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giovedì 30 ottobre 2008

Sette in condotta



Marco Cedolin

Giornali e telegiornali stanno dando in queste ore il massimo risalto alla notizia che il fronte degli studenti impegnati a protestare contro il decreto Gelmini si sarebbe spaccato, dando origine a violenti scontri fra giovani di destra e di sinistra che non avrebbero resistito alla tentazione di anteporre le proprie rivalità all’interesse unitario della protesta. La cronaca delle varie testate giornalistiche lascia intendere che la responsabilità degli eventi sia da addebitarsi ora all’una ora all’altra parte politica, ma ciò che più conta è che tutto il circo dell’informazione stia puntando il dito in direzione delle divisioni nel movimento studentesco che confermerebbero come in fondo non sia cambiato nulla che i giovani continuino a dimostrarsi totalmente incapaci di condurre la protesta in maniera unitaria.

Alla luce di quanto è accaduto nella giornata di ieri e dell’enfasi con la quale i media hanno rappresentato sotto forma di scontri fra studenti delle opposte fazioni, quella che in realtà è sembrata essere stata una vera e propria aggressione tanto organizzata quanto strumentale nei confronti dell’intero corteo studentesco composto da giovani di ogni colore, sono doppiamente soddisfatto delle mie parole con le quali in un articolo di un paio di giorni fa rendevo merito al nascente movimento studentesco di avere impartito una vera “lezione” consistente nell’avere intrapreso una strada che riuscisse a fare prevalere l’unità d’intenti rispetto alle differenze.
Una strada particolarmente sgradita a tutti coloro che da tempo immemorabile continuano a strumentalizzare i giovani ed i movimenti educandoli a quella strategia della tensione che risulta essere funzionale al mantenimento delle proprie posizioni di potere.

La possibilità che in questo Paese inizino a crescere i movimenti politici e di opinione che proprio facendo tesoro della trasversalità politica riescano a risultare più incisivi e partecipati spaventa da morire chi continua a gestire il potere ed ha fatto del "dividi et impera" la propria parola d'ordine.
Spaventa perché maggiore partecipazione significa contestazioni più dure ed articolate. Spaventa perchè all'interno della trasversalità è presente in nuce il "germe" di una nuova sensibilità che potrebbe scalzare la dicotomia "destra" - "sinistra" all’interno della quale intere generazioni di faccendieri politici hanno costruito le proprie fortune. Spaventa perché se i giovani di destra e di sinistra smettessero di bastonarsi a vicenda e iniziassero a guardare alla realtà che li circonda verrebbe meno il controllo delle segreterie di partito. Spaventa perché movimenti trasversali ed organizzati potrebbero saldare alla protesta contro il decreto Gelmini altri temi altrettanto pregnanti e sentiti nel Paese, come la lotta contro il precariato, contro le grandi opere, contro le basi di guerra americane, contro la globalizzazione ed il neoliberismo dei banchieri.

E allora per scacciare la paura e “normalizzare” gli studenti che a questo punto non servono più a nessuno, dal momento che Berlusconi può ormai vantarsi di avere “sistemato” anche la scuola dopo la munnezza di Napoli e gli alleati Veltroni e Di Pietro si apprestano a diventare gli unici depositari della contestazione attraverso un ridicolo referendum, non resta altro da fare che seguire, magari non proprio alla lettera, gli insegnamenti portati qualche giorno fa da Francesco Cossiga che candidamente suggeriva:
''Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero ministro dell'Interno. In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perche' pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito...''. ''Lasciar fare gli universitari. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle universita', infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le citta'''. ''Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovra' sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri'', nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pieta' e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano''. ''Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine si'.

Il sette in condotta lo merita una classe politica imbolsita e corrotta, sempre uguale a sé stessa anche nella sua reazione di fronte a qualsiasi novità.
Gli studenti? In TV e sulle pagine dei giornali stanno diventando i “soliti violenti”, facinorosi, fascisti e comunisti che spaccano tutto, invasati che cercano ogni pretesto per picchiarsi fra loro, come nel 68, come nel 77, come nel 2008, a meno che gli italiani un giorno di questi decidano che è giunto il momento di dire basta al metodo Cossiga.

martedì 28 ottobre 2008

La lezione degli studenti

Marco Cedolin

Un elemento fra tutti quelli che stanno emergendo dalla contestazione degli studenti contro il decreto Gelmini ritengo meriti di diventare oggetto di riflessione più di qualunque altro.
Gli studenti “di sinistra” e “di destra” che protestano, spesso lo stanno facendo fianco a fianco e ieri migliaia di liceali romani di differente posizione politica hanno sfilato insieme fino al Senato.
Posti di fronte alla martellante propaganda di Veltroni e Berlusconi, mirata ad esacerbare le divisioni e l’odio, nella speranza di ricreare un clima da anni 70 all’interno del quale qualunque contestazione possa venire annegata semplicemente radicalizzando le differenze, la maggior parte degli studenti hanno fino ad oggi dato prova di grande maturità.

Così come accaduto negli ultimi anni nell’ambito dei movimenti che si battono contro le grandi opere e le basi militari americane (NO TAV e NO Dal Molin su tutti) anche nel nascente movimento studentesco, l’Onda, lo spirito della trasversalità politica sembra manifestarsi come il vero valore aggiunto, in quanto collante di diverse sensibilità unite nel portare avanti battaglie comuni, anziché radicalizzate nelle loro differenze, così come vorrebbe l’intera classe politica italiana che da tempo immemorabile “lavora” per portare al fallimento qualsiasi protesta che potenzialmente possa rivelarsi foriera di una qualche novità.

La speranza è che “la lezione degli studenti” sia prodromica all'evoluzione di un nuovo tipo di sensibilità, refrattaria ad essere irreggimentata e assolutamente non disposta a lasciarsi rinchiudere all’interno di etichette anacronistiche come “destra” e “sinistra”, completamente inadeguate per chiunque aspiri a leggere correttamente la realtà attuale. Un nuovo tipo di sensibilità che ha già iniziato a farsi spazio all’interno del nostro disgraziato paese, sia politicamente, penso a movimenti come “Per il Bene Comune” di Stefano Montanari, “Movimento Zero” di Massimo Fini e il “Movimento per la Decrescita felice” di Maurizio Pallante. Sia a livello d’informazione dove, soprattutto sul web, non mancano certo gli spazi già liberati dalla dicotomia destra/sinistra, penso a Luogocomune, a Comedonchisciotte, alla splendida rassegna stampa di Arianna editrice, ai blog degli amici Gambescia e Bertani, a molte altre realtà che certo mi perdoneranno per non averle menzionate singolarmente.

sabato 25 ottobre 2008

Circo Massimo: poche luci e tanta ombra

Marco Cedolin

Sarebbe facile liquidare la grande manifestazione del PD al Circo Massimo, semplicemente ironizzando sul fatto che questa adunata dell’opposizione ombra, con il suo corredo di viaggi a Roma pagati dall’organizzazione e migliaia di bandierine ancora inamidate distribuite gratuitamente, somiglia drammaticamente a quella del dicembre 2006 organizzata da Berlusconi, stessa demagogia distribuita a piene mani, stessa ricerca della partecipazione oceanica (siamo 2 milioni), stessa ostentazione di una “diversità” assolutamente inesistente fra due forze politiche che da 15 anni si specchiano l’una nell’altra alternandosi nella spartizione delle poltrone che contano.

Ascoltando le parole di Walter Veltroni, leggendo gli slogan che adornano i manifesti coniati dal PD per l’occasione e gli striscioni srotolati dai manifestanti, non si tarda però molto a rendersi conto di come la commedia dell’assurdo messa in scena al Circo Massimo meriti qualche riflessione in più in virtù della veemenza con la quale Veltroni rivendica il diritto ad “uscire dall’ombra” per diventare opposizione, non soltanto di Berlusconi ma anche e soprattutto del suo stesso partito.

Dice Veltroni fra le tante cose: “Tornano indietro gli artigiani, gli operai. C’è stato un tempo in cui la fatica, i sacrifici e il talento, la specializzazione, davano dignità al lavoro e permettevano anche di metter su un laboratorio in proprio, e poi magari una piccola fabbrica. L’ascensore
sociale funzionava, le condizioni di vita miglioravano. E comunque c’era la speranza
che questo potesse accadere”.
E poi ancora “Oggi come vive un operaio che fatica tutto il giorno, e che troppo spesso in questo
Paese sul lavoro rischia la vita, per 1.200 euro al mese? Che speranza può avere di
poter star meglio, se deve invece preoccuparsi di essere messo in cassa integrazione,
di arrivare in fabbrica una mattina e di leggere nella bacheca di servizio che fra sei
mesi si chiude perché la produzione si ferma? Tornano indietro le aziende, rischiano di tornare indietro i piccoli e medi imprenditori. Quelli che sanno mettere a punto nuove tecniche e creare nuovi prodotti, e che così hanno fatto crescere il Paese”.
E ancora “Su un muro di Milano qualcuno ha scritto: non c’è più il futuro di una volta. E’ la
cosa più grave. Ieri a vent’anni e a trenta si raccoglievano i frutti dello studio o già si
lavorava, e comunque si pensava al domani convinti che sarebbe stato migliore
rispetto alla vita vissuta dai propri genitori. Oggi i giovani italiani sono prigionieri della gabbia del precariato. Sono storie umilianti, e sono tantissime. La risposta ad un annuncio su Internet e l’invio di un curriculum, le cuffie in testa e il microfono per rispondere alle telefonate, i 1.200 euro lordi promessi dai selezionatori che diventano 800 e cioè 640 netti considerando i
giorni effettivi di lavoro. Quattro euro l’ora. Una vita precaria e i sogni mortificati per quattro euro l’ora. Ma si accetta, perché con il contratto a scadenza si è sotto ricatto. E si accetta”.
Per concludere “la nostra è una delle società più diseguali dell’Occidente, siamo uno dei paesi nei quali la forbice tra chi ha tanto e chi ha poco o niente si è fatta più larga”.
Poi cambiando argomento e parlando di ambiente “Davvero non si capisce perché se la Germania è riuscita a creare, nel comparto delle fonti rinnovabili, duecentomila posti di lavoro negli ultimi dieci anni, da noi non possa avvenire qualcosa di simile. O perché non sia possibile seguire l’esempio della California, che puntando sull’efficienza energetica ne ha creati un milione e mezzo”.

Leggiamo sui manifesti e sugli striscioni: “ Stipendi e pensioni così non va” “Ospedali più efficienza meno liste d’attesa” “Ricercatori universitari no ai talenti svenduti” “Chi nega il futuro ai precari nega il futuro al paese” e poi ancora “NO Dal Molin si alla democrazia” “più trasporto pubblico più risparmio per le famiglie” “Italiani Sveglia!!” “ Istruzione = -7,8 miliardi, 131 cacciabombardieri F35 = 11 miliardi, più chiaro che così” “Editoria libertà e pluralismo” “Meno inquinare più riciclare per un’Italia da salvare”.

Tutti pensieri e slogan, in larga parte condivisibili, che meriterebbero la massima dignità qualora a pronunciarli fosse il leader di un partito che fa opposizione in parlamento e nelle amministrazioni locali insieme ai suoi sostenitori che portano nel Paese quella stessa opposizione. Tutti pensieri e slogan che lascerebbero intuire come il PD sia una forza politica che aspira a contrapporsi all’imperante modello neoliberista che costruisce precarietà, annienta la dignità dei lavoratori, impoverisce le famiglie e distrugge l’integrità dell’ambiente.
Ma Veltroni e il suo partito (integrazione di due partiti esistenti da molti anni come DS e Margherita) cosa hanno fatto fino ad oggi e cosa stanno facendo attualmente che li ponga in sintonia con le frasi e gli slogan che hanno composto la coreografia del Circo Massimo?
Nulla, assolutamente nulla, in quanto sono sempre stati e continuano a rimanere supinamente appiattiti su quel modello neoliberista che in maniera abbastanza ridicola oggi fingono di contestare.

Veltroni e la consorteria politica che lo contorna non arrivano da decenni di opposizione, magari extraparlamentare, ma sono stati al governo fino a sei mesi fa e governano ancora attualmente la maggior parte delle regioni del Centro- Nord Italia insieme ad un cospicuo numero di province e comuni. Durante gli ultimi 2 anni di governo gli uomini del PD non hanno varato una riforma del mondo del lavoro che contribuisse ad eliminare la precarietà, continuando al contrario ad immolare i diritti dei lavoratori sull’altare della “competitività” dispensando crescenti regalie agli amici di Confindustria. Non hanno varato una riforma dell’istruzione finalizzata ad impedire la fuga dei cervelli, limitandosi a lasciare che la perversa riforma Moratti continuasse a fare il suo corso. Non hanno riformato la sanità nel tentativo di rendere più efficienti gli ospedali e più brevi le liste di attesa, ma si sono limitati a tagliare i finanziamenti per la spesa sanitaria. Non hanno “aiutato” le famiglie ad arrivare alla fine del mese ma hanno preferito aumentare le spese militari e destinare 11 miliardi di euro all’acquisto di 131 cacciabombardieri F35. Non si sono battuti per la libertà ed il pluralismo dell’editoria ma hanno tentato a più riprese d’imbavagliare l’informazione. Non si sono contrapposti alla nuova base militare americana Dal Molin di Vicenza, ma al contrario ne hanno deciso la costruzione. Non hanno seguito l’esempio della California o della Germania, preoccupandosi invece di mettere in cantiere decine di forni inceneritori e centrali a carbone e turbogas, annientando anche in prospettiva la raccolta differenziata e ripristinando perfino (pochi giorni prima di lasciare il governo) quei contributi cip6 per gli inceneritori che di fatto riducono al lumicino i finanziamenti per le fonti energetiche rinnovabili. Non hanno finanziato il trasporto pubblico per le famiglie, abbandonando il servizio ferroviario per i pendolari ad un triste destino da terzo mondo, preferendo invece investire decine di miliardi di euro pubblici nella costruzione delle tratte TAV.

Sicuramente quella del Circo Massimo, al di là delle bandierine inamidate è stata una bella manifestazione, ricca d’idee, di calore e di argomenti pregnanti, ma con tutto ciò il PD di Veltroni cosa ha a che fare?

venerdì 24 ottobre 2008

L'ecologia fa bene all'occupazione

Marco Cedolin

Fra le molte motivazioni che dimostrano quanto sia anacronistica e priva di qualsiasi valenza oggettiva la battaglia fin qui condotta in sede europea dal governo e da Confindustria contro il nuovo piano UE che intende limitare le emissioni inquinanti nel prossimo decennio, una più di ogni altra dovrebbe indurre alla riflessione l’incartapecorita classe dirigente italiana.
Lo spunto non proviene da qualche avanguardia di pensatori ecologisti e neppure dalla folta schiera di coloro che si stanno avvicinando alla filosofia della decrescita, bensì da uno studio realizzato dall’Università di Berkley, concernente gli effetti sull’economia delle politiche di efficienza energetica intraprese dalla California all'indomani dello shock petrolifero del 1977. Effetti che sono stati valutati dagli studiosi americani unicamente nell’ottica del modello di sviluppo basato sulla crescita economica tanto caro a Berlusconi e agli industriali italiani.

David Roland-Holst, economista del Center for Energy, Resources and Economic Sustainability del prestigioso ateneo californiano ha messo in luce come nel corso dell’ultimo trentennio l’introduzione in California di altissimi standard di efficienza energetica sia per quanto concerne gli edifici, sia nell’ambito degli elettrodomestici, abbia determinato la creazione di un vero e proprio circolo virtuoso che oltre a determinare un miglioramento dello stato di salute dell’ambiente ha comportato la creazione di un milione e mezzo di nuovi posti di lavoro a fronte dei 25mila persi.
Il notevole risparmio energetico, grazie al quale la California consuma oggi la stessa quantità di energia che bruciava 30 anni fa, mentre nel resto degli Stati Uniti nello stesso lasso di tempo i consumi sono raddoppiati, ha evitato la costruzione di 24 nuove centrali elettriche di media potenza, lasciando nelle tasche dei cittadini una gran quantità di dollari sottratti al pagamento delle bollette dell’energia.
Lo spostamento di grandi risorse da un settore a bassissima incidenza d’occupazione come quello dei prodotti petroliferi, ad altri settori come l’alimentare, le manifatture ed i servizi che comportano un elevato numero di occupati si è rivelata una molla in grado di sollevare l’economia californiana che a fronte di "perdite" per 1,6 miliardi di dollari nel settore energetico, nel corso del trentennio preso in esame, ha visto crescere il volume d'affari complessivo di ben 44,6 miliardi di dollari.

Non resta che domandarsi quando l’imbolsita classe politica del nostro Paese abbandonerà il convincimento perverso secondo cui l’ambiente sarebbe il peggiore nemico dell’economia e anziché continuare a sovvenzionare a fondo perduto la FIAT e gli altri “baroni” del parassitismo imprenditoriale italiano con rottamazioni e regalie assortite, inizierà a destinare il denaro pubblico alla costruzione di qualcosa di utile per la collettività.
Anziché recarsi a Bruxelles a contestare gli alti costi del nuovo pacchetto ambientale, rendendosi ridicolo di fronte a tutto il resto d’Europa, chi governa il Paese dovrebbe mettere in atto grandi investimenti finalizzati alla ristrutturazione in chiave di efficienza energetica del patrimonio immobiliare italiano, al miglioramento del sistema di distribuzione dell’energia e all’autoproduzione energetica locale, compiendo in questo modo il primo passo indispensabile per liberare una cospicua parte delle risorse che oggi vengono bruciate nell’acquisto di petrolio e gas, contribuendo a migliorare tanto lo stato dell’ambiente quanto quello dell’economia, generando nuova occupazione e diminuendo la nostra dipendenza dai combustibili fossili.

mercoledì 22 ottobre 2008

Le Otto R di Serge Latouche

Marco Cedolin

Recensione di "Breve trattato sulla decrescita serena" - Serge Latouche - Bollati Boringhieri 2008.

Tratto dal Consapevole n°16

Serge Latouche, nel suo ultimo lavoro, Breve trattato sulla decrescita serena, riesce ad offrire una sintesi quanto mai esaustiva del pensiero della decrescita, collocandolo in un’ottica di concretezza mai sperimentata prima dall’autore.
La decrescita si affranca così dallo status di filosofia astratta e per molti versi eccentrica, per diventare nelle parole di Latouche “un’utopia concreta che tenta di esplorare le possibilità oggettive della sua realizzazione”. L’autore sintetizza gli sforzi necessari per trasformare la nostra società sviluppista, ormai in fase di disfacimento sotto il peso del proprio fallimento, in una società della decrescita serena, articolandoli “in otto cambiamenti interdipendenti che si rafforzano reciprocamente, costituiti da otto R: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare”.

Rivalutare significa colmare il vuoto di valori oggi dominante, recuperando tutta una serie di valori: “amore della verità, senso della giustizia, responsabilità, rispetto della democrazia, elogio della differenza, dovere di solidarietà, uso dell’intelligenza” che sono indispensabili per creare un differente immaginario collettivo, all’interno del quale sarà necessario Riconcettualizzare e Ristrutturare tanto gli apparati produttivi quanto i rapporti sociali, nell’ottica di Ridistribuire le ricchezze e l’accesso al patrimonio naturale, sia fra il Nord e il Sud del mondo sia all’interno di ciascuna società.
Rilocalizzare nelle parole di Latouche significa “produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione, in imprese locali finanziate dal risparmio collettivo raccolto localmente”. La sostituzione del globale con il locale rappresenta infatti il fulcro di qualsiasi progetto di decrescita, come Latouche ben sintetizza affermando che “Se le idee devono ignorare le frontiere, al contrario i movimenti di merci e capitali devono essere limitati all’indispensabile” ed aggiungendo che la rilocalizzazione non deve essere soltanto economica ma “anche la politica, la cultura, il senso della vita devono trovare un ancoraggio territoriale”.
Ridurre gli impatti sulla biosfera dei nostri modi di produrre e di consumare e Riutilizzare e Riciclare i rifiuti del consumo, combattendo l’obsolescenza programmata dei prodotti, completano poi la serie dei cambiamenti proposti nel testo.

Latouche non si ferma qui ma arriva a tratteggiare un vero e proprio “programma politico” tanto pregno di fascino quanto di concretezza, ben comprendendo che qualunque proposito di decrescita serena potrà trovare attuazione solamente nell’ottica di una volontà politica che intenda procedere in questo senso. Estremamente interessante all’interno di questo programma il punto in cui si propone di “trasformare gli aumenti di produttività in riduzione del tempo di lavoro e in creazione di posti di lavoro” e quello in cui in contrapposizione alla produzione di merci si stimola la produzione di “beni relazionali come l’amicizia e la conoscenza, il cui consumo non diminuisce le scorte esistenti ma le aumenta”.

A corollario di un testo molto ricco di spunti, Latouche propone anche alcune riflessioni aventi per oggetto le possibilità d’interazione fra il pensiero della decrescita e la società capitalista, risponde a chi si domanda se la decrescita sia di destra o di sinistra affermando “il programma che noi proponiamo è in primo luogo un programma di buon senso, altrettanto poco condiviso sia a destra che a sinistra” e rifiuta l’idea della creazione di un vero e proprio partito politico della decrescita che rischierebbe di cristallizzare lo spirito del movimento.



martedì 21 ottobre 2008

Rottamazione: tocca ad auto ed elettrodomestici

Marco Cedolin

Al ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola non fa certo difetto il senso dell’umorismo, se ieri è riuscito a tratteggiare le linee guida del nuovo (nuovo?) piano del Governo per evitare che la crisi finanziaria globale colpisca le imprese italiane, ostentando la massima serietà, quasi credesse veramente a quello che stava dicendo.
Incentivi economici alla rottamazione delle auto e degli elettrodomestici, finanziati attraverso il denaro dei contribuenti, rappresenteranno secondo le parole di Scajola la parte più significativa delle “nuove” misure volte a sostenere lo sviluppo industriale nel nostro Paese.

Come non invidiare l’aplomb di Scajola che è riuscito a presentare, senza ridere, la “rottamazione” come il nuovo che avanza, in un Paese quale l’Italia, dove da oltre un decennio proprio sulla rottamazione si sono costruite le fortune politiche tanto del centro - destra quanto del centro – sinistra.

Prodi, D’Alema, Berlusconi, poi di nuovo Prodi e infine di nuovo Berlusconi, negli ultimi anni hanno rottamato di tutto: la cultura, la giustizia, i televisori, l’ambiente, i frigoriferi, il potere di acquisto dei salari, le auto, i lavoratori, i motorini, il buonsenso, le pensioni, i risparmi, la scuola, la sanità, perfino la speranza. E lo hanno fatto per sostenere i grandi potentati industriali e finanziari ai quali saranno destinati anche i “nuovi” incentivi che Scajola prospetta di mettere in campo per fare “ripartire” l’Italia, dimenticando che nel frattempo anch’essa è stata rottamata insieme alle auto euro 0, ai frigoriferi e alle TV con il tubo catodico.

lunedì 20 ottobre 2008

I rifiuti nei polmoni

Marco Cedolin

A Torino il nuovo megainceneritore del Gerbido sorgerà al confine del territorio comunale di Grugliasco, a meno di 2 km dall’Ospedale San Luigi di Orbassano specializzato in pneumologia, in una zona già oggi pesantemente inquinata a causa del traffico e degli insediamenti industriali.
L’impianto sarà in grado d’incenerire 421.000 tonnellate di rifiuti/anno ma la capacità massima arriverà a 579.000 tonnellate/anno.
Nelle intenzioni dei progettisti il nuovo megainceneritore del Gerbido dovrà essere il precursore di una nuova filosofia in grado di reinterpretare il ruolo delle strutture deputate all’incenerimento in chiave di attrazione turistica.
Nell’intento di perseguire la sua vocazione “turistica” l’inceneritore, il cui costo previsto è di 311 milioni di euro, avrà peculiarità architettoniche fuori dall’ordinario, nonché la “firma” dei disegnatori del centro Stile Bertone. Il visitatore si muoverà fra ampie vetrate, pareti dalle linee verticali, colori chiari alternati con l’arancione ed il giallo che compongono il logo della TRM, la società pubblica che gestirà l’impianto. Il camino di emissione sarà alto 120 metri e sulla sua sommità sarà collocata una torre di osservazione dalla quale oltre la cortina fumogena i turisti saliti fino lì attraverso un ascensore panoramico trasparente potranno ammirare la città ed il panorama circostante. Per rendere maggiormente fascinosa l’ambientazione il camino sarà inoltre avvolto in una superficie di vetro sulla quale scorrerà un velo d’acqua suddiviso in due rami che scenderanno a cascata fino ad un laghetto squadrato realizzato ai piedi dell’edificio. A suggellare lo spirito della struttura collocato a metà fra tecnologia e parco dei divertimenti ci sarà anche un “giardino d’inverno” situato nella palazzina degli uffici e visibile dall’esterno attraverso l’ampia vetrata.

In realtà il megainceneritore del Gerbido svestiti i panni d’improbabile attrazione turistica non sarà in grado d’interpretare nulla e si limiterà ad emettere fumi velenosi come fanno da tempo tutti gli altri impianti d’incenerimento dei rifiuti. Dissiperà oltre un milione di metri cubi d’acqua l’anno destinati al suo sistema di raffreddamento, praticherà l’eutanasia del sistema di raccolta differenziata in città, necessitando di un’enorme quantità di rifiuti dall’alto potere calorifero che ne garantiscano il funzionamento, produrrà energia elettrica emettendo nell’atmosfera quantitativi di CO2 doppi rispetto ad una centrale a gas naturale di eguale potenza.Le reali conseguenze dell’impianto sull’ambiente e sulla salute degli abitanti che vivono nell’area soggetta alle emissioni saranno di notevole entità come ampiamente dimostrato dagli studi aventi per oggetto impianti assimilabili e dal fatto che TRM abbia già stanziato ben 30 milioni di euro per interventi di “compensazione ambientale” da mettere in atto nei comuni interessati dalla ricaduta dei fumi dell’inceneritore. Tali conseguenze probabilmente non verranno però mai rese note e neppure misurate, dal momento che le autorità si sono già premurate affinché nulla possa turbare il futuro del megainceneritore, facendo si, come spesso avviene in Italia che controllato e controllore siano in realtà un unico soggetto. La Trattamento Rifiuti Metropolitani (TRM) è infatti una società pubblica di proprietà dei comuni ed i soggetti che hanno definito la necessità di costruire l’impianto e lo hanno affidato a TRM sono gli stessi che conducono la procedura di compatibilità ambientale e che successivamente avranno specifici compiti di controllo e intervento sull’impianto stesso nel caso di malfunzionamenti o problemi.

I problemi connessi allo smaltimento dei rifiuti sono molteplici e di grande complessità ma non possono prescindere da una riflessione globale sull’argomento.
Il “peso” dei rifiuti nella nostra società grava per intero sulla schiena dei cittadini che ne pagano il costo sia in termini economici sia sotto forma di degenerazione dell’ambiente in cui vivono, con conseguenze negative per la loro salute. Di contralto molti speculatori senza scrupoli, sotto forma di società pubbliche e private che gestiscono discariche ed inceneritori, proprio grazie ai rifiuti stanno accumulando immense fortune. Occorre perciò prendere coscienza di come quello che per la maggior parte dei cittadini si manifesta sotto forma di un grave problema da risolvere, per altri rappresenta semplicemente una fonte di facile arricchimento personale da preservare il più a lungo possibile.
Qualunque approccio serio e ponderato al problema rifiuti non può perciò prescindere dalla consapevolezza dei termini dello stesso da parte dei cittadini e dalla necessità di affrancarsi da un modello di sviluppo come quello attuale, improntato al consumismo più sfrenato che ingenera per forza di cose un incremento altrettanto sfrenato dei materiali di scarto.
I rifiuti smaltiti nella maniera più efficiente e sicura sono quelli che non vengono prodotti ed è proprio nell’ottica di una drastica riduzione dei materiali di scarto che sarà necessario muoversi qualora si voglia affrontare il problema in maniera organica. Questo obiettivo può essere perseguito solamente intervenendo a monte, razionalizzando i consumi, imponendo alla produzione industriale contenitori e imballaggi riutilizzabili, favorendo la riparazione anziché l’eliminazione, privilegiando l’inserimento in commercio di prodotti riciclabili e dal potenziale scarsamente inquinante, ripensando l’intera produzione di beni di consumo in funzione del loro recupero e riutilizzo.
Solamente dopo avere reimpostato il problema in termini di riutilizzo e non di smaltimento sarà possibile affrontarlo in maniera costruttiva con l’ausilio di una raccolta differenziata seria ed efficiente e delle strutture tecnologicamente avanzate indispensabili per tradurre in pratica lo sforzo dei cittadini.

In Italia la produzione di rifiuti non è mai stata contrastata attivamente attraverso leggi che ne limitassero l’incremento ed è aumentata di oltre il 20% negli ultimi 10 anni, fino ad arrivare a 563 kg annui pro capite contro i 300 kg annui pro capite previsti dalla UE. Al tempo stesso la politica ed i grandi gruppi di potere si sono fino ad oggi preoccupati solamente di gestire la spartizione del business miliardario concernente le discariche e gli inceneritori. Negli ultimi anni si stanno moltiplicando in maniera esponenziale i progetti di megainceneritori faraonici che vengono presentati all’opinione pubblica sotto le mentite spoglie di mirabolanti prodotti dell’innovazione tecnologica in grado di coniugare uno smaltimento “pulito” dei rifiuti con la produzione di energia derivante dall’incenerimento degli stessi.
In realtà in quelli che vengono impropriamente definiti termovalorizzatori, di mirabolante e d’innovativo non c’è assolutamente nulla, mentre sono moltissime le controindicazioni connaturate nella pratica dell’incenerimento.
Nel rapporto dell’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE Italia) viene affermato categoricamente come l’incenerimento sia fra tutte le tecnologie di trattamento dei rifiuti in assoluto la meno rispettosa dell’ambiente e della salute. Questo poiché la combustione trasforma anche i rifiuti relativamente innocui quali imballaggi e scarti di cibo, in composti tossici e pericolosi sotto forma di emissioni gassose, polveri fini, ceneri volatili e ceneri residue. Inoltre come spiegato dettagliatamente nelle ricerche di Stefano Montanari, Direttore scientifico del Laboratorio di Nanodiagnostica di Modena, i megainceneritori di nuova generazione in virtù delle alte temperature alle quali trattano i rifiuti, oltre ad emettere diossina, furani, idrocarburi policlici, acidi inorganici, ossido di carbonio ed altre sostanze dalla ferale pericolosità, producono particolato costituito da nanoparticelle finissime (PM 2,5 ed inferiori) che sono altamente patogene e non vengono rilevate dagli strumenti di controllo né bloccate dai filtri degli impianti.
In realtà come fa notare lo stesso Montanari, incenerendo i rifiuti non li si elimina affatto, ma semplicemente li si trasforma in particelle tanto piccole da farle scomparire alla vista, la cui tossicità aumenta man mano che esse divengono più minute, particelle che sono destinate ad entrare nel nostro corpo attraverso l’aria che respiriamo e la catena alimentare.Da una tonnellata di rifiuti bruciata si ricava infatti una tonnellata di fumi, da 280 a 300 kg di ceneri solide da stoccare all’interno di discariche per rifiuti speciali, 30 kg di ceneri volanti (la cui tossicità è enorme) 650 kg di acqua sporca da depurare e 25 kg di gesso. Il che significa il doppio di quanto si è inteso smaltire, con l’aggravante di avere trasformato il tutto in un prodotto altamente patogenico.

sabato 18 ottobre 2008

Il vangelo dei banditi legalizzati dell'economia canaglia

Pubblichiamo un pungente articolo dell'amico Gasparello che introduce nuovi spunti di riflessione riguardo alla crisi economica e non solo.

Il vangelo dei banditi legalizzati dell'economia canaglia
Maurizio Gasparello
E l’On. Roberto Castelli (Lega Nord) disse: “gli imprenditori hanno il dovere individuale e sociale di fare profitti”. (da “AnnoZero” del 25 settembre 2008, per giustificare il sacco di Alitalia da parte di CAI, con il quale sono stati socializzati i debiti e le perdite della compagnia aerea a carico dei cittadini, privatizzando la parte sana dell’azienda a vantaggio di 16 imprenditori della rapina di Stato, effettuata tenendo in pugno le armi del ricatto occupazionale).

I banditi nomadi dell’economia canaglia mettono i profitti (meglio sarebbe dire la massimizzazione dei profitti nel breve termine) sopra ogni cosa: se oggi aumentare i profitti vuol dire chiudere una fabbrica, portarla in Cina per utilizzare manodopera a basso costo ipersfruttata e senza tutele sociali e sanitarie, creare dicoccupazione in Italia e, sull’area industriale dismessa, costruire palazzi, nell’ottica del dio denaro tutto questo è perfettamente legittimo. I banditi nomadi, per definizione, sono totalmente irresponsabili delle conseguenze che ricadono sui territori e le popolazioni oggetto delle loro razzie.
Con la globalizzazione, i banditi nomadi dall’economia canaglia godono di immense praterie sovranazionali, all’interno delle quali effettuare le loro scorribande: più aumentano gli spazi a disposizione per i loro saccheggi più aumentano le opportunità per fare profitti, ed è per questo che l’deologia della globalizzazione, che agita la banderuola solidale del “più sviluppo per tutti”, è la trovata con la quale il capitalismo di rapina cerca di legittimare la sua condotta ed i suoi interessi criminali, perfettamente legalizzati all’interno del reggente sistema di libero mercato selvaggio.
Il problema è che, così facendo, l’economia canaglia indebolisce le strutture economiche, giuridiche e sociali degli Stati Nazionali, gli stessi che permettono al capitalismo di vivere e prosperare. Scrive infatti Adam Smith ne “La ricchezza delle nazioni”:
Commercio e manifatture possono raramente fiorire a lungo in uno stato che non goda di una regolare amministrazione della giustizia, in cui la popolazione non si senta sicura nel possesso della sua proprietà, in cui il rispetto dei contratti non sia tutelato dalla legge e in cui si ritenga che l’autorità dello stato non sia regolarmente usata per costringere al pagamento dei debiti tutti coloro che possono farlo. In breve, commercio e manifatture possono raramente prosperare in uno stato in cui non vi sia un certo grado di fiducia nella giustizia e nel governo.

La risposta del bandito nomade al decadimento storico della società, di cui è egli stesso la causa, è un ulteriore imbarbarimento dell’economia di rapina: come un drogato che ha bisogno di dosi di droga sempre maggiori, così il capitalista deve continuamente alzare il livello dello scontro con i suoi concorrenti all’interno del sistema di mercato e, come esternalizzazione di tale scontro, contro i territori e le popolazioni da sfruttare, per assicurarsi quella crescita infinita senza la quale finirebbe per essere sopraffatto da chi si dimostra più efficiente in questa lotta che, di fatto, si è trasformata in una folle corsa che sta trascinando tutti verso il baratro.
Aveva quindi ragione Marx quando sosteneva che i capitalisti segano il ramo dell’albero sul quale stanno seduti: il guaio è che, purtroppo, sotto quella pianta ci stiamo seduti tutti, e finiremo inevitabilmente per prenderci sulla testa il crollo di quelli che stanno di sopra. L’unico rimedio è togliere ai capitalisti, dalle mani e dalle teste, le seghe con le quali ci stanno abbattendo l’albero, iniziando con il consapevole rifiuto della loro morale e della loro ideologia da stolti:
“Lo stolto non vede lo stesso albero che vede il saggio” (William Blake).

venerdì 17 ottobre 2008

L'Europa dei trasporti affonda nel cemento

Marco Cedolin

L’Europa che viviamo ogni giorno è solamente un’entità statuale, forte con i deboli (i popoli che la compongono) e debole con i forti (gli attori della politica internazionale dominati dalle smanie di egemonia statunitensi) simile ad un cavallo zoppo incapace di galoppare ma che necessita di essere accudito e foraggiato in abbondanza. Si tratta di un colosso burocratico, dominato dagli interessi privati della Banca Centrale Europea ed intriso di tecnocrazia, che tende ad appiattire le libertà dei popoli, la loro identità e la loro autonomia, immolandole sull’altare di un’omologazione al ribasso che impone la grandezza dei piselli, limita la produzione di latte e decide le modalità attraverso le quali si devono stagionare i prosciutti, senza rispondere a nessuna delle reali esigenze che vengono percepite come tali dai cittadini. L’Europa che viviamo ogni giorno è una macchina statale tanto lontana dalle persone, quanto contigua ai programmi delle grandi oligarchie finanziarie ed industriali. Oligarchie che perseguono sistematicamente l’obiettivo di un appiattimento al ribasso dei salari e dei diritti dei lavoratori europei (la direttiva Bolkestein è illuminante a questo proposito) e la sempre più spinta delocalizzazione delle produzioni industriali nei paesi a più basso costo della manodopera.

La politica europea dei trasporti riflette per forza di cose questa situazione e si manifesta ricca di contraddizioni, scarsamente realistica e quasi unicamente finalizzata ad agevolare una sempre più spinta circolazione delle merci che consenta di sostenere la pratica della delocalizzazione. Si guarda ai territori sotto forma di “corridoi di transito” e alle popolazioni come potenziali viaggiatori ipercinetici, inseriti nel meccanismo di un pendolarismo sempre più esasperato. Si sostiene la necessità di salvaguardare l’ambiente e diminuire i livelli d’inquinamento, inseguendo al tempo stesso obiettivi di crescita economica ed incremento della movimentazione di merci e persone che inevitabilmente determineranno alti impatti sia in termini ambientali che d’inquinamento atmosferico. Si guarda agli scenari futuri senza fare alcuno sforzo per tentare d’interpretare il presente, ma semplicemente limitandosi ad immaginare i prossimi decenni come una replica fedele di quelli passati. Nonostante qualunque prospettiva realistica negli scenari di medio e lungo termine debba per forza di cose partire da presupposti di riduzione dei traffici di merci e persone, a causa del progressivo aumento dei costi delle risorse petrolifere e dell’insostenibile incidenza che i trasporti hanno (a livello globale circa il 40% sulla produzione di gas serra) in termini d’inquinamento ambientale, la politica trasportistica europea procede esattamente in senso inverso.


Nel “Libro Bianco” del 2001 i trasporti vengono considerati unicamente come una risorsa da preservare ed incrementare in quanto “rappresentano il 7% del PIL dell’Unione Europea e il 5% dei posti di lavoro”. La mobilità delle merci e delle persone viene illustrata “oltre che come un diritto dei cittadini, come una fonte di coesione e un elemento essenziale della competitività dell’industria e dei servizi europei”. Viene posto l’accento sull’impatto dei trasporti in materia d’inquinamento e produzione delle emissioni di gas a effetto serra, così come si evidenzia il fatto che il settore dei trasporti assorba il 71% di tutto il petrolio che viene annualmente consumato all’interno dell’UE, ma manca qualsiasi approccio costruttivo al problema. Nel testo si auspica semplicemente un miglioramento del rendimento energetico e l’introduzione sul mercato di nuove tecnologie, senza mettere assolutamente in dubbio l’opportunità di continuare a far crescere a dismisura la movimentazione schizofrenica di merci e persone. E’ indicativo a questo riguardo che si esprima preoccupazione per la prossima saturazione, nel 2020, di 60 grandi aeroporti, alla quale si ritiene necessario ovviare tramite la costruzione di nuove infrastrutture o l’ampliamento di quelle esistenti, la qual cosa contribuirà a creare nuovi incrementi dei traffici che in un futuro appena più lontano imporranno nuove costruzioni e nuovi ampliamenti, determinando un circolo perverso che propone un modello di sviluppo basato sulla crescita infinita, all’interno di un mondo le cui risorse, i cui spazi e la cui possibilità di assorbire emissioni velenose, sono al contrario estremamente limitate.

L’Europa, come sottolineato in una relazione dell’Agenzia europea dell’ambiente (AEA), risulta uno dei continenti più urbanizzati del pianeta ed il 75% della sua popolazione vive in aree urbane. Più di un quarto del territorio europeo è ormai direttamente destinato ad usi urbani. Entro il 2020 circa l’80% degli europei vivrà in aree urbane e in 7 paesi questa proporzione salirà addirittura oltre il 90%. L’espansione incontrollata del tessuto urbano determina una domanda sempre crescente di suoli disponibili, destinati a venire cementificati e la creazione di nuove infrastrutture che rimodellano i paesaggi e modificano l’ambiente in maniera profonda. Quello dell’urbanizzazione incontrollata viene considerato (anche dall’AEA stessa) uno dei principali problemi con i quali l’Europa dovrà confrontarsi ed è in parte alimentato proprio dai fondi strutturali e di coesione che l’UE destina allo sviluppo delle infrastrutture. La sovracrescita urbana risulta infatti accelerata in concomitanza con il potenziamento dei collegamenti di trasporto e dell’accresciuta mobilità delle persone. Le infrastrutture compromettono profondamente l’ambiente, sostituendo terreni naturali con superfici inorganiche, impermeabilizzando i suoli con il conseguente rischio di inondazioni, mettendo a repentaglio gli equilibri degli ecosistemi.
L’estensione delle aree edificate in Europa è aumentata in maniera molto più consistente, fino al 20% negli ultimi 20 anni, rispetto alla crescita della popolazione che nello stesso periodo è stata solamente del 6%.

Se l’impatto ambientale determinato dai mezzi di trasporto (TIR, autovetture, treni, navi, aerei) è elevato a causa dell’emissione di gas serra ed altri agenti inquinanti, non meno elevati risultano gli impatti determinati dalla costruzione delle infrastrutture deputate a far circolare alcuni di questi mezzi di trasporto. Le autostrade e le linee ferroviarie, con annessi viadotti e megatunnel, comportano pesantissimi stravolgimenti ambientali ed enormi costi in termini di risorse economiche ed energetiche che determinano altrettanto alti costi dal punto di vista ecologico.
Questa realtà oggettiva viene totalmente misconosciuta dalla politica dei trasporti europea che prende in considerazione solamente gli impatti ambientali derivanti dai mezzi di trasporto, senza considerare assolutamente quelli determinati dalla costruzione delle infrastrutture sulle quali i mezzi dovranno correre. Nel tentativo di coniugare il rispetto per l’ambiente, con la volontà d’incrementare in maniera sempre più spinta la movimentazione di merci e persone (due propositi in realtà inconciliabili) si resta così vittima di un cortocircuito logico che intende privilegiare i mezzi di trasporto ritenuti meno impattanti, attraverso la costruzione di nuove infrastrutture dagli impatti ambientali estremamente elevati. Un atteggiamento di questo genere determina per forza di cose delle scelte che se portate a compimento si riveleranno tanto inefficaci quanto controproducenti.

L’approccio al problema si manifesta fuorviante, poiché parte da presupposti (incrementi esponenziali del traffico merci nei decenni futuri) che non si basano su studi scientifici oggettivi, bensì semplicemente sulla riproposizione degli andamenti del traffico merci dei decenni precedenti, coniugato con la volontà di far si che tali andamenti possano riproporsi immutati all’infinito. Nel Libro Bianco del 2001 sui trasporti, leggiamo che i traffici merci transfrontalieri su strada dovrebbero raddoppiare entro il 2020, ma non esiste alcun elemento oggettivo in grado di suffragare questa supposizione.
Siamo veramente dinanzi ad un futuro nel quale i traffici merci continueranno ad aumentare a ritmi sostenuti, oppure l’incremento del costo del petrolio e le sempre più scarse disponibilità finanziarie di larga parte della popolazione europea, unitamente alla palese insostenibilità ambientale di un tale processo, lasciano intravedere in realtà un’inversione di tendenza?
Chi gestisce la politica dell’Unione Europea preferisce non porsi questa domanda e continua a basare le proprie scelte su previsioni di traffico totalmente disancorate dalla realtà, la cui unica funzione è quella di giustificare cospicui investimenti nella costruzione di infrastrutture che se valutate obiettivamente non avrebbero alcun senso.

Fulcro della politica dei trasporti europea è il proposito di ridurre l’inquinamento derivante dal trasporto di merci e persone (pur nell’ottica di un progressivo aumento quantitativo) attraverso una redistribuzione modale che penalizzi i sistemi di trasporto più inquinanti (la circolazione stradale e quella aerea) favorendo al contrario quelli “più ecologici” (le ferrovie e la navigazione).
Un ragionamento di questo genere potrebbe manifestarsi logico e condivisibile qualora s’intendesse ottenere il risultato voluto attraverso il miglioramento della logistica e l’ottimizzazione delle infrastrutture esistenti, ma non è in questo senso che l’Europa intende procedere.
La rete di trasporto transeuropea (RTE-T) nel 2004 ha infatti individuato 30 progetti prioritari, finalizzati a creare una mobilità più sostenibile, a fronte di un investimento stimato in 250 miliardi di euro. Quasi tutti questi progetti comportano la costruzione di nuove infrastrutture, in larga parte ferroviarie, alcune delle quali aventi per oggetto tratte ad alta velocità.
Queste infrastrutture determineranno impatti ambientali elevatissimi, il più delle volte con scarse prospettive di ottenere un reale riequilibrio modale, e contribuiranno a rendere i trasporti europei sempre più inquinanti ed energevori e per nulla sostenibili.

E’ difficile immaginare che il progetto di Corridoio 5 Lisbona – Kiev che prevede il controverso attraversamento delle Alpi in Val di Susa per mezzo di un tunnel di 50 km (a fronte di un trasferimento modale stimato dagli esperti in meno dell’1%) e successivamente la perforazione dell’altopiano carsico nei pressi di Trieste, possa rappresentare un esempio di mobilità sostenibile, in quanto gli impatti ed i costi dell’infrastruttura, in parte destinata ai soli treni ad alta velocità/capacità, sia in termini ambientali che economici superano di gran lunga gli eventuali (neppure dimostrati) benefici derivanti dal trasferimento gomma-ferro.
Così come è difficile guardare all’asse ferroviario Berlino – Messina che comporterà un doppio tunnel (BBT) di 55 km nelle Alpi altoatesine, spostando sulla rotaia del TAV/TAC lo 0,5% dei TIR che attualmente corrono sull’autostrada del Brennero, come ad un progetto volto a diminuire gli impatti ambientali del sistema dei trasporti.

In realtà l’oligarchia che gestisce l’Unione Europea, per nulla interessata a i problemi ambientali, anche se simbolicamente impegnata nella riduzione delle emissioni di gas serra, sta usando il “problema ambiente” a proprio uso e consumo come uovo di Colombo utile per giustificare gli investimenti sempre più massicci nella costruzione di nuove infrastrutture cementizie, che comportano l’accumulo di profitti miliardari per la consorteria del cemento e del tondino della quale tutti i poteri finanziari ed economici fanno parte. Ovviamente con un occhio di riguardo per i grandi gruppi industriali che hanno necessità di delocalizzare in maniera sempre più spinta le proprie produzioni e vogliono poter movimentare sempre più velocemente merci e materie prime.
All’Europa dei popoli resteranno in dono solo precarietà, disoccupazione, un ambiente malsano e violentato e l’aria sempre più irrespirabile delle metropoli atomizzate nelle quali la maggior parte di noi saranno costretti a sopravvivere.

giovedì 16 ottobre 2008

Berlusconi: guai a chi tocca la CO2

Marco Cedolin

Silvio Berlusconi da quando è tornato alla guida del Paese sta irrimediabilmente soffrendo di solitudine e adesso che Gorge W. Bush si appresta a lasciare la Casa Bianca e perfino Sarkozy si sente in dovere di voltargli le spalle soffre ancora di più.
Il Cavaliere è il solo leader europeo a non avere letto le conclusioni del rapporto Stern, redatto non da fanatici ambientalisti bensì da economisti, che hanno messo in luce la necessità di produrre grandi sforzi economici nell’immediato per ridurre gli effetti dei mutamenti climatici, dal momento che quegli stessi mutamenti, se non contrastati, determineranno costi economici enormemente più alti di quelli che sarebbero necessari per limitarne la portata. E’ rimasto il solo leader europeo ad investire svariati miliardi di euro per la costruzione di forni inceneritori, mentre gli altri Paesi li stanno smantellando. E’ rimasto il solo leader europeo a caldeggiare la costruzione di nuove centrali nucleari, mentre la maggioranza degli altri grandi Paesi in Europa (tranne la Francia che non potrebbe farlo) sono pronti a smantellare le proprie centrali nucleari nei prossimi anni. E’ rimasto il solo leader europeo a non avere capito che quello ambientale è un problema serissimo, forse perché nella sua testa continua ad albergare il pensiero che difendere l’integrità dell’ambiente sia un esercizio riprovevole appannaggio di fissati perditempo magari pure un po’ comunisti.

Proprio per queste ragioni non stupisce più di tanto il fatto che Silvio Berlusconi, ponendosi in netto contrasto con il Presidente francese Sarkozy, abbia deciso di mettere il veto al pacchetto UE sul clima concernente la riduzione dei gas serra entro il 2020 che chiede all’Italia di tagliare le emissioni di Co2 nei settori non inclusi nel sistema di scambio di emissioni (rifiuti, trasporti, edilizia) del 13% rispetto ai livelli del 2005. Veto che secondo il Cavaliere sarebbe indispensabile dal momento che le misure da adottare risulterebbero troppo onerose per l’economia italiana, in particolare per il settore automobilistico e per le piccole e medie imprese, soprattutto alla luce della recente crisi finanziaria.
Confindustria, anch’essa evidentemente all’oscuro dell’esistenza del rapporto Stern, si è affrettata a dare manforte al Premier producendo uno studio che quantifica in 180 miliardi di euro fino al 2020 il costo che peserebbe sulle imprese italiane a causa delle nuove misure, a fronte di benefici per l’ambiente che l’associazione degli industriali (notoriamente esperta in questioni ambientali) si sente in diritto di definire “infinitesimali”.

Comunque niente paura, anche se alla fine Berlusconi non riuscisse a spuntarla, in Italia non cambierà comunque nulla e per la gioia di Confindustria si continuerà ad inquinare come e più di prima. Basti che nel nostro Paese anche quando non esisteva lo spauracchio della crisi finanziaria non è mai stato fatto alcuno sforzo per diminuire le emissioni di CO2 e nonostante L’Italia si fosse impegnata nell’ambito del protocollo di Kyoto a ridurre le proprie emissioni di gas serra del 6,5% entro il 2012 abbiamo continuato a marciare in direzione diametralmente opposta a quanto convenuto e le emissioni di Co2 sono aumentate del 13% nel periodo 1990/2005, senza che nulla abbia mai lasciato presagire la possibilità di un’inversione di tendenza.

martedì 14 ottobre 2008

Galbani ha perso la fiducia



Marco Cedolin

Nonostante fin dagli inizi di luglio sia noto il pesante coinvolgimento della Galbani nell’ambito della truffa dei formaggi avariati, uno scandalo le cui proporzioni gigantesche sono state messe in luce dagli sviluppi delle indagini della magistratura rese note nei primi giorni di settembre, si sono dovuti attendere quasi 4 mesi ed un nuovo scandalo, portato alla luce da alcuni dipendenti del deposito Galbani di Perugia, perché la grande distribuzione ed il Ministero della Sanità si sentissero in dovere di mettere in atto una qualche tardiva reazione.

Alcuni dipendenti del deposito Galbani di Perugia, venditori ed addetti allo stoccaggio, hanno infatti presentato un esposto in procura nei confronti della Galbani, denunciando di “essere stati obbligati per anni dai capi del personale a vendere merce con data di scadenza contraffatta”.
La denuncia, documentata con tanto di fotografie e registrazioni audio, sembra essere direttamente collegata allo scandalo concernente i grossi quantitativi di formaggi avariati, immessi nuovamente sul mercato come freschi dopo un’operazione di “cosmesi” finalizzata a renderli nuovamente appetibili, nell’ambito del quale il gruppo Lactalis (numero uno in Europa) proprietario del marchio Galbani risulta essere pesantemente coinvolto.
Il deposito del capoluogo umbro distribuisce mediamente circa 15 tonnellate di merce al mese e le prime denunce interne riguardanti un sistema che viene definito “vergognoso” risalgono perfino al 2005, ma fino ad oggi non sono mai venute alla luce grazie agli inviti all’omertà messi in atto dai dirigenti.
Scadenze prorogate o cancellate con solventi in modo tale che il prodotto potesse essere venduto senza problemi, fatture e bolle di accompagnamento modificate ad arte, carenze igieniche durante lo stoccaggio della merce spesso stivata fuori dalle celle frigorifere e trasportata con mezzi non idonei, sono tutti elementi del circostanziato dossier presentato in procura.

Solo dopo questo ulteriore scandalo, la COOP centro Italia ha deciso a titolo precauzionale di ritirare dalla vendita nei propri supermercati i prodotti Galbani, il Ministero della Salute ha disposto ispezioni da parte di Nas e Asl presso il deposito della Galbani di Perugia ed Ivan Comotti, del dipartimento industria della Flai-Cgil si è sentito in dovere di auspicare che l’azienda incriminata proceda ad effettuare le opportune verifiche finalizzate ad appurare la veridicità delle accuse, per poi agire di conseguenza ponendo fine a questa serie d’intollerabili scorrettezze e sofisticazioni.
Se Galbani da un lato ha ormai perso la proverbiale “fiducia” che gli slogan della pubblicità accomunavano al suo nome, la grande distribuzione alimentare e gli enti pubblici preposti al controllo della qualità del cibo che mangiamo sono riusciti fino ad oggi a fare anche di peggio, pur non avendo mai goduto della fiducia degli italiani neppure negli spot.

lunedì 13 ottobre 2008

Matrix finanziario

Pubblichiamo l' articolo scritto da un amico, che porta interessanti spunti di riflessione riguardo alla crisi finanziaria e mette in luce come dietro al piano mondiale di salvataggio delle banche, presentato all'opinione pubblica come un'operazione salvifica nell'interesse di tutti i cittadini, si nasconda invece la volontà di salvaguardare il profitto degli Istituti bancari, drenando ulteriori risorse economiche dalle tasche semivuote dei cittadini stessi.


Matrix finanziario

Sergio Sedia

La crisi che ha investito la finanzia mondiale è stata in realtà la più grande truffa mai realizzata. C'è da rimanere ammirati da tanto genio.Comincio dall'inizio.
I Mutui Subprime
Un bel giorno in America le banche inventano i mutui subprime, ovvero mutui concessi senza garanzie reali. Sostanzialmente chi si recava in banca compilava un modulo, una sorta di autocertificazione, in cui prometteva di far fede all'impegno e di avere (senza specificare quali) le dovute garanzie, a questo punto timbro e firma dell'impiegato e il mutuo veniva erogato anche al 100% del valore dell'immobile.In Italia, per essere chiari i nostri mutui sono Mutui Prime, dati cioè solo con solo garanzie adeguate (contratto lavoro tempo indeterminato, immobili, firme di garanti o combinazioni delle stesse)

Ipoteca SubPrime
L'unica cosa che faceva la banca per tutelarsi era un' ipoteca, chiamata subprime, sulla casa del mutuatario.In caso di insolvenza del debitore partiva il pignoramento che precedeva la vendita all'incanto.Venduto l'immobile la banca rientrava del prestito, guadagnandoci comunque con le commissioni iniziali , le perizie, le penali e la rivalutazione dell'immobile stesso. La Banca poteva decidere anche di non vendere l'immobile e di patrimonializzare lo stesso (inserirlo nel patrimonio della banca).

La Cartolarizzazione - passo primo
I mutui venivano poi ceduti ad una società X specializzata nell'acquisto dei subprime.La cartolarizzazione quindi cominciava con quel meccanismo con cui la banca cedeva il suo credito ( il mutuo subprime) ad un'altra società e aveva come contropartita una cifra più bassa dell'ammontare del mutuo (fatto il mutuo del valore di 100 la banca ne voleva solo 50). Quindi la banca incassava 50 e subito il giorno stesso che erogava il mutuo, mentre la società che acquistava il mutuo diventava lei la creditrice nei confronti del mutuatario (il cristo che aveva richiesto il mutuo) a avrebbe incassato poi 100 ma solo alla fine del mutuo.

La Cartolarizzazione - passo secondo
Cosa ci guadagna la società X che acquistava il mutuo subprime?In teoria molto, ma è legata ad un rischio alto (il rischio che il debitore diventi insolvente) e deve attendere molti anni (se un mutuo dura 30 anni, visto che l'ha pagato 50 anzichè 100 dovrà attendere circa 15 anni) prima di cominciare a guadagnare molto.

La cartolarizzazione - passo terzo
Qui entra in gioco l'ingegneria finanziaria. Dato che la società che ha acquistato il mutuo non vuole aspettare tutti questi anni pieni di rischi prima di guadagnarci tanto, un giorno inventa, grazie alla Cartolarizzazione, il prestito obbligazionario garantito dal mutuo subprime in modo tale da cominciare a guadagnare tanto già da subito e tantissimo dopo un pò di anni.In sostanza la società X emette obbligazioni per reperire liquidità e le garantisce (o meglio crede di garantirle con le rate dei mutui che gli dovrebbero entrare ogni mese). Il risparmiatore acquista le obbligazioni, di solito appetibile perchè con tassi alti, e la società X si impegna a pagare le cedole annuali o semestrali e di restituire il capitale alla scadenza.La cartolarizzazione è riuscita. La società X ha un credito non ancora saldato (il mutuo subprime) e lo trasforma in prestito (le obbligazioni).

Il moltiplicatore del nulla
In sostanza partendo da una mezza promessa di pagare le rate si metteva un modo un meccanismo diabolico di moltiplicatore di ricchezza. Il meccanismo, per scattare, doveva prevedere però che le persone dovessero essere molto invogliate a chiedere prestiti. L'invenzione del mutuo con autocertificazione era la soluzione.Immaginiamo un grande fratello che segue il cittadino che si reca in banca per chiedere il mutuo subprime. Sono tutti li che osservano e attendono quella firma sul modulo per partire dai blocchi.1. Il cittadino firma2. La banca, sapendo del rischio, un secondo dopo si disfa del mutuo3. La società X acquista il mutuo pagandolo la metà ma sa che rischia e un attimo dopo emette obbligazioni per avere immediatamente liquidità che potrebbe non avere alla scadenza del mutuo.4. le obbligazioni vengono acquistate dai cittadini o direttamente o tramite prodotti complessi appioppati loro dalle banche.5. Il ciclo si chiude. Si parte dal cittadino che firma un mutuo che non potrà pagare e si arriva, magari un secondo dopo, ad un altro cittadino che allo sportello vicino sta acquistando un obbligazione nata dal nulla.

I Guadagni
I guadagni sono tanti.Le banche guadagnano sulle commissioni e ottengono 50 subito.Le società X immediatamente ottengono un mare di liquidità che fanno girare.I cittadini, inizialmente, hanno una casa da un lato e obbligazioni che fruttano dall'altro.

L'inganno
Affinchè tutto funzioni è di vitale importanza che il meccanismo giri alla perfezione per un pò in modo tale da invogliare i cittadini a comprare case, ottenere mutui e acquistare obbligazioni. Sono sufficienti un paio di anni per ottenere fiducia e nascondere abilmente i primi accenni di insolvenza dei mutuatari.

Il Crac
L'economia americana non tira più, chi ha ottenuto un mutuo subprime non riesce più a pagare le rate, ma tanto che gliene frega: non perde nulla, al massimo gli si pigliano la casa. Il massimo rischio è quello di aver creduto di pagare un mutuo ed invece stavi pagando l'affitto.Cittadini che non pagano le rate significa soldi che a qualcuno non arrivano più. A chi? Alle società X che non riescono più a pagare le cedole delle obbligazioni. Inizia il panico. Le persone vogliono vendere le obbligazioni per riavere almeno il capitale ma non è possibile perchè la liquidità è compromessa. Il sistema crolla soprattutto perchè le società X sono quasi sempre società delle banche e perchè le obbligazioni tossiche e le varianti di esse ( i derivati) sono ormai dappertutto. I cittadini che hanno acquistato le obbligazioni rivogliono i loro soldi ma non sanno che gli unici che possono ridarglieli non sono le banche ma i cittadini stessi che hanno allegramente acceso un subprime.Il resto della storia la conoscete.

La parte centrale della truffa
Le banche (e le assicurazioni) vanno in difficoltà, Fannie e Freddy falliscono, poi segue Lehman Brothers, AIG , Morgan Stanley e poi il mondo intero. Bisogna fare qualcosa e le banche sanno che qualcosa verrà obbligatoriamente fatto, è il panico e nessuno ragiona. Bisogna salvare le banche!Bisogna garantire liquidità al sistema per permettere a qualcuno di riavere i suoi soldi e alle banche di non fallire.Gli USA salvano AIG e poi immettono 700 miliardi di $ nel sistema bancario. A ruota segue tutto il mondo.La crisi forse è scongiurata ma con un bagno enorme di soldi pubblici immessi nel sistema privato ( le banche).Il cittadino ci rimette la casa.Il cittadino ci rimette le obbligazioni.Il cittadino ci rimette i soldi suoi pagati in tasse e contributi per salvare le banche.

I pignoramenti
Nel frattempo i pignoramenti sono stati tutti eseguiti. Le società X sono rientrate in possesso degli immobili ipotecati.Di tutti gli immobili.

Qualcosa è sfuggito
La crisi nasce perchè i cittadini non riescono a pagare più le rate del mutuo. Tutto nasce da questo punto fondamentale. L'effetto domino ha l'inizio nella difficoltà di onorare il debito.La liquidità doveva essere immessa si, ma da un'altra parte. Dall'unica parte possibile.I 700 miliardi di $ dovevano essere dati ai cittadini per permettergli di pagare le rate e non alle banche.I soldi dovevano essere dai ai debitori e non ai creditori.I CITTADINI avrebbero pagato le rate, le rate sarebbero servite per pagare le cedole delle obbligazioni dei CITTADINI e sia gli immobili e sia i soldi sarebbero rimasti ai cittadini.I cittadini avrebbero immesso i lLORO 700 mld di $ nel LORO sistema per salvare SE STESSI.La realtà è che i cittadini hanno immesso i LORO 700 mld di dollari per salvare LE BANCHE e rimetterci il culo la casa e i soldi,mentre le banche sono state abilmente "salvate" e così i manager.I cittadini distrutti e il sistema finanziario salvo, e dato che i subprime e i derivati sono a tutti gli effetti prodotti legali nessuno potrà mai essere accusato di truffa.

I risvolti economici del salvataggio dei cittadini
Se i soldi fossero andati con una legge speciale ai possessori dei mutui in difficoltà gli effetti sarebbero stati:1. Stabilizzazione del sistema. I cittadini americani, tranquilli di diventare proprietari degli immobili, avrebbero reimmesso i soldi del governo (i 700 mld $) nel sistema grazie ad un aumento di consumi dato dall'esonero del pagamento delle rate. Più consumi, più produzione, più tasse.2. Una ripresa generale dell'economia, in quanto il sistema americano generando ricchezza avrebbe trainato il sistema globale.3. Euforia dei mercati. Il salvataggio delle rate dei mutui avrebbe generato una euforia contagiosa, a differenza della paura di oggi, con risvolti enormi sui mercati azionari.4. Apprezzamento del mercato immobiliare. Gli immobili acquistati dai possessori dei mutui avrebbero garantito il trend positivo di aumento di valore del mercato immobiliare, garantendo un corretto rapporto tra domanda e offerta di immobili.5. Mercato immobiliare solido significa tasso di interesse basso (tasso di sconto) il che garantisce l'accesso al credito (mutui e prestiti) da parte dei privati e finanziamenti alle imprese. Questo significa ancora di più aumento dei consumi, quindi del gettito fiscale e più produzione. E naturalmente più posti di lavoro.6. nel frattempo si sarebbero dovuti sospendere i subprime e le emissioni di obbligazioni.

La realtà
Qualcuno ha volutamente destinato il denaro dei cittadini non verso loro stessi ma verso i loro carnefici, salvandoli e facendoli arricchire (azzeramento dei debiti + immobili pignorati).La truffa più audace e straordinaria del secolo è incredibilmente riuscita. Cosa dire?
Chapeau.

Grandi Opere e crisi finanziaria

Marco Cedolin

Fra le tante soluzioni volte a contenere la dilagante crisi finanziaria che sta sconvolgendo i mercati, accanto all'iniezione di liquidità consistente nello stanziamento di centinaia di miliardi di euro (o dollari) di denaro pubblico destinati a sostenere il sistema bancario e alla nazionalizzazione degli istituti di credito volta a metterli al riparo dagli imprevisti, molti fra politici ed economisti sembrano indicare una terza via che a loro dire dovrebbe garantire ottimi risultati nel medio periodo.
L'idea sarebbe quella di destinare altri centinaia di miliardi di denaro pubblico ad un massiccio piano di costruzione di grandi infrastrutture, rifacendosi a quanto messo in atto da Roosevelt dopo la crisi del 29, stimolando in questo modo tanto la crescita economica del Pil quanto la ripresa dell'occupazione. Al fine di sostenere questa strategia alcuni uomini politici, tanto del PD quanto del PDL, intendono proporre in sede europea una risoluzione che consenta ai Paesi membri di superare il tetto del 3% previsto dai parametri di Maastricht, considerando gli esborsi in favore delle reti TEN non più come spese generanti indebitamento, bensì come investimenti destinati allo sviluppo infrastrutturale europeo. Un escamotage che potrebbe permettere di reperire le risorse finanziarie per le numerose tratte TAV attualmente allo stato di progetto, semplicemente contraendo nuovi debiti come già fatto in passato, senza doversi preoccupare del vincolo dei parametri di stabilità

Senza entrare nel merito di quanto abbia realmente inciso il massiccio programma infrastrutturale di Roosevelt negli anni 30 sulla ripresa economica statunitense, credo occorra comunque portare delle riflessioni volte a dimostrare come la presunzione di trasporre quella "strategia" all'interno della realtà attuale, oltretutto nella forma pensata dalla nostra classe dirigente, rappresenti un'idea peregrina senza costrutto alcuno.

L'Italia (e L’Europa) del 2008 è costituita da un territorio ad altissima densità di popolazione e d'infrastrutture, assolutamente non paragonabile con gli Stati Uniti degli anni 30. Il livello d'inquinamento e la percentuale di terreno ricoperto da materiali inorganici nelle zone nevralgiche del nostro Paese, come la pianura padana, sono tali da non permettere fisicamente l'insediamento di nuove grandi infrastrutture, se non al prezzo di ridurre il territorio stesso allo stato di ambiente invivibile ed eliminare definitivamente la residua attività agricola sopravvissuta fino ad oggi.


Quello delle grandi infrastrutture, a parità di capitale investito, risulta essere in assoluto il settore che genera i più scarsi risultati in termini di occupazione, sia quantitativamente sia qualitativamente, dal momento che larga parte degli occupati vengono impegnati in mansioni di basso livello estremamente pericolose, come potrebbe confermare qualunque serio economista. A questo proposito Marco Ponti, fra i più quotati economisti italiani che alla luce della sua carriera certo non può essere tacciato di simpatie ambientaliste, in una recente intervista

alla mia domanda:
I promotori dell’Alta velocità (sia pubblici che privati) affermano che la costruzione delle nuove tratte può costituire un volano in grado d’incrementare l’occupazione all’interno dei territori attraversati dai progetti. Davvero la costruzione di grandi infrastrutture, è in grado di creare “posti di lavoro” in ambito locale? E la prospettiva occupazionale le sembra in grado di giustificare l’investimento di decine di miliardi di euro di denaro pubblico in grandi infrastrutture come il TAV?
Risponde:
"Questo argomento appare davvero debolissimo. Si tratta di opere ad alta intensità di capitale, non di lavoro (basta visitare un cantiere della TAV). Ma soprattutto, il confronto va fatto con spesa pubblica in altri settori, per loro natura ad alta intensità di lavoro, come l’assistenza agli anziani, o il recupero edilizio ecc. Inoltre si tratta di occupazione temporanea, con forti picchi, che poi scompare alla chiusura dei cantieri, con tutte le conseguenze sociali che questo comporta. Il motivo vero sembra essere invece quello di trasferire soldi pubblici all’industria italiana, visto che negli appalti la concorrenza funziona pochissimo".

Qualunque ipotesi volta a sostenere l’occupazione destinando capitali miliardari alla costruzione di grandi infrastrutture si palesa dunque come una velleità priva di fondamento totalmente disancorata dalla realtà.

Perché la messa in cantiere delle grandi infrastrutture abbia un senso (che vada al di là della mera costruzione di Pil e debito pubblico) occorre inoltre che esse rivestano un carattere di pubblica utilità e permettano nel tempo un ritorno economico dell’investimento. La maggior parte delle grandi opere di cui è prevista la costruzione non rispondono assolutamente a questi requisiti.Tanto le tratte TAV che dovrebbero far parte delle reti TEN, quanto le decine di inceneritori che stanno per sorgere come funghi o le centinaia di parcheggi sotterranei che determineranno lo sventramento dei centri storici delle nostre città, non sono mai stati oggetto di un serio studio concernente i costi/benefici dell’opera, essendo stati valutati solo ed esclusivamente dal proponente della stessa che per forza di cose non si manifesta certo come un soggetto in grado di esprimere un parere oggettivo. Per suffragare la presunta utilità delle infrastrutture vengono inoltre sistematicamente presi come riferimento dei modelli previsionali (di crescita dei flussi di traffico, della produzione di spazzatura, del numero di auto circolanti ecc.) basati esclusivamente sulla crescita economica dei decenni passati e pertanto assolutamente inattuali alla luce della realtà contemporanea.
Pensare di uscire dalla crisi finanziaria e dalla recessione attraverso investimenti che incrementeranno il debito pubblico (scimmiottando in qualche maniera la politica di Roosevelt) non sembra già in sé essere una buona idea. Indirizzare tali investimenti verso opere infrastrutturali incompatibili con l’integrità del territorio, bucando montagne ricche di amianto ed uranio, prosciugando le falde idriche, avvelenando l’aria ed il suolo con emissioni nocive, mettendo a repentaglio la stabilità degli edifici dei centri cittadini e non preoccuparsi del fatto che tali opere una volta edificate non saranno utili né tanto meno fonte di un ritorno economico lo è sicuramente ancora di meno.

sabato 11 ottobre 2008

Appello urgente alla Rete
Quattro misure contro la crisi:
Sospendere temporaneamente il pagamento dei mutui; vietare le transazioni allo scoperto; bloccare la costruzione delle grandi infrastrutture non cantierizzate; proporre, da subito, nuovi strumenti per sostenere il reddito delle classi meno agiate.


A fronte della crisi economica in atto, sottoponiamo all’attenzione della Rete il seguente appello formale:

- La crisi in corso evidenzia i limiti del capitalismo in termini etici, sociali, economici e politici.

- Di qui la necessità del suo superamento attraverso l’edificazione graduale e non violenta di un nuovo modello di società, capace di integrare i valori della solidarietà e della sobrietà.

- Vanno perciò subito presi alcuni provvedimenti a difesa del credito, dei redditi e dell’occupazione di tutti i cittadini, in nome del benessere collettivo e non di quello particolare di pochi speculatori. Si tratta di interventi finalizzati, in prospettiva, al recupero della piena sovranità della politica, intesa nel senso più nobile del termine, sull’economia. Interventi che devono chiamare in causa il ruolo dello Stato nell’ambito della tutela, in ultima istanza, del lavoro e del credito ai cittadini e alle famiglie. Ma anche di facilitare, sotto il profilo legislativo, il ruolo della magistratura nel perseguire i reati finanziari commessi nello svolgimento di attività borsistiche e creditizie.
A questo proposito si chiede, in attesa di una ormai irrinunciabile evoluzione sociale in senso umano e contro la bestialità della pura logica del profitto, alle forze politiche di maggioranza e di opposizione, di sostenere nell’ambito del Governo, del Parlamento e in tutte le sedi politiche opportune – qualora la situazione nei prossimi mesi, se non addirittura giorni, dovesse precipitare – le quattro seguenti misure, sicuramente “minimali”, ma capaci di rappresentare il primo segnale di una volontà comune di fuoriuscire dal vizioso ciclo capitalistico del debito e della speculazione:

1) Dichiarare temporaneamente sospeso il pagamento di tutti i mutui bancari, inclusivi degli interessi maturati, stipulati entro gli ultimi cinque anni, per l’ acquisizione della prima casa.

2) Dichiarare illegali, a decorrere dalla data di pubblicazione del provvedimento sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica, tutti i cosiddetti prodotti derivati e le cosiddette transazioni “allo scoperto” (elencandoli in apposite tabelle complementari ).

3) Proporre, sin da oggi, nuovi strumenti per sostenere il reddito delle classi meno agiate, qualora aumenti dell’inflazione e dei prezzi delle merci di largo consumo mettano a serio repentaglio livelli di vita già oggi precari.

4) Bloccare la costruzione delle grandi infrastrutture non ancora cantierizzate (TAV in Val di Susa, Ponte sullo Stretto di Messina ecc.) al fine di utilizzare il capitale ad esse destinato per sostenere i redditi e l’occupazione, riservandosi di sottoporle in un secondo momento ad una seria analisi costi/benefici che verifichi l’opportunità della loro costruzione.

Tale appello è frutto di ponderata analisi e discussione avvenuta sul Web, e non esclude – per il futuro – nuovi interventi a più ampio spettro.



Roma, 10 ottobre 2008
Carlo Bertani (scrittore - http://carlobertani.blogspot.com/ )
Miguel Martinez (traduttore – http://kelebek.splinder.com/)
Valter Binaghi (scrittore - http://valterbinaghi.wordpress.com/ )
Nicola Vacca (poeta - http://nicolavacca.splinder.com/ )
Guido Aragona (architetto - http://bizblog.splinder.com/)
Antonio Saccoccio (blogger/net-artista - http://liberidallaforma.blogspot.com/)
Truman Burbank (ingegnere http://truman.blogspot.com/ )
Roberto Buffagni (drammaturgo)
Stefano Moracchi (saggista -http://www.attuazionista.blogspot.com/)
Michele Antonelli (ingegnere elettronico)
Barbara Albertoni (insegnante – http://www.cloroalclero.com/ )
Eduardo Zarelli (insegnante e editore http://www.ariannaeditrice.it/ )
Valerio Lo Monaco (giornalista)
Federico Zamboni (giornalista)
Per le adesioni: carlo.gambescia@gmail.com
Sir Percy Blakeney (economista- http://www.vivereacomo.com/ )
Gianguido Mussomeli (insegnante e musicologo - Freiberg am Neckar - Germania -http://www.mozart2006.splinder.com/ )
Luigi Walt (dottore di ricerca - http://letterepaoline.wordpress.com/)
Italo Romano ( laureando in ingegneria per l'ambiente ed il territorio - http://www.oltrelacoltre.com/)
Fabio D'Amico (insegnante)
Luigi Turchi (insegnante)
Pino Soprano (musicista - http://www.pinosoprano.it/)
Giacomo Petrella (laureando in Scienze Internazionali eDiplomatiche)
Alessio Mannino (giornalista - www.movimentozero.org/mz )
Stefano Belliti ( alias "Pennywise" - http://informazionesenzafiltro.blogspot.com/ )
Nardino D'Angelo (studente)
Alberto Fraternali (alias "Olibaga", libero professionista olibaga@gmail.com )
Roberto Aldo Mangiaterra (alias "Mago delle Fiabe" - http://www.reset-italia.net/)
Doriana Goracci (esodata volontaria da Banca Intesa)
Roberto Pirani (esperto in gestione e riduzione di materiali post utilizzo - http://www.buonsenso.info/ )
Tifi Odasio (manager coordinatore attività di cooperative sociali)
Orazio Fergnani ( http://veientefurente.blog.tiscali.it/ ) http://www.bloggers.it/veientefurente/
Cinzia Sbardella (genere umano pensante)
Piersabatino Deola (pensionato, ex dirigente)
Giuseppe Maneggio (impiegato - http://stonedact.blogspot.com/ )
Nicola Pommella (libero professionista - San Salvador - Jujuy - Argentina - http://diariodelaeconomia.blogspot.com/ )
Massimo Maraviglia (insegnante - http://www.ekpyrosis.it/ - http://www.arete-consulenzafilosofica.it/ )
Luigi Puddu (studente)
Roberto Murgia ( studente - /http//concorde83.spaces.live.com// )
Claudio Ughetto ( P. Educatore e scrittore. http//claudioughetto.3000.it )
Pierluigi Paoletti ( http://www.centrofondi.it/ )
Carmen Todaro (impiegata)
Enzo Cipriano (editore)
Angela Gamberale (dottoressa in Scienze e tecniche psicologiche)
Andrea Marcon - (avvocato. http://www.movimentozero.org/ )
Maria Rita Ramelli (membro di una associazione di volontariato)

venerdì 10 ottobre 2008

NTV: piatto ricco mi ci ficco



Marco Cedolin

La società Nuovo Trasporto Viaggiatori (NTV) recentemente creata da Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle ed Intesa San Paolo, con lo scopo di produrre profitto attraverso la gestione del servizio dei treni ad alta velocità, lungo i 1000km dell’infrastruttura per il TAV italiano, costruita attingendo al denaro dei contribuenti, rappresenta sicuramente un ottimo affare.
Lo sa bene la famiglia Benetton che da molti anni produce profitti miliardari raccogliendo i pedaggi delle autostrade costruite con il denaro pubblico e lo sa altrettanto bene lo stesso Montezemolo nato in quella FIAT che da sempre è abituata a “socializzare” i costi privatizzando i profitti, così come lo sanno i gruppi stranieri che aspirano a ritagliarsi un posto sotto l’albero della cuccagna.

Montezemolo ha annunciato ieri che saranno le Ferrovie francesi (Sncf) il nuovo partner industriale di NTV, attraverso l’acquisizione di una partecipazione del 20% del capitale della società italiana.
Le Ferrovie francesi sarebbero state preferite a quelle tedesche in virtù della loro grande esperienza nell’ambito dell’alta velocità ferroviaria, esperienza che non ha comunque fino ad oggi aiutato Sncf a migliorare il risultato dei propri conti economici pesantemente in perdita.
L’importo dell’operazione ammonterebbe a circa 80 milioni di euro, un investimento tutto sommato modesto se pensiamo che quando fra qualche anno la tratta ad alta velocità Torino – Milano – Roma – Napoli sarà terminata, grazie all’esborso di 90 miliardi di euro di denaro pubblico, l’azienda francese potrà partecipare insieme ai soci italiani al “bengodi” del Tav rosso Ferrari, pronto sfrecciare sui binari senza avere contribuito economicamente alla costruzione di un solo metro dell’intera linea. Le privatizzazioni (anche quando i privati sono aziende di stato estere) rappresentano davvero un miracolo che non finisce mai di stupire.

mercoledì 8 ottobre 2008

Mutamenti climatici e immobilismo politico

Marco Cedolin

Secondo le conclusioni dell’ultimo rapporto degli studiosi dell’IPCC, approvato a Parigi il 2 febbraio 2007, i mutamenti climatici attualmente in corso risultano essere indotti principalmente dall’aumento delle emissioni di CO2, larga parte delle quali (fra l’80 ed il 90%) si caratterizzano per essere di origine antropica. L’aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è sostanzialmente determinato dall’incremento delle emissioni generate dalle attività umane che bruciano fonti fossili e dalla progressiva opera di deforestazione che riduce la capacità della vegetazione di assorbire parte della CO2 immessa nell’ambiente.
La realtà che già oggi si pone sotto agli occhi di tutti, racconta la sensibile riduzione tanto dei ghiacci polari quanto dei ghiacciai delle medie latitudini, il progressivo riscaldamento delle acque dei mari, l’aumento esponenziale dei fenomeni meteorologici estremi quali uragani, alluvioni, siccità, episodi anomali di freddo e di calore.

Secondo il rapporto degli studiosi dell’IPCC, in mancanza di una netta inversione di tendenza nella produzione di emissioni inquinanti e supponendo che il clima non venga sconvolto prima dall’intervento di processi non lineari (eventualità tutt’altro che remota) la temperatura media terrestre potrebbe aumentare entro la fine del secolo da 1,8 fino a 4 gradi, provocando un notevole innalzamento del livello dei mari e accentuando in maniera drammatica i mutamenti climatici già attualmente in atto, fino a determinare un inevitabile collasso che potrebbe perfino causare l’estinzione della specie umana.
Nelle conclusioni del Rapporto Stern presentato a Londra il 30 ottobre 2006 e commissionato dal governo britannico per vagliare le conseguenze economiche dei danni ambientali determinati dai mutamenti climatici, si mette in evidenza come un incremento della temperatura media superiore ai 2 gradi determinerebbe disastrose conseguenze nell’ambito dell’agricoltura, del turismo e della salute umana che sarebbero in grado di provocare una vera e propria catastrofe economica.

In virtù del protocollo di Kyoto l’Italia avrebbe dovuto diminuire le proprie emissioni di gas serra del 6,5% entro il 2012, mentre il nuovo pacchetto legislativo (fortemente osteggiato dal governo italiano) presentato dalla Commissione europea per ridurre le emissioni di Co2 della UE del 20% entro il 2020, presentato alla fine di gennaio e che dovrebbe essere approvato entro il 2008, chiede all’Italia di tagliare le emissioni di Co2 nei settori non inclusi nel sistema di scambio di emissioni (rifiuti, trasporti, edilizia) del 13% rispetto ai livelli del 2005.
L’Italia oltre ad essere lontanissima dalla possibilità di raggiungere questi obiettivi, ha fino ad oggi continuato a marciare in direzione diametralmente opposta a quanto convenuto e le emissioni di Co2 nel nostro paese sono aumentate del 13% nel periodo 1990/2005, senza che nulla lasci presagire la possibilità di un’inversione di tendenza.

Tutto ciò sta accadendo poiché la politica italiana, pur non avendo mai messo in dubbio le conclusioni del rapporto IPCC e della commissione Stern e condividendo la necessità di procedere al più presto per porre rimedio al problema, sta continuando ad incoraggiare tanto a livello nazionale quanto a livello locale l’incremento delle emissioni inquinanti finalizzato a creare la crescita economica.
Se si eccettuano alcuni provvedimenti di carattere locale in grado di determinare effetti del tutto marginali, come la chiusura dei centri storici alla circolazione delle auto e il tardivo miglioramento di alcuni servizi di trasporto pubblico, tutta l’attività politica non tiene infatti nella minima considerazione il problema dei mutamenti climatici.
In Italia la produzione di rifiuti è aumentata negli ultimi 10 anni di oltre il 20%, attestandosi a 536 kg annui pro capite, nonostante già nel 2000 la UE richiedesse che non fossero superati i 300 kg. Per smaltire questa massa di rifiuti in continuo aumento, grazie alle politiche messe in atto inseguendo il modello della crescita e dello sviluppo, è prevista la costruzione di oltre 50 nuovi forni inceneritori, nonostante le emissioni di CO2 determinate da questo tipo d’impianti risultino essere elevatissime.
Le emissioni inquinanti derivanti dai Tir e dalle autovetture private sono fra le cause principali del riscaldamento del pianeta. Senza tenere minimamente conto di questa evidenza, nell’allegato “infrastrutture” al Dpef di giugno 2007 sono stati stanziati finanziamenti per la costruzione di oltre 1.700 km di nuove autostrade, con 10 miliardi di euro d’investimento per le sole autostrade della Lombardia. Investimenti che favoriranno la circolazione di sempre più Tir e sempre più auto che contribuiranno a peggiorare la già drammatica situazione attuale.
Anziché usare il denaro pubblico per rendere efficiente il servizio ferroviario tradizionale, notevolmente meno energivoro del trasporto delle persone e delle merci su gomma, i governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni hanno preferito sperperare 90 miliardi di euro nella costruzione di 1000 km di linee per i treni ad alta velocità, con impatti energetici enormi che contribuiranno ad incrementare il problema dei mutamenti climatici.

Appare in tutta la sua evidenza il cortocircuito logico in virtù del quale la classe politica italiana, pur condividendo l’allarme per il riscaldamento globale e identificando il problema come potenzialmente in grado di distruggere tanto l’ambiente in cui viviamo quanto la nostra economia, non si preoccupa di creare i presupposti per una diminuzione dei consumi energetici e delle emissioni inquinanti da essi prodotte, ma al contrario preferisce perseguire un sempre più problematico incremento del Pil ottenuto attraverso l’aumento di quelle stesse emissioni che ci stanno portando alla distruzione.

martedì 7 ottobre 2008

Ripensare questo modello di sviluppo

Marco Cedolin

La crisi finanziaria sta ormai occupando in pianta stabile da alcune settimane le prime pagine dei giornali, riuscendo perfino ad intaccare l'atmosfera patinata dei TG, con tutto il suo corollario costituito da banche che falliscono, stati che nazionalizzano gli istituti di credito, governi che stanziano, o auspicano lo stanziamento, di cifre da capogiro destinate a preservare il sistema bancario dal crack imminente, mercati azionari ormai fuori controllo che si muovono in maniera schizofrenica simili ai vagoncini delle montagne russe.

Una debacle dalle conseguenze inimmaginabili che imperversa come un tornado nel mondo virtuale della finanza, costituito in larga parte da ectoplasmi del tutto inafferrabili per i comuni mortali, in quanto composti da algoritmi e calcolazioni complesse dalle quali fuoriesce un vero e proprio lemmario incomprensibile ai più. La crisi finanziaria parla il linguaggio del Mibtel, del Dow Jones, del Nasdaq del Nikkei, dell’Euribor, dei Bond, , degli hedge funds, dei sinking funds, degli swaps, della riserva frazionaria, dei piani di consolidamento del baylout da 850 miliardi di dollari, di 450 miliardi di euro “bruciati” in Europa nel corso di un solo lunedì.

La crisi dei comuni mortali parla il linguaggio del Paese reale, lontanissimo dal gergo destinato a pochi iniziati che straborda dalle pagine dei giornali e dagli schermi della TV. Racconta il potere di acquisto di salari e pensioni ormai in caduta libera, le imprese che chiudono i battenti lasciando dietro di sé una lunga scia di disoccupati, le aziende, sia pubbliche che private, intenzionate a licenziare nei prossimi anni buona parte dei propri dipendenti, come si può evincere da quasi tutti i piani di programmazione industriale triennali o quadriennali. Racconta un Paese che produce sempre meno e consuma sempre meno, totalmente incapace di “crescere” pur continuando a poggiare la propria economia su un modello di sviluppo anacronistico fondato proprio sulla crescita.
I comuni mortali sono impegnati nel sempre più difficile esercizio alchemico consistente nel trovare 50 euro per riuscire ad andare a fare la spesa al discount (nonostante anche lì con 50 euro, ogni mese che passa si riesca a comprare sempre di meno) 100 euro per pagare la bolletta della luce che continua a salire, 200 euro per pagare il bollo dell’auto, qualche centinaio di euro per pagare la prima rata del riscaldamento, che va sommata a quella del mutuo o alla rata della macchina, ai libri per i figli o alla retta dell’asilo, alla benzina (sempre più cara nonostante il prezzo del petrolio da tempo stia scendendo) indispensabile per continuare a fare i pendolari, alla bolletta del telefono, al conto dell’idraulico, a quello del meccanico o al dentista, alla rata della spazzatura, alla bolletta del gas.
Non si tratta di calcolazioni complesse come quelle della finanza, le cifre sono “piccole”, così come sono semplici le logiche che le muovono, i nomi si pronunciano facilmente ed il loro significato appare chiaro a tutti. La complessità è data dal fatto che non esistono piani di salvataggio per i comuni mortali e una famiglia non può “bruciare” in un mese 2500 euro se ne guadagna 1500. Se manca loro il danaro per pagare la bolletta della luce i comuni mortali non vedono abbassarsi il proprio rating, né scendere il valore azionario della famiglia, rimangono semplicemente al buio, così come se non pagano le rate dell’auto arriva il carro attrezzi a portarla via, se non pagano la rata del mutuo la casa viene venduta all’asta, se non ci sono i soldi per fare la spesa l’unica alternativa (nel migliore dei casi) è costituita dalla mensa dei poveri.

La malattia che affligge il Paese reale è molto più grave di quella che sta colpendo il mondo virtuale della finanza, anche se tutta l’attenzione mediatica è focalizzata sui mercati finanziari e si sta vendendo l’illusione che risolta la crisi delle banche tutto tornerà a “girare” come e meglio di prima.
Non ci troviamo semplicemente di fronte al fallimento di una politica finanziaria troppo spregiudicata, di un turbocapitalismo che ha dimenticato di darsi delle regole, di una società neoliberista che ha giocato d’azzardo con la globalizzazione.
Ci troviamo di fronte al completo fallimento di un modello di sviluppo basato sulla crescita infinita che si è ormai scontrato con l’evidente incapacità di crescere ancora, dettata dal fatto che è impossibile crescere indefinitamente all’interno di un mondo dove tutto è finito e nulla può nutrire la presunzione di continuare a crescere senza sosta.
Occorre prendere coscienza del fatto che nulla girerà più come prima, a prescindere da come procederà l’operazione di salvataggio delle banche, ed è giunto il momento di ripensare in profondità un modello di sviluppo ormai senza futuro, per tentare di costruire una società della decrescita che sappia sostituirsi a quella della recessione selvaggia (con tutto il contorno di caos e violenza che immancabilmente porterà con sé) nelle cui spire stiamo precipitando senza paracadute. http://ilcorrosivo.blogspot.com/2008/05/decrescita-o-impoverimento.html

lunedì 6 ottobre 2008

Metamorfosi ecologica


Marco Cedolin


L’ultimo rapporto IPCC concernente i cambiamenti climatici ha impietosamente messo in luce lo stato di grave malattia in cui versa il nostro pianeta, devastato pesantemente da oltre 50 anni di pratica sviluppista, passati ad inseguire il miraggio della crescita infinita all’interno di un mondo finito. Non tutti gli scienziati sono concordi nel definire l’entità dell’effetto serra o nel determinare l’esatto ritmo di crescita delle temperature nei decenni a venire, ma al di là di ogni ragionevole dubbio si palesa l’evidenza che esiste un grosso problema al quale occorre porre rimedio in tempi brevi, prima che i processi degenerativi divengano irreversibili.
Sarebbe stato logico attendersi come prima reazione che venisse messo in discussione proprio quel modello di sviluppo ispirato alla crescita che ha ingenerato il problema, ma logica e raziocinio quasi sempre latitano quando ci si trova di fronte ai grandi interessi economici. Così i “sacerdoti del progresso” ormai impossibilitati a negare i risultati catastrofici del loro operato hanno intuito come anche il peggiore dei problemi possa diventare la migliore delle opportunità qualora gestito a proprio uso e consumo e quale occasione potrebbe essere migliore di questa per coniugare crescita dei consumi e crescita “ecologica” in un’ottica d’incremento del loro tornaconto?

La macchina pubblicitaria ed i pennivendoli di ogni razza e colore hanno immediatamente assimilato per osmosi l’importanza del business ecologico e la salvaguardia ambientale è ormai diventata il motivo principe usato ed abusato per sponsorizzare non solo prodotti e servizi ma anche provvedimenti legislativi e scelte politiche.
Un colosso petrolifero come l’ENI, responsabile di alcuni fra i più gravi casi di inquinamento ambientale nel nostro paese, si è presentato in TV con uno spot che lo rendeva simile a un’associazione ambientalista e si è prodigato per mezzo dell’amministratore delegato Paolo Scaroni nel redigere una lista di 24 “comportamenti virtuosi” da suggerire ai cittadini, quasi fossero loro i veri responsabili della catastrofica situazione attuale.
L’ENEL sui teleschermi e sulle pagine dei giornali si è trasformata in un vero e proprio pilastro della pratica ecologica, vanta meriti immaginari e dispensa consigli di ogni tipo al cittadino inquinatore, come farebbe una buona mamma con il figlioletto scapestrato.
Le case automobilistiche pubblicizzano automobili che nuotano come delfini, costruiscono rapporti simbiotici con la natura, germogliano come piante e si colorano come vasi di fiori.
Le banche e le assicurazioni si specchiano dentro a didascalie di prati verdi e cieli tersi, con bambini che corrono incontro ad un futuro bucolico e durante lo spot ci si sorprende a trattenere il fiato per la paura che da un momento all’altro si squarci la didascalia e faccia capolino la realtà rappresentata dagli impiegati della Lehman Brothers che mestamente abbandonano i loro uffici con in mano gli scatoloni degli effetti personali.
Dalle pompe dei distributori fluiscono gasolio pulito e benzina così verde e profumata da fare invidia ad una foresta di conifere. L’acqua minerale sgorga fra montagne incontaminate, pronta ad arrivare in tavola per mezzo del teletrasporto, anziché dopo viaggi infiniti di centinaia di chilometri nel cassone dei TIR sotto il sole cocente. Il latte e la carne provengono da allevamenti dove le mucche pasteggiano allegramente su prati verde smeraldo, le merendine nascono fra campi di grano dorati con le spighe appena mosse dal vento, prodotti di ogni genere manifestano una valenza ecologica mai immaginata prima che contribuisce a renderli indispensabili per il bene dell’umanità.
Perfino le scuderie della Formula Uno, vere regine dell’inquinamento ambientale, si propongono come sponsor dell’ecologia, dipingendo sui propri bolidi distese oceaniche, prati verdeggianti e cieli blu cobalto solcati da bianchi cumuli di panna montata. I marchi che vendono prodotti per i capelli li sponsorizzano come una panacea all’inaridimento delle chiome conseguente all’effetto serra e le aziende di abbigliamento stanno iniziando a proporre collezioni “ecologiche” imperniate sull’uso di tessuti a basso impatto ambientale, quando non addirittura abiti che sono in grado di preservare chi li indossa dagli effetti deleteri dell’inquinamento sulla salute umana.

Anche la politica si è prontamente adeguata al nuovo trend, coniando ossimori tanto fascinosi quanto improbabili. Sviluppo sostenibile, chimica verde, megainceneritori puliti, ecologia industriale, economia solidale, globalizzazione dal volto umano, guerra pulita, crescita verde, sono solo alcune delle esternazioni prive di senso compiuto che infarciscono i discorsi degli uomini politici di ogni schieramento. In contiguità con il non sense delle parole anche nelle decisioni fattive, grandi opere ad alto impatto ambientale come il TAV, i megainceneritori, le centrali a carbone e turbogas, i rigassificatori, vengono proposte dalla politica come interventi ecologicamente migliorativi.

Si percepisce nettamente la sensazione che quello della valenza ecologica sia soltanto un astuto escamotage usato per veicolare in maniera “virtuosa” quella crescita dei consumi che alla luce delle conclusioni degli scienziati sarebbe altrimenti improponibile. Nel nome dell’ecologia si sta dunque continuando a distruggere l’ambiente, ma lo si distrugge affermando che si sta tentando di salvarlo e per qualche decennio, crisi finanziaria permettendo, il business dovrebbe essere assicurato, poi si vedrà. Sarà comunque sempre possibile addossare ogni colpa agli atteggiamenti dissennati dei cittadini e ricominciare daccapo, magari praticando la lottizzazione del sottosuolo, dove grazie alla tecnologia sarà probabilmente ancora possibile sopravvivere in un’atmosfera controllata.