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martedì 30 giugno 2009

Troppe tragedie, mai per caso


Marco Cedolin
Sono ancora vive ed aperte le ferite determinate dal terremoto dell’Aquila, le cui conseguenze devastanti sono state indotte in larga misura dalla mancata applicazione di qualunque precauzione antisismica nella costruzione delle abitazioni, piuttosto che non dalla violenza del sisma, e già una nuova tragedia si abbatte sul paese con il suo carico di morte e distruzione.

Nella stazione ferroviaria di Viareggio, intorno alla mezzanotte, un convoglio merci composto da 14 vagoni che trasportano serbatoi di gas liquido, deraglia improvvisamente, un (o due) serbatoio esplode creando l’inferno e le conseguenze sono quelle di un bombardamento aereo al fosforo bianco. Palazzine crollate, stabili e auto in fiamme, decine di cadaveri carbonizzati ed altre decine di persone ustionate in maniera grave, sotto a un cielo fattosi di fuoco.

A poche ore dalla tragedia le informazioni ancora frammentarie (tutti i principali quotidiani ondine hanno mancato di fare informazione sull’accaduto per l’intero corso della notte, nonostante lo scopo dei giornali sul web dovrebbe essere proprio quello di produrre informazione in tempo reale) parlano di 17 morti carbonizzati, alcune decine di feriti gravissimi, almeno 5 palazzine crollate o gravemente lesionate ed un migliaio di sfollati, attualmente ospitati all’interno di una tendopoli. La documentazione video del disastro, costituita unicamente da filmati amatoriali, mostra le immagini di un vero e proprio inferno di fuoco e fiamme, le foto dell’area circostante l’esplosione scattate in mattinata sembrano ritrarre quello che resta di una città dopo un violento bombardamento aereo. Le cause del deragliamento, stando ai primi rilievi, sembrano da imputarsi alla rottura dell’asse di uno dei vagoni che componevano il convoglio.
Gli unici sentimenti che trovano spazio, di fronte ad una catastrofe di siffatte proporzioni, sono lo sgomento, la rabbia e la pena per i malcapitati. Ciò nonostante già di primo acchito è impossibile non rendersi conto che anche in questo caso, accanto alla fatalità esistono gravi responsabilità che dovrebbero indurre a considerarla per molti versi una tragedia annunciata.

Da ormai molti anni infatti dovrebbe essere ben noto lo stato di profondo degrado in cui versa il sistema ferroviario italiano, privato dei finanziamenti necessari alla manutenzione ed al rinnovo del materiale rotabile, immolati sull’altare di quell’alta velocità che negli ultimi 15 anni ha assorbito risorse talmente cospicue da poter consentire la ristrutturazione dell’intero sistema ferroviario.
Solamente la settimana scorsa un treno merci che trasportava una cisterna di acido cloridrico ha deragliato alle 5 del mattino nei pressi di Prato, fortunatamente senza produrre disastri ma solo pesanti conseguenze sull’attività della linea. L’ultima delle tragedie sfiorate purtroppo non ha insegnato nulla e le FS hanno continuato a trasportare materiali altamente pericolosi a bordo di vagoni la cui unica destinazione d’uso dovrebbe essere la rottamazione, insistendo fino a quando la tragedia si è purtroppo concretata realmente e nel peggiore dei modi possibili.

Proprio l’estrema pericolosità del gas liquido, che in molti si sta cercando di mettere in luce quando si affronta il tema dei rigassificatori dovrebbe indurre a riflettere sull’opportunità di allestire convogli ferroviari potenzialmente esplosivi (oltretutto costituiti da vagoni risalenti alle guerre puniche) composti da 14 vagoni carichi di gpl, senza avere l’obbligo di allertare almeno i cittadini residenti in prossimità della linea, al fine di preservarne l’incolumità. Chissà cosa avrà da dire il fustigatore della casta Gian Antonio Stella, all’indomani della sciagura di Viareggio, ai cittadini di Livorno da lui definiti “Ayatollah ecologisti toscani” ed irrisi in maniera becera in quanto cassandre preoccupate per il rischio di un’eventuale esplosione dell’impianto. Se le conseguenze dell’esplosione di un solo serbatoio sono state in grado di produrre l’inferno di Viareggio, la detonazione di un rigassificatore troverebbe probabilmente paragone solamente in un’esplosione atomica ed a questo riguardo il buon Stella sono certo troverà molti elementi in merito ai quali riflettere.
In ultima analisi occorre evidenziare l’opportunità di un ripensamento radicale della propensione a movimentare le merci in maniera schizofrenica, in ossequio alle logiche di un mercato in preda alla sindrome della crescita.
Era davvero necessario movimentare per oltre 1000 km una tale quantità di gas liquido da Novara a Cosenza o l’approvvigionamento sarebbe potuto avvenire coprendo distanze molto minori ed in maniera più sicura?

sabato 27 giugno 2009

Ora et labora meglio se gratis


Marco Cedolin
La crisi economica continua a manifestarsi come una fucina di opportunità per tutti coloro che intendono usarla a mo di grimaldello, utile a scardinare quel che resta dei diritti dei lavoratori, contribuendo ad inasprire oltre ogni immaginazione le condizioni di quel Far West privo di regole meglio conosciuto come mondo del lavoro.

In Gran Bretagna Willie Walsh, ad della British Airways, compagnia di trasporto aereo pesantemente in crisi, ha domandato ai suoi 30.000 dipendenti la disponibilità a lavorare gratis per un mese, iniziando col dare l’esempio attraverso la rinuncia al proprio stipendio di luglio che avrebbe dovuto ammontare a 61.000 sterline.
La risposta dei lavoratori, definita “fantastica” dallo stesso Walsh, è probabilmente andata molto al di là di quanto non sperassero i dirigenti della compagnia e sembra aprire nuovi orizzonti sulla strada del risanamento aziendale conseguito gravando sulle spalle della forza lavoro.

Ben 800 dipendenti della British Airways si sono infatti dichiarati disposti a lavorare gratis per un mese, mentre altri 4000 faranno le ferie senza essere retribuiti e ulteriori 1400 trasformeranno il proprio contratto a tempo pieno in part time.
In virtù di questi tagli retributivi “volontari” la compagnia dovrebbe risparmiare quasi 12 milioni di euro, con grande soddisfazione di Walsh e con tutta probabilità anche di molti suoi colleghi che non mancheranno di seguirne le orme.

Lo spettro del licenziamento in conseguenza della grave congiuntura economica sembra sempre più prefigurarsi come l’uovo di Colombo attraverso il quale smantellare decenni di conquiste sociali, bypassando le normative vigenti con la complicità degli stessi lavoratori, disposti ad immolare parti sempre più cospicue dei propri diritti nella speranza di riuscire a conservare l’ambito posto di lavoro.
Dipendenti che lavorano gratis per una parte dell’anno, rinunciano al diritto alle ferie remunerate, magari anche alla tredicesima oppure al pagamento degli straordinari, ecco un futuro in grado di relegare nel novero delle quisquilie perfino provvedimenti delittuosi quali la direttiva Bolkenstein e la riforma Biagi, il tutto senza il rischio di disordini sociali, ma anzi con il beneplacito degli stessi lavoratori. Un futuro in grado di donare il sorriso agli ad di multinazionali e corporation, per i quali la crisi economica potrebbe rivelarsi la migliore delle opportunità per livellare al ribasso il costo del lavoro in Occidente.
Resta solo da domandarsi in quale maniera i lavoratori riusciranno a mettere insieme il pranzo e la cena durante i periodi in cui lavoreranno gratuitamente, un dilemma non da poco per chi durante gli altri mesi dell’anno non percepisce 61000 sterline come il geniale Willie Walsh.

lunedì 8 giugno 2009

Un secco NO all'Europa di burocrati e banchieri


Marco Cedolin
Solamente il 43% dei cittadini europei si è recato alle urne per eleggere i parlamentari che prenderanno la via di Bruxelles per trascorrervi 5 anni di vacanza lautamente remunerata a spese dei contribuenti. Si tratta del gradino più basso sul percorso di un’Europa che dalle prime elezioni del 1979, quando a votare furono il 62% degli aventi diritto, ha continuato a percorrere una drammatica parabola discendente lunga 30 anni, perdendo progressivamente la considerazione ed il consenso dei propri cittadini.
Se il 57% degli europei ha ritenuto giusto bocciare l’Europa del trattato di Lisbona
e della Bolkenstein, del succo di arancia senza arance e delle quote latte, dominata dalla BCE e dalla burocrazia, semplicemente disertando le urne, anche fra coloro che si sono recati a votare non è mancato lo scetticismo. Una parte cospicua dei 736 parlamentari che si recheranno a Bruxelles appartiene infatti a formazioni politiche euroscettiche, o comunque fortemente critiche nei confronti del percorso fino ad oggi intrapreso dalla UE. Formazioni politiche che in molti paesi hanno incrementato il proprio peso ottenendo successi anche considerevoli.
Da segnalare anche gli ottimi risultati ottenuti in alcuni paesi (Francia e Danimarca su tutti) dai partiti ambientalisti, inspiegabilmente scomparsi in Italia e l’exploit in Svezia del “partito dei Pirati” che aspira ad ottenere il libero scambio di file in rete ed ha ottenuto il 7,1% dei consensi conquistando un seggio a Bruxelles.

Giornalisti, mestieranti della politica e affabulatori di mestiere, costretti per una notte a disertare le feste private ed i localini per vip, continuano ad effondersi in dotte elucubrazioni concernenti la vittoria in Europa dei partiti di centrodestra a spese di quelli del centrosinistra. Il tutto rendendoci edotti del fatto che nel nuovo parlamento con tutta probabilità il gruppo dei popolari conquisterà 270 seggi, mentre i socialisti scenderanno a 170. Neppure un cenno riguardo al fatto che le scelte e le politiche portate avanti fino ad oggi da entrambi i principali gruppi del parlamento europeo si sono dimostrate totalmente fallimentari, fino al punto di renderli espressione di un’Europa che non c’è più se non sulla carta. Neppure un tentativo di portare qualche riflessione in merito al fatto che almeno 6 cittadini su 10 hanno ormai sonoramente bocciato questo modello di UE ed aspirano a un’Europa profondamente differente che sappia essere espressione dei popoli che la compongono, tutelandone i diritti anziché annientarli. Solamente un marasma di frasi fatte, conglomerati senza costrutto di parole stantie e castelli di carta costruiti giocando sulla duttilità dei numeri, nel tentativo di veicolare il messaggio che anche se chi governerà risulta espressione della minoranza dei cittadini, in fondo va bene così e non occorre affatto porsi delle domande.

In Italia (che resta il paese dove si è votato di più anche se la percentuale dei votanti è scesa del 7%) la campagna elettorale incentrata esclusivamente sul gossip intorno alla persona di Berlusconi, non ha portato fortuna al Cavaliere ma neppure a Franceschini. Il PDL si è fermato infatti al 35% senza ottenere il plebiscito auspicato dal premier, ed il PD ha superato di poco il 26% (alcuni punti sotto al risultato di un anno fa) mettendo a rischio il futuro di un progetto politico che appare ogni giorno di più senza prospettive. La Lega di Bossi ha raddoppiato i voti ottenuti alle scorse europee, arrivando a superare il 10%, essendo riuscita ad intercettare il malessere diffuso conseguente al problema immigrazione, che negli altri paesi ha portato consensi ai partiti di estrema destra. Voti raddoppiati anche per l’IDV di Antonio Di Pietro, arrivato a sfiorare l’8%, grazie al fatto di essersi manifestato quale unico partito che in parlamento abbia espresso una qualche opposizione, all’appoggio di Beppe Grillo e alla scelta di alcuni candidati estremamente popolari, De Magistris su tutti.
Ennesima debacle invece per i due partiti della sinistra radicale, Rifondazione di Ferrero e SL di Nichi Vendola che hanno condotto un testa a testa sul filo del 3%, risultando alla fine entrambi estromessi dall’Europa. Sicuramente in seno alla sinistra sarà necessaria una lunga serie di riflessioni, ricordando che nel 2004 Rifondazione, Verdi e PDCI riuscirono ad ottenere ben 9 seggi all’europarlamento.

venerdì 5 giugno 2009

11 settembre: 10 domande a "La Repubblica"


Massimo Mazzucco
Tratto da Luogocomune
E’ giusto e sacrosanto che un quotidiano di tiratura nazionale abbia il diritto di chiedere conto delle loro azioni ai propri governanti. I governanti infatti hanno una responsabilità precisa nei confronti degli elettori – quella di fare per loro conto le migliori scelte possibili - e devono poter essere chiamati a risponderne in qualunque momento.
Altresì è giusto e sacrosanto che i cittadini abbiano diritto di chiedere conto delle loro azioni ai quotidiani di tiratura nazionale. I quotidiani di tiratura nazionale infatti hanno una responsabilità precisa nei confronti dei cittadini – quella di informarli correttamente su quello che accade nel mondo - e devono poter essere chiamati a risponderne in qualunque momento.
Rivolgiamo quindi 10 domande al quotidiano La Repubblica.
Nessuno oggi può negare l’importanza che hanno avuto, sulle sorti di intere nazioni - compresa la nostra - i fatti dell’11 settembre. In luce di questo fatto vorremmo sapere:
1 – Perchè nessun giornalista di Repubblica si è domandato come mai nessun nome arabo comparisse sulle liste passeggeri diffuse inizialmente dalle agenzie? LINK
2 – Come è noto, due dei 4 aerei dirottati hanno compiuto manovre altamente spettacolari, ritenute estremamente difficili, se non impossibili del tutto, da piloti professionisti con esperienza trentennale. Perchè nessun giornalista di Repubblica ha sollevato obiezioni, quando le autorità americane ci hanno raccontato che gli aerei sono stati dirottati da 4 persone che non avevano mai guidato prima un jet nella loro vita? LINK 1, LINK 2
3 – Perchè nessun giornalista di Repubblica si è domandato come possa un edificio di qualunque tipo crollare su se stesso, … … partendo dalle zone alte, ad una velocità simile a quella di un corpo in caduta libera? (Esistono precise leggi della fisica, che impongono un accumulo progressivo di ritardo – rispetto alla caduta libera – man mano che ciascun piano si abbatte su quello inferiore). LINK
4 – Perchè nessun giornalista di Repubblica si è domandato come possano 5.000 tonnellate di cemento polverizzarsi in nuvole di polvere finissima, con particelle dello spessore di pochi micron al massimo, grazie alla sola forza di gravità? (La forza cinetica sviluppata dalla semplice caduta non è assolutamente sufficiente a compiere quel tipo di lavoro, tant’è vero che quando un edificio crolla da solo rimane spezzato in grossi blocchi ben riconoscibili). LINK
5 – Perchè nessun giornalista di Repubblica si è domandato che cosa abbia generato le pozze di metallo fuso trovate alla base delle tre torri crollate, che registravano temperature di circa 800° centigradi a ben sei settimane dai crolli?
6 – Perchè i giornalisti di Repubblica non hanno sollevato obiezioni, di fronte alla notizia che il WTC7 sarebbe crollato per un cedimento strutturale, quando esistono filmati, diffusi dalla CNN, in cui si sentono chiaramente i poliziotti dire “Allontanatevi, perchè l’edificio sta per saltare in aria”? “Move it back, the building is about to blow up” LINK (al minuto 4:40 del filmato).
7 - Perchè nessun giornalista di Repubblica si è domandato come sia stato possibile identificare i resti di tutti i passeggeri del volo AA77, quando l’aereo su cui viaggiavano si è letteralmente disintegrato nell’impatto contro il Pentagono?
8 - Perchè nessun giornalista di Repubblica si è domandato come abbia fatto un Boeing da 100 tonnellate (UA 93) a scomparire in una buca di qualche metro al massimo?
9 - Visto che il volo UA93 è caduto a terra integro e non è esploso in volo, perchè nessun giornalista di Repubblica si è domandato come sia stato possibile ritrovarne alcuni frammenti e rottami a 14 chilometri di distanza?
10 - Perchè nessun giornalista di Repubblica si è domandato come sia stato possibile identificare i resti di tutti i passeggeri di UA93, quando l’aereo su cui viaggiavano si è letteralmente disintegrato al suolo?
In sintesi, perchè La Repubblica ci ha raccontato tutte queste cose, dandole per vere, senza nemmeno preoccuparsi di verificarle? Da questa "verità", avallata da Repubblica con estrema disinvoltura, sono poi dipese guerre nelle quali è stato ucciso oltre un milione di civili.

Yucca Mountain, le scorie nucleari sotto al tappeto


Marco Cedolin
Pubblicato su Terranauta
Il problema dello stoccaggio e della messa in sicurezza delle scorie nucleari appare tanto insormontabile quanto lontano da una possibile soluzione anche in virtù del fatto che in tutto il mondo i rifiuti radioattivi continuano ad accumularsi in maniera sempre più cospicua anno dopo anno. Basti pensare che gli Stati Uniti producono annualmente 2300 tonnellate di rifiuti radioattivi e nella sola Francia si produce una quantità annua di nuove scorie pari a tutte quelle presenti in Italia.
Il solo smantellamento di una centrale nucleare alla fine della sua vita operativa produce una quantità di scorie di quasi tre volte superiore a quella prodotta durante i 40 anni della sua attività.

Attualmente si è tentato di “neutralizzare” solamente le scorie meno pericolose, la cui radioattività rimane tale per periodi relativamente brevi nell’ordine dei 300 anni.
Nella maggior parte dei casi le scorie sono state stoccate all’intermo di depositi di superficie, costituiti da trincee, tumuli, silos e sarcofaghi di calcestruzzo, più raramente si sono utilizzate alla bisogna cavità sotterranee e depositi geologici profondi.

Per mettere in sicurezza le scorie nucleari ad alta radioattività, minori quantitativamente ma enormemente più pericolose, in quanto fonti di radiazioni per periodi lunghissimi di tempo che arrivano ai 250.000 anni, fino ad oggi non è stato fatto assolutamente nulla, in quanto tutto il gotha della tecnologia mondiale ha dimostrato di non avere assolutamente né i mezzi né tanto meno le conoscenze tecnico/scientifiche per affrontare un problema che travalica di gran lunga le capacità operative degli esseri umani.

Solamente gli Stati Uniti, dove la situazione legata ai rifiuti radioattivi è particolarmente grave in virtù delle oltre 100 centrali nucleari e del pesante contributo dato a questo tipo d’inquinamento dall’industria degli armamenti, hanno deciso di procedere alla costruzione di un sito di stoccaggio definitivo per le scorie nucleari ad alta radioattività, ma tale scelta si sta rivelando estremamente complessa e scarsamente risolutiva.
Il Dipartimento dell’energia statunitense, per tentare di risolvere il problema delle scorie nucleari, consistente in circa 37 milioni di metri cubi di materiali radioattivi che giacciono stipati in depositi di fortuna sparsi nel paese, impiegherà dai 70 ai 100 anni, spendendo dai 200 ai 1000 miliardi di dollari. Il suo programma prevede di decontaminare le 10 principali aree inquinate del paese e di raccogliere il materiale radioattivo più pericoloso, disperso in svariati siti, per poi trasportarlo in un grande deposito sotterraneo adatto ad una sistemazione definitiva.
Il progetto dovrà superare difficoltà quanto mai ostiche, quali la decontaminazione di aree vastissime (grandi quasi quanto la Valle D’Aosta) trovare un sistema di trasporto sicuro che consenta di trasferire per migliaia di chilometri le scorie più pericolose e individuare una sistemazione che possa restare sicura per molte decine di migliaia di anni.

Il monte Yucca che sorge nel Nevada meridionale circa 160 km. a nord ovest di Las Vegas, in una zona collocata all’interno della famigerata Area 51, notoriamente sede di test nucleari superficiali e sotterranei, nonché oggetto di voci concernenti un’ipotetica presenza extraterrestre, è stato scelto come sito di quella che può essere definita senza tema di smentita come la “grande opera” più costosa e complessa che mai sia stata progettata.
Solo per gli studi preliminari del terreno e il progetto sono stati spesi circa 8 miliardi di dollari e per la costruzione del deposito è previsto un esborso che supererà i 60 miliardi di dollari.
Il progetto colossale prevede lo scavo di una rete di tunnel sotterranei a spina di pesce della lunghezza di 80 km che correranno sotto la montagna alla profondità di 300 metri.
L’interno dei tunnel sarà composto da un materiale di acciaio inossidabile denominato “lega 22” protetto da un ombrello di titanio volto a costituire uno scudo antisgocciolamento che impedisca all’acqua d’infiltrarsi attraverso la volta delle gallerie. Dentro la montagna dovranno essere stivate 77.000 tonnellate di scorie radioattive che sono attualmente dislocate in 131 depositi distribuiti all’interno di ben 39 stati.
Per effettuare il trasporto saranno utilizzati 4600 fra treni ed autocarri che dovranno coprire centinaia di migliaia di chilometri attraversando 44 stati con a bordo materiale pericolosissimo. Le scorie nucleari verranno poi immagazzinate all’interno di 12.000 sfere container simili ai cassoni serbatoio dei camion cisterna. I container saranno a questo punto sigillati singolarmente ed allineati nelle viscere della montagna all’interno dei tunnel come fossero le perle di una collana.

Nelle intenzioni dei progettisti, dopo la conclusione dei lavori di scavo e preparazione del sito, prevista inizialmente per il 2010 ma già slittata al 2017, il deposito dovrebbe rimanere in attività per qualche decina di anni per poi essere chiuso permanentemente una volta completato il suo riempimento. Dopo la chiusura il deposito di Yucca Mountain dovrebbe impedire la migrazione delle scorie nell’ambiente in quantità significativa per un periodo di 10.000 anni.

Il progetto Yucca Mountain oltre ad essere stato avversato fin dall’inizio dalla popolazione del Nevada, il 70% della quale è contraria all’opera, e dalle autorità locali, ha destato grandi critiche e perplessità anche all’interno della comunità scientifica.
Da parte di molti esperti è stata messa fortemente in dubbio l’opportunità di seppellire le scorie nucleari in maniera definitiva ed irreversibile con l’ausilio di una tecnologia come quella odierna scarsamente evoluta in materia e pertanto largamente soggetta ad errori di valutazione e di scelta, tanto dei materiali da impiegare quanto dei processi tecnologici da mettere in atto.

Altrettante perplessità riguardano il lasso temporale di 10.000 anni durante il quale le scorie nucleari dovrebbero rimanere in condizione di sicurezza nelle viscere del monte Yucca. La National Academy of Sciences e il National Research Council ritengono questa grandezza temporale del tutto insufficiente perché si possa parlare di “messa in sicurezza” di materiale radioattivo che rimarrà tale per centinaia di migliaia di anni. Proprio in virtù di queste osservazioni, la Corte d’Appello Federale ha recentemente stabilito che un sito destinato al seppellimento delle scorie nucleari deve dimostrare di potere accogliere in sicurezza le stesse per almeno 300.000 anni, fino al decadimento della loro radioattività.

Il deposito di Yucca Mountain oltre a non essere in grado di rispondere a questa necessità, pone anche una serie d’interrogativi correlati alla sua reale capacità di preservare il materiale radioattivo in sicurezza per 10.000 anni come previsto nel progetto. Recenti studi hanno infatti dimostrato come anche il modesto grado di umidità della zona (19 cm annui di pioggia) sia in grado di corrodere i contenitori delle scorie nel corso di un periodo temporalmente così significativo, con il risultato di trasportare la radioattività attraverso i sistemi irrigui ed i pozzi di acqua potabile della regione, bombardando in questa maniera ignare generazioni d’individui con rilevanti dosi di radioattività.
Un altro problema è determinato dal calore connaturato nei rifiuti nucleari stipati all’interno di una montagna in mancanza di sistemi di raffreddamento. Tale calore determinerà la formazione di vapore acqueo in grado di corrodere i contenitori o frantumare la roccia circostante, con gravi conseguenze per la sicurezza.
Nel corso del decadimento radioattivo le particelle altamente energetiche potrebbero inoltre interagire con i materiali circostanti, frantumandoli o provocando l’emissione d’idrogeno, innescando in questo modo la possibilità di esplosioni ed incendi.

Altri studi mettono seriamente in dubbio i dati che sanciscono la scarsa sismicità della zona in cui sorge il monte Yucca ed identificano in 1.400.000 le persone che vivendo in prossimità dell’area interessata dal progetto, risulterebbero nel corso del tempo a rischio di contaminazione. Il fatto che la stessa città di Las Vegas si trovi all’interno di un raggio di circa 150 km. dal futuro deposito, crea fondati motivi di allarme nel caso di eventuali fuoriuscite radioattive.
Il trasporto al deposito di Yucca Mountain delle scorie sparse in ogni angolo del paese rappresenta inoltre uno degli aspetti più complessi dell’intero progetto. Non esistono al momento stime attendibili concernenti gli enormi costi di una simile operazione, così come non è ancora stato determinato il reale grado di rischio che la movimentazione comporterà per le popolazioni residenti nei territori attraversati dal trasporto. Si tratterà in ogni caso della più grande operazione logistica mai sperimentata prima dall’uomo, avente come oggetto materiale altamente pericoloso. Qualunque situazione di pericolo connessa ad eventuali incidenti, attentati terroristici, guasti dei mezzi preposti ad effettuare il trasporto, rischierebbe di creare una tragedia senza paragoni.
Come corollario a tutta questa lunga sequela di dubbi e problematiche che sta dividendo il mondo scientifico e politico americano, nella primavera del 2005 il Dipartimento dell’Energia statunitense ha denunciato forti sospetti concernenti una serie di gravi omissioni ed irregolarità compiute dai tecnici del servizio geologico, al fine di costruire in maniera fraudolenta elementi che confermassero la sicurezza del sito di Yucca Mountain. Tali sospetti ingenerati dal contenuto di alcune mail intercettate, hanno contribuito a creare nuove perplessità sulla reale affidabilità di un progetto che è già costato circa 8 miliardi di dollari, senza riuscire a proporsi con una qualche credibilità come risolutivo di un problema come quello delle scorie nucleari che ogni giorno che passa appare sempre più un rebus senza soluzione.