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lunedì 31 marzo 2008

Pimby: un giardino di cemento per tutti

Marco Cedolin

L’associazione Pimby (per favore nel mio giardino) fondata da Chicco Testa, Patrizia Ravaioli, Paolo Messa e Giancarlo D'Alessandro dichiara di proporsi la creazione di un dibattito serio e privo di pregiudizi sul tema delle infrastrutture, nonché di riuscire a costruire più infrastrutture in tempi più brevi sfruttando il fatto che in questa campagna elettorale tutti i maggiori partiti sembrano essere “finalmente” d’accordo sulla necessità di fare infrastrutture.
Fulcro del progetto Pimby è l’intenzione d’importare in Italia una legge che traduca nel nostro ordinamento l'esperienza francese della Commissione Nazionale Sul Dibattito Pubblico, come viene spiegato in maniera articolata nel manifesto dell’associazione dal titolo “partecipare per decidere”.

All’interno di tale manifesto si può leggere che “Per rendere l’Italia un Paese più moderno e competitivo, pur nella salvaguardia dell'ambiente e del territorio, servono anche nuove e più efficienti infrastrutture. Le lentezze burocratiche, le incertezze sui processi di autorizzazione, le contestazioni dei comitati locali, hanno reso però ogni investimento sempre più difficile”.
Parole che sembrano ricalcare il progetto dell’ambientalismo del fare tanto caro a Veltroni che intende salvaguardare il territorio e l’ambiente attraverso i cantieri del TAV, delle autostrade, degli inceneritori e dei rigassificatori, senza dimenticare di strizzare l’occhio anche a Berlusconi accomunandosi a lui nel criticare i comitati di cittadini che fino ad oggi si “sono permessi” di difendere i loro diritti e la propria salute.
Il manifesto propone poi la creazione di un “dibattito pubblico che regolamenti la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali la cui organizzazione sia curata da una parte terza indipendente che, valutatane l'ammissibilità, ne stabilisce sia la durata (non superiore a sei mesi) che le modalità, assicurando la parità di tutti i punti di vista coinvolti e condizioni di eguaglianza nell'accesso ai luoghi e ai momenti del dibattito”. Tale dibattito pubblico non sarà però il luogo deputato alle decisioni e alle negoziazioni, ma solamente un luogo di confronto, in quanto le decisioni finali verranno poi prese dai “soggetti competenti”.

La caratterizzazione dell’Associazione Pimby alla quale hanno già aderito, fra gli altri, personaggi del calibro di Enrico Letta, Sottosegretario Presidenza del Consiglio dei Ministri, Claudio Martini, Presidente Regione Toscana, Bruno Tabacci, Deputato Rosa Bianca, Paolo Costa, Presidente Commissione trasporti e turismo Parlamento Europeo, Renato Brunetta, Vice Presidente Commissione per l'industria, la ricerca, l'energia, Parlamento Europeo, Edo Ronchi, Senatore PD, Michele Vietti, Deputato UDC, Adolfo Urso, Deputato PDL, Edoardo Zanchini, Responsabile Infrastrutture Energia Legambiente, Umberto Minopoli, Consigliere Ministro Sviluppo Economico, Luca Biamonte, Responsabile Comunicazione, Editoriale “La Nuova Ecologia”, dimostra il carattere di assoluta trasversalità del partito del “cemento e del tondino” che accomuna fra le sue fila uomini politici di centrosinistra e di centrodestra insieme ad esponenti di spicco dell’ambientalismo istituzionale.
Un “partito” che sotto la guida del fondatore di Legambiente Chicco Testa promette un giardino di cemento per tutti, proponendosi di coinvolgere i cittadini all’interno del dibattito concernente le grandi infrastrutture, nel tentativo di creare una condivisione nel merito di progetti già decisi a priori e nel caso questa condivisione venga a mancare si accontenterà comunque del coinvolgimento, facendo si che le decisioni finali vengano comunque prese in tempi brevi dai soggetti competenti, cioè dalla politica e dagli imprenditori che propongono l’opera, con buona pace dei cittadini e dell’ambiente.

venerdì 28 marzo 2008

Porta a Porta

Marco Cedolin

Mercoledì sera intorno alle 23 sono stato carezzato dall’insana idea di spegnere il computer ed accendere la TV per introdurmi di soppiatto (almeno così credevo) nel salotto chic di Rai uno dove Bruno Vespa aveva invitato, fra gli ospiti di una serata in tema elettorale, due candidati che conosco personalmente. L’ultima volta che ho votato erano da poco finiti gli anni del liceo e la mia tessera elettorale resterà ancora a lungo ad impolverarsi in qualche recondito andito, perlomeno fino a quando votare significherà legittimare questa dittatura travestita che è la democrazia rappresentativa, però confesso che la presenza nel “salottino buono” di Stefano Montanari e Renzo Rabellino m’incuriosiva e stimolava la mia fantasia.

Montanari, direttore scientifico del laboratorio di nanodiagnostica di Modena, è un medico “tutto di un pezzo” grande esperto nel campo delle nanoparticelle e figura di riferimento per chiunque (come me) abbia avuto occasione di scrivere libri che trattano di rifiuti ed inceneritori. E’ entrato in politica solo qualche settimana fa ma ho letto attentamente il programma del suo partito, basato su una critica molto articolata al sistema delle grandi opere. Come potrei privarmi della soddisfazione di vedere Montanari che mette al tappeto Vespa dimostrandogli con dati incontrovertibili che gli inceneritori sono dannosi per salute, devastanti per l’ambiente e totalmente privi di senso dal punto di vista economico?
Rabellino è in politica da alcuni anni, lo ricordo molto preparato e spregiudicato, veloce di lingua ed abile oratore. A stendere il programma del suo partito ha collaborato un mio caro amico, ho avuto occasione di leggerlo più volte, si parla di opposizione al TAV, di signoraggio, di morti sul lavoro, di risparmio energetico e di critica alla globalizzazione. Perché mai dovrei negarmi il piacere di assistere alla scena in cui Rabellino lascia Vespa senza parole introducendo su Rai uno un argomento tabù come il signoraggio? E se poi tutti e due riuscissero ad esternare il loro pensiero sulla truffa del TAV il mio piacere aumenterebbe in maniera esponenziale.

Alle 23 la mia fantasia viene intaccata una prima volta perché su Rai uno anziché Porta a Porta sta iniziando il secondo tempo della partita della nazionale in terra di Spagna, così mi rassegno a lasciare la TV accesa mentre mi rimetto al computer per finire di scrivere una cosetta che avevo lasciato a metà. Il salotto di Vespa apre i battenti solo abbondantemente dopo la mezzanotte, quando la maggior parte degli italiani che guardano la TV sono già scivolati sotto le lenzuola, ostaggi di una sveglia che suonerà comunque troppo presto.
In studio oltre ai miei due “amici”sono presenti la Santanchè (che in barba alla par condicio è onnipresente come il prezzemolo e compare in tutti i programmi TV) un candidato liberale e il rappresentante del partito disabili. Faranno la loro comparsa dopo poco Marcello Sorgi della Stampa ed un giornalista del Giorno di cui (forse per lo shock subito) per quanto mi sforzi non mi riesce di ricordare il nome.

Dopo i saluti di rito la Santanchè monopolizza immediatamente la serata (o forse data l’ora definirla nottata sarebbe più congruo) imbeccata da Vespa che le chiede di rendere conto riguardo ad alcune sue dichiarazioni aventi per oggetto l’eventualità di un suo appoggio a Berlusconi. C’è giusto il tempo per qualche esternazione del candidato liberale ed ecco Sorgi che suona alla porta e si accomoda nel salotto. La sua prima domanda è rivolta alla Santanchè che avrebbe dichiarato di appoggiare Berlusconi ma cadrebbe in contraddizione perché aveva testé affermato che il Cavaliere posiziona le donne in maniera orizzontale. Il senso della discussione in verità mi sfugge e il pensiero tende più volte a rifuggire fra i meandri dell’inconscio mentre, la Santanchè si profonde per un quarto d’ora buono in un profluvio di parole dal quale si riesce ad evincere che Berlusconi era un’ottima persona ma poi è cambiato essendo stato fuorviato nel corso del suo cammino dalla presenza di cattive compagnie.

E’ ormai scoccata l’una quando finalmente Vespa manda in onda un filmato liofilizzato in un paio di minuti che dovrebbe presentare Stefano Montanari ed il suo partito. In realtà dal video si evince solamente che lui è un medico che una volta entrato in politica avrebbe litigato con Beppe Grillo e si accompagna con l’ex Senatore Rossi colpevole di essere comunista ed aver fatto cadere il governo Prodi rifiutando di votare le missioni militari all’estero. Terminato il filmato Montanari tenta di spiegare che lui con Grillo non ha mai litigato, ma Vespa ostentando aperta contrarietà afferma che la redazione non s’inventa le schede degli ospiti per cui quanto prima darà prova del litigio. Montanari prova poi a spiegare la ragione della sua presenza in politica ed a tratteggiare il programma del suo partito ma l’impresa risulta più difficile di un’ascensione sull’Everest in quanto viene interrotto sistematicamente ogni 15 secondi da Vespa, spalleggiato nell’opera di disturbo dalla Santanchè e da Sorgi. Si ribella, chiede di poter parlare almeno un minuto di fila ma non la spunta e Vespa gli toglie la parola.

L’una è passata da un pezzo quando parte il filmato di presentazione di Renzo Rabellino, così veloce da sembrare uno spot pubblicitario. Guardandolo si capisce che lui ha fatto parte della Lega, il suo partito usa un simbolo che richiama alla mente Beppe Grillo il quale ha già dichiarato di essere estraneo alla cosa, il programma prevede un reddito garantito per tutti dalla nascita alla morte senza lavorare. Rabellino prova subito a spiegare che in realtà non si tratta di un reddito garantito senza lavorare e quel punto non compare neppure nel programma, ma Vespa più contrariato che mai dice che la redazione non se l’è certo inventato, mentre la Santanchè inizia a fare dell’ironia disquisendo di quella meritocrazia la cui esistenza comporterebbe la sua immediata epurazione dai palinsesti TV.

In effetti nel programma di Rabellino neppure io avevo visto la citazione del reddito garantito senza lavorare, ma comunque perché dovrebbe essere così sconvolgente di fronte a Veltroni che promette di raddoppiare pensioni e salari o Berlusconi che “regala” milioni di posti di lavoro?
Ma degli inceneritori, del signoraggio e del TAV quando si parla?
La palla è tornata alla Santanchè che restando in tema di promesse propone di ridurre a 1200 euro mensili gli stipendi dei parlamentari, così non dovrà vergognarsi quando cammina in mezzo alla gente, dimenticando che anche se sottopagato chi governasse male sarebbe costretto a vergognarsi comunque e non solo in mezzo alla gente.

E’ ormai notte fonda quando Vespa ritorna da Montanari porgendogli il testo di un suo articolo che dimostrerebbe l’avvenuto litigio con Beppe Grillo, Montanari sostiene con veemenza che nel testo non si accenna a litigi, la discussione si fa più accesa fintanto che Montanari si vede costretto a prendere in mano il cellulare per tentare di chiamare Grillo in persona (senza trovarlo)affinché convinca Vespa del fatto che non hanno litigato.
Adesso è la volta di Rabellino al quale Vespa porge il punto del programma incriminato prelevato direttamente dal suo sito. Rabellino spiega che si tratta di un vecchio programma non di quello che riguarda questa campagna elettorale (ecco perché non c’era) e Vespa s’infuria più che mai arrivando a catechizzarlo con un gesto quanto mai eloquente. Rabellino prova allora a parlare di signoraggio (che sia il momento buono?) ma il resto della compagnia sta già discorrendo d’altro e gli viene tolta la parola.
Quando l’attenzione torna su Montanari è solo per domandargli come mai se lui è un liberale sta con Rossi che è un comunista, lui cerca di spiegare che le cose importanti sono altre, ad esempio il fatto che sul pianeta rischiamo l’estinzione, ma Vespa e Sorgi insistono, un liberale ed un comunista no è impossibile.
Adesso si parla dei problemi seri, di Alitalia e di chi appoggerà Veltroni o Berlusconi una volta eletto. L’ultima volta che la parola viene data a Montanari e Rabellino è solo per una domanda secca su questi temi, loro tentano con un eroico colpo di reni di parlare del loro programma ma Vespa è perentorio: “cos’è meglio per Alitalia? Air France o una cordata italiana?” una risposta sola, “chi appoggerete una volta eletti? Veltroni, Berlusconi o nessuno?”
Sembra di assistere ad un programma di quiz, mentre tristemente si chiude il sipario e prendo pienamente coscienza di quanto insana sia stata la mia decisione di accendere la TV. L’informazione in Italia praticamente non esiste ed è stato folle pensare che su Rai uno si potesse parlare seriamente di signoraggio, TAV ed inceneritori. Non invidio i miei “amici” che stoicamente hanno tentato di farlo, ma li ringrazio comunque perché l’emozione provata con la fantasia è stata davvero impagabile.

giovedì 27 marzo 2008

Impregilo dai rifiuti di Napoli al Nevada

Marco Cedolin

La multinazionale Impregilo, primario gruppo italiano nel settore delle costruzioni e dell’ingegneria, il cui pacchetto di maggioranza è attualmente nelle mani delle famiglie Benetton, Gavio e Ligresti, continua a tenere fede al suo ruolo di leader nella costruzione delle grandi opere e nella creazione di altrettanto grandi devastazioni ambientali e sociali. Sono infatti una sequela infinita le tragedie ambientali, i dissesti del territorio, le violazioni dei diritti umani, i conflitti politico sociali, le deportazioni e gli esodi forzati di popolazione e gli sprechi di risorse finanziarie ed umane direttamente o indirettamente imputabili all’operato della multinazionale italiana.

Già fra il 1976 e il 1982 Impregilo (allora Impresit-Cogefar) partecipò alla costruzione della diga Chixoy in Guatemala, un progetto il cui costo finale di 800 milioni di dollari si rivelò del 300% superiore alle previsioni e determinò un’espansione del debito pubblico del paese centroamericano nell’ordine del 45% del suo intero ammontare. I finanziamenti provennero dalle casse della Banca Mondiale e della Banca Interamericana di Sviluppo. Gli abitanti dei territori interessati dal progetto furono costretti al trasferimento coatto e di fronte alla loro riluttanza ad abbandonare le proprie terre e le proprie case si scatenò una campagna di terrore durante la quale vennero trucidate oltre 400 persone. La produzione elettrica della diga non è mai andata oltre il 70% delle sue potenzialità ed a causa dell’accumulo di sedimenti nell’invaso gli esperti calcolano che entro una ventina d’anni l’impianto non sarà più in grado di funzionare.

Fra il 1983 ed il 1994 Impregilo insieme alla francese Dumaz partecipò alla costruzione della diga di Yacyretà che sorge sul fiume Paranà al confine fra Argentina e Paraguay sulla base di un contratto da 1,4 miliardi di dollari. I costi del progetto aumentarono di 4 volte per la parte ingegneristica e di 7 volte per quella amministrativa, determinando un costo finale dell’energia prodotta di tre volte superiore a quello medio nazionale. La produttività energetica dell’impianto è solamente il 60% di quella prevista e la costituzione dell’invaso che ha sommerso 100.000 ettari di terreni incontaminati ha determinato l’allontanamento dalle proprie case di 70.000 persone relegate a “sopravvivere” su 9000 ettari di terreno altamente degradato.


Nel 1997 Impregilo partecipò in Nepal al Consorzio deputato alla costruzione della diga di Kaligandaki grazie ad un finanziamento dell’Asian Development Bank. L’opera si distinse soprattutto per le gravi irregolarità del progetto, gli effetti ambientali devastanti e la grande quantità d’incidenti mortali occorsi agli operai impegnati nella costruzione.

Sempre negli anni 90 Impregilo partecipò in qualità di capofila all’associazione d’imprese che costruì la diga Katse in Lesotho. Lo scopo dell’opera fu quello di deviare l’acqua del fiume Malibamats’o ( risorsa naturale indispensabile per il Lesotho) convogliandola in territorio sudafricano per mezzo di due gallerie. Le conseguenze della diga Katse furono oltremodo devastanti sia sul piano sociale che su quello ambientale. Il bacino cancellò 2000 ettari di terra coltivata e 4500 ettari adibiti a pascolo e di conseguenza migliaia di famiglie della locale etnia Basotho che vivevano di agricoltura e pastorizia furono private delle risorse necessarie alla loro sussistenza. L’enorme pressione generata dall’acqua contenuta nell’invaso determinò l’apertura di una faglia di 1,5 km nel villaggio di Mapeleng e dopo la conclusione del riempimento nel mese di ottobre 1995 si verificarono oltre 90 terremoti nell’arco di soli 16 mesi. Nel mese di aprile 2005 in Lesotho iniziò un processo nei confronti di Impregilo, per corruzione in merito all’aggiudicazione di appalti, con una richiesta di risarcimento di circa 1,5 milioni di euro.

Impregilo sta attualmente partecipando in Islanda al ciclopico progetto Karahnjukar che prevede la costruzione di 9 dighe in terra, fra cui la più imponente d’Europa, una centrale idroelettrica da 690 megawatt ed una mega fonderia in grado di produrre 320.000 tonnellate di alluminio l’anno, contro la volontà del 65% dei cittadini islandesi che hanno espresso la propria contrarietà all’operazione. La multinazionale italiana che ha già iniziato la propria opera di devastazione facendo saltare in aria con l’ausilio di cariche esplosive il più spettacolare canyon dell’Islanda è accusata da parte dell’Associazione ecologista Savingiceland di comportamenti intimidatori nei confronti degli ecologisti e vessatori verso i propri dipendenti.

In Italia Impregilo è una presenza di spicco fra le imprese che stanno procedendo alla costruzione delle tratte TAV, nonché imputata in quanto parte del consorzio Cavet, nel processo che si sta tenendo a Firenze a causa dei gravissimi danni ambientali provocati dai cantieri dell’alta velocità nel Mugello. Impregilo ha anche partecipato alla costruzione delle metropolitane di Milano, Roma, Napoli e Genova, alle infrastrutture aeroportuali di Fiumicino e Capodichino, è artefice di larga parte della rete autostradale nazionale, ha ottenuto l’appalto per la realizzazione di un villaggio residenziale per gli addetti della base aeronavale di Sigonella in Sicilia, risulta General Contractor nel progetto del ponte sullo Stretto di Messina ed ha provveduto a costruire perfino l’Istituto Europeo di Oncologia creato nel 1994 dall’ex ministro della Salute Umberto Veronesi che recentemente si è distinto per la propria “crociata” in favore degli inceneritori.
Ma soprattutto Impregilo risulta fra i principali responsabili della drammatica emergenza rifiuti nel napoletano avendo gestito per oltre 5 anni attraverso le controllate Fibe s.p.a e Fibe Campania s.p.a. l’intero ciclo di raccolta e smaltimento dei rifiuti in Campania nonché la controversa realizzazione dell’inceneritore di Acerra. I risultati della gestione furono talmente disastrosi da indurre Impregilo a defilarsi dal “brutto affare” della spazzatura, aiutata in questa operazione dal decreto legge n. 245 del 30 novembre 2005, varato dal Consiglio dei Ministri del governo Berlusconi per fronteggiare l’emergenza dei rifiuti in Campania, il quale prevedeva la risoluzione “ope legis” dei contratti con le società appaltatrici. Proprio in relazione allo scandalo dei rifiuti napoletani Impregilo, insieme al Presidente della Regione Campania Antonio Bassolino è stata rinviata a giudizio e sarà parte in causa nel processo che inizierà il 14 maggio davanti al tribunale di Napoli.

Nonostante l’affare dei rifiuti napoletani, nel merito del quale la magistratura aveva provveduto a congelare i conti correnti italiani del gruppo per un valore di 750 milioni di euro e la temporanea sospensione della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina per decisione del governo Prodi avessero indotto una grave crisi di liquidità finanziaria, Impregilo grazie all’aiuto dei grandi gruppi bancari sembra essere tornata in salute, pronta per sempre nuove sfide in giro per il mondo.
Lo scorso 25 marzo 2008 la multinazionale italiana si è infatti aggiudicata la gara promossa dal Southern Nevada Water Authority (SNWA) per la realizzazione di un articolato sistema di prelievo e trasporto delle acque del Lake Mead, uno dei più grandi laghi artificiali degli Stati Uniti situato a circa 30 chilometri a sud-est della città di Las Vegas nel Nevada, al fine di aumentare la fornitura di acqua per usi potabili e domestici dell'area urbana di Las Vegas, per un valore della commessa pari a 447 milioni di dollari. Si tratta di un progetto estremamente complesso che prevede la realizzazione a circa 100 metri di profondità sul fondo del lago di una presa d'acqua, la costruzione di un tunnel della lunghezza di circa cinque chilometri e lo scavo di un pozzo di accesso profondo circa 200 metri. L’avvio dei lavori avverrà a breve mentre la conclusione dell’opera è prevista per la seconda metà del 2012, sempre che non venga adoperato lo stesso metodo utilizzato per l’inceneritore di Acerra, la cui costruzione iniziò nel 2004 con promessa di consegna entro 300 giorni, mentre nel 2008 l’impianto risulta ancora alla ricerca di qualcuno che accetti l’appalto per portarlo a termine.


mercoledì 26 marzo 2008

In Val di Susa 1500 persone sono già in prima fila

Marco Cedolin

La geniale iniziativa lanciata dal Movimento NO TAV valsusino concernente l’acquisto collettivo dei terreni che potrebbero essere oggetto in futuro dei cantieri per l’alta velocità, ha riscontrato un successo che è andato oltre ogni più rosea previsione. Oltre 1500 persone hanno già aderito all’iniziativa e domenica 30 marzo si ritroveranno a Chiomonte dove alla presenza di un notaio sottoscriveranno l’atto di acquisto formale dei terreni nel corso di una “maratona” che dalle 9 del mattino terminerà solo a sera inoltrata. La giornata sarà vissuta in maniera conviviale con la presenza di gruppi musicali, l’esposizione delle oltre 250 tele d’autore NO TAV, pranzo a base di polenta e visite ai siti archeologici e ai vigneti locali che dovrebbero essere distrutti dalla costruzione dell’alta velocità.

L’enorme successo dell’iniziativa oltre a creare in prospettiva alcuni problemi di ordine burocratico e legale a chi il TAV vuole costruirlo, assume una valenza ben più pregnante in quanto dimostra in maniera incontrovertibile come l’opposizione dei valsusini nei confronti dell’alta velocità sia rimasta la stessa manifestata nell’inverno 2005, a dispetto di tutte le mistificazioni messe in atto da coloro che nei mesi passati avevano cercato di “vendere” in Italia e in Europa l’immagine di una Val di Susa ormai “normalizzata” e disposta ad accettare supinamente la costruzione dell’opera. Il governo Prodi e Mario Virano, presidente dell’Osservatorio sulla Torino – Lione che porta il suo nome, hanno infatti a più riprese vantato un dialogo ed un confronto con la popolazione che non è mai avvenuto. Arrivando perfino ad “assicurare” in ambito europeo di avere ormai superato la contrarietà dei cittadini, nel momento in cui questo autunno sono riusciti ad ottenere da Bruxelles il finanziamento di 671 milioni di euro per iniziare la costruzione dell’opera, nonostante 32.000 firme di valsusini contrari al TAV raccolte durante l’estate stessero a dimostrare esattamente il contrario.

Dopo la giornata di domenica 30 altri terreni verranno messi in vendita e gli acquirenti sembra non mancheranno davvero, a giudicare dal numero estremamente sostanzioso delle richieste di adesione che non hanno potuto essere inserite in questo primo atto poiché pervenute fuori tempo massimo. Quello di domenica è infatti solo il primo di una serie d’incontri “d’acquisto” che promette di essere lunga e quanto mai pregna di significati.
Il nuovo governo Veltrusconi che uscirà dalle urne del 13 aprile con l’intenzione di costruire il TAV in Val di Susa dovrà iniziare a contare con attenzione quante persone ci sono in prima fila, probabilmente troppe perché possa sperare di continuare a “vendere” come buoni dialoghi di fantasia e condivisioni riguardo all’opera che non trovano riscontri nella realtà.

martedì 25 marzo 2008

Mr. Veltrusconi criticato dal Financial Times

Marco Cedolin

E’ ormai consaputo che per riuscire a raggranellare qualche scampolo di obiettività nei giudizi sulla politica interna italiana, spesso occorre leggere i giornali stranieri. Non perché essi siano più probi ed inclini a raccontare la verità, ma semplicemente perché osservando dal buco della serratura in “casa d’altri” i giornalisti di ogni Paese possono essere più liberi ed obiettivi di quanto non sia loro permesso in patria.
Il Financial Times nella sua edizione ondine del 24 marzo esprime così una dura critica alla politica italiana, in tutto e per tutto simile a quella che si può leggere sul blog di Beppe Grillo e in larga parte dell’informazione “altra” presente su internet, esprimendo concetti largamente condivisi dall’opinione pubblica italiana ma sistematicamente epurati dalle pagine e dai palinsesti dei grandi media nostrani.

Il Financial Times parlando delle elezioni italiane sostiene che “sotto il mantello delle novità si nasconde la vecchia guardia”. Aggiungendo che “quando il pubblico è annoiato, ostile e si ha bisogno della sua attenzione, niente è meglio che dargli l’illusione di poter scegliere mentre viene mantenuto in piedi il vecchio sistema”. Questo vale per i partiti principali che secondo il giornale inglese presentano una vasta gamma di “volti nuovi” al solo fine di creare degli specchietti per le allodole.
Il Financial Times entra poi nel merito della strumentale e ridicola scelta delle candidature operata in questa campagna elettorale affermando “e così si incontrano i candidati più diversi: dall'anziano fascista al giovane principe, all'operatore di call center, al barone della dinastia di design di moda, allo zingaro balcanico, al sopravvissuto di un tragico incendio in una acciaieria, all'ex generale, alla avvenente figlia di un attore scomparso. Sono i leader dei due opposti schieramenti che scelgono i candidati, in modo estremamente opaco”. E aggiunge poi riferendosi sia a Berlusconi che a Walter Veltroni “dopo che non sono stati in grado di raggiungere un'intesa lo scorso anno su una riforma elettorale hanno entrambi usato tutti i mezzi in loro potere per controllare il parlamento”.

In Italia giornali e TV continuano e continueranno invece a presentare Veltrusconi come il nuovo che avanza, legittimato nella novità dal cambiamento delle sigle e dei simboli deputati a “vestire a festa” per il 13 aprile una classe politica imbolsita ed anacronistica, dei cui voleri però ogni giornalista italiano è dipendente fedele. Qualunque libertà, anche quella dell’informazione, purtroppo cessa quando tutti devono rispondere ad unico padrone, che lo si voglia chiamare “mercato” o Veltrusconi a questo punto diventa ininfluente perché il circo dei partiti non è altro che l’interfaccia di comodo usato dai grandi poteri finanziari ed industriali per condurre la volontà dei cittadini nell’alveo delle scelte politiche di loro interesse.

sabato 22 marzo 2008

Il risparmio energetico sarebbe "Terribile"

Marco Cedolin

La questione ecologica, il pericolo dei mutamenti climatici, la necessità di limitare i consumi energetici, il bisogno di contenere gli impatti ambientali derivanti da ogni forma d’inquinamento, sono tutti temi che il “governo” europeo affronta sempre più spesso, vantandosi di possedere in merito un’elevata sensibilità. Risparmio energetico e riduzione dell’inquinamento rappresentano per l’Unione Europea obiettivi prioritari da porre al centro di molte direttive che dovrebbero tradurre in pratica la sensibilità ecologica della sua classe dirigente.

Il premier francese Nicolas Sarkozy ha così deciso di dare prova del proprio spirito ecologista inaugurando un nuovo sottomarino nucleare battezzato “il Terribile” che dimostra di meritare fino in fondo il nome impegnativo di cui è stato investito.
Il Terribile che è già stato definito un “gioiello di tecnologia” pesa 14.000 tonnellate, consuma la stessa quantità di energia che potrebbe alimentare una città di 100.000 abitanti e può lanciare i propri missili di ultimissima generazione a 8.000 km di distanza.

La Francia che prima del “Terribile” ha già varato altri tre sottomarini atomici denominati “il Vigilante”, “il Temerario” ed “il Trionfante” potrà in questo modo ambire a conquistarsi un ruolo di primo piano nella corsa mondiale ai nuovi armamenti nucleari che sembra farsi sempre più serrata.
E la corsa per il risparmio energetico e la limitazione dei mutamenti climatici? Quella resterà rinchiusa nelle direttive infarcite di buone intenzioni e nei proclami elettorali attraverso i quali l’UE si vanta di perseguire il bene dei suoi cittadini.
Va bene l’ecologia quando si tratta di produrre populismo spicciolo, ma di fronte alle cose serie come la guerra al diavolo il risparmio energetico ed i mutamenti climatici, perché restare a corto di armamenti pur in un mondo che riesce a sopravvivere sarebbe comunque “terribile”.

venerdì 21 marzo 2008

Tieni in casa la munnezza

Marco Cedolin

La questione dei rifiuti di Napoli sta conoscendo ogni giorno che passa risvolti più grotteschi, trasformandosi in una sorta di teatro dell’assurdo dove le velleità di propaganda elettorale s’intrecciano con l’incapacità manifesta di coloro che sono deputati a gestire l’ormai eterna emergenza.
Il vice commissario delegato per l’emergenza rifiuti Franco Giannini ha così offerto una perla senza eguali, estremamente indicativa dello stato confusionale che alligna nella mente di amministratori e tecnici tanto incompetenti quanto pericolosi. Giannini dentro all’uovo di Pasqua ha pensato bene di far trovare ai napoletani il “consiglio” di trattenere in casa la munnezza durante le vacanze pasquali, evitando di tradurla nei cassonetti (o sarebbe meglio dire nelle strade) prima di mercoledì. Questo poiché durante le feste l’aumentata produzione di rifiuti e la ridotta attività degli impianti di Cdr potrebbero contribuire a peggiorare la già drammatica situazione.
Se i napoletani metteranno in pratica il “consiglio” di Giannini diminuirà così l’altezza dei cumuli di rifiuti nelle strade (sotto agli occhi di tutti), mentre i sacchetti di munnezza si affastelleranno più o meno ordinatamente dentro agli appartamenti almeno fino a mercoledì, a solo beneficio dei padroni di casa e di amici e parenti che potranno allegramente goderne il lezzo durante il pranzo pasquale. Mentre da giovedì le strade torneranno a riempirsi raccogliendo in una volta sola i rifiuti di una settimana che si ammonticchieranno in cumuli più alti dei precedenti, destinati a durare a lungo a causa della cronica limitata operatività della macchina preposta al raccoglimento del pattume.

Nel “consiglio” del vice di De Gennaro, in sé semplicemente grottesco, purtroppo si riesce a leggere tutta l’incapacità di una classe politica che si propone di rimediare all’emergenza dei rifiuti di Napoli (probabilmente creata ad arte) esclusivamente attraverso la pratica dell’incenerimento che contribuirà ad incrementare in maniera esponenziale la vera emergenza costituita dai drammatici problemi di salute che affliggono gli abitanti dell’ormai tristemente noto “triangolo della morte”.
In assenza di qualunque serio piano programmatico di gestione e smaltimento dei rifiuti, basato sulla raccolta differenziata, il riciclaggio ed il riutilizzo, il futuro governo Veltrusconi destinerà infatti ogni risorsa disponibile, per la costruzione e la messa in attività di tre megainceneritori situati ad Acerra, (già in fase di completamento) Santa Maria di Fossa e Salerno (quest’ultimo neppure ancora in fase di progetto) che trasferiranno semplicemente la munnezza accumulata nelle strade di Napoli direttamente dentro ai polmoni dei napoletani, ammorbando ulteriormente di veleni i terreni coltivati e quelli destinati a pascolo. Il Presidente del Consiglio Romano Prodi, sfruttando l’onda emotiva dell’emergenza rifiuti in Campania, lo scorso 31 gennaio 2008, ha inoltre firmato un’ordinanza con la quale concede, in deroga alla legge vigente, i contributi Cip6, pagati con il denaro dei consumatori, per i tre inceneritori campani, ristabilendo di fatto la truffa delle “assimilate” anche per il futuro, trattandosi d’impianti che vedranno la luce fra molti anni ed usufruiranno degli incentivi fino ad oltre il 2020.

Alla luce di queste considerazioni non dovremo stupirci se il prossimo “consiglio” esperito dal team De Gennaro inviterà i cittadini napoletani a provvedere personalmente a bruciare i sacchetti della spazzatura sul balcone delle proprie abitazioni, fino a quando non sarà possibile bruciarli collettivamente nei forni inceneritori, con buona pace per il rispetto della salute e dell’ambiente.

giovedì 20 marzo 2008

La nuova questua per il TAV

Marco Cedolin

Il Presidente delle FS Innocenzo Cipolletta ritorna a parlare di TAV in un’intervista a Radiocor, durante la quale tenta di vendere proiezioni oniriche in cambio di finanziamenti reali che contribuiranno nel tempo ad aumentare ancora di più il debito pubblico italiano già oggi insostenibile.
Cipolletta dichiara che le FS sono pronte a tornare entro l'anno sul mercato dei capitali con un'emissione obbligazionaria per finanziare il completamento della rete Tav, per il quale occorrono 6 miliardi entro il 2010. Cipolletta aggiunge poi che “La parte passata del finanziamento è stata fatta a carico dello Stato. La parte residua sarà finanziata da noi indebitandoci sul mercato e restituendo il debito attraverso i pedaggi che la rete riceve dai treni che la percorrono”. E conclude ricordando che le ultime emissioni obbligazionarie di FS risalgono agli anni Novanta. Il contesto di mercato, adesso, appare ostico.

Cipolletta alla disperata ricerca di nuovi finanziamenti miliardari da gettare in quel buco nero che è il progetto TAV dimentica di dire che FS è una società per azioni ad intera partecipazione statale, perciò quella che lui chiama “completamento della rete” tramite prestiti obbligazionari sarà comunque un’operazione di finanziamento a carico dello Stato che giocoforza in ultima istanza sarà costretto a garantire sia il pagamento degli interessi (che Cipolletta omette di citare) che la restituzione del capitale. L’ipotesi di restituzione del debito e pagamento degli interessi tramite i pedaggi ricevuti dalla “rete” risulta essere un’ipotesi di fantasia totalmente disancorata dalla realtà nel caso la rete di riferimento sia quella del TAV, destinata ad accumulare perdite per mancanza di viaggiatori e merci e non certo utili e che oltretutto Cipolletta medita di consegnare nelle tratte più redditizie in gestione ai privati di NTV. Potrebbe diventare realistica se la rete di riferimento fosse l’intera rete ferroviaria italiana ed allora i miliardi bruciati nel TAV si tradurrebbero in sostanziosi rincari per tutti i viaggiatori, con in testa i pendolari che rappresentano l’80% dei viaggiatori italiani su ferrovia.

Cipolletta afferma poi che con l'alta velocità “ci sarà il quadruplicamento dei binari: una nuova linea si aggiunge a quella esistente e questo - sottolinea Cipolletta - libera totalmente i binari ordinari, i quali verranno dedicati prevalentemente al traffico locale. Sarà eliminata la congestione attuale del traffico e crescerà l'offerta per i viaggiatori sulle distanze brevi e per i pendolari. Ci sarà una frequenza maggiore delle corse, con una maggiore puntualità”.
In realtà il TAV non quadruplica un bel nulla, poiché sui binari dell’alta velocità potranno correre solamente gli ETR di II generazione con politensione che rappresentano una parte infinitesimale dei treni attualmente circolanti in Italia. Ragione per cui tutti i treni normali continueranno a correre sulle linee normali congestionandole. La congestione del traffico non è comunque la causa dei disservizi attuali che costituiscono il dramma per i viaggiatori pendolari. La scarsa frequenza delle corse e l’inesistente puntualità sono infatti da imputarsi all’assoluta mancanza d’investimenti nel servizio ferroviario tradizionale dovuta all’utilizzo di ogni risorsa per sostenere proprio il fallimentare progetto del TAV. Mancano i locomotori e quelli esistenti sono in pessimo stato di manutenzione. Mancano i macchinisti ed il personale che sono stati licenziati. Mancano i denari per mantenere la rete ordinaria in efficienza e per garantire l’attività delle piccole stazioni, mancano i soldi per investire nella sicurezza e manca qualsiasi volontà di risolvere il problema di un servizio ferroviario da terzo mondo il cui ultimo problema è la congestione del traffico.

Cipolletta promette poi una nuova offerta Fs per l'alta velocità, con la navetta Milano-Roma in 3 ore ogni 15 minuti dal dicembre 2009, fingendo d’ignorare il fatto che la costruzione della rete TAV Milano – Roma è ancora in alto mare, in balia oltretutto di onde tempestose.
Manca l’intero sottoattraversamento di una città ad estremo rischio come Firenze che nel migliore dei casi si tradurrà in almeno 5 anni di lavori, le gallerie del Mugello sono monotubo e perciò prive di tunnel di servizio ed in queste condizioni sarebbe impossibile, oltre che scellerato, ipotizzare che i treni corrano a 300 km/h compatibilmente con i tempi citati da Cipolletta, le infrastrutture aeree sono in larga parte incomplete ed il materiale rotabile non è stato neppure ordinato, se si escludono i 25 treni AGV prenotati dalla società di Montezemolo e Della Valle. Nel migliore dei casi la “navetta di Cipolletta” potrà correre, o meglio camminare, nel 2013 e sicuramente con tempi di percorrenza assai più dilatati rispetto a quelli da lui citati con malcelato ottimismo.

Cipolletta conclude poi l’intervista dicendo che il treno farà sempre più concorrenza all'aeroplano su certe distanze, puntando a conquistarne i passeggeri ed aggiunge “Ma a me piace di più parlare di sviluppo del trasporto, imponente negli ultimi anni. La storia ha dimostrato che con la crescita dell'offerta, cresce anche la domanda. Nel medio periodo cresceranno tutti”.
Anche il presidente di FS in tutta evidenza si è ormai trasferito come tanti politici su Second Life, dove traffici e denari di fantasia sono destinati a crescere all’infinito, pur in presenza della recessione, del prezzo del petrolio alle stelle e di un’enorme contrazione dei consumi.
Il nuovo prestito di 6 miliardi che Cipolletta intende porre sulle spalle dei contribuenti italiani non sarà però purtroppo costituito da Linden dollar, bensì da euro sonanti che contribuiranno a distruggere il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti.


mercoledì 19 marzo 2008

Le mezze verità del prof. Sartori

Marco Cedolin

Leggendo il Corriere della Sera di giovedì 13 marzo può accadere di rimanere interdetti dinanzi alla visione dicotoma della situazione economica in cui versa l’Italia, presentata come “una democrazia in decrescita” che ha ormai “raschiato il fondo del barile” nel fondo di Giovanni Sartori che compare in prima pagina e come un Paese “ormai in zona sicurezza sulla via del pareggio di bilancio” nel servizio della seconda pagina che riprende le dichiarazioni del Ministro Padoa Schioppa.

Sartori giudica intollerabile il pesantissimo debito pubblico che grava sul nostro Paese e comporta un carico d’interessi di 70 miliardi di euro l’anno. Padoa Schioppa dice che “il rallentamento dell’economia non interrompe il risanamento dei conti che è solido e destinato a durare” e promette il pareggio di bilancio entro il 2011.

Sartori individua nella mafia, il cui fatturato totalmente esentasse è nell’ordine dei 90 miliardi di euro l’anno, e nella collusione di questa con la politica uno dei principali problemi che strangolano l’economia italiana. Un problema, quello mafioso, che né Tremonti né l’accoppiata Visco/Padoa Schioppa, né i ministri che li hanno preceduti hanno mai tentato di risolvere, evitando di andare a cercare i soldi nel colossale patrimonio mafioso.
Padoa Schioppa canta le lodi della lotta all’evasione fiscale operata dal governo, lotta che se portata avanti con la stessa veemenza anche in futuro potrebbe portare ad un contenimento del deficit anche in presenza di un rallentamento dell’economia ed offrire ampie risorse per ridurre la pressione fiscale sui contribuenti onesti.

Sartori mette in evidenza i dati dell’Ocse che rilevano come il potere di acquisto dei nostri lavoratori sia del 18% inferiore a quello dei Paesi dell’euro e ventila il sospetto che il nostro paese stia cadendo nel vortice di uno sviluppo non sostenibile che distribuisce più di quello che produce.
Nell’editoriale si esprime preoccupazione per la continua salita del prezzo del petrolio e per il valore dell’euro sempre più forte, evidenziando però come Luca Cordero di Montezemolo escluda la possibilità di una recessione.

Due immagini dell’Italia per molti versi antitetiche, quasi ognuna di loro facesse riferimento ad un Paese diverso, ma un’immagine quella tratteggiata dal Prof Sartori, senza dubbio più aderente alla realtà che tutti i giorni sperimentiamo in prima persona. Verrebbe voglia di dire “bravo” a Sartori che ha deciso di raccontarci la verità e fare un applauso anche al Corriere Della Sera per avere permesso che questo accadesse (contraddicendo in questo modo anche il proprio editoriale) ma continuando a leggere il servizio del buon Sartori emergono stridenti contraddizioni che lasciano intendere come tutta la verità il professore non abbia voluto tirarla fuori.

Sartori dopo quello mafioso evidenzia infatti la mancanza d’infrastrutture come uno dei principali problemi del paese, stima in 30/40 miliardi di euro il costo dell’indispensabile rifacimento della rete ferroviaria italiana ed afferma che per diventare un Paese moderno in media con gli altri Paesi europei occorrerebbe spendere nell’arco di una ventina di anni almeno un PIL al completo. Dimentica però di dire che negli ultimi 20 anni l’Italia ha bruciato qualcosa come 90 miliardi di euro per costruire le linee ferroviarie del TAV che non risolveranno alcun problema di viabilità, né tanto meno miglioreranno il sistema ferroviario italiano. Ragione per cui, semmai l’Italia fosse in crisi per la mancanza d’infrastrutture (ragionamento quanto mai opinabile) il problema sarebbe quello di come spendere e non di quanto spendere di quello che resta del denaro dei contribuenti. Sempre che spendere decine di miliardi di euro in infrastrutture possa essere compatibile (e non credo lo sia) con la necessità prioritaria di ridurre un debito pubblico intollerabile.
Sartori sostiene poi la necessità di costruire i rigassificatori, stigmatizzando chi si è opposto a questa operazione, sostenendo che sono indispensabili per sostenere la vertiginosa crescita futura del fabbisogno energetico. Ma come potrebbe quella che secondo le sue parole è “una democrazia in decrescita che ha ormai raschiato il fondo del barile” farsi artefice negli anni futuri di vertiginose crescite dei consumi energetici?
Sartori parla poi dell’incombente disastro climatico, facendo riferimento agli accordi di Kyoto ed affermando che l’Italia ha superato del 13% il limite delle emissioni di gas serra che aveva accettato, (in realtà l’informazione non è esatta perché l’Italia ha aumentato le proprie emissioni del 13% rispetto al 1990 mentre si era impegnata a diminuirle del 6,5% entro il 2012) ma critica il Ministro Pecoraro Scanio incolpandolo di avere bloccato la costruzione dei “termovalorizzatori” nel napoletano. Il professore evidentemente non sa (o finge di non sapere) che gli impianti da lui chiamati termovalorizzatori sono grandi produttori di gas serra la cui costruzione ci allontana sempre di più dal rispetto dei limiti del protocollo di Kyoto.

Purtroppo l’Italia vera, quella racchiusa nell’insensato modello di sviluppo della crescita infinita ed ormai sul punto d’implodere su sé stessa, quella che attende il futuro governo Veltrusconi che la farà sprofondare nel buco di quel barile ormai raschiato, continua a restare molto lontana dalle pagine del Corriere Della Sera, dove al massimo si racconta qualche mezza verità fingendo di voler cambiare tutto per non cambiare nulla.

martedì 18 marzo 2008

Schediamoli da piccoli

Marco Cedolin

La società del controllo che si specchia nelle telecamere affastellate ad ogni angolo delle città, che si ciba d’impronte digitali, grandi orecchie, satelliti spia e banche del Dna, che sta costruendo incubi quotidiani popolati da droni “intelligenti” e microchip da installare sottocute, sembra non porre limiti alla propria fantasia visionaria e l’intelligence britannica continua a fare scuola in questo senso.
Scotland Yard ha infatti lanciato un’iniziativa promossa da Gary Pugh, direttore delle scienze forensi e portavoce per la genetica della polizia, che ha come obiettivo la raccolta del Dna dei bimbi delle scuole elementari del Paese. La raccolta non riguarderebbe però tutti i bimbi dai 5 anni in su, bensì solamente i pargoletti che dimostrano comportamenti antisociali o comunque considerati “a rischio”. Il progetto, stando a quanto scritto sul quotidiano Guardian che ha dato la notizia, prenderebbe spunto dalla necessità d’identificare tempestivamente potenziali criminali al fine di garantire adeguatamente la sicurezza nazionale. Gli esperti criminologi hanno infatti realizzato uno studio dal quale emergerebbe che l’inclinazione a determinati comportamenti pericolosi per la società sia identificabile già nei bimbi di 5 anni di età. Da qui emergerebbe l’idea di schedare il Dna dei piccoli monelli britannici, avendo così modo di poterli monitorare nel corso della loro vita e identificare fin da subito i potenziali “delinquenti in erba” che in futuro potrebbero compiere realmente dei reati.

La proposta sicuramente non incontrerà l’immediato favore dell’opinione pubblica e ben difficilmente verrà messa in atto integralmente in tempi brevi, dinanzi alla scontata opposizione di genitori ed insegnanti, però risulta oltremodo indicativa della strada che il sistema del controllo intende intraprendere per ottenere lo scopo reale che si prefigge e cioè la totale acquiescenza dei cittadini costretti all’interno di un modello unico comportamentale, costruito a maglie sempre più strette, al fine di determinare i loro gesti, i loro gusti, le loro aspirazioni, le loro reazioni che dovranno per forza di cose risultare funzionali al sistema. Un sistema che decide a priori quello che è “giusto” e quello che è “sbagliato”, provvedendo in prima persona ad identificare, isolare e neutralizzare qualunque “anomalia genetica” possa discostare l’individuo dall’atteggiamento di acritica sottomissione al modello sociale dominante. In questo senso, soprattutto negli USA, sono già in stato di sperimentazione sui topi sistemi di microchip sottocutanei in grado di condizionare la volontà del soggetto, rendendolo docile come un agnellino e disposto ad accettare qualsiasi angheria.

Notizie come quella data dal Guardian e ripresa dal Corriere Della Sera che al riguardo ha indetto perfino un sondaggio per sapere se i suoi lettori sarebbero favorevoli all’adozione di un simile provvedimento anche in Italia, rappresentano soprattutto uno strumento volto a testare il grado attuale di sensibilità da parte dei cittadini nei confronti del “controllo”. La società del controllo vive e prospera cibandosi di paura, quella paura che distribuisce quotidianamente a piene mani. Paura del terrorismo, paura delle rapine, paura delle aggressioni, paura degli altri, paura di essere esclusi, paura di morire e paura di vivere. Solo attraverso la “paura” può costringere il cittadino a chiedere più controllo, offrendoglielo per il suo bene e stimolandolo a chiederne ancora di più che naturalmente gli sarà generosamente offerto, in un circolo vizioso al termine del quale anche schedare i bimbi di 5 anni e magari “correggerli” con un microchip sembrerà un atteggiamento plausibile, eticamente corretto e necessario.

lunedì 17 marzo 2008

Moro rapito una seconda volta

Marco Cedolin

Dopo trent’anni dall’assassinio di Aldo Moro non è ancora stata fatta (e probabilmente non lo sarà mai) piena luce sulle dinamiche e sulle responsabilità concernenti una delle pagine più buie della storia italiana. Sull’argomento sono stati scritti libri e costruiti film e documentari, alcuni dei quali molto interessanti, ma la verità sembra continuare ad allignare al di sotto della superficie, per emergere solo a tratti e in maniera parcellare, nonostante gli sforzi dei tanti che hanno cercato e stanno cercando di ricostruire la vicenda.

Il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema che al tempo dell’uccisione dello statista democristiano ne era antagonista militando nel PCI, non sembra invece interessato tanto alla ricostruzione della tragedia, quanto piuttosto a raccoglierne l’eredità politica, imbarcando proditoriamente il pensiero di Aldo Moro sul pullman del Partito Democratico per meri interessi di campagna elettorale.
In un’intervista comparsa sull’Unità D’Alema ha dichiarato infatti di considerare il PD l’erede della “visione democratica di Moro” in quanto erediterebbe “la visione della necessità di una democrazia compiuta, di una riforma delle istituzioni in grado di organizzare una democrazia dell’alternanza” mentre il PDL di Berlusconi invece rappresenterebbe “il contrario di Moro” cioè l’idea che “la politica debba rispecchiare una somma di istanze particolaristiche agitate in modo confuso”. Trascinato dall’enfasi del suo discorso D’Alema non ha poi esitato a compiere esercizi di equilibrismo logico assai discutibili per tentare di dimostrare la tesi assolutamente improponibile di una contiguità di pensiero fra la visione politica di Moro e quella del suo partito.

Aldo Moro è stato sicuramente un uomo politico di grande levatura e riguardo alla sua tragica fine sarebbe bello un giorno potere conoscere la verità, ma il suo pensiero e la sua visione politica sono figli del proprio tempo ed appartengono soltanto a lui.
Appropriarsi vergognosamente del pensiero di Moro trent’anni dopo la sua morte, per usarlo come strumento di propaganda nella farsa di una campagna elettorale schizofrenica, come ha tentato di fare D’alema, equivale a rapirlo una seconda volta e certamente questo non lo merita.
Le due “armate Brancaleone” confezionate all’ultimo momento da Veltroni e Berlusconi attraverso l’arruolamento di personaggi mediaticamente interessanti non sono in realtà in grado di raccogliere l’eredità di nessuno. Per il semplice fatto che un pensiero ed una visione politica non li posseggono, essendo semplici contenitori d’interessi costruiti per suggestionare l’elettorato e nulla più.

sabato 15 marzo 2008

La guerra più giusta

Marco Cedolin

La polemica avente per oggetto le missioni di pace/guerra dei nostri soldati nel mondo sembra essere entrata prepotentemente a far parte della campagna elettorale e vede le legioni del PD e del PDL fronteggiarsi con furia belluina sull’argomento.
Già ma quale argomento? In un Paese normale ci si aspetterebbe di assistere alla dicotomia costituita da uno schieramento che spinge perché i militari italiani continuino ad occupare in armi il suolo degli Stati stranieri con servile condiscendenza agli ordini impartiti dal governo americano e l’altro che vorrebbe questi soldati fossero ritirati dai vari teatri di guerra, per rispetto della nostra Costituzione ormai più calpestata di un tappeto e delle nostre finanze dissestate oltremisura.

Ma l’Italia non somiglia neppure lontanamente ad un paese normale ed il contendere dei due schieramenti contrapposti, destinati a comporre il futuro governo Veltrusconi, non riguarda l’opportunità di mandare (e stipendiare) migliaia di soldati a combattere in giro per il mondo, ma semplicemente l’identità dei Paesi nei quali sarebbe meglio concentrare le truppe.
Così l’ex Ministro della Difesa Antonio Martino (PDL) attacca gli avversari sostenendo che occorrerebbe ridurre drasticamente o meglio ancora cancellare la presenza militare in Libano e mandare i nostri uomini a combattere in Afghanistan, in Iraq e in Kosovo al fianco dei loro compagni.
Il Ministro degli Esteri D’Alema (PD) dichiara di ritenere le affermazioni della controparte sconcertanti, aggiungendo che si tratta di un intervento violento, strumentale e rischioso per l’immagine del nostro Paese. I nostri soldati devono continuare a combattere lì dove sono al fine di non comportare squilibri nell’ambito del “Risiko” mondiale. Informato della contesa il governo del Libano avrebbe infatti già provveduto a convocare l’ambasciatore italiano per avere notizie sulle intenzioni future in campo bellico del nostro Paese.

La risoluzione della contesa elettorale avverrà comunque sicuramente senza spargimento di sangue, per la gioia di tutti gli italiani che sono contrari alla guerra e alla violenza, e le due posizioni divergenti verranno ricomposte senza colpo ferire nella prossima legislatura quando PD e PDL (probabilmente alleati) decideranno di aumentare la quota dei finanziamenti per le missioni di pace/guerra all’estero e sarà possibile mantenere il contingente italiano in Libano, ma anche mandare nuovi soldati a combattere in Afghanistan e nel Kosovo e magari perfino rispedirne qualcuno in Iraq e perché no pure in qualche nuovo teatro di guerra che nel frattempo si sarà sicuramente aperto grazie alla lungimiranza degli amici americani.

venerdì 14 marzo 2008

Candidati porta a porta

Marco Cedolin

Silvio Berlsuconi probabilmente non condividerà l’accurata critica alla casta politica documentata dagli affermati giornalisti Rizzo e Stella e nemmeno le invettive salaci di Beppe Grillo nei confronti dei “nostri dipendenti” ma sembra comunque avere deciso che i futuri rappresentanti della “casta” in parlamento, perlomeno quelli che operano alle sue dipendenze, il posto fisso dovranno guadagnarselo sul campo alla stessa stregua di un normale venditore di prodotti a domicilio.
La scelta ovviamente non è dettata da motivazioni di carattere etico ma semplicemente dalla consapevolezza che la “merce voto” è ormai solamente un prodotto di consumo che deve essere veicolato alla stregua di tutti gli altri presso i “consumatori” elettori che altro non sono se non i tubi digerenti della macchina elettorale.

I futuri parlamentari candidati nelle file del PDL, durante l’incontro di presentazione delle liste organizzato dal Cavaliere al salone della Tecnica, si sono così visti consegnare un vero e proprio kit con tutto l’occorrente per riuscire a vendere il loro prodotto nel migliore dei modi. All’interno del kit una trentina di cartelle contenenti spunti per i loro interventi, una maglietta bianca con lo slogan “rialzati Italia”, una bandiera, un assortimento di spillette, la carta dei valori del partito, le 7 missioni per il futuro, una copia del sondaggio fornito da Silvio stesso che vede il PDL in vantaggio di quasi 10 punti percentuali e la lista delle 67 nuove tasse volute da Prodi.
Insieme al kit è giunta loro anche l’esortazione del Cavaliere a condurre la campagna elettorale stando in mezzo alla gente e andando a parlare con la gente, soprattutto con quella “che conta” come il prete, il farmacista ed il medico. Il tutto per portare a conoscenza di quante più persone possibili il nuovo simbolo che sarebbe finora poco noto e coinvolgere anche gli elettori (consumatori) indecisi su quale prodotto sia meglio acquistare.

I futuri rappresentanti parlamentari del PDL, molti dei quali ancora orfani di portaborse, si troveranno perciò costretti a trascinare in prima persona il proprio “campionario” di promesse, simili (ma purtroppo privi della loro poesia) ai vecchi commessi viaggiatori e agli ormai estinti venditori di enciclopedie, per tentare di convincere quante più persone possibile che la loro merce è la migliore, costa meno, lava più bianco e non teme la concorrenza.
I tempi sono cambiati, la realtà di Arthur Miller è ormai un lontano ricordo che per molti versi scolora fra le pieghe del divenire e probabilmente il prete, il farmacista ed il dottore non rappresentano più l’interlocutore principe al quale rivolgersi per fare proseliti, ma i venditori di libertà sperano comunque di ottenere degli ottimi risultati.
Walter Veltroni con il proprio pullman bazar sta però facendo un ottimo lavoro, avvicinando con successo industriali, giornalisti, sindacalisti, professori e dirigenti d’azienda che sembrano essere intenzionati a distribuire il suo prodotto, così la battaglia per la leadership del mercato dei voti si risolverà con tutta probabilità sul filo di lana, a cavallo fra un “Porta a Porta” in TV e un “porta a porta” presso le case delle famiglie italiane.

giovedì 13 marzo 2008

Sacerdoti del Pil

Marco Cedolin

I palinsesti di giornali e TV sono oggi stati monopolizzati dall’allarme destato dalle nuove previsioni del Tesoro, secondo le quali il PIL in Italia crescerà nel 2008 solamente dello 0,6% quasi un punto in meno delle previsioni di qualche mese fa che vaticinavano una crescita pari all’1,5%.
Allarme subito rilanciato ed enfatizzato da Confindustria che si è detta molto preoccupata del fatto che la crescita economica (identificata con quella del PIL) nel nostro paese si stia avvicinando pericolosamente allo zero. Allarme altrettanto repentinamente “utilizzato” dall’ex commissario europeo, nonché presidente della Bocconi, Mario Monti per affermare che “l’Italia sta scontando nell’andamento dell’economia la difficoltà del processo di riforme in senso liberale di cui si avverte con maggiore chiarezza l’esigenza nei momenti in cui, come adesso, la congiuntura non è positiva”.
Riforme che secondo l’ex Ministro Franco Bassanini non sono né di destra né di sinistra, ma semplicemente giuste ed in quanto giuste andrebbero realizzate al più presto.

Sarà un caso ma sia Monti che Bassanini fanno parte di quella sorta di governo ombra francese che è la Commissione Attali, incaricata di dare vita ad una lunga serie di riforme di stampo iper liberista, larga parte delle quali saranno a breve approvate dal governo di Sarkozy. Tali riforme, ritenute giuste a prescindere dal loro contenuto, semplicemente in quanto gradite ai grandi poteri economici e finanziari, avrebbero come conseguenza quella di ridare nerbo alla crescita economica, riportando il PIL se non ai fasti del passato perlomeno ad aumentare di un paio di punti percentuali l’anno.
Confindustria da tempo non fa mistero di spingere per ottenere dal futuro governo Veltrusconi la creazione di una Commissione Attali anche in Italia, composta da un gruppo di tecnici di suo gradimento, che sappia mettere a punto una serie di riforme pesantemente antipopolari ma funzionali ad incrementare la crescita economica. Proprio per portare a termine questo progetto i grandi poteri del Paese stanno creando i presupposti per la costituzione di un governo di larghe intese che dall’alto di una maggioranza schiacciante abbia la forza per imporre con mano ferma anche contro il volere popolare le “giuste” riforme che Monti e Bassanini giudicano indispensabili.

I cittadini italiani hanno sicuramente molti motivi per essere allarmati, dal momento che sperimentano in prima persona giorno dopo giorno il crollo del proprio benessere e della loro qualità di vita, ma l’allarme non può certo essere ricondotto alla ventilata perdita di un punto di PIL. La crescita economica, misurata per mezzo del PIL è infatti un elemento assolutamente disancorato dal benessere dei cittadini e dalle prospettive qualitative della loro vita, nonostante i sacerdoti del progresso continuino a colonizzare l’immaginario collettivo creando l’illusione che la crescita sia dispensatrice di benessere, qualità della vita e felicità.
Il vero allarme riguarda le Commissioni Attali ed i governi di larghe intese eterodiretti che sull’altare della crescita economica sono disposti ad immolare i diritti ed il benessere delle persone, attraverso riforme ritenute giuste per la sola ragione di risultare funzionali ai loro interessi.

mercoledì 12 marzo 2008

Salgono gli utili calano gli occupati

Marco Cedolin

Dopo avere chiuso il 2007 con un utile netto di 1,43 miliardi di euro, in progresso del 58% rispetto ai 910 milioni del 2006 e del 160% se si prendono in considerazione gli ultimi 3 anni, il gruppo Monte dei Paschi di Siena ha presentato il nuovo piano industriale 2008/2011 che è stato approvato dal consiglio di amministrazione della banca ed accolto con entusiasmo dai mercati all’interno dei quali il valore del titolo si è manifestato in netta ascesa.
Obiettivo del piano quello di dare vita al terzo polo bancario italiano tramite l’acquisizione in MPS di Antonveneta, Banca Agricola Mantovana e Banca Toscana, nel contesto di una profonda ristrutturazione dell’intero gruppo che prevede la cessione di 125 sportelli e un incremento di utile di 732 milioni, derivante per il 35% da maggiori ricavi e per il 65% da risparmi di costi.
I risparmi di costi che costituiscono la parte più consistente del piano passeranno attraverso l’eliminazione di 1700 dipendenti considerati in esubero, la maggior parte dei quali andrà ad ingrossare le fila dei disoccupati e dei lavoratori precari.

Quello di MPS non è un caso isolato, bensì la regola utilizzata dai grandi gruppi finanziari ed industriali per far crescere la propria produttività ed i propri profitti in misura estremamente rilevante pur in presenza di un mercato asfittico e stagnante.
Mentre i grandi sacerdoti delle liberalizzazioni come l’ex ministro Bersani, individuano tassisti, farmacisti e panettieri come il vero ostacolo alla libera concorrenza, tutti i maggiori gruppi finanziari ed industriali fagocitano sistematicamente le realtà più piccole, concentrando attraverso fusioni ed incorporazioni i mercati di loro competenza nelle mani di una ristretta cerchia di mega realtà che costituiscono oligopoli in grado di annientare qualunque anelito di quella concorrenza che gli uomini politici di ogni colore promettono di creare quando arringano le folle durante i comizi elettorali.
Mentre politici, sindacalisti ed industriali stipulano accordi sul welfare privi di ogni contenuto e li fanno approvare ai lavoratori tramite referendum farsa, fingendo di essere intenzionati a ridurre la precarietà, tutti i grandi gruppi finanziari ed industriali incrementano a dismisura il proprio profitto attraverso la sistematica riduzione del personale ed un sempre più ampio ricorso al lavoro interinale.

Si percepisce una profonda distonia fra il contenuto dei piani programmatici delle grandi imprese e le dichiarazioni dei leader di partito che in odore di elezioni ogni sera affollano i “salottini buoni” della TV promettendo più posti di lavoro e più concorrenza. Sembra quasi che la politica abbia perso ogni contatto con il paese reale e si muova in una sorta di Second Life costruita a proprio uso e consumo.
Qualcuno per favore li svegli, magari “sputandoli” come farebbe Barbato, perché nell’Italia reale i posti di lavoro e la concorrenza stanno andando incontro all’estinzione e non è tramite la realtà virtuale che si può salvare la specie.

martedì 11 marzo 2008

Le Olimpiadi dello smog

Marco Cedolin

L’etiope Haile Gebreselassie, primatista mondiale della maratona, ha comunicato oggi la propria decisione di rinunciare a prendere parte alla maratona olimpica di Pechino, in quanto ha dichiarato di temere che gli altissimi valori d’inquinamento presenti nell’aria della capitale cinese possano essere pericolosi per la sua salute, con il rischio di mettere a repentaglio la prosecuzione della propria carriera.

La notizia non mancherà di far discutere, riportando alla luce il timore che quelle di Pechino 2008, anziché per record e meriti sportivi, possano passare alla storia come le “Olimpiadi dello smog”, consegnando a questa edizione dei Giochi Olimpici un primato che tanto il CIO quanto il governo cinese non ambiscono certo ad ottenere.
Il problema dell’inquinamento è da tempo noto agli organizzatori, tanto che lo stesso capo del CIO Jacques Rogge aveva da tempo ventilato la possibilità di fare slittare rispetto al calendario originale, in funzione della concentrazione di agenti inquinanti nell’aria, la data di alcuni eventi sportivi come la maratona e le gare ciclistiche su strada. Proprio temendo le ripercussioni dello smog sulla salute degli atleti è già stato previsto l’allestimento di un sistema di monitoraggio dell’aria che consenta di controllare in tempo reale la concentrazione di sostanze tossiche, fermando le gare qualora essa superi un determinato livello di pericolosità.

Alla luce di questi fatti viene però spontaneo domandarsi per quale ragione nessuno s’interroghi sulle conseguenze dell’inquinamento per gli oltre 15 milioni di cittadini che affollano la capitale cinese ed ogni giorno sono costretti a “correre” la propria gara a prescindere da quanto sia spesso lo strato di smog. E’ vero che la maggior parte di loro non si sta rendendo protagonista di una fulgida carriera come quella dell’atleta etiope, ma è altrettanto vero che anche la loro salute meriterebbe di essere preservata alla stessa stregua di quella degli atleti olimpici.
Fermare le gare quando l’inquinamento raggiunge livelli inaccettabili denota poi un cortocircuito logico che sfocia nella supina accettazione del disastro ambientale costruito dall’unica corsa ritenuta inarrestabile che è quella della crescita economica. Il solo esercizio intelligente sarebbe infatti quello di fermare lo smog (e non le corse) per restituire a tutti la possibilità di uscire all’aperto senza rischiare la propria incolumità.

Tornando a Gebreselassie, il campione etiope ha dichiarato di volere proseguire la propria carriera fino ai Giochi di Londra 2012, dove conta di stabilire un nuovo primato della maratona.
Naturalmente tutti gli auguriamo di riuscirci e ci dispiacerebbe deludere le sue aspettative, ma avrà detto questo perché considera l’aria londinese più salubre rispetto a quella di Pechino o semplicemente perché conta di terminare lì la sua carriera?


lunedì 10 marzo 2008

NO TAV a Shanghai come in Val di Susa

Marco Cedolin

La costruzione delle nuove tratte per i treni ad alta velocità non deve fare i conti con la protesta di larghi strati della popolazione solamente in Italia, ma perfino in un “paradiso delle grandi opere” come la Cina l’opposizione al TAV si sta rivelando così risoluta da essere riuscita a bloccare almeno temporaneamente la costruzione dell’opera.
E’ accaduto a Shanghai dove dal 2002 sono già funzionanti 30 km di TAV a levitazione magnetica che applicano la stessa tecnologia, prodotta da Siemens e Thyssenkrupp, sperimentata in Germania dal tristemente noto Transrapid che nel settembre 2006 fu protagonista di un tragico incidente nei pressi di Melstrup, durante il quale persero la vita 23 persone.
Proprio il prolungamento della linea attuale, le cui carrozze viaggiano spesso semivuote a causa dell’alto prezzo del biglietto, che dovrebbe attraversare quartieri densamente popolati, ha incontrato una tenace ed indomabile resistenza da parte degli abitanti. La popolazione, assolutamente contraria alla costruzione di un’opera giudicata ambientalmente impattante e pericolosa per la salute a causa delle radiazioni elettromagnetiche, ha avversato il progetto anche a fronte delle sue ricadute negative sul valore degli immobili. Alcune migliaia di cittadini assai combattivi hanno fronteggiato pacificamente i reparti anti- sommossa della polizia mentre contemporaneamente avviavano una battaglia legale per difendere i propri diritti. Le autorità si sono trovate in grave difficoltà sia perché il progetto presentava non poche criticità, sia perché la protesta ha iniziato a dilagare coinvolgendo in breve anche gli strati sociali piccolo – borghesi che fino a quel momento erano stati refrattari a qualsiasi espressione di dissenso nei confronti della cementificazione indiscriminata.

Il sindaco di Shanghai Hang Zheng, proprio in occasione del Congresso nazionale, ha così annunciato di essere intenzionato a rinunciare, almeno per il momento, alla prosecuzione del progetto che non rientra più negli investimenti prioritari, in attesa di verificarne la fattibilità per mezzo di una valutazione d’impatto ambientale.
Nella Cina delle grandi dighe, abituata alle costruzioni portate a termine a tempo di record, senza salvaguardare minimamente i diritti della popolazione, per la prima volta la protesta dei cittadini è riuscita a fermare la realizzazione di una grande infrastruttura.
In Italia dove i record sono altri e le infrastrutture che servirebbero, come la Salerno – Reggio Calabria, sopravvivono da decenni sotto forma di eterno cantiere, gli uomini politici di ogni colore il progetto del TAV continuano purtroppo a proporlo come prioritario anche di fronte a proteste popolari e criticità di gran lunga superiori a quelle di Shanghai. Anzi i due partiti che si contendono il governo del paese arrivano al punto di mettere il TAV ai primi posti fra le priorità dei propri programmi elettorali, dimostrando in maniera inequivocabile di essere assai poco lungimiranti e molto a corto di argomenti.

domenica 9 marzo 2008

Ti straccio il programma

Marco Cedolin

L’impressione che gli uomini politici italiani, nonostante la veneranda età che li accomuna, stiano regredendo al periodo della scuola materna è già da tempo palpabile. Per prenderne coscienza basta leggere la lunga sequela di bugie con la quale stanno infarcendo i propri programmi elettorali, tanto pieni di false promesse fantasiose quanto assolutamente vuoti di contenuti. Basta leggere gli slogan puerili e ridicoli stampati a caratteri cubitali sui manifesti elettorali che già deturpano le nostre città, basta guardarli quando sono ospiti di una trasmissione televisiva e fingono di litigare come bambini pur ripetendo come marionette tutti le stesse cose, basta tornare con la mente alla surreale gara di sputi fra Barbato e Cusumano nell’aula del Senato.

Silvio Berlusconi, ieri di scena al Pallido di Milano, dinanzi ad una folla di suoi dipendenti imbandierata e festante, ha dimostrato come la regressione all’età infantile possa costituire spunto per la campagna elettorale, contribuendo a ravvivarla donandole un po’ di sale.
Con stampato sul volto un sorrisetto da bambino discolo compiaciuto, il Cavaliere ha pensato bene di fare pubblicamente un dispettuccio al “compagno di banco” Veltroni colpevole di avere nascostamente copiato il compito da lui e tratto dalla tasca il programma elettorale del PD lo ha platealmente stracciato ammiccando alla folla plaudente che lo contornava.

Walter Veltroni impegnato nelle stesse ore in un tour nel Nord Est, volto a conquistare i voti degli industriali, ha stigmatizzato il gesto dell’avversario senza dare vita ad una immediata ripicca che avrebbe potuto essere vista dalla maestra.
Il programma stracciato è però un affronto troppo sfrontato perché possa venire lasciato a lungo obliare, c’è da scommettere che al più presto qualcuno mentre sta tenendo il proprio comizio elettorale brucerà una bandiera del PDL, Silvio per ritorsione righerà con le chiavi il pullman del PD, Walter gli nasconderà le scarpe col tacco, il Cavaliere sceso in terra scoppierà in lacrime e la maestra esasperata li spedirà entrambi in Presidenza dove come due piccoli monelli potranno dedicarsi insieme per 5 anni a fare qualche dispetto agli italiani, consapevoli del fatto che tanto loro non reagiranno mai.

Per un operaio in più

Marco Cedolin

Nella bagarre di questa campagna elettorale ipercinetica, tanto priva di concretezza quanto infarcita di suggestioni può accadere perfino che il Segretario di un partito politico, come Oliviero Diliberto, sia costretto ad immolarsi sull’altare della propaganda, rinunciando a candidarsi al Parlamento per lasciare il proprio posto ad un ex operaio della Thyssenkrupp, nella speranza che il sacrificio serva a raggranellare qualche voto in più.
In verità in un primo momento a questa eventualità Diliberto non aveva proprio pensato e nella difficile composizione delle liste della Sinistra Arcobaleno (che vedrà dimezzarsi il numero dei propri deputati rispetto a quelli attuali) al ruolo dell’escluso sembrava destinato l’ex operaio Ciro Argentino che aveva oltretutto accettato questo stato di cose senza protestare.
Il PD che ha già candidato l’ex operaio Thyssen Antonio Boccccuzzi, ormai diventato un volto famoso dei palinsesti televisivi, colta la ghiotta occasione non ha però saputo trattenersi dall’inveire sugli ex alleati accusandoli di “trattare gli operai come figurine” dando vita ad una contesa elettorale avente per oggetto il numero di operai candidati in ciascun partito e di conseguenza (si presume per osmosi) la più o meno spiccata propensione a difendere la causa dei lavoratori.
Lasciatosi sopraffare dalla trance agonistica derivante da quella che era ormai diventata una sorta di spareggio all’ultimo operaio, Diliberto non ha potuto fare altro che abdicare dalla propria poltrona e consegnarla al buon Ciro, affermando con enfasi “questa è la diversità dei comunisti”.

A prescindere dal valore di tutta questa sceneggiata di dubbio gusto, condotta con toni surreali ed ampio ricorso all’autolesionismo, viene spontaneo domandarsi se davvero la sensibilità di un partito nei confronti dei lavoratori passi attraverso il numero di operai che esso candida alle elezioni. Non sarebbe più semplice difenderli quando si siede in Parlamento, anziché votare vergognosi accordi sul welfare come quelli stipulati lo scorso luglio insieme a Confindustria ed ai rappresentanti sindacali?