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domenica 29 giugno 2003

La patente a punti di vista

Marco Cedolin

Fa il proprio esordio il nuovo Codice della Strada, o meglio il nuovo vademecum per la persecuzione legalizzata dell'automobilista.
A furia di "giri di vite", "tolleranze zero", ed altre amenità da regime dei colonnelli ci si ritrova a discutere di una legge che riesce nel difficile intento di peggiorare quella precedente.
L'innovazione della patente a punti, disarmante nel puerile tentativo di discriminare gli automobilisti cattivi da quelli buoni, pone anche alcuni inquietanti interrogativi riguardo alla competenza del legislatore.

In primo luogo appare eccessiva la severità con la quale vengono sanzionate la guida senza cintura di sicurezza, -5 punti e la conversazione col telefonino -4 punti, equiparate per gravità ad infrazioni ben più pericolose quali il passaggio col rosso (-5) la mancata precedenza (-5) le inversioni vietate (-4).

In secondo luogo non si tiene conto del fatto che le categorie costrette a viaggiare per lavoro (camionisti, autisti, agenti di commercio, tassisti ecc) sono statisticamente più soggette ad infrazioni ed un simile sistema rischia di privarli di quella patente che per loro significa "il lavoro".
E' come se si licenziasse un operaio perchè ha compiuto un paio d'errori nel corso dell'ultimo mese lavorativo.

La nuova patente inoltre è a punti solamente per i “poveri”, mentre i “ricchi” avranno modo di aggirare il problema in quanto i punti possono venire miracolosamente recuperati tramite corsi d'aggiornamento da pagare e frequentare presso le autoscuole, si possono recuperare fino a 6 punti con questo sistema (9 per i camionisti che per mantenere il lavoro saranno disposti a qualunque sacrificio).
I giovani neopatentati (per i primi 5 anni) si meritano per qualche strana ragione un raddoppio di persecuzione, i punti tolti raddoppiano per qualunque tipo d'infrazione.
L'ammontare delle contravvenzioni e l'obbligo di rifare l'esame di guida persi i 20 punti (con conseguente dispendio economico) sembrano tarati sul Principato di Monaco e non su un'Italia con stipendi da fame fra i più bassi d'Europa.
Fino a quando si pensa di poter mungere l'automobilista italiano costretto a pagare dei premi assicurativi fra i più alti al mondo, un bollo iniquo perché il pagamento dello stesso pur essendo tassa di circolazione viene richiesto a differenza di altri paesi europei anche se la vettura resta inutilizzata, dei pedaggi autostradali da paura, basti pensare che con il costo di un viaggio Torino - Roma andata e ritorno in Austria o in Svizzera si paga l'abbonamento autostradale per tutto l'anno?

L'eccesso di velocità è poi la ciliegina sulla torta di quella sicurezza stradale che trasmuta in un prelievo forzoso del denaro dei cittadini.
I limiti di velocità sono stati studiati a tavolino per far sì che qualunque guidatore normodotato sia praticamente impossibilitato a rispettarli.
Avete mai provato (per gioco) a fare un viaggio di un centinaio di chilometri sulle strade statali e provinciali italiane rispettando alla lettera i limiti di velocità?
Io si ed è stata un'avventura spassosa e parossistica al contempo, interi chilometri di strada deserta senza poter inserire la terza, i guidatori dietro di te che ti mandano maledizioni bastevoli anche per le prossime tre vite, forse un bel sistema per gustare appieno gli italici panorami ma una tempistica scarsamente competitiva con la bicicletta.

I limiti di velocità in Italia non seguono una logica, perché in quel caso verrebbero rispettati e sarebbe più difficile “mungere” l'automobilista, adducendo l'ormai abusata scusa della sicurezza.
In quest'ottica s'inserisce anche il ridicolo nuovo limite autostradale dei 110 kmh quando piove (quattro gocce, il diluvio, la pioggerella fine o i goccioloni?), roba che se si deve attraversare l'Italia in una giornata uggiosa si finisce per passare al volante l'intera giornata e rischiare pure un colpo di sonno.
Il paventato passaggio ai 150 kmh sulle autostrade (sarebbe la logica in ogni paese che legiferasse con cervello), usato come mossa pubblicitaria non entrerà in vigore da subito e sarà soggettivato al parere del gestore privato autostradale, al fatto che l'autostrada sia a 3 corsie, che non ci siano curve, non piova, non ci sia nebbia, né ghiaccio, né traffico, insomma dire mai sarebbe stato molto più semplice ed esaustivo.

In conclusione essendo personalmente stufo di venire preso in giro dall'ennesimo divieto costruito in funzione del balzello e da tutti i benpensanti che si uniscono al coro di chi se potesse vieterebbe anche la respirazione, non vedo l'ora di poter lasciare l'auto parcheggiata in garage, o meglio ancora dentro la vetrina del concessionario, evitando di finanziare col mio lavoro la folla di cervelloni che vivono a sbafo facendo finta di governare questo paese.

I forzati della democrazia

Marco Cedolin

E' difficile riuscire a capire cosa stia accadendo nelle città dell'Iraq "liberato".
Il grande circo dell'informazione è migrato alla fine della guerra (quella dei generali) ed ora le notizie filtrano in maniera ancora più frammentaria e pilotata di quanto non accadesse prima.

L'Iraq nel 1991, alla vigilia della prima guerra del golfo era un paese di 18 milioni di abitanti con una società altamente urbanizzata e meccanizzata paragonabile a molti degli stati europei, gli investimenti nella sanità e nella scuola erano in linea con gli standard occidentali.
Oggi l'Iraq non è più uno stato, due guerre, 12 anni di embargo e l'occupazione lo hanno ridotto a una Babilonia di morte senza identità né senso.
18 milioni di persone sono state ricacciate ad un'era preindustriale e sono giornalmente costrette a convivere con una realtà che ha l'acre sapore dell'inferno Dantesco.

La “democrazia” ha il triste volto degli eserciti d'occupazione, dei carri armati, delle macerie, dei saccheggi.
A Falluja gli iracheni che quasi giornalmente compiono azioni di guerriglia contro l'invasore vengono definiti “sostenitori di Saddam”, così come tutti coloro che l'esasperazione sta portando a combattere gli americani attraverso le imboscate che diventano sempre più frequenti.
La “resistenza” contro un invasore sprezzante ed altero che calpesta gli usi e costumi di un popolo, dopo averlo umiliato e ridotto alla fame non ha nulla a che fare col sostenere Saddam.

Nell'Iraq della “democrazia” non esiste più un governo né un ordine costituito, democraticamente comandano i fucili, la forza, la prevaricazione.
Gli Stati Uniti e gli altri eserciti in armi (compresi i valorosi italiani dell'operazione Antica Babilonia) badano solamente al controllo dello scippo petrolifero, incuranti dell'anarchia che democraticamente regna attorno a loro.
L'amministrazione americana non ha alcuna fretta di costruire il proprio governo fantoccio, in quanto questo significherebbe dovere a poco a poco abbandonare militarmente l'area.
Non ha alcuna fretta d'iniziare la ricostruzione, propagandata come un regalo al popolo iracheno liberato, ma che in effetti riguarderà solo le infrastrutture in qualche modo utili allo sfruttamento economico dell'Iraq.

Quanto tempo necessiterà alla gente d'Iraq per poter tornare al XXI secolo?
Per quanto ancora i discendenti di una fra le più gloriose civiltà dell'antichità saranno costretti a mendicare gli aiuti umanitari? Fino a quando i “forzati” di una democrazia che non avevano chiesto dovranno convivere con la barbarie dell'occupazione militare?

venerdì 27 giugno 2003

Energia nucleare? NO Grazie!

Marco Cedolin

Ricordate lo slogan tanto popolare negli anni 80?
Anni in cui il partito radicale (non ancora asservito al capitalismo americano) e le forze di sinistra (che ancora parlavano un linguaggio di sinistra), fecero appello al buon senso degli italiani (che ancora ne avevano) e tramite un referendum (quel tipo di consultazione che ora la sinistra chic snobba) fu sancito "in Italia mai più centrali nucleari".
Ricordare in questo caso è quanto mai opportuno, poichè l'impressione dinanzi al putiferio estrogenato dell'interruzione di corrente a macchia di leopardo è, che al di là dell'estemporanea emergenza elettrica si nasconda un disegno ben preciso, avente lo scopo di ripristinare il nucleare in Italia.
Il sottosegretario all'economia con delega sulla privatizzazione dell'Enel, Gianluigi Magri ha già dichiarato che "occorre investire subito nel carbone e nel nucleare".
A fargli eco il forzitaliota Giampaolo Bettamio,, vicepresidente della commissione attività produttive alla camera ha dichiarato essere giunto il momento per riflettere seriamente sull'introduzione dell'energia nucleare in Italia.

Il governo Berlusconi, impegnato come non mai a smantellare con sistematicità certosina tutte le conquiste sociali ottenute dal popolo in più di mezzo secolo, sta insomma "preparando" l'opinione pubblica al fine di poter lanciare con successo la propria campagna pro energia atomica.
I cittadini e le industrie (ma queste sono in parte collaborazioniste consapevoli del governo) vengono improvvisamente messi dinanzi allo spettro del black out.
Il messaggio che si vuole instillare negli italiani, dopo averli resi con ogni mezzo "elettrodipendenti" al limite del parossismo è molto chiaro: "o risparmiate energia o si dovrà per forza di cose ricorrere a nuove soluzioni".
Parlare di risparmio energetico a tutti noi che ogni giorno veniamo indotti dalla pubblicità più sfrenata ad acquistare oggetti che consumano elettricità, suona in verità come un dileggio peraltro oltremodo offensivo.
Indurre al senso di colpa chi usa quegli oggetti che il consumismo gli ha venduto usando ogni tecnica di convincimento mi sembra una violenza psicologica semplicemente vergognosa.
Non siamo stati noi a diffondere le lampade alogene, la sovrappopolazione dei televisori, decoder, computer, telefonini, spazzolini da denti elettrici, climatizzatori, forni microonde, aspirapolveri e le mille voltaiche creature che accompagnano le nostre giornate.
Ci hanno pensato le politiche industriali dei grandi gruppi, gli esperti di marketing, i fautori del consumismo, finanziati dai governi, non è forse Gasparri ad offrire 165 euro ai giovani con meno di 16 anni che acquistano un computer nuovo?

Il governo ben sa che dato un giocattolo al bimbo (e in questo siamo tutti un pò bambini) questi se lo terrà ben stretto, l'appello al risparmio è perciò solo una mistificazione fatta con lo scopo di cadere nel vuoto.
Le "nuove" soluzioni che interessano alla congrega di capitalisti senza scrupoli che ardisce farsi chiamare Casa delle libertà si chiamano centrali termoelettriche e soprattutto nucleari.
Soluzioni che in verità sono "nuove" come lo può essere l'imperialismo.
L'obiettivo è riuscire a dare all'industria energia a basso costo, pagandola con la salute degli italiani.
A Berlusconi non importa nulla di condurre una politica diametralmente opposta agli accordi di Kyoto, dal momento che il nostro paese si erge a specchio scolorito degli Stati Uniti che quegli accordi non li hanno sottoscritti.
Il governo non si preoccupa minimamente d'investire in quelle fonti d'energia veramente innovative, quali l'energia solare ed eolica, che restano nel nostro paese marginali, poichè non considerate utili (in termini di convenienza economica) dagli industriali e dai gruppi di potere.

Occorre una risposta chiara, forte, inequivocabile a chi vuole ricattarci con un'energia che si ciama cancro, magari dicendo con lingua bifida che gli impianti moderni sono più sicuri. NON E' VERO ed esiste un'ampia letteratura in proposito. La risposta non può essere che quella del 1987 Energia nucleare? NO Grazie!

giovedì 26 giugno 2003

Il lodo Gasparri: la guerra delle TV

Marco Cedolin

Continua la battaglia fra Casa delle Libertà e opposizione, riguardo alla riforma del sistema radiotelevisivo messa a punto dal ministro per le comunicazioni Maurizio Gasparri, già approvata dalla camera il 2 aprile scorso e ora all'esame della commissione Lavori pubblici e Comunicazioni del senato.
I tratti salienti della riforma riguarderanno il passaggio di Retequattro sul satellite, la privatizzazione di una delle tre reti Rai che dovrà finanziarsi solo più attraverso la pubblicità, mentre le altre due resteranno finanziate dal canone, la possibilità per Mediaset di acquisire anche radio e quotidiani, l'aumento del tetto pubblicitario dal 18% al 20% e l'obbligo di recuperare le eventuali eccedenze non più nell'ora precedente o successiva ma durante l'intero arco della giornata (comprese le ore notturne).

L'esclusione dalla nozione di pubblicità degli annunci relativi alla programmazione dell' emittente, quelli di servizio pubblico e gli appelli di beneficenza, una nuova disciplina delle televendite che dalle attuali 1 ora e 12 minuti passano a 3 ore al giorno.
Alcune condizioni riguardanti le nuove tecniche digitali, che anziché garantire il tanto auspicato pluralismo, finiranno per favorire solamente Mediaset, l'unica ad avere un alto numero di frequenze e le risorse utili per acquistare impianti di trasmissione, indispensabili per fare una seria sperimentazione e poter trasmettere contemporaneamente in tecnica digitale e terrestre.

L'impressione che sostanzialmente si può trarre è quella di una Tivù del futuro sempre più complice degli interessi economici di quel Silvio Berlusconi che proprio attraverso il sistema televisivo ha costruito la propria fortuna economica e politica.
Ma le riflessioni vanno ben oltre la preoccupazione per l'asservimento delle leggi italiane ai fini utilitaristici delle reti Mediaset.
Le privatizzazioni selvagge che hanno infettato ogni settore del servizio pubblico si apprestano a sbarcare anche in Rai, il tutto senza nemmeno premurarsi di eliminare quell'assurdo balzello che è il canone.
La Tivù (Rai e Mediaset) sempre più in mano ai grandi gruppi di potere, concentrerà la propria programmazione su due obiettivi che collimano perfettamente fra loro, l'orientamento politico e culturale (sarebbe meglio dire aculturale) del telespettatore e l'indirizzamento dei gusti e degli acquisti dello stesso.

La Tivù del futuro sarà sempre più simile ad un arcipelago di cattivi programmi, pessime fiction e mediocri films che galleggeranno in un mare sconfinato di pubblicità.
La pubblicità, gli sponsor, le televendite, i consigli per gli acquisti, saranno infatti i veri protagonisti della nuova Tivù, da quanto si può evincere dai tratti salienti della riforma.
L'attenzione è infatti focalizzata (tenendo anche conto delle direttive europee che marciano nello stesso senso) sulla maniera di poter monetizzare al massimo il servizio televisivo, senza assolutamente prestare la minima attenzione alla qualità della programmazione.

Comprendo che immaginare il radicale peggioramento di una televisione già oggi infarcita di imbonitori che vendono tutto il possibile e non (qualcuno è riuscito a vendere agli italiani perfino l'illusione del benessere), strapiena di angoli dello sponsor, mini spot, maxi spot, telegiornali che usano la metà del tempo a loro disposizione per pubblicizzare qualcosa o qualcuno, programmi che mutuano il proprio nome in quello dell'azienda che li sponsorizza, è cosa ardua anche per chi gode di un'assai fervida fantasia.Non ci resterà (magari perché poi non farlo da subito) che spegnere l'infernale parallelepipedo infarcito di famigliole del mulino bianco e dedicarci a qualcosa di più costruttivo, le alternative sicuramente non mancano.

venerdì 20 giugno 2003

I media di regime paladini della libertà

Marco Cedolin

Il mondo dell'informazione è spesso ricco di miracoli e miracolati.
Accade così che gli studenti di Teheran diventino improvvisamente visibili dopo oltre 50 anni vissuti nell'ombra dell'omertà mediatica.
Accade che i "presunti terroristi", braccati selvaggiamente in ogni paese del mondo, diventino meritevoli di rispetto e diritti solo nel momento in cui a reprimerli è quel Fidel Castro così scomodo a chi distribuisce ed organizza il "potere mondiale".
Su uno dei siti fra i più visitati della controinformazione ho letto la risposta data dalla redazione ad un lettore che lamentava non si parlasse delle tante guerre dimenticate, una risposta tanto disarmante quanto pregna di verità.
"Non possiamo scrivere su ciò che non viene documentato dai media, in quanto ci mancano le informazioni minime per farlo".

Una sorta di resa, peraltro incontestabile alla realtà del fatto che i media di regime (in possesso di grandi capacità finanziarie) possono decidere a loro piacimento, in ossequio ai gruppi di potere che li gestiscono, a quali accadimenti dare visibilità o meno.
Non stupisce, seguendo questa logica il fatto che negli ultimi giorni tutta l'opinione pubblica (da destra a sinistra) venga sensibilizzata riguardo alle manifestazioni degli studenti iraniani.
Manifestazioni compiute da giovani che in buona fede reclamano i propri diritti, ma spesso strumentalizzate dai monarchici seguaci del figlio dello scià Reza Palhavi, direttamente sovvenzionati dall'amministrazione Bush.
Dov'era l'interesse dei media durante la dittatura dello Scià, quando gli studenti venivano deportati ed uccisi a migliaia?
Forse i diritti di quegli studenti e di tutti i perseguitati dagli uomini della SWAP (le squadracce della polizia segreta) erano minori perchè la mattanza veniva perpetrata con l'appoggio degli Stati Uniti?

Com'è possibile che l'intera società mondiale si scagli a testa bassa contro Fidel Castro, colpevole di avere usato "la mano pesante" contro dei presunti terroristi?
Bush ha internato migliaia di Talebani nel lager di Guantanamo che certo non ha nulla da invidiare a quelli della Germania nazista, ma gli ufficiali delle SS sono finiti a Norimberga mentre Bush e i suoi gerarchi calcano i palcoscenici mondiali accolti come trionfatori.
Negli Stati Uniti le nuove leggi permettono di arrestare e detenere in luogo segreto i presunti terroristi, senza che le autorità siano tenute a comunicare a nessuno le generalità dei "desparecidos", ma gli States sono la culla della civiltà e della democrazia.
Sharon autorizza i suoi mercenari ad ammazzare i presunti terroristi per strada come cani, magari in compagnia della loro famiglia, ma viene considerato dall'Unione Europea un interlocutore affidabile e democratico.
Quella stessa UE. che ha interrotto la cooperazione con Cuba e sta minacciando l'Iran di forti ritorsioni, non ultimo il ricorso all'intervento militare.
Per non parlare di Putin che ha gasato senza scrupolo alcuno, facendo ricorso ad armi chimiche vietate i terroristi e gli spettatori del "teatro maledetto".

La verità, quella rete di conoscenza che può permettere all'individuo di formarsi un'opinione globalmente strutturata, spesso alligna nel "non detto" in quelle situazioni volutamente sottaciute dai media che impongono l'indignazione e l'approvazione a loro piacimento secondo uno schema prestabilito.Rischiamo di diventare marionette inanimate pronte a piangere e ridere a comando, "burattini senza fili" da immolare sull'altare del Nuovo Ordine Mondiale.

mercoledì 18 giugno 2003

L'Armata Brancaleone

Marco Cedolin

Si è appena concluso il referendum che ha consegnato l'Italia nelle mani di Confindustria.
Maroni e D'Amato hanno già estrapolato dai risultati dell'urna la realtà oggettiva che a tre italiani su quattro dell'articolo 18 non importa assolutamente nulla.
Tirato fuori il vestito della festa non hanno mancato di esternare le proprie considerazioni, con l'entusiasmo che deriva loro dal fatto di avere la via completamente libera per perseguire l'agognata politica di sistematica soppressione dei diritti dei lavoratori.

Ma la vera sorpresa arriva da sinistra, dove Rifondazione Comunista ha dato il via libera all'avvio di un accordo con quell'Ulivo che solo due giorni fa ha immolato i “sacrificabili” che ancora credono in un mondo migliore, sull'altare del capitalismo.
Per battere il governo Berlusconi l'unica strada che gli imborghesiti e ottusi leader della sinistra riescono a vedere è quella di sciommiottare pateticamente la casa delle libertà, il tutto naturalmente sulle spalle degli italiani.

Fausto Bertinotti sceglie di accodarsi a tutta la serie di partiti che anzichè rappresentare un'alternativa al cavaliere sono pronti semplicemente a sostituirlo adottando ovviamente la stessa linea politica.
A nessuno fra i tanti ligi figuri che occupano le loro giornate “scaldando le poltrone” è balenata nel cervello l'idea di battere Berlusconi conducendo un'opposizione basata sul sociale, magari portando in piazza le masse contro i giornalieri insulti alla costituzione e alla dignità dell'individuo.
Probabilmente dialogare con il popolo ed accreditarsi la sua fiducia risulta impresa improba per chi non conosce altra ideologia che quella dell'utilitarismo.

Disquisire di destra e sinistra di fronte a individui che perseguono semplicemente interessi di potere, svuotati di ogni minima parvenza ideologica è semplicemente ridicolo.
La sinistra nostrana (ma perchè ci ostiniamo a chiamarla sinistra?) sta preparando, con l'apporto di Rifondazione un "polpettone" tanto disomogeneo quanto senza senso nell'illusione di ripetere i risultati di qualche settimana fa.
In base a quale logica perversa si pensa che gli elettori possano prendere sul serio un simile coacervo di visioni diverse quando non antitetiche del modo di stare in politica.
Cosa mai accomuna i comunisti di Bertinotti e Diliberto ai sinistroidi imborghesiti e asserviti al capitalismo di Fassino, ai democristiani di Rutelli, ai socialisti tangentisti di Boselli, per non parlare dei vetero scudo crociato di Mastella?

Assolutamente nulla, come il nulla che traspare da una simile manovra già perdente in partenza.L'elettore italiano già da tempo in stato confusionale fra il capitalismo "doc" di Silvio Berlusconi e quello fotocopiato del figliol prodigo Romano Prodi altro non potrà fare che scegliere il primo che perlomeno è l'originale.

martedì 17 giugno 2003

Tutti contro tutti

Marco Cedolin

L'articolo 18 resta confinato alle imprese con più di 15 dipendenti.
Silvio Berlusconi si appresta a far approvare un disegno di legge che lo faccia scomparire totalmente e definitivamente, ma l'indicazione più grave che traspare da questa grottesca esperienza referendaria è un'altra.
La fotografia di un popolo italiano confuso, separato, privato di un'identità che non sia qualunquismo allo stato puro.
Un popolo italiano che sbanda paurosamente senza punti di riferimento, irretito da un mare di parole che gli scivolano addosso.
Italiani ormai privi di un'ideologia ed impermeabili ad ogni sorta di valore che non sia il "money to money" d'importazione statunitense.
Italiani attenti solo al proprio "particulare", asserviti al miraggio della convenienza, convinti che l'unico modo per sentirsi furbi consista nel fregare il prossimo.
Italiani che non hanno tempo di guardarsi intorno, di ragionare, impegnati come sono a sgomitare, ad interpretare quel confronto col prossimo divenuto ormai competizione senza senso.


La consultazione referendaria ha messo a nudo l'Italia delle divisioni, la triste regola del "tutti contro tutti" che tanto compiace la paritocrazia berlusconiana e non.
Gli italiani ancora una volta hanno evitato di ragionare con la propria testa, preferendo seguire le indicazioni di quei partiti e sindacati che li stanno conducendo sull'orlo del baratro, continuando a raccontar loro che tutto va bene.
Le "fabbrichette" ora che il pericolo è passato potranno continuare a sguazzare in quella crisi che le sta spazzando via a ritmo sempre più incalzante.
Gli "imprenditori", la metà dei quali guadagna oggi meno di un operaio Fiat, senza avere nessun ammortizzatore sociale che li salvaguardi sono andati al mare (anche se la banca non da più loro nemmeno il libretto degli assegni), tanto la cosa non li riguardava.
Gli operai delle grandi aziende già tutelati dall'articolo 18 non hanno ritenuto di doversi spendere per gli altri.
I lavoratori atipici che la riforma Biagi renderà sempre più atipici non hanno considerato la cosa di propria competenza, tanto l'articolo 18 non sarebbe arrivato fino a loro, per cui perchè mai fare un favore a degli sconosciuti?
I pensionati non preoccupati dal fatto che il valore reale delle loro pensioni sta calando a ritmi vertiginosi si sono sentiti "super partes" ed hanno in buona parte preferito defezionare.

Adesso che le urne sono chiuse e la farsa è stata consumata tutti i leader di maggioranza e opposizione, mai uniti come in questo momento dall'interesse comune di compiacere all'imprenditoria nostrana (quella delle Ferrari e delle barche in Costa Azzurra, non l'altra senza il libretto degli assegni) potranno dire che ha vinto il buon senso.
Berlusconi potrà continuare a catechizzare coloro che pensano di essere di destra, ma il capitalismo è una disgrazia che non ha colore e non è figlia di nessuna ideologia.
Fassino e Rutelli torneranno a fare i leader di una sinistra che sembra la defunta democrazia cristiana, condita da un'incapacità che non le apparteneva.
I sindacati che hanno svenduto i lavoratori nel vergognoso "patto per l'Italia" continueranno ad arringare le folle e a perpetrare danni inenarrabili con la superbia di chi siede su uno scranno per volontà divina.
Gli italiani purtroppo non hanno capito che questa consultazione trascendeva dalla pura risposta ai quesiti referendari.

Questo era un referendum contro!
Contro i partiti, contro la disastrosa politica del governo Berlusconi, contro l'immobilismo di un mondo sindacale asservito a Confindustria, contro la flessibilità che genererà lavoratori senza alcun diritto che non sia quello di avere paura.
Gli italiani hanno mancato un'occasione unica per dimostrare la presenza di un cervello non ancora devastato dalla pubblicità e dal consumismo, per chiedere rispetto, per avere il coraggio domani di guardare in faccia i loro figli. Invece hanno preferito andare al mare e sarà una gita che rimpiangeranno a lungo negli anni a venire.

lunedì 16 giugno 2003

Omicidi mirati

Marco Cedolin

Ariel Sharon, l'uomo che per gli illuminati governi occidentali rappresenta il baluardo della democrazia in Medio Oriente ha oggi pubblicamente affermato di approvare la politica degli “omicidi mirati”, praticamente l'assassinio legalizzato quale deterrente al terrorismo.
Le decine di organizzazioni che da sempre combattono contro la sedia elettrica con alterni successi sono improvvisamente divenute anacronistici retaggi del passato.
O meglio è diventato anacronistico combattere la pena di morte, quella conseguente alla sentenza di un giudice, disumana finchè si vuole ma comunque figlia seppur illegittima della legalità.
Come spesso sta avvenendo in questo inizio di secolo, dove le parole assurgono sempre più al ruolo di accattivanti contenitori del nulla e i valori esistono solamente se funzionali a qualche interesse superiore, anche l'importanza della vita umana diventa un concetto risibile e alquanto soggettivo.

L'omicidio da reato si trasfigura in sentenza, proferita da capi di stato togati.
Il boia colpisce per strada, incurante dei passanti, in un mondo assurto a sterminata estensione del braccio della morte
La scena in Palestina è sempre la stessa, un elicottero Apache lancia un missile in un quartiere affollato nell'intento di eseguire la sentenza di morte contro un responsabile di Hamas.
Il missile, perverso boia invisibile colpisce una casa, un'auto, una strada ed uccide, senza scampo, senza pietà il nemico della democrazia e chiunque abbia la sfortuna di trovarsi nei paraggi
I presunti terroristi non vanno più tradotti davanti a una corte, bensì eliminati fisicamente, persino i politici di casa nostra impregnati di democrazia ma dimentichi dei principi della costituzione hanno nei mesi passati auspicato a più riprese l'assassinio di Bin Laden, di Saddam e di tutti i loro familiari.

I marines americani sterminano in Iraq 100 persone in quanto collegate ad Al Quaeda, Sharon sostituisce i tribunali col proprio pollice verso, ogni rispetto per la vita umana sembra rifuggire dalle nostre coscienze ormai disseccate al di là del bene e del male
Il neonato millennio, sta riscoprendo la legge del Far West, si mettono taglie sulla testa delle persone nell'ottica del "dead or alive", rinascono gli sceriffi dal grilletto facile, e dai pochi alberi salvatisi dalla deforestazione cominciano a penzolare macabri cappi, veri simulacri di civiltà.