posto al sole” che non arriverà mai, condannati a vivere nella realtà, fatta di lavoro precario e giocate “sfortunate” al superenalotto.

sabato 14 marzo 2009

NO TAV in Val di Susa fra passato e futuro

Marco Cedolin

Esiste una domanda che quasi tutti, contrari o favorevoli all’alta velocità, semplici cittadini o uomini politici, fautori della crescita o attivisti della decrescita, sindacalisti, poliziotti o industriali, stanno continuando a porsi con sempre più insistenza. Quando fra qualche mese o qualche anno in Val di Susa torneranno le ruspe per iniziare la costruzione del TAV Torino – Lione e la Valle verrà nuovamente militarizzata come si trattasse dell’Afghanistan, la reazione popolare sarà dirompente e decisiva come lo fu nel 2005?

Per tentare di darci una risposta occorre ripercorrere gli ultimi 3 anni, al fine di comprendere se ed in quale misura gli accadimenti succedutisi abbiano intaccato la compattezza del movimento NO TAV e la posizione di aperta contrarietà nei confronti dell’alta velocità radicata in larga parte della popolazione valsusina.
E’ importante innanzitutto sottolineare come il fulcro del movimento NO TAV della Valsusa sia stato costituito fin dall’inizio da comuni cittadini di estrazioni politiche e culturali estremamente eterogenee. Un’eterogeneità dimostrata dalla convivenza costruttiva all’interno della stessa lotta di sensibilità molto differenti fra loro, che arrivano a spaziare dagli Squatter torinesi al mondo cattolico, passando attraverso un’infinità di differenze che sono sempre state vissute non sotto forma di divisione, bensì come un valore aggiunto da attribuire ad una lotta dal carattere spiccatamente inclusivo. A questo fulcro primigenio si sono avvicinati, durante l'autunno "caldo"
del 2005 che ha proiettato la Val di Susa sulle prime pagine dei giornali e sotto i riflettori dei TG, molte altre realtà che fino ad allora si erano tenute in disparte o avevano condiviso la contrarietà all’alta velocità con molte riserve. I sindaci dei comuni valsusini, prima disponibili a consentire i sondaggi, si sono ritrovati “sospinti” sulle barricate dalla constatazione che la maggior parte dei cittadini da loro amministrati già le stava presidiando e sarebbe stato opportuno “cavalcare” una protesta ormai arrivata a bucare gli schermi TV e ad appassionare l’Italia intera. I partiti della sinistra radicale colsero al volo un’opportunità straordinaria che di lì a pochi mesi avrebbero potuto tradurre sotto forma di consenso elettorale. Le grandi associazioni ambientaliste, anche qualora complici a livello nazionale della truffa legata all’alta velocità, non poterono esimersi dallo schierarsi a favore della Val di Susa che veniva militarizzata per costruire con la forza un’opera di dubbia utilità.

Accadde così che per alcuni mesi (pochi per la verità) una larga serie di soggetti politici e ambientalpolitici entrarono a fare parte attivamente del movimento NO TAV a fianco dei comitati formati dai cittadini che comunque mai smisero di costituire la vera ed unica ossatura del movimento stesso.

I sindaci valsusini, capitanati dal presidente della Comunità montana Bassa Val di Susa Antonio Ferrentino ormai diventato una star TV, già all’indomani della “liberazione” di Venaus dai cantieri e della successiva smilitarizzazione della Valle, iniziarono un lungo percorso di affrancamento dalla lotta NO TAV. Percorso che partì 10 dicembre 2005 quando i sindaci incontrarono il governo a Palazzo Chigi e condivisero la creazione dell’Osservatorio sulla Torino – Lione presieduto da Mario Virano. Proseguì nel corso di un paio d’anni di partecipazione attiva al suddetto Osservatorio e ripetute discese a Roma per colloquiare con il governo. Un paio d’anni vissuti all’insegna del disimpegno e della volontà di “normalizzare” i valligiani, diventati nel frattempo troppo critici nei confronti della politica di palazzo. Giunse a completamento nello scorso mese di giugno 2008, quando a Pra Catinat gli stessi sindaci della Val di Susa accettarono di fatto la prospettiva di un nuovo progetto di TAV Torino – Lione e appoggiarono la richiesta del governo finalizzata ad ottenere 671 milioni di euro di finanziamento europeo per iniziare i lavori di costruzione del tunnel.

I partiti della sinistra radicale continuarono a sostenere la battaglia contro al TAV in Val di Susa fino al momento delle elezioni di aprile 2006, preoccupandosi soprattutto di evitare che nell’ambito del movimento valsusino potesse nascere una qualche lista elettorale NO TAV capace di sottrarre loro voti. Dopo le elezioni, durante le quali ottennero in Valle di Susa consensi percentualmente così rilevanti da somigliare a quelli ottenuti da Forza Italia e dai DS nel resto D’Italia, iniziarono anche loro un progressivo percorso di disimpegno. Disimpegno che arrivò a compimento nel Febbraio 2007, quando la sinistra radicale nell’estremo tentativo di mantenere le poltrone di governo, sottoscrisse il dodecalogo voluto da Romano Prodi, al primo punto del quale figurava la volontà di costruire proprio il TAV Torino – Lione. Paolo Cento, deputato dei Verdi, in un incontro da lui stesso richiesto con alcuni attivisti del movimento NO TAV all’indomani della firma del dodecalogo, disse loro che da quel momento in poi non avrebbero più potuto “contare” sull’appoggio del suo partito e avrebbero dovuto fare unicamente affidamento sulle proprie gambe, come avevano sempre fatto (lui stesso lo riconobbe) fino ad un anno prima. I valsusini che avevano sostenuto alle urne la sinistra radicale compresero di avere gettato il proprio voto nella spazzatura e continuarono per la propria strada con un bagaglio di esperienza maggiore.

Le grandi associazioni ambientaliste (Legambiente e WWF su tutte) che mai si erano manifestate contrarie all’alta velocità, se non a livello locale, si allontanarono quasi subito insieme ai riflettori delle TV, fino ad arrivare a collocarsi a fianco della lobby del cemento e del tondino che in Italia con la costruzione del TAV sta intascando profitti miliardari. Fondarono il comitato SI TAV Napoli – Bari (Legambiente) e gioirono per il raggiungimento dell’accordo di Pra Catinat (Legambiente e WWF) che a loro dire si sarebbe rivelato prodromico della costruzione del TAV con la condivisione dei cittadini.

I cittadini, che organizzati in comitati o meno, hanno costituito, costituiscono e continueranno a costituire la vera anima del movimento NO TAV, durante questi 3 anni non sono stati fermi. Al contrario hanno continuato a produrre informazione, organizzare convegni, dibattiti, serate informative, anche quando alcuni sindaci hanno iniziato a tentare di boicottarle. Hanno raccolto 32.000 firme contro qualsiasi progetto di nuova linea ferroviaria in Valle di Susa, nonostante molti sindaci invitassero i cittadini a non firmare. Hanno continuato ad organizzare presidi e manifestazioni estremamente partecipati, l’ultima delle quali il 6 dicembre 2008 a Susa ha raccolto almeno 20.000 persone che hanno sfilato in una moltitudine di bandiere NO TAV, senza mostrare troppa attenzione al fatto che fossero presenti solo un paio di sindaci, oltretutto senza fascia. Hanno organizzato l’operazione “compra un posto in prima fila” nell’ambito della quale oltre 2000 cittadini hanno acquistato un metro quadro dei terreni che potrebbero essere oggetto dei futuri cantieri. Hanno reagito con fermezza ogni qualvolta gli “amici di un tempo” tentavano di prenderli per il naso, raccontando che il TAV sarebbe stato meno brutto se avesse avuto un nome diverso. Hanno smontato pezzo a pezzo il progetto del FARE, proposto dai tecnici di Ferrentino per fare passare dalla finestra quell’alta velocità che nel 2005 la popolazione aveva cacciato a calci dalla porta. Sono rimasti fermi sulle proprie posizioni, senza concedere un solo metro, forti come può esserlo solo chi è consapevole delle proprie ragioni.

Nessuno naturalmente può astrologare con certezza su cosa accadrà fra qualche mese o qualche anno, quando le ruspe ed i militari torneranno in Valle di Susa. L’impressione palpabile resta comunque quella che il movimento NO TAV sarà lì ad aspettarli, così come era lì nel 2005, ben prima dell’aggregazione di tanti soggetti politici pronti a cogliere l’opportunità. Un movimento eterogeneo, fatto di cittadini disposti a mettersi in gioco, consapevoli che l’opposizione fisica pacifica rappresenta, oggi come allora, l’unico mezzo per evitare che una valle alpina venga trasformata in un corridoio di transito senza futuro e senza prospettive.

giovedì 12 marzo 2009

Crolla il traffico merci


Marco Cedolin
La notizia viene riportata all’interno di un articolo della Stampa nella sezione cronaca di Torino e riguarda il traffico merci fra Italia e Francia ai valichi piemontesi e valdostani, ma la situazione risulta essere molto simile un po’ dappertutto in Italia, dal momento che secondo un’analisi della Fita Cna datata 23 gennaio 2009, sarebbero oltre 10.000 le aziende di autotrasporto destinate a chiudere i battenti entro la fine dell’anno.
La diminuzione dei traffici merci è iniziata nel 2001 con il deteriorarsi della situazione economica, ma nell’ultimo anno ha raggiunto livelli davvero imponenti. Al valico del Frejus, in Valle di Susa, i transiti dei mezzi pesanti sono diminuiti del 25%, al tunnel del Monte Bianco di circa il 20% ed a Ventimiglia del 16%. A causa di questa enorme riduzione dei transiti merci ai valichi di frontiera, il traffico risulta essere diminuito del 13,1% anche sulla tangenziale di Torino e sull’autostrada Torino – Aosta, secondo i dati diffusi dall’Ativa che gestisce entrambe le tratte.

La notizia resterà con tutta probabilità relegata nel novero della cronaca locale, in quanto troppo scomoda per tutta la schiera di “cantastorie” ed esperti da salotto buono che continuano pedissequamente a giustificare proprio con l’incremento esponenziale del traffico merci, la necessità di costruire sempre nuovi tunnel, nuove linee ferroviarie ad alta velocità e nuove autostrade. Mentre la movimentazione delle merci, in virtù di una crisi economica tanto profonda quanto destinata a protrarsi molto a lungo nel tempo, risulta in fase di rilevante e progressiva riduzione, l’Italia sta investendo e si appresta ad investire decine di miliardi per costruire grandi opere destinate proprio al trasporto delle merci, che dovrebbero affiancare quelle esistenti, attualmente sottoutilizzate.
Il lavori di costruzione del doppio tunnel del Brennero (BBT) della lunghezza di 55 km stanno per partire, dopo che l’opera è stata formalmente inaugurata dal presidente Napolitano nello scorso mese di aprile 2008. Al Frejus, proprio dove il crollo del traffico risulta maggiore, stanno per aprirsi i cantieri relativi alla costruzione di un secondo tunnel parallelo che benché venga spacciato come canna di sicurezza, avrà le stesse dimensioni di una normale galleria autostradale. Sempre in Val di Susa il governo ha confermato la volontà di procedere in tempi brevi allo scavo del tunnel di 54 km sotto al massiccio dell’Ambin, che risulta parte integrante del controverso progetto TAV Torino-Lione, senza preoccuparsi minimamente del fatto che oltre alla totale mancanza dei traffici ferroviari (la linea ferroviaria attuale risulta sfruttata al 35% delle proprie potenzialità) stanno diminuendo in maniera sempre più marcata anche quelli su gomma.
Quando i lavori saranno terminati, dentro a questi tunnel e sulle relative infrastrutture di accesso non ci sarà con tutta probabilità nulla da trasportare, ma questo ovviamente è di secondaria importanza per tutti coloro (ultimo in ordine di tempo l'architetto Fuksas) che vivono di slogan e sono soliti plasmare la realtà ad uso e consumo dei propri padroni.