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domenica 9 dicembre 2007

Il lavoro è una guerra che uccide

Marco Cedolin

La tragedia dell’acciaieria Thyssenkrupp di Torino, dove quattro lavoratori si sono trasformati in torce umane ed hanno perso la vita, mentre altri tre operai coinvolti nel rogo giacciono in ospedale con gravissime ustioni sulla quasi totalità del proprio corpo, ha fatto si che il carrozzone politico e quello mediatico siano tornati ad occuparsi delle morti sul lavoro.
I soloni della politica e quelli dell’informazione hanno in realtà da sempre un approccio molto singolare con l’argomento. I primi non perdono occasione per ribadire che in materia di sicurezza sul lavoro esistono ottime leggi, che purtroppo non vengono rispettate, come se il compito di garantire il rispetto di quelle leggi fosse deputato non a loro, bensì agli uomini politici tedeschi, inglesi o non si capisce bene di quale paese straniero. I secondi denunciano la scarsa sicurezza presente sui luoghi di lavoro e si producono in articoli/servizi di stampo pietistico, quanto mai efficaci nel rimpinguare la tiratura dei giornali o lo share delle trasmissioni TV, ma assolutamente inadeguati per chiunque volesse prendere coscienza dei reali termini del problema. Dopo la tragedia di Torino perfino il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, interpretando come meglio non avrebbe potuto il proprio ruolo istituzionale, ha deciso di “sacrificare” un minuto del proprio tempo e di quello dei tanti vip intervenuti come lui alla prima della Scala, dedicandolo agli sfortunati lavoratori dell’acciaieria Thyssenkrupp che certo, se ancora fossero stati in grado di parlare, non avrebbero mancato di ringraziarlo sentitamente per il nobile gesto. I sindacati confederati, molto meno interessati alla sicurezza dei lavoratori di quanto non lo siano all’integrità del pacchetto sul welfare stipulato con Confindustria, hanno indetto uno sciopero di 2 ore, premurandosi di non creare disagi alla produzione industriale.

Le statistiche ufficiali parlano di 1500 morti sul lavoro ogni anno in Italia, ma dimenticano di conteggiare i molti pendolari che ogni giorno perdono la vita in incidenti stradali mentre si recano sul posto di lavoro o tornano a casa a fine giornata, così come dimenticano tutti coloro (autisti, rappresentanti, fattorini, agenti immobiliari e professionisti vari) che per lavoro guidano un automezzo e giornalmente trovano la morte sulla strada, così come dimenticano tutti coloro che ogni anno muoiono per malattie “professionali” contratte sul luogo di lavoro nel corso della propria vita professionale. In realtà il lavoro uccide in Italia alcune migliaia di persone l’anno e la maggior parte di loro non viene neppure ricordata in un trafiletto sul giornale.
Alcune volte, come nel caso dell’acciaieria Thyssenkrupp la responsabilità della tragedia è da imputarsi al mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza da parte dell’azienda, altre al penoso stato in cui versano le strade ed autostrade italiane, altre ancora al sistema della precarietà che determina la presenza di lavoratori privi di esperienza in mansioni altamente pericolose, altre ancora alla stanchezza determinata da turni di lavoro massacranti.

Ma la reale responsabile della stragrande maggioranza di morti sul lavoro è la vera e propria guerra che giornalmente milioni di lavoratori ed imprenditori combattono per tentare di ritagliarsi qualche briciola di sopravvivenza.
Il mondo del lavoro è diventato negli anni una giungla strapiena di trappole, dove il rispetto per la vita umana e la dignità della persona sono stati immolati sull’altare della produttività e della competizione.
Lo sapeva bene Gabriele Aimar, autista di furgoni portavalori che viveva a Cuneo e nessuno ricorderà mai come “morto sul lavoro”. Gabriele il 3 dicembre si è ucciso con un colpo di pistola, semplicemente perché la polizia la sera prima gli aveva ritirato la patente giudicandolo positivo alla prova dell’etilometro, dopo averlo fermato a bordo della sua auto appena uscito da un pub dove aveva bevuto una birra insieme ad un amico. Senza la patente non avrebbe più potuto lavorare e non sapeva come sopravvivere.
La ricerca della sopravvivenza spinge ogni giorno centinaia di migliaia di lavoratori ad andare ben oltre i propri limiti fisici accumulando ore ed ore di straordinario, la sopravvivenza spinge altrettanti lavoratori ad accettare mansioni che danneggiano, spesso in maniera irreversibile la loro salute, la sopravvivenza spinge i pendolari a buttarsi su autostrade e tangenziali alle 5 di mattina con il sonno che percuote le tempie. Quella stessa ricerca della sopravvivenza induce a lavorare in nero in un cantiere o in un’industria senza che siano rispettate le norme di sicurezza, induce a spingere l’acceleratore nella nebbia per evitare di perdere un cliente, a lavorare ancora anche quando si è ormai privi della lucidità necessaria.
La ricerca della sopravvivenza economica e il tentativo di continuare a restare “sul mercato” fa si che ogni giorno decine di migliaia d’imprenditori perdano la propria umanità trasformandosi in individui senza scrupoli, pronti a barattare qualche scampolo di produttività con la vita delle persone.

Le promesse della classe politica e la falsa indignazione del mondo sindacale sono solamente atteggiamenti retorici che durano un battito di ciglia. Fra qualche giorno, sparita l’attenzione mediatica che avrà trovato nuovi argomenti sui quali costruire tirature ed ascolti, tutto tornerà come prima e probabilmente peggio di prima.Il mondo del lavoro è un teatro di guerra altamente disumanizzato, dove le persone sono ridotte al ruolo di utensili, esistenze cosificate costrette a rincorrere la speranza di sopravvivere, anche quando in fondo a quella speranza c’è il concreto rischio di trovare la morte. Una guerra senza regole, senza senso e senza futuro. Una guerra combattuta nel nome della produttività e della competizione sfrenata, dove tutti i soldati sono irrimediabilmente destinati a perdere, mentre a vincere sono soltanto i pochi burattinai che attraverso la guerra costruiscono immensi profitti, e poco importa loro se si tratta di profitti realizzati attraverso l’alienazione della vita umana.

lunedì 3 dicembre 2007

Rottamazione ambiente

Marco Cedolin

Nel leggere il testo della finanziaria 2008 di recente approvazione, molte persone si erano accorte della novità inusitata in virtù della quale mancavano gli ormai canonici finanziamenti statali (ecologicamente camuffati) all’industria automobilistica. Il Presidente di Legambiente Roberto Della Seta, qualche giorno fa, si era spinto fino a lodare il Ministro Pecoraro Scanio per avere deciso di non concedere nuovi incentivi statali per la rottamazione delle auto.
In realtà si trattava solo di un’illusione, i finanziamenti pubblici all’industria automobilistica ci saranno anche nel 2008, riguarderanno le auto Euro 0, Euro 1 ed Euro 2 e troveranno spazio all’interno di un emendamento in corso di preparazione, così come ha assicurato il sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi, anche se in merito non esiste ancora un accordo definito.

Per tentare di dare una patente ecologica al sussidio statale, diventato ormai parte integrante delle campagne pubblicitarie di quasi tutte le case automobilistiche, saranno probabilmente stabiliti dei limiti in termini di cilindrata per quanto riguarda l’auto nuova e costituite delle norme che favoriscano le auto ibride ed elettriche, ma le grandi industrie che operano in campo automobilistico dormiranno comunque sonni tranquilli, potendo contare sui finanziamenti pubblici anche per il prossimo anno.

In realtà le campagne di questo genere non costituiscono affatto una pratica virtuosa, ma al contrario favoriscono la “rottamazione ambientale” sempre più diffusa nel nostro paese. La falsa motivazione ecologica viene infatti utilizzata per suffragare quella che si dimostra essere semplicemente una campagna di sostegno all’aumento dei consumi volta a favorire i grandi gruppi industriali. Qualunque ipotetica valenza ecologica dell’operazione viene smentita in maniera incontrovertibile dall’assoluta mancanza di studi che dimostrino come la rottamazione di un’auto usata e relativa sostituzione possa costituire un processo migliorativo dal punto di vista ambientale. Se infatti è probabile che l’auto nuova, in virtù di una tecnologia più moderna, emetterà una quantità minore di sostanze inquinanti (e si tratta di un valore variabile in quanto proporzionale alla quantità di chilometri percorsa mediamente dall’acquirente) occorre sottolineare che la quantità di energia e materie prime necessaria per la rottamazione dell’auto vecchia e la costruzione della nuova autovettura (in questo caso si tratta di un valore fisso ed oggettivo) supererà di gran lunga i benefici, in termini d’impatto ambientale e contributo all’inquinamento.

Nonostante le “promesse” del Ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, destinate a restare tali, il governo sembra comunque intenzionato a procedere nel solco tracciato dai governi che l’hanno preceduto. Sostegno all’industria attraverso l’esborso di denaro pubblico, per favorire la produzione ed il consumo della merce “automobile” che risulta essere uno dei maggiori imputati per quanto concerne l’aria irrespirabile delle nostre città.

mercoledì 14 novembre 2007

Sono tutti terroristi

Marco Cedolin

Bisogna ammetterlo, l’Italia è un paese in balia del terrorismo ed occorre fare subito qualcosa per ristabilire l’ordine sociale. Ai terroristi islamici, presenti a migliaia secondo i ripetuti allarmi lanciati a più riprese in questi anni da servizi segreti e Ministero dell’Interno, si sono aggiunti lo scorso inverno le “BR cgil” e da quest’ultima domenica perfino i “tifosi terroristi” che hanno reagito in maniera scomposta e violenta alle notizie concernenti la morte di Gabriele Sandri.
Il mondo della carta “stracciata” e del “teleimbonimento” schiuma rabbia a più non posso invocando repressione, giri di vite e quant’altro, mentre intellettuali, opinionisti e sociologi si profondono in ardite analisi della società italiana in balia di facinorosi e violenti, volte a giustificare i propri lauti stipendi. Il sociologo Franco Ferrarotti, ardito fra gli arditi, sulle pagine del Corriere della Sera si spinge fino a prefigurare la volontà di costituire un vero e proprio partito trasversale da parte dei tifosi violenti. Un partito che a suo dire intenderebbe cavalcare l’antipolitica, traendo ispirazione da Beppe Grillo per poi unirsi alla destra di Storace e (immaginiamo perché questo Ferrarotti non lo dice ma lo lascia solo intendere) prendere il potere attraverso un “golpe degli ultras” che ponga fine alla nostra democrazia.

Dopo due settimane di emergenza criminalità ed immigrazione, nelle quali giornali e TV si sono resi artefici di un vero e proprio terrorismo psicologico volto a creare panico e disorientamento nei lettori e teleutenti, adesso la fonte del terrore sembra essersi spostata dagli immigrati ai tifosi. Tutto fa brodo, quello che conta è solamente il risultato finale, lastricare le strade di paura e far si che i cittadini non prestino attenzione alle leggi che vengono approvate in parlamento, impegnati come sono a domandare più sicurezza e più repressione. La speranza, neppure troppo recondita, di una politica sempre più moribonda è quella che un popolo terrorizzato dal terrorismo, dalla criminalità e adesso perfino dagli ultras possa essere disposto a barattare qualunque sacrificio in cambio della propria sicurezza.
Tutti coloro che lunedì hanno letto i giornali ed ascoltato i TG sono stati informati fin nei minimi particolari riguardo alla guerriglia urbana dei tifosi romani e bergamaschi, con annesse auto e cassonetti bruciati, poliziotti feriti e cori ingiuriosi, ma la morte di Gabriele Sandri ha continuato a rimanere avvolta nel mistero, pur in presenza di un poliziotto indagato che avrebbe sparato ad altezza uomo senza alcun motivo, da una parte all’altra di un’autostrada trafficata. Man mano che le ore passavano l’uccisione di Gabriele diventava sempre più questione di secondo piano, liquidata come una “tragica fatalità” mentre le violenze dei tifosi passavano alla ribalta fino a diventare l’unico argomento sul quale occorreva riflettere, discutere, analizzare e speculare.

La morte di un automobilista (non di un tifoso, perché un uomo tranquillamente seduto in auto è innanzitutto un automobilista a prescindere da dove sia diretto) ammazzato senza alcun motivo da un poliziotto mentre si trovava all’interno di un’auto che si allontanava da un autogrill non può essere liquidata come una “tragica fatalità” dovuta a circostanze avverse, non è giusto nei suoi confronti, nei confronti della sua famiglia e in quelli dei suoi amici. La morte di Gabriele Sandri avrebbe dovuto essere il vero oggetto delle riflessioni e delle analisi, mentre invece si è preferito spostare l’attenzione unicamente sulle reazioni che in qualche modo l’omicidio ha ingenerato.

Tutti hanno reagito alla morte di Gabriele nella maniera sbagliata. Il questore di Arezzo è stato incapace di fornire una qualche risposta plausibile ad un delitto tanto brutale quanto inspiegabile ed ha continuato per una giornata intera a farfugliare di “colpi sparati in aria” e fantomatiche risse, salvo poi ammettere l’esplosione di un colpo di pistola ad altezza uomo solo il giorno successivo, dopo una testimonianza oculare che inchiodava il poliziotto sparatore alle proprie responsabilità.
I palazzi del calcio, ottenebrati dal miliardario business domenicale, sono stati incapaci di percepire l’estrema gravità dell’accaduto e anziché decidere di sospendere il campionato, come sarebbe stato sacrosanto, hanno scelto di mantenere in vita comunque il circo equestre come se non fosse successo nulla.
I tifosi imbufaliti ed esasperati dall’assoluta inanità dei vertici politici e calcistici (non certo animati dall’antipolitica) si sono abbandonati alla violenza che non è mai giustificata né giustificabile e si sono resi artefici di atti di teppismo ed aggressioni alla polizia durati fino a tarda sera.
E’ stata una domenica di reazioni scomposte, sbagliate, di violenza senza senso, di leggerezze, di errate valutazioni, ma soprattutto la domenica nella quale un ragazzo di 28 anni è stato ammazzato a causa di “una tragica fatalità” in un autogrill di un’autostrada italiana da qualcuno che per mestiere dovrebbe garantirne l’incolumità,.
La morte di Gabriele è il vero terrore, quel terrore che magari per un attimo infinitesimale, baluginerà negli occhi di chiunque si trovi ad incrociare una pattuglia di poliziotti nei pressi di un autogrill, ed è un terrore profondamente sbagliato perché nasce da qualcosa d’incomprensibile e senza senso che nessuno ha cercato di spiegare, in quanto erano tutti troppo occupati a cercare il rimedio per il “terrorismo ultras” che potrebbe mettere in crisi la nostra democrazia, magari coalizzandosi con Beppe Grillo o perfino con Storace.

venerdì 9 novembre 2007

Lasciateci Vivere

Marco Cedolin

Panem et circenses stavano alla base del consenso popolare nell’antica Roma decadente, dove i Veltroni dell’epoca organizzavano le notti bianche all’interno del colosseo e il palinsesto dei Berlusconi imperiali era rigorosamente “in diretta” spaziando dalle contese all’ultimo sangue fra gladiatori, al desco per le belve feroci che anziché paté e bocconcini venivano invitate ad addentare ben più succulenti schiavi in versione croccantini 3 X 2.
Panem et circenses è un motto che calza (o forse calzava) a pennello anche per la nostra società occidentale del turbocapitalismo, quella che se non sei trasgressivo non ti diverti e devi scegliere il modo più cool di trasgredire, magari iniziando con una striscia di coca, un jeans strappato da 300 euro o uno schermo al plasma con annesso home theatre acquistato a rate che termineranno nel 2012. Quella che “basta andare su Second Life per rifarti una vita come vuoi tu” salvo poi scoprire che il mondo virtuale altro non è che una replica fedele fin nei minimi particolari di quello reale, con annesso turbocapitalismo e multinazionali globalizzate, ragione per cui anche lì ti toccherà fare lo sfigato precario che non arriva a fine mese.

Quella che in TV tutti piangono e piangi anche tu perché ti commuovi e poi tutti ridono e ridi anche tu perché “bisogna” divertirsi e il cast di una fiction diventa alla fine la tua famiglia, quella che non hai mai potuto costruire perché ti mancavano i soldi o il tempo o entrambi. Quella che fai di tutto per seguire il “grande sport” e ti dibatti fra parabole, decoder e schede prepagate, per poi scoprire che la competizione sportiva ormai la fanno schiere di avvocati nelle aule dei tribunali che si scontreranno sugli eventi truccati che tu hai visto in TV con il tuo decoder e l’unico elemento vero di tutta la rappresentazione erano i tuoi soldi fagocitati dalla scheda prepagata.

Anche panem et circenses ai giorni nostri sono entrati profondamente in crisi, il primo va centellinato perché ha ormai raggiunto prezzi da capogiro, il secondo rischia di non divertire più, perché con la pancia vuota l’intrattenimento ludico risulta poco efficace.
E allora siccome i cortei per chiedere il “panem” sono un retaggio del passato, troppo retrò e assai poco trendy, meglio una fiaccolata per pretendere il “circenses” come accaduto martedì 6 novembre a Como. Di fronte alla decisione da parte di Mediaset di epurare la fiction “Vivere” dai propri palinsesti, decretandone in questo modo l’eutanasia dopo 8 anni e circa 2000 puntate, un centinaio di persone accorse per assistere all’ultimo ciak, hanno srotolato un lungo striscione recante la scritta “Non chiudete Vivere” e sono partite in corteo fiaccole alla mano per convincere Confalonieri a desistere dal suo intento. Sempre durante questa settimana qualcosa di simile è accaduto anche negli Stati Uniti, dove il cast della fiction Gray’s Anatomy, unitamente a molti telespettatori, ha inscenato una manifestazione di protesta contro la soppressione del programma, con tanto di cartelli colorati e cori ritmati.
Toccate pure il “panem” ma non il “circenses” se volete conservare il consenso popolare, sembra il duro monito suggerito da queste vicende. Gli amanti delle fiction soppresse non sono certo pericolosi no global o giovani violenti che intendono mettere in crisi l’ordine sociale, ma se togli loro il “circenses” potrebbero iniziare a pensare al “panem” e la cosa si rivelerebbe assai più pericolosa.

domenica 21 ottobre 2007

Sono tutti un programma

Marco Cedolin

Si può amare Beppe Grillo oppure detestarlo, ma comunque la si pensi non si può negare che il V. Day dell’8 settembre scorso abbia percosso come una folgore sia il mondo politico che quello sindacale, innescando uno stato di fibrillazione senza paragoni. Tanto i partiti quanto i sindacati, per nulla turbati dagli strali del Grillo vendicatore, ma molto preoccupati dalla prospettiva di un’emorragia di voti e consensi, hanno tentato di reagire in qualche modo posti di fronte ad una novità tanto incomprensibile quanto inaccettabile.
Centinaia di migliaia d’italiani scesi in piazza a protestare, per la prima volta senza che un partito politico o un sindacato li avesse invitati a farlo.
Forse a causa del risentimento dovuto alla “lesa maestà”, o più probabilmente per porre rimedio al potenziale rischio di perdita della poltrona, partiti e sindacati si sono profusi in uno sforzo ciclopico che ha ingenerato un mese di ottobre dal clima politico tanto bizzarro, quanto neppure il global warming era finora riuscito a fare in campo meteorologico.
Obiettivo primario dell’operazione, legittimare in qualche maniera la propria esistenza e la bontà delle proprie scelte, attraverso un’illusione di partecipazione popolare che potesse porli al riparo da qualsiasi ragionevole critica.
Non è stato facile e le dinamiche della mistificazione hanno alcune volte rasentato il parossismo fino a scadere nel ridicolo, ma tutto sommato grazie alla cooperazione dei mentori della carta stampata e della TV si può affermare che la “terapia” abbia riscontrato un discreto successo.

I primi ad avere ricercato (o creato ad arte) un bagno di consenso popolare sono stati i sindacati confederati che hanno offerto una dimostrazione senza eguali di democrazia diretta, così diretta da avere indotto molti a pensare che quella direzione fosse volutamente imposta dall’alto, ma come sempre accade in questi casi si tratta certamente di male lingue. CGIL, CISL e UIL hanno indetto per il 9 e10 di ottobre un referendum avente per oggetto l’approvazione o il rifiuto del protocollo sul Welfare, da loro stessi sottoscritto oltre due mesi prima con il Governo e Confindustria.
Qualcuno avrebbe potuto considerare bizzarro che s’interpellassero i lavoratori in merito ad un accordo già firmato da tempo e ritenuto, come ribadito più volte, immodificabile, ma guai a sminuire una così grande consultazione democratica. Qualcuno (fra gli altri anche l’Onorevole Rizzo del PDCI) avrebbe potuto considerare non proprio corretto il fatto che oltre che nelle fabbriche si votasse praticamente dappertutto (anche in banchetti improvvisati nelle strade) senza alcun genere di controllo, facendo si che qualunque persona con molto tempo a disposizione potesse infilare nelle urne tante schede quante voleva, come ampiamente documentato attraverso molti filmati amatoriali.
Si tratta in fondo solamente di quisquilie, l’importante è stato il risultato finale dell’operazione, 5 milioni di votanti (o meglio di schede votate) il SI che ha stravinto all’80% come nelle previsioni e la trimurti sindacale stretta nell’abbraccio di milioni di lavoratori che legittimano un accordo impopolare e fortemente negativo che però diventa “intoccabile” in quanto democraticamente votato.

La seconda operazione mediatica, datata 13 ottobre, ha visto come protagonista un sempre più imbolsito Gianfranco Fini ed Alleanza Nazionale che hanno convocato a Roma 500.000 persone per protestare contro Romano Prodi, le tasse e la poca sicurezza. La manifestazione somigliava molto ad un revival sfocato e meno partecipato di quella dell’anno precedente contro la finanziaria, ma il risultato è stato comunque quello voluto. Dimostrare che i partiti di centrodestra sono comunque in grado di portare in piazza il “popolo delle libertà”, magari convogliando la protesta su pochi temi generalisti, magari senza alcuna proposta concreta che prescinda dal semplice attacco all’avversario, magari solo per coreografia, ma comunque in piazza, come e meglio dei seguaci di Beppe Grillo.

Le primarie del nuovo (nuovo?) Partito Democratico tenutesi il 14 ottobre hanno rappresentato lo stato dell’arte in fatto di mistificazione e costruzione di una realtà artefatta che sia funzionale a sancire decisioni già prese molto tempo prima seduti intorno ad un tavolo.
Walter Veltroni, l’uomo “nuovo” del panorama politico italiano che intende “sviluppare l’ambiente attraverso la crescita economica” e rappresenta meglio di chiunque altro il pensiero a stelle e strisce proposto come “made in Italy” è stato investito del titolo di leader del Partito Democratico (quello italiano) da un vero e proprio plebiscito popolare costruito anch’esso a tavolino.
Milioni di votanti a pagamento (beninteso erano loro a pagare un euro, non Veltroni che li pagava, almeno non tutti) hanno fatto code chilometriche attendendo per ore il proprio turno. Perché fossero tanti, ma proprio tanti, si è pensato bene di consentire il voto anche a coloro che nelle elezioni reali non ne hanno diritto e di evitare ogni controllo come nel caso del referendum sindacale. Alle 12 i promotori affermavano che si erano già recate a votare 800.000 persone, alle 17 i votanti erano diventati 1.500.000, dopo la conclusione della consultazione, alle 20, i votanti sono diventati per un qualche intervento magicale ben 3.500.000, il 75% dei quali ha entusiasticamente scelto Veltroni come proprio leader.
Numeri a parte, indispensabili per trasformare in successo una partecipazione popolare tutto sommato modesta, anche in questo caso il risultato ha mostrato una realtà virtuale nella quale i cittadini sono vicini al proprio partito, ne condividono le scelte a posteriori e partecipano alla vita politica scegliendo il proprio leader. Il tutto nell’alveo di una democrazia tanto virtuale quanto l’impianto stesso della commedia.

Ultimo atto quello di sabato 20 ottobre, forse il più controverso e per certi versi anche il più ridicolo. I partiti della cosiddetta sinistra radicale, non tutti perché i Verdi se ne sono tirati fuori, hanno convocato a Roma una manifestazione tanto oceanica nei numeri (chi dice 500.000 chi addirittura 1 milione di persone) quanto incomprensibile nell’assoluta incapacità da parte dei promotori di trasformarla in un qualcosa di senso compiuto.
Sicuramente si è trattato di una manifestazione della sinistra, ma questo è stato l’unico minimo comune denominatore della marcia. Molti si sono recati a Roma a manifestare contro l’operato del governo di Romano Prodi, molti altri a manifestare a favore del governo Prodi che però dovrebbe fare meglio e di più, moltissimi a protestare contro il precariato, altri a fare la conta per stabilire quale sia il patrimonio di partecipazione popolare per la futura “Cosa Rossa”, altri ancora a dire che Prodi deve iniziare a fare qualcosa di sinistra, dimenticando il fatto che Prodi è da sempre un democristiano e forse per questo fa il democristiano.

Sul palco e in mezzo alla gente, a riempire il vuoto lasciato dai Movimenti realmente attivi sul territorio (come il NO TAV e NO Dal Molin) che già in precedenza avevano affermato di avere altri programmi, si è salvato solamente l’anziano Ingrao, attorniato da molte personalità politiche che emergono soprattutto in ambiguità. Assenti i Ministri che hanno preferito defezionare, hanno tenuto banco i soliti Diliberto, Russo Spena e Giordano ormai abituati a combattere la precarietà e la guerra nelle piazze per poi sistematicamente avallarle quando si ritrovano seduti in Parlamento.
Un altro bagno di folla per ribadire che altri partiti politici possono contare sulla partecipazione popolare, come e meglio di Grillo.
Ma se davvero si voleva combattere la precarietà, perché non cogliere l’occasione per lanciare una raccolta firme finalizzata a promuovere un referendum per abrogare la legge Biagi? Probabilmente sarebbe stato politicamente scorretto e poco rispettoso verso Romano Prodi. Meglio sfilare senza un come e un perché, mette allegria e ci si ritrova in tanti.

sabato 6 ottobre 2007

La porcilaia

Marco Cedolin

L’Italia di questi mesi ha il colore del fango, il fango spesso che sa di marcescente e ti si appiccica alle scarpe come cemento mentre lo calpesti e schizza sui tuoi pantaloni.
I mestieranti della politica e quelli dell’informazione grufolano come degli ossessi nei liquami da loro stessi creati e grugniscono senza posa, sviscerando discorsi che sanno di fango, esibendosi in litigi di fango e chiosando con i loro musi suini mentre promettono mirabilie ed effetti speciali fatti di fango, già secco.
Romano Prodi sembra il pupazzo di un luna park, guarda la telecamera come inebetito e ride, giurando che questo governo durerà, perché deve liberare il paese dal fango, mentre dietro di lui qualcuno fischia ed uno stuolo di giornalisti limacciosi tenta di ripulire dal fango la sua giacca di fango. Silvio Berlusconi simile ad una scultura materica di fango giura che questo governo non durerà, mentre sullo sfondo un suino ed il suo Calderoli passeggiano zampa nella zampa nel limo.
Gianni Riotta ed Eugenio Scalfari dentro lo studio di Rai uno strapieno di fango grugniscono imbufaliti, lasciando intendere che è tutta colpa dell’antipolitica e di Beppe Grillo.

Clemente Mastella è il più furente di tutti e paventa un linciaggio contro di lui, volto a trasformarlo in salumi e sanguinaccio. Tutti mi perseguitano, Crozza e Floris con Ballarò, la Forleo e De Magistris con le inchieste giudiziarie, Beppe Grillo e Di Pietro con il giustizialismo, la sinistra radicale che se la ride e più di tutti Santoro e Travaglio con Anno Zero che è una trasmissione che non ho visto, ma parlava di fango e per questa ragione mi ha offeso profondamente. Perciò via dalla Rai le trasmissioni che parlano di fango, via i magistrati che rimescolano nel fango, via i comici che mi lanciano addosso fango, la fanghiglia è un ambiente naturale tiepido e confortevole e nessuno me la porterà via. Berlusconi si dice pronto a giurare che Mastella durerà.

Walter Veltroni grufola con il muso basso come se il fango non esistesse, ha una risposta per tutto e per tutti. Lui è il paladino dei destrasinistri, l’ambasciatore dell’ambientalismo dei SI, il protettore della crescita verde. Vero e proprio ossimoro in giacca e cravatta, attraverso un nuovo partito che pratica la vecchia politica proverà a vendere agli angoli delle strade l’illusione del fango che non sporca, ma si tratta di un barbatrucco possibile solamente quando nel fango ci si è immersi fino al collo. Berlusconi giura che non ce la farà, sullo sfondo Gianfranco Fini grufola del suo partito, ma di quale pezzo?
I soloni dell’informazione, contornati da uno stuolo di giornalisti colti e rampanti, ci mettono in guardia dai pericoli dell’antipolitica che rischiano di minare in profondità i liquami democratici di questo paese, la colpa è di Beppe Grillo che da giovane si faceva pagare profumatamente per partecipare ai festival dell’Unità ed ora addenta la mano che l’ha cresciuto.

Romano Prodi stamani è venuto in visita a Torino, la città del Sindaco Chiamparino, quel geniaccio che afferma di sentirsi felice quando al mattino Onda Verde annuncia code e traffico bloccato nella tangenziale della sua città, perché questo significa che l’economia sta crescendo, dimostrando che anche il fango può dare alla testa senza neanche bisogno di una “stanza del buco”. Prodi è venuto a Torino per inaugurare la seconda parte della metropolitana cittadina ed ha trovato ad attenderlo le solite bordate di fischi che ormai lo accompagnano come la nuvoletta di fantozziana memoria, ha difeso Mastella affermando che la Rai produce trasmissioni cattive. Berlusconi ha esclamato “Io l’ho sempre detto, l’avete voluto riesumare quel Santoro che rimesta nel fango? Ed ora godetevelo e non provate a fare finta che non vi avessi avvertito”. Mentre sullo sfondo Casini borbotta che la colpa di tutto è di Beppe Grillo che ha insultato Marco Biagi e tutte le vittime del terrorismo e della carboneria, senza alcun rispetto per le famiglie che solo attraverso il precariato potranno costruirsi un futuro.

I leader della sinistra radicale hanno indetto il 20 ottobre una grande manifestazione di piazza per protestare contro il fango, la cui presenza immanente rischia di impaludare tutto il paese, facendo appello anche ai movimenti NO TAV e NO Dal Molin, senza accorgersi che in quel fango che la piazza ed i movimenti stanno già cercando in tutte le maniere di scrollarsi di dosso, i loro partiti grufolano da tempo che è una meraviglia. Anche il fango può dunque manifestare istinti suicidi, ma i sondaggisti sono inclini a pensare che la colpa sia da attribuire a Beppe Grillo, la cui proposta di creare liste civiche per le prossime elezioni rischierebbe di mettere in crisi proprio quei partiti della sinistra che manifesteranno il 20 ottobre insieme a pochi intimi. Berlusconi assicura che presto si andrà a votare e tutti voteranno per lui, sullo sfondo Bossi proclama la secessione del Nord e Mastella si chiede quanto guadagnino Santoro e Travaglio mentre lui deve pensare ai 7 milioni e mezzo di poveri italiani che attendono di essere miracolati dall’operato della sua persona.

Tommaso Padoa Schioppa invece è un taumaturgo al quale i miracoli riescono davvero bene, ma costruisce i castelli di fango nascosto in un recondito andito, poiché soffre di agorafobia e la piazza non sempre si è mostrata in grado di apprezzare appieno i risultati del suo operato. Pochi giorni fa presentando la sua nuova finanziaria (quella vecchia gli era già costata l’agorafobia) ha definito i giovani italiani dei “bamboccioni” che egli si propone di cacciare fuori dalla casa dei genitori nella quale restano pavidamente rintanati. Romano Prodi ha detto che la frase suona un po’ forte, molti altri gli hanno fatto il coro, va bene tirare il fango ma non negli occhi. I “bamboccioni” hanno ribattuto che è colpa della legge Biagi, ma i giornalisti sono stati pronti a ricordare che il terrorismo è sempre in agguato, guai a parlarne.

Maroni si offerto di donare il suo nome alla legge in questione ma nessuno lo ha preso in considerazione, come si fa a leggere i nomi nel fango.
Quasi tutti continuano a parlare della “Casta”, soprattutto coloro che sono convinti di farne parte. Si ventila la riduzione del numero dei parlamentari, la riduzione degli stipendi dei parlamentari, la riduzione delle pensioni dei parlamentari, la riduzione delle province, dei comuni, delle comunità montane, dei privilegi e dei privilegiati e poi la riduzione della riduzione. Tutto inutile, non si tratta di una casta ma di una porcilaia ed il fango attecchisce alle vesti come cemento, non vi è modo di levarlo con un maquillage.

Una porcilaia che grufola e grugnisce stizzita, mentre milioni d’italiani restano fuori ad aspettare che il fango si secchi e si possa finalmente fare pulizia.

sabato 7 luglio 2007

Hanno tradito?

Marco Cedolin

Molte volte si viene colti dalla tentazione di fingere che tutto quello che ci risulta sgradevole semplicemente non esista.
Ci sono stati comunisti che hanno trascorso decenni della loro vita leggendo solamente l'Unità, prendendo visione di una realtà irreale ma a loro gradita e ritenendo che tutti gli altri giornali fossero mendaci in quanto di realtà ne raccontavano altre che a loro non piacevano. Così hanno fatto fascisti leggendo solo il Secolo d'Italia, leghisti leggendo solo La Padania ecc.
In Valle di Susa la reazione dei cittadini di fronte a giornali e TV che raccontavano di accordi fra i sindaci ed il governo e vaticinavano di un nuovo TAV che stava per “partire” con la benedizione più o meno entusiasta delle amministrazioni locali, è stata una reazione di chiusura. La maggior parte dei Valsusini ha continuato a difendere con ostinazione la “buona fede” dei propri sindaci, attaccati dall’operato dei giornalisti che miravano a screditarli, fino ad arrivare al punto di affermare che qualunque fonte d’informazione stesse mentendo mentre avrebbero contato solo le parole che sarebbero uscite dalla bocca dei propri sindaci.
Quando quasi una settimana dopo il tavolo romano del 13 giugno i sindaci (o meglio il Presidente della Comunità Montana Bassa Valle di Susa Antonio Ferrentino proclamatosi unico amministratore deputato a parlare in vece di tutti gli altri) hanno finalmente parlato di fronte a 3000 persone riunite in assemblea popolare quelle parole non sono state convincenti. Troppi tentennamenti, troppo pressappochismo, troppi imbarazzi e nessuna presa di posizione contro il TAV. Quando in quella stessa Assemblea i cittadini hanno domandato nuove delibere comunali di contrarietà ad ogni progetto TAV, Antonio Ferrentino ha risposto che “ci sarebbero voluti tempi lunghi”. Quando i cittadini hanno chiesto di smentire le parole dei giornalisti ed il comunicato ufficiale del governo, Antonio Ferrentino ha chiuso la serata augurando a tutti la Buonanotte.

A distanza di qualche settimana, dopo la cacofonia mediatica e il criptico ermetismo degli amministratori locali credo si possa tentare di carpire almeno qualche briciola di verità, ma se si vuole avere un minimo di obiettività e rincorrere almeno un poco la realtà oggettiva occorre partire dal presupposto che non si può nascondere la testa sotto la sabbia ed è bene usare gli occhi e le orecchie anche quando quello che si vede e si sente non risulta piacevole ed in sintonia con le nostre aspirazioni.
Innanzitutto occorre sottolineare come nessun giornale possa aspirare a rappresentare il "verbo" o ergersi ad enunciatore della verità. Tutti i giornali "lavorano" su una serie di fatti oggettivi e ne danno una lettura soggettiva, talvolta di parte, talvolta strumentale, talvolta sensazionalistica, distorcendo e stravolgendo in parte i fatti che comunque nella stragrande maggioranza dei casi rimangono la base sulla quale il giornalista edifica la sua "costruzione". Se è profondamente sbagliato guardare ai giornali senza spirito critico ed assorbire acriticamente tutto ciò che si legge, lo è altrettanto fingere che le notizie riportate sui giornali semplicemente non esistano qualora non ci aggradino.

Gli amministratori della Valle di Susa e Ferrentino sono stati (sia pur con varie sfumature) parte della lotta NO TAV per un lungo periodo a cavallo dell'inverno caldo 2005 ed hanno contribuito nell'ambito del loro ruolo a far si che si riuscisse a vincere una battaglia difficilissima. Perchè una battaglia in realtà è stata vinta e l’hanno vinta tutti insieme l'8 dicembre quando cittadini ed amministratori sono riusciti senza usare la violenza a cacciare poliziotti, ruspe e cantieri fuori dalla Valle che era stata militarizzata.
I fattori che contribuirono a determinare questa sinergia furono molti, alcuni legati alla situazione politica, altri alle persone, altri ancora ad un determinato momento storico, ma si può affermare senza dubbio che si trattò di un sodalizio vincente.
Ciascuno dei valsusini vorrebbe che questa comunione d'intenti e condivisione di lotta potesse essere perpetuata all'infinito e continuare a rivelarsi una "carta vincente" ma non sempre basta volere qualcosa perché questo avvenga ed ostinarsi ad insistere anche di fronte all’evidenza dei fatti rischia di rivelarsi a lungo andare un atteggiamento autolesionista.

L’evidenza dei fatti dimostra in maniera incontrovertibile come le condizioni dell'inverno 2005 oggi non ci siano più e la realtà si manifesti molto lontana da quella di allora.
Oggi esiste un governo "amico" al quale molti amministratori sono chiamati a rispondere in maniera diversa rispetto al 2005. Il "caso" Val di Susa è andato molto al di là di quanto chiunque potesse immaginare, fino al punto di fare "scuola" in Italia contribuendo a creare decine di lotte paritetiche dal Nord al Sud dell'Italia, lotte che stanno seriamente mettendo in difficoltà tanto la classe politica quanto la consorteria del cemento e del tondino, lotte che i partiti intendono assolutamente sopire essendo diventato per loro impossibile governarle politicamente con l’ausilio della cosiddetta sinistra radicale che ha ormai perso gran parte del proprio credito presso le popolazioni.
Esistono per gli amministratori locali nuove priorità, nuove opportunità e di conseguenza nuove posizioni.

Personalmente non penso che Ferrentino e gli altri amministrazioni abbiano tradito o stiano per tradire la lotta NO TAV. Semplicemente sono dei politici e si comportano in funzione della realtà politica, cogliendo le migliori opportunità ed agendo di conseguenza.
Nell'inverno 2005 le migliori opportunità erano osteggiare il TAV, disquisire di democrazia partecipata e magari perfino di decrescita, mostrare con orgoglio i presidi e manifestarsi innovativi rispetto al resto della classe politica italiana che risultava ingessata e totalmente inadeguata ad interpretare il disagio dei cittadini.

Oggi non è più così, la democrazia partecipata se applicata risulta scomoda per qualunque amministratore, poiché diminuisce il suo potere. Il Movimento NO TAV era un’opportunità da corteggiare e vezzeggiare quando dava lustro e offriva visibilità mediatica, ma a lungo andare per un politico conviverci diventa scomodo, troppe spiegazioni da dare, troppe pretese, troppa voglia di costruire qualcosa di diverso.
La decrescita è bella qualora si tratti di riempirsi la bocca ed accumulare popolarità, ma quando invece occorre applicarla le cose cambiano, soprattutto se in fondo in fondo si è continuato a pensare che il partito ed il PIL vengano prima di tutto.
Opporsi al TAV fra i cittadini che lo chiedevano fermamente, dinanzi a un governo "nemico" che mandava i poliziotti a bastonare era l'unica reazione sensata, oltretutto politicamente pregnante, ma oggi che è arrivato un governo "amico" ed il TAV lo vogliono fare con la vaselina e le pacche sulle spalle, perseverare nell'opposizione sarebbe politicamente disdicevole e per nulla sensato.

Oggi non è più così, Ferrentino e gli amministratori non hanno venduto i cittadini che lottano contro il TAV ma mentre nel 2005 il Movimento NO TAV era per loro un'opportunità ed un valore aggiunto oggi non lo è più. Oggi quegli stessi cittadini rappresentano un problema, o meglio ancora "il problema".
Perché nella democrazia partecipata hanno creduto veramente e pretendono di contare qualcosa, perché nella decrescita hanno creduto veramente e non vogliono diventare un corridoio (5) di transito e soprattutto perché continuano a dire NO TAV anche oggi che sarebbe opportuno e politicamente corretto che non lo facessero.

Le loro priorità oggi sono cambiate e consistono nel preservare la salute del governo "amico" e decidere in quale buco infilarsi all'interno di quel "cantiere" che sta diventando il centrosinistra. I NO TAV non hanno nulla a che fare con queste cose, anzi sono un ostacolo e la loro vicinanza viene vissuta come stiamo vedendo chiaramente tutti i giorni quasi con fastidio.

Per vedere queste cose non occorre leggere i giornali, basta guardarsi intorno e prestare attenzione ai fatti oggettivi.
Guardare gli amministratori che sono andati a Roma il 13 giugno e non hanno ritenuto giusto, dopo tutti gli sforzi che migliaia di persone hanno fatto per anni, dire semplicemente NO al TAV, perché altrimenti c’era il rischio che cadesse il Governo.
Guardare gli amministratori che prendono le decisioni dentro alle Conferenze dei Sindaci rigorosamente a porte chiuse anziché nei consigli comunali.
Guardare gli amministratori che pochi giorni fa sono ritornati a Roma per la presentazione dei "quaderni" dell’Osservatorio Virano, mai mostrati e condivisi con la popolazione, e quando Enrico Letta ha chiesto loro se intendessero fare delle domande sono rimasti in silenzio come delle statue di sale, lasciando che gli unici a porgere qualche domanda al governo fossero i giornalisti.
Guardare l'ostilità con cui gli amministratori hanno reagito di fronte alla richiesta dei Comitati di esprimere delle semplici delibere di contrarietà al TAV, fino al punto di boicottare i Consigli Comunali che si apprestano a deliberare, facendo mancare il numero legale.
Guardare la maniera in cui vengono boicottate, perfino nel comune “simbolo” di Venaus quelle serate d’informazione che nel 2005 rappresentavano il fiore all’occhiello per tutte le amministrazioni valsusine.

Non occorre leggere i giornali per comprendere che gli amministratori hanno cessato già da un po’ di tempo di dire NO TAV e guardano con fastidio a chiunque continui ad opporsi in maniera intransigente all'Alta Velocità, guardano con fastidio alle bandiere, ai Comitati, ai cittadini che esprimono il proprio pensiero, ai presidi, alle serate d'informazione.
Gli amministratori sono dei politici e la maggior parte di loro appartiene o è apparentata con i partiti che stanno cementificando l'Italia e cospargendola d'inceneritori, partiti che giustificano qualunque devastazione con il paradigma della crescita e dello sviluppo, partiti che tagliano i fondi per le pensioni e li destinano ad acquistare cacciabombardieri, partiti che anziché la ricerca medica finanziano le missioni di guerra. Probabilmente i NO TAV valsusini, avendo avuto i sindaci al proprio fianco davanti alle barricate durante l’inverno 2005, hanno finito per mitizzarne la figura, fino a sperare che anche il loro impegno contro il TAV potesse rimanere costante nel tempo. In realtà il NO al TAV dei cittadini della Valsusa è oggi più forte che mai, perché loro combattono la truffa dell’alta velocità per difendere il proprio futuro e quello dei propri figli, mentre la maggior parte degli amministratori si sono ormai defilati in quanto appartengono ai partiti e vedono nella truffa del TAV l'opportunità di guadagni e prebende.

Tutti coloro che in Valle di Susa e a Torino lottano contro il TAV stanno ormai raccogliendo queste briciole di verità ed iniziando a trovare da soli quelle risposte che Antonio Ferrentino si è rifiutato di dare durante l’affollata assemblea popolare di Bussoleno. Lo stanno facendo senza isterismi di sorta, senza processi e soprattutto senza quella violenza che non ha mai fatto parte del bagaglio del Movimento NO TAV.
Da queste risposte la lotta contro il TAV uscirà probabilmente orfana di Antonio Ferrentino, che ormai solamente i giornali si ostinano a definire leader di coloro che non ne condividono più né le scelte né le posizioni, e di molti amministratori che come lui hanno scelto di stemperare il proprio NO all’alta velocità.
Non si tratta di un dramma e neppure di un successo del Governo Prodi o di Mario Virano che sembra ormai convinto di avere trovato la strada decisiva per arrivare alla costruzione dell’opera.I NO TAV della Val di Susa hanno già dimostrato nel 2005 di saper reagire alle difficoltà trovando proprio in esse nuova forza e nuove motivazioni e degli amministratori sfiduciati dalla popolazione rappresentano delle tigri di carta che non saranno in grado d’incidere sulla situazione. Mario Virano ha fatto senza dubbio un ottimo lavoro addomesticando gli amministratori ma fino ad oggi non è riuscito a convincere un solo cittadino valsusino riguardo alla bontà del TAV ed è proprio con i cittadini che suo malgrado dovrà confrontarsi se intende costruire l’opera, perché gli amministratori cambiano ad ogni legislatura, mentre la popolazione è sempre la stessa, non ha bisogno di essere votata per rimanere in carica e continua a dire No al TAV a prescindere da quale sia il tracciato e da dove venga ubicato il tunnel di base.

venerdì 15 giugno 2007

Il TAV è come un tunnel infinito

Marco Cedolin

Ci sono incubi dai quali ci si illude di essersi svegliati mentre invece si è semplicemente precipitati in un nuovo sogno che a poco a poco si scopre essere peggiore del precedente. Il TAV è uno di questi con l’unica differenza che si tratta di pura realtà e non esistono risvegli in grado di esorcizzarla.
Il vecchio TAV parlava il linguaggio dell’egoarca Berlusconi, del ministro talpa Lunardi, dell’occupazione militare del territorio, delle cariche della polizia, di un progetto senza senso di cui erano state messe in luce tutte le molteplici criticità, finalizzato alla costruzione di un’opera che nessuno in 15 anni è mai riuscito a motivare come utile e necessaria portando qualche argomento che esulasse dalla esternazioni ad effetto senza fondamento. Era un TAV odioso, portato avanti con prepotenza, imposto a forza sopra le teste dei cittadini, ma tutti avevano ben chiaro di cosa di trattasse, esisteva un progetto ben definito, esistevano dei soggetti politici determinati a metterlo in atto e degli oggetti polizieschi preposti a tradurlo in realtà con l’uso della violenza.
Andò a finire come tutti sappiamo, con molti cittadini al pronto soccorso ma molti di più nei prati di Venaus davanti alle ruspe, determinando la prima vera sconfitta del sistema di connivenza politico – mafioso legato alle grandi opere.

Il TAV di oggi tutti si domandano cosa sia, trovandosi in balia della confusione più totale, mancando qualsiasi elemento apprezzabile che sia in grado di portare a delle considerazioni oggettive. Il TAV di oggi è la rappresentazione di quel circo equestre a cui è ridotta la politica italiana, fatto di sotterfugi, mezze frasi mormorate nella penombra chiaroscurale dei bugigattoli di palazzo, progetti segreti che appaiono e scompaiono quasi si trattasse del Philadelphia Experiment, popolazioni che dovrebbero condividerli senza essere mai state neppure a conoscenza della loro esistenza, accordi con le amministrazioni locali annunciati e poi smentiti un’infinità di volte sul piano inclinato dell’imponderabile, finanziamenti UE giudicati imperdibili anche se somigliano più ad un obolo che a un intervento finanziario, conferenze dei servizi portate avanti su progetti destinati alla cancellazione, Osservatori che nascono per valutare l’opportunità di costruire un’opera e prima di essere giunti ad una conclusione diventano laboratori per l’elaborazione dell’opera stessa, senza che nessuno dei partecipanti trovi singolare questa mutazione genetica.

Il TAV di oggi è una babilonia d’intendimenti che si contraddicono l’uno con l’altro, una cacofonia di affermazioni che hanno lo scopo di creare il caos, ottundere i sensi e indurre all’intorpidimento delle coscienze.
Mercoledì 13 giugno durante il tavolo politico a Palazzo Chigi, nel corso di una riunione di sole 2 ore e mezza che stupisce per la sua brevità, il Governo presieduto da Romano Prodi, l’architetto Mario Virano Presidente dell’Osservatorio, la Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso, il sindaco di Torino Chiamparino e gli amministratori locali della Valle di Susa da sempre NO TAV, della Val Sangone, della Gronda est ed ovest sembrano avere trovato un’intesa di massima sull’approccio alla questione TAV, tale da indurre tutti a considerarsi felici e soddisfatti dell’incontro, quasi a comporre un quadretto idilliaco simile a quello riproposto in molte nottate di spoglio elettorale.

I motivi di una così grande felicità allignano in una serie di decisioni ed accadimenti molti dei quali brillano tanto per il tempismo con cui sono stati concepiti quanto per il grado di approssimazione che li caratterizza.
Il vecchio progetto, l’unico progetto mai esistito concernente la Torino – Lione, sul quale è stata portata avanti fino ad oggi la Conferenza dei Servizi è stato stralciato e sarà sostituito da un nuovo progetto che non esiste ma in pratica è come se esistesse, seppure in forma embrionale.
Nel progetto che non c’è Il tunnel di base di 53 km che doveva sbucare a Venaus ed è costato ai valsusini tante bastonate ed altrettante notti all’addiaccio non si farà più o meglio non sbucherà più a Venaus, bensì a qualche km di distanza, in un indefinito limbo di Val di Susa e non si comprende per quale ragione la popolazione dovrebbe ritenere questa soluzione migliorativa rispetto alla precedente.

Sempre nel progetto che non c’è il TAV non correrà più sulla sinistra della Dora bensì sulla destra, evitando l’amianto del Musinè ma sventrando la collina Morenica nei pressi di Avigliana in un territorio geologicamente altrettanto problematico. Poi proseguirà il suo cammino in maniera indefinita per lunghi tratti parallelamente alla ferrovia attuale che verrà in parte interrata (o meglio “annacquata” dal momento che nella realtà la falda acquifera in Valle si trova a soli 2 metri di profondità) al fine di ricucire il territorio, con impatti ambientali e costi che non vi è ragione di ritenere inferiori rispetto a quelli del progetto precedente.

Il progetto che non c’è verrà discusso, sviscerato ed eventualmente integrato e modificato durante le prossime sedute dell’Osservatorio presieduto da Mario Virano, all’interno del quale gli amministratori NO TAV della Val di Susa potranno proporre osservazioni e modifiche concernenti l’opera (il TAV) alla quale da sempre si oppongono in quanto inutile e devastante.

Entro il 23 luglio il progetto che non c’è dovrà trasmutare dallo stato metafisico ad una qualche parvenza di realtà per essere proposto alla UE al fine di ottenere l’agognato finanziamento la cui consistenza sembra essere tanto ectoplasmatica almeno quanto quella del progetto.

Naturalmente del progetto che non c’è non si conoscono i costi, né l’esatta ubicazione, né tanto meno gli impatti ambientali e le criticità, forse proprio per questo il governo ha già anticipato il suo proposito di ottenere il consenso della popolazione che anche in questo caso non c’è, in quanto nessuno ha mai ritenuto opportuno dialogare con tutti coloro che vivono in Val di Susa e da sempre contestano l’opera in quanto inutile, costosa ed invasiva a prescindere da quale sia il progetto. Il nuovo TAV è solo all’inizio del proprio camminamento, ma già s’incomincia a rimpiangere quello vecchio, lì esisteva un progetto da analizzare e contestare nel merito, esistevano i buoni ed i cattivi, esistevano soddisfatti ed insoddisfatti, i valsusini erano ottusi e “sfaccendati” ma contrari al TAV. Qui i valsusini diventano creature di fantasia che iniziano a comprendere l’importanza dell’opera, esistono solo il TAV, una marea di parole senza senso ed una selva di facce che sorridono senza che si possa comprenderne il perché.

lunedì 4 giugno 2007

Romano Prodi fra fischi e fiaschi

Marco Cedolin

Poche volte nella sia pur disastrata storia politica italiana del dopoguerra un governo è stato in grado nel lasso temporale di un solo anno di accumulare una massa d’insuccessi simile a quella dell’esecutivo capitanato dal “professore”.
In sole 24 ore Romano Prodi è riuscito nella difficile alchimia di raccogliere prima i fischi e le contestazioni di coloro che appoggiano le forze armate e sostengono la politica dell’amministrazione americana, poi i fischi e le contestazioni di coloro che avversano il militarismo, le politiche di guerra e la costruzione della nuova base americana di Vicenza.
Il Presidente del Consiglio ieri mattina era stato infatti pesantemente contestato ed invitato a “tornare a casa” da larga parte degli astanti, in occasione della parata militare del 2 giugno. Stamattina all’auditorium Santa Chiara di Trento, dove partecipava ad un Festival dell’economia, Prodi è stato accolto al grido di “vergogna” da parte di un folto gruppo di vicentini del movimento NO Dal Molin che hanno anche interrotto per qualche minuto il convegno, prima che il moderatore dello stesso desse il microfono ad uno di loro per consentire un breve intervento.
Di fronte alle argomentate proteste dei cittadini il Premier è rimasto in silenzio, salvo commentare successivamente con i giornalisti affermando che “queste contrapposizioni che vengono fatte da un giorno all’altro distruggono il paese”.

Le rimostranze di Romano Prodi nei confronti delle contrapposizioni sembrano tanto più incomprensibili se pensiamo che il governo, reduce dalle disastrose elezioni amministrative, sta perdendo consensi e ricevendo critiche da parte di fasce sempre più ampie e composite della società italiana, a destra come a sinistra, e si ritrova ormai arroccato sulle posizioni del Premier, “imposte” perfino ad una parte cospicua della maggioranza che non le condivide.
L’imposizione del dodecalogo fatto firmare a forza a tutti i partiti della coalizione (alcuni dei quali non lo condividevano) in occasione del ruzzolone di febbraio si è rivelato un maldestro tentativo di blindare una linea di governo in aperta distonia tanto con il programma elettorale originario quanto con la sensibilità dell’elettorato che aveva portato quel programma al governo.

Per i ministri ed i leader della maggioranza sembra ormai diventato quasi naturale essere oggetto di contestazioni ogni qualvolta si ritrovano per loro sventura a rapportarsi in qualche maniera con la società civile, a prescindere dal fatto che questo avvenga in un’università, davanti ai cancelli della Fiat o durante una cerimonia ufficiale.
Più il governo tenta di ostentare sicurezza, più emergono le contraddizioni, la confusione, l’incapacità di rapportarsi con i problemi reali del paese che non sono la distribuzione delle poltrone nel nascente Partito Democratico e neppure gli inciuci concernenti la messa in cantiere della nuova legge elettorale. Le vicende concernenti Visco ed Unipol fanno solo da corollario ad un quadretto già di suo desolante.
Il 9 giugno G.W. Bush è stato invitato a Roma da un governo, parte del quale lo ha sempre contestato aspramente per le devastazioni e le guerre messe in atto in giro per il mondo dalla sua amministrazione. Prodi ha intimato ai suoi ministri di astenersi dal partecipare alla manifestazione di protesta contro il Presidente americano che sicuramente sarà anche in Italia assai calorosa e partecipata, come ultimamente avviene in ogni paese al quale Bush decida di fare visita. Non contento di avere dato un simile sfoggio di democrazia il “professore” ha inoltre vietato anche ai leader dei partiti della sua maggioranza di partecipare alla contestazione a Bush, ricevendo in merito dagli stessi delle risposte non proprio accomodanti.

Dopo avere gestito in maniera pessima, spesso con l’ausilio dei manganelli e di false promesse che difficilmente saranno mantenute, l’emergenza dei rifiuti a Napoli, Romano Prodi si troverà presto dinanzi a scogli quanto mai ostici e pericolosi. L’ostinazione nel volere portare avanti propositi peregrini fortemente contestati dai cittadini quali la truffa del TAV in Valle di Susa e la costruzione della nuova base militare americana Dal Molin non sembra davvero costituire un preludio alla diminuzione delle contrapposizioni. Al contrario le contrapposizioni sembrano destinate ad approfondirsi nei mesi futuri, a meno che il Premier decida d’intimare a tutti gli italiani di non contrapporsi, costringendoli magari con la forza a firmare un qualche patto di fiducia e fedeltà, così come ha fatto con i partiti della propria coalizione.

venerdì 1 giugno 2007

Più Taxi per tutti con i liberi oligopoli

Marco Cedolin

Le auto bianche ritornano ad invadere Roma, bloccano il traffico di Genova, lasciano a piedi viaggiatori un po’ in tutta Italia, ma la cosa suscita scarso interesse, al più provoca un poco di fastidio e si confonde nelle pagine dei giornali fra la marea di scioperi messi in atto, promessi o soltanto minacciati che infarciscono le cronache di questi mesi. I tassisti, diciamocelo chiaramente, non piacciono quasi a nessuno, godono fama di avere un pessimo carattere, vengono giudicati una corporazione chiusa economicamente poco interessante poiché caratterizzata da singole individualità, fanno la cresta sulle corse e non foraggiano i sindacati istituzionali. Il centrosinistra li considera nemici giurati, il centrodestra li tratta con diffidenza tranne cavalcarne saltuariamente la protesta a proprio uso e consumo, l’informazione li stigmatizza come disturbatori, l’opinione pubblica li tratta come lavoratori arricchiti e petulanti che difendono i propri privilegi.

Insieme a benzinai e farmacisti proprio coloro che vivono sui taxi sono vittime del pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni, da più parti considerato come una delle pochissime “cose buone” fatte dal governo Prodi in questo primo anno di attività. Liberalizzare, creare più concorrenza e competitività, al fine di ridurre i prezzi, aumentare l’offerta per il consumatore e creare nuove opportunità di lavoro sembra una ricetta magica condivisa dalla maggioranza degli italiani di ogni colore politico. Sicuramente nell’ottica di proponimenti così virtuosi qualche sacrificio da parte di categorie benestanti (solo i farmacisti purtroppo lo sono davvero) e neppure troppo “simpatiche” risulterebbe pienamente accettabile e Bersani potrebbe fregiarsi dell’etichetta di uomo illuminato della quale da molti viene accreditato.

Liberalizzare le licenze dei taxi facendo si che molti disoccupati possano intraprendere la professione con il solo investimento monetario dell’acquisto di un’auto e del suo mantenimento creerebbe sicuramente una sperequazione sociale nei confronti di coloro che la licenza l’hanno acquistata a caro prezzo magari indebitandosi, ma consentirebbe nuova occupazione e probabilmente comporterebbe un certo risparmio per i cittadini fruitori del servizio. Anche liberalizzare le licenze per l’attività di benzinaio potrebbe costituire stimolo per nuova occupazione, pur manifestandosi come un provvedimento in controtendenza con le politiche portate avanti negli ultimi 15 anni che hanno mirato a ridurre drasticamente il numero dei punti vendita di carburante (in Italia molto più alto rispetto agli altri paesi europei) privilegiando l’esistenza di attività di media dimensione ed eliminando i piccoli benzinai.
Permettere ad un giovane farmacista di aprire una nuova attività, senza per questo dovere acquistare una licenza a prezzi improponibili, potrebbe anche in questo caso rivelarsi proponimento virtuoso in grado di creare nuove opportunità di lavoro e maggiore concorrenza a tutto vantaggio dei consumatori, pur danneggiando coloro che hanno fino ad oggi sborsato cifre considerevoli per acquistare la licenza di una farmacia.
Si tratterebbe insomma di imporre un sacrificio economico ad alcune categorie di lavoratori al fine di privilegiare altri lavoratori potenziali e in prospettiva creare qualche vantaggio per i consumatori.

Purtroppo il pacchetto Bersani non va in questa direzione che, seppur discutibile potrebbe offrire molti elementi di condivisione, non liberalizza insomma, ma al contrario si propone di sostituire i privilegi che oggi appartengono ad una moltitudine di individualità (gli appartenenti alle pseudo corporazioni dei tassisti, benzinai, farmacisti) per accentrarli in un oligopolio i cui fruitori saranno una ristretta cerchia di soggetti della grande imprenditoria economica e finanziaria.

La norma che permette ad un singolo soggetto di cumulare più licenze di taxi è infatti prodromica di un futuro nel quale le grandi compagnie di taxi di proprietà d’importanti gruppi industriali, finanziari e cooperativi (Fiat in testa) sostituiranno i piccoli imprenditori tassisti di oggi e chi guiderà materialmente il taxi spaccandosi la schiena in giro per la città sarà un lavoratore precario, magari “acquistato” giornalmente dalle agenzie interinali come già oggi avviene con gli autisti degli autobus delle grandi compagnie di trasporto. I privilegi rimarranno ma ricadranno nelle tasche di pochi singoli soggetti (laddove prima erano distribuite su una molteplicità) ed i benefici per il consumatore finiranno per azzerarsi con l’immancabile creazione di cartelli come già accaduto con le banche e le assicurazioni.

Nel caso dei benzinai (che sciopereranno la settimana prossima) e dei farmacisti non si tratterà di una liberalizzazione ma semplicemente della possibilità di subentrare nei privilegi (senza nessun esborso monetario per l’acquisto di una licenza) da parte dei grandi ipermercati attualmente nelle mani di una decina di soggetti che spaziano da Auchan (famiglia Agnelli) alle Coop, a Carrefour, Panorama ecc.
Le nuove norme permetteranno inoltre, contrariamente a quanto avveniva in passato, il possesso delle farmacie da parte di soggetti quali gli ingrossi farmaceutici e le stesse industrie farmaceutiche, permettendo in questo modo la creazione di veri e propri oligopoli del farmaco che comprendano tutta la filiera dalla produzione alla distribuzione. Un recente emendamento che ha finora avuto il via libera della Camera estende inoltre ai farmaci di fascia C non rimborsati dal servizio sanitario nazionale il ventaglio dei prodotti farmaceutici che potranno essere venduti all’interno degli ipermercati, equiparandoli in questo modo quasi per intero ad una farmacia.
Per il giovane farmacista si prospetterà come unica opportunità quella di andare a lavorare alle dipendenze di un ipermercato ed i consumatori potranno godere inizialmente di un risparmio che nel tempo tenderà ad elidersi sempre più di pari passo con la scomparsa delle piccole farmacie. Al contempo molti benzinai e le farmacie più piccole saranno costretti a chiudere i battenti andando ad ingrossare la copiosa fila dei disoccupati italiani che rappresentano ormai una realtà virtuale in quanto sia l’Istat che i vari governi si rifiutano di ammetterne l’esistenza.

Intanto mentre scende la sera i tassisti sono ancora a Roma, in Piazza S. Apostoli e giurano che non se ne andranno fino a quando non riceveranno una risposta dal governo. I giornali li racchiudono dentro qualche trafiletto perché sono scomodi, cattivi e qualcuno giura anche violenti, al punto che perfino quando come oggi la polizia li carica lo fa soltanto per proteggere un autista “crumiro” che casualmente si aggirava nei paraggi del corteo, forse al fine di alzare la tensione e riconfermare come si tratti di una categoria che non merita alcuna solidarietà. La solidarietà al contrario è tutta per Bersani ed i nuovi oligopoli chiamati impropriamente liberalizzazioni, ma nell’Italia di oggi troppo spesso bastano le parole, anche qualora svuotate di ogni contenuto.

mercoledì 16 maggio 2007

Arrivano i rinforzi

Marco Cedolin

“Non manderemo in Afghanistan un solo soldato in più” aveva ribadito il governo un paio di mesi or sono, quando si apprestava a rifinanziare la missione di guerra/pace in terra afgana, con l’ausilio del voto di tutti quei partiti il cui spirito pacifista è rimasto confinato nelle fantasie della campagna elettorale.
“Manderemo in Afghanistan nuovi mezzi, ma questa decisione non altera la natura della missione italiana” ha annunciato oggi il Ministro della Difesa Arturo Parisi, nel goffo tentativo di giustificare l’ennesima promessa disattesa, facente parte della lunga serie di menzogne a cui questo governo ci ha abituati fin dal momento del suo insediamento.

In realtà nel contingente di rinforzo che sta per lasciare l’Italia con il compito di andare a combattere pacificamente in Afghanistan, di soldati in più ce ne sono 145, oltre a 13 carabinieri, 5 elicotteri Mangusta, 8 mezzi corazzati Dardo e 10 blindati Lince, il tutto per il modico costo aggiuntivo di circa 26 milioni di euro.
Naturalmente questa nuova “iniezione” di uomini e mezzi servirà, secondo le parole di un sempre più disorientato Parisi, ad aumentare le capacità esplorative e di movimento del nostro contingente, rivelandosi utile nelle situazioni attive e passive. Il tutto nell’ambito delle vere finalità della missione italiana, riguardo alle quali lo stesso Parisi ha chiesto a più riprese ragguagli al suo stato maggiore, volta a fare del bene a questo disgraziato paese, i cui abitanti hanno la cattiva abitudine di trovarsi troppo spesso sulla linea del fuoco dei propri benefattori.

La decisione di assecondare la richiesta americana di un rafforzamento delle forze italiane in Afghanistan, dopo avere più volte negato questa eventualità, dimostra inequivocabilmente il taglio sempre più militarista che sta connotando la politica presente e futura del governo.
I segnali in questo senso sono molteplici e molto significativi, primo fra tutti il vistoso incremento delle spese militari contenuto nell’ultima manovra finanziaria, assai più cospicuo di quelli realizzati dal governo Berlusconi negli anni precedenti. Altrettanto preoccupante è la decisione di investire 2 miliardi di euro per lo sviluppo di un progetto che consentirà di assemblare a Cameri, in provincia di Novara, centinaia di cacciabombardieri F35 della statunitense Lockeed Martin, 100 dei quali verranno acquistati direttamente dal governo italiano che si troverà così ad investire somme enormi per apparecchi “di attacco” il cui eventuale uso contrasterebbe nettamente con i dettami della nostra costituzione.
Come ha detto qualche giorno fa il generale Fausto Bertinotti, passando in rassegna i suoi uomini impegnati nella missione di guerra/pace in Libano, i nostri soldati sono la vetrina di questa nuova Italia e nell’immaginare cosa possa nascondersi dietro una simile vetrina si percepisce più di un brivido correre lungo la schiena.

domenica 13 maggio 2007

Da Venaus a Serre una storia che si ripete

Marco Cedolin

Mentre la febbre del Family Day sta catalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica, che si divide fra fautori e detrattori del penoso siparietto in programma nelle piazze romane, il governo si muove nell’ombra al di fuori della legge, ma anche di quell’attenzione mediatica che preferisce occuparsi di “teatro” anziché della drammatica realtà del nostro paese.
A Serre, nel salernitano, in quella Campania che la camorra di governo ed il governo di camorra hanno ridotto ad un immenso immondezzaio straripante di veleni e sostanze tossiche, dove le patologie tumorali hanno un’incidenza così alta fra la popolazione da suscitare l’attenzione dei ricercatori scientifici internazionali ma non quella di chi sarebbe deputato ad amministrare il territorio, si sta consumando l’ennesimo atto di una lunga saga di prevaricazioni.

Proprio nei pressi di Serre, un paese di 4000 anime in provincia di Salerno, il Commissario straordinario Bertolaso aveva deciso di costruire una delle 4 discariche che dovrebbero liberare il napoletano dal marasma maleodorante di spazzatura conseguente ad una gestione delinquenziale dello smaltimento dei rifiuti, il cui ricco business è stato oggetto di spartizione fra i clan camorristici e la Fibe s.p.a. del Gruppo Impregilo, in un sodalizio ormai di vecchia data con gli uomini della politica.
Nei propositi di Bertolaso la discarica di Valle della Masseria avrebbe dovuto sorgere all’interno di un’oasi di protezione faunistica (area SIC) con svariati vincoli ambientali che si affaccia sul fiume Sele, in tutto e per tutto non compatibile con un’opera di questo genere.

Già nel mese di marzo le forze dell’ordine tentarono di sgomberare con la forza il presidio spontaneo dei cittadini che, insieme al loro sindaco Palmiro Cornetta, si opponevano pacificamente ma con fermezza all’ennesimo scempio ambientale in un territorio già pesantemente martoriato. I manganelli calarono come già accaduto in Val di Susa sulla popolazione inerme ma Bertolaso fu costretto a desistere dal suo proposito. Il Comune di Serre fece ricorso al Tribunale di Salerno e alla fine di aprile il giudice Antonio Valitutti ordinò al Commissario di Governo per l’emergenza rifiuti in Campania, di astenersi dalla costruzione dell’opera, ritenendo il sito non idoneo ad un impiego di questo tipo in virtù del suo valore ambientale. E nell’ordinanza affidò al comando provinciale dei Carabinieri di Salerno il compito di garantire la sicurezza ed il rispetto dell’ordinanza stessa.

Venerdì 11 maggio il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legge concernente l’emergenza rifiuti in Campania che di fatto ripropone la discarica di Serre senza curarsi della decisione del Tribunale di Salerno, rendendo pienamente l’idea del grado di sfrontatezza con il quale la politica ormai abitualmente si rapporta tanto con la legalità quanto con i diritti dei cittadini.
Da ieri pomeriggio Serre è una città fantasma, con gli esercizi commerciali chiusi e la popolazione accorsa a presidiare quel sito la cui integrità dovrebbe essere per legge garantita dai carabinieri. Da ieri pomeriggio il governo ha inviato oltre un migliaio di uomini delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa che hanno già tentato un paio di volte senza successo di forzare il cordone dei presidianti per consentire l’accesso delle ruspe.
Cambiano i governi ma non cambia l’arroganza della politica e ancora una volta, come nel dicembre 2005 a Venaus, i cittadini si ritrovano accanto ai propri sindaci per difendere l’ambiente in cui vivono ed il loro diritto ad entrare nel merito delle decisioni che li riguardano. Ancora una volta, come in Valle di Susa, la polizia, i manganelli e gli elicotteri vengono contrapposti alla popolazione pacifica che insieme alle autorità locali sta cercando di far valere i propri diritti, in questo caso oltretutto sanciti da una sentenza del Tribunale. Polizia contro cittadini e sindaci, Governo contro Magistratura, Stato contro Stato in una situazione parossistica che rischia di farsi sempre più incandescente, mentre il circo dell’informazione è impegnato a tenere il conto delle presenze a quel grande evento folkloristico che sarà il Family Day.

sabato 5 maggio 2007

Le Ferrovie sono su scherzi a parte

Marco Cedolin

Si fatica davvero molto nel prendere sul serio i contenuti del nuovo piano industriale 2007-2011 delle Ferrovie, che ieri al termine di una riunione a Palazzo Chigi, presieduta dal premier Romano Prodi ha ricevuto il benestare del governo, al termine di un’analisi durata tre mesi.

Proviamo allora ad immaginare si tratti di uno scherzo quando leggiamo che l’amministratore delegato Moretti prevede che le Ferrovie italiane riusciranno a generare utili già tra il 2009 ed il 2010. Utili da conseguire nel giro di un paio d’anni tramite un’azienda che oggi si trova sull’orlo del collasso, al punto da dovere sopprimere giornalmente fra i 200 ed i 300 treni poiché manca il personale che dovrebbe guidarli oppure mancano fisicamente le carrozze o le motrici.

Proviamo ad immaginare che si continui a scherzare di fronte all’affermazione secondo cui sarà “rivolta grande attenzione ai pendolari delle grandi città, con un aumento del 70-80% e in alcuni casi anche del 100% dei servizi per il trasporto locale”. Tutto ciò attraverso l’acquisto nei prossimi 4 anni di ben 1000 treni da destinare ai pendolari, con un investimento di 6,4 miliardi di euro. Molto probabilmente scherzava anche il governo quando ha esaminato per tre mesi il piano senza rendersi conto che non si stava facendo riferimento alle ferrovie svizzere, bensì a quelle italiane.
Quelle ferrovie italiane il cui materiale rotabile è talmente vecchio e in cattivo stato da risultare più adatto ad un museo ferroviario che non all’attività su rotaia di un paese che ama definirsi tecnologicamente avanzato. Le locomotive diesel usate per il trasporto regionale hanno un’età media di 23,8 anni, quelle elettriche di 21,3 anni, le motrici diesel cargo di 31,4 anni, i vagoni delle vecchie “littorine” ancora numerosissimi arrivano a un’età media di 44 anni. La maggior parte dei 50.000 carri merci esistenti sulla rete ferroviaria italiana ha un’età media di 30/40 anni.
Se anche si acquistassero sul serio 1000 treni come prospettato, questi basterebbero a malapena per garantire la sostituzione dei residuati museali che oggi accompagnano le infelici giornate dei pendolari, insieme alle immarcescibili zecche a cui proprio non c’è verso di riuscire a fare pagare il biglietto.

Il biglietto lo si farà invece pagare sempre più salato ai viaggiatori, attraverso una nuova serie di aumenti che partiranno il prossimo autunno e poi si riproporranno a scadenze regolari, a dimostrazione che quella nell’aumento è l’unico tipo di puntualità che fino ad oggi siamo riusciti ad importare dalla Svizzera. Poco male, afferma Moretti perseverando nella celia, perché comunque i prezzi dei biglietti ferroviari in Italia sono inferiori alla media degli altri paesi europei. Già, gli altri paesi europei, quelli che hanno un sistema ferroviario che a differenza del nostro garantisce un servizio ben al di sopra di quella soglia della decenza a noi sconosciuta, verrebbe da aggiungere quasi contagiati dall’approccio ridanciano con cui ci è stata posta fin qui la questione.

Purtroppo la voglia di scherzare scompare senza lasciare traccia non appena si realizza il tipo di programma che il nuovo piano delle Ferrovie intende mettere in atto nei confronti dei suoi dipendenti. I ferrovieri da licenziare che il protocollo del bon ton politicamente corretto preferisce etichettare come esuberi o “uscite pianificate” saranno 4.500 nel 2007 e poi 3.000 nel 2008 e 2.500 nel 2009, per un totale di 10.000 unità (in realtà persone che devono mangiare almeno un paio di volte al giorno, possibilmente con un tetto sopra la testa che li preservi dalle intemperie) nei prossimi tre anni. Le Ferrovie assicurano però che nel 2007 verranno assunte 1000 persone, la metà delle quali a tempo determinato (quel precariato che il governo si ripromette da sempre di combattere, pur non trovandone il tempo essendo in altre cose più importanti indaffarato) e affermano che il turn over, cioè i licenziamenti, sono legati soprattutto all'introduzione di nuove tecnologie e al progressivo abbandono del doppio macchinista alla guida. Sarebbe interessante approfondire la natura di codeste mirabolanti tecnologie, nella speranza che non si tratti dell’arcinoto apparecchio VACMA, un congegno inutile e dannoso che ben lungi dall’esprimere un qualche contenuto tecnologico consiste semplicemente in un pedale che il macchinista deve pigiare ripetutamente come un robot ogni 55 secondi per tutta la durata del viaggio, con il solo scopo di permettere alle Ferrovie di “aggirare” l’obbligo di un secondo macchinista in cabina di guida.
Così come sarebbe oltremodo interessante comprendere in base a quale cortocircuito logico l’ad Moretti pretenda di raddoppiare i treni per i pendolari dimezzando al contempo il numero dei ferrovieri e macchinisti necessari per portarli a destinazione.
Sicuramente se tutte le aziende impostassero piani industriali sulla falsariga di quello proposto dalle Ferrovie ed approvato dal governo, il problema dei pendolari troverebbe immediata soluzione con la scomparsa immediata degli stessi, ma tutto ciò sarebbe in contraddizione con l’obiettivo di costruire utili entro il 2011, sembra uno scherzo, ma se pensiamo che il governo ha ponderato ben tre mesi su questa materia arriviamo a comprendere che sarebbe anche di pessimo gusto.

lunedì 26 marzo 2007

Chiedetemi scusa!

Marco Cedolin

Il rapporto fra gli uomini di governo e gli studenti universitari è di quelli da mettere i brividi, tanti sono gli “infortuni” che accomunano ministri ed alte cariche dello Stato ogni qualvolta decidono di varcare i cancelli di una qualche università.
A gennaio Il Ministro delle Finanze Padoa Schioppa fu pesantemente contestato da studenti e precari dinanzi al rettorato di Torino.
A febbraio i Ministri Giuliano Amato e Padoa Schioppa tennero una conferenza all’Università Statale di Milano, parlando ad un’aula magna semivuota, poiché agli studenti era stato preventivamente impedito l’ingresso nella stessa.
Lunedì 26 marzo Fausto Bertinotti, Presidente della Camera è stato animatamente contestato dagli studenti al suo arrivo alla facoltà di lettere dell’Università La Sapienza di Roma, dove si era recato in modo improvvido per partecipare ad un dibattito sulla cooperazione internazionale e lo sviluppo.

Di fronte a cartelli e cori che lo vedevano oggetto nella qualità di “buffone” e “guerrafondaio” e dinanzi all’invito a “vergognarsi” rivoltogli dagli studenti, Bertinotti, visibilmente infastidito non ha trovato di meglio che polemizzare con loro pretendendo perfino “delle scuse”.
Ormai all’acme dell’autoreferenzialità ha poi espresso parlando con i giornalisti pesanti critiche riguardo ai giovani dell’estrema sinistra che a suo avviso rifiuterebbero la politica e le esperienze di lavoro e di compromesso che si fanno (nientepopodimeno) che per cambiare il mondo.

In tutta sincerità pur non potendomi più annoverare mio malgrado nella schiera dei giovani studenti e non avendo mai avuto la velleità di appartenere all’estrema sinistra, sento emergere dal mio intimo un sentimento di estrema solidarietà con questi ragazzi.
Trovo gravissima e vergognosa la supponenza con cui Bertinotti tratta da tempo tutti coloro che hanno portato il suo partito al governo, credendo ad una lista di “false promesse” che sono state sistematicamente disattese.
Trovo parossistico che Bertinotti pretenda delle scuse dai suoi elettori quando sarebbe lui a doverle fare (le scuse) cospargendosi il capo di cenere in ossequioso silenzio.

E invece eccolo lì, altero ed indisponente a pontificare di “non violenza” con i giornalisti, per nulla preoccupato dal fatto che lui ed il governo abbiano ormai perso ogni credibilità nella società civile, al punto da non potersi più neppure permettere di rapportarsi in maniera dignitosa con gli studenti delle università.Eccolo lì, nella veste di colui che attraverso gli inciuci i pizzini, gli apparentamenti, si propone di cambiare il mondo, pur non essendo riuscito neppure (se non in maniera peggiorativa) a cambiare di una virgola il volto di questa Italia, guerrafondaia, corrotta, mafiosa, clientelare, forte con i deboli e debole con i forti. Eccolo lì a domandare le scuse degli studenti che credono ancora in “qualcosa” mentre lui che marcia nel giusto è impegnato a sponsorizzare la guerra in Afghanistan, la nuova base militare di Vicenza e il TAV, dopo avere lasciato al proprio destino i precari, i pensionati e le famiglie che non arrivano a fine mese, dopo avere svenduto il TFR dei lavoratori. Tutto ciò naturalmente con il nobile intento di cambiare questo mondo che all’incontrario va.

mercoledì 14 marzo 2007

Dovremo vivere così?


Marco Cedolin
La notizia ha dell’incredibile ma non si tratta di una leggenda metropolitana, bensì della pura realtà.
Un cittadino cinese del quale non si conoscono le generalità ma attribuendogli un nome di fantasia chiameremo “Xiao” ha deciso che la crescita e lo sviluppo non lo avrebbero cacciato dalla propria casa e si è asserragliato per protesta nell’abitazione. L’impresa di costruzioni che ha in progetto lo sventramento di un intero quartiere per costruire un mega centro commerciale, per tutta risposta ha proseguito con gli scavi ed ora la casa del poveraccio si ritrova sospesa con tanto di inquilino su uno spuntone di terra ad 11 metri di altezza sopra la voragine di fango e terra smossa.

La vicenda è avvenuta nella municipalità di Chongquing, situata a monte della zona dove un’infrastruttura ciclopica come la diga delle Tre Gole lo scorso anno ha sommerso 30.000 ettari di terreni coltivati e costretto all’esodo forzato 1.200.000 persone che hanno perso la propria casa ed il proprio lavoro, senza ricevere in cambio alcuna indennità e si ritrovano oggi preda della miseria.

Nel quartiere più popoloso della città, la società immobiliare Chongqing Zhengsheng Real Estate ha deciso di costruire un enorme centro commerciale con annessi centinaia di appartamenti.
Centinaia di cittadini residenti nell’area interessata dal progetto sono stati letteralmente cacciati dalle proprie abitazioni ed invitati a trovarsi un’altra sistemazione, ricevendo in cambio un indennizzo corrispondente al solo valore del terreno che certo non potrà garantire loro un futuro dignitoso.

Xiao ha ritenuto che non fosse giusto essere trattato così, ha rifiutato di cedere la propria abitazione, ha richiuso l’uscio e si è trincerato all’interno della casa, dopo avere chiesto alla società immobiliare un risarcimento di 2,5 milioni di dollari.
La società non ha ritenuto conveniente fermare i lavori poiché ciò avrebbe significato una perdita monetaria ed ha continuato a scavare ancora.
Ora Xiao si trova al centro del cantiere, dentro a un eremo sospeso ad 11 metri da terra e un portavoce della società immobiliare ha garantito che prima o poi scenderà poiché le sirene della crescita e dello sviluppo sono molto più forti di qualunque diritto della persona.

L’ostinazione di Xiao, novello Donchisciotte, che non vuole accettare che qualcuno abbia programmato per lui un futuro fatto di stenti e povertà, fotografa in maniera sorprendente tante situazioni della nostra contemporaneità di uomini moderni che rifiutano i soprusi camuffati da progresso.
Quanti Xiao anche in Italia hanno provato a non “scendere” dalla propria casa nel Vajont, così come nei nodi cittadini della linea TAV di Bologna e Roma, e quanti non sono ancora scesi come in Valle di Susa. Quanti Xiao ci vorranno ancora perché si comprenda che non esiste progresso costruito calpestando la dignità delle persone.

giovedì 8 marzo 2007

La guerra mette tutti d'accordo

Marco Cedolin

La missione sempre più di guerra e sempre meno di pace in Afghanistan raccoglie alla camera un plebiscito in stile bulgaro con 524 si, 3 no e 19 astenuti.
E’ interessante notare come il mondo politico italiano, abbandonati i falsi distinguo, si ritrovi a convergere praticamente all’unanimità ogni qualvolta occorra schierarsi su argomenti di una certa rilevanza quali le missioni militari, le basi di guerra, il TAV, il Mose, i rigassificatori, gli inceneritori, la difesa degli interessi americani ed israeliani nel mondo.

Non occorre essere dotati di molto acume per rendersi conto dell’evidenza che in Italia la “grande coalizione” esiste già ed è così grande da comprendere tutti, ma proprio tutti i partiti politici rappresentati in parlamento.
Le dispute sulla legge elettorale, sui Dico, sui CPT, le rissose divisioni fra destra e sinistra, sono solo parte di una rappresentazione teatrale finalizzata a creare l’illusione di una democrazia che nei fatti non esiste. La classe politica mistifica la sua stessa natura fingendosi figlia di posizioni estremamente eterogenee e diversificate che regolarmente mancano di tradursi in realtà dentro l’aula del parlamento. L’unica posizione a ricevere sempre l’unanime appoggio del parlamento è quella dei grandi poteri economici e finanziari nazionali ed internazionali dei quali l’intera classe politica è servile e fedele dipendente.

Accade così che gran parte dei cittadini italiani si manifesti contrario alla guerra e alle missioni militari, mentre i parlamentari da loro delegati a rappresentarli votino in maniera diametralmente opposta alla volontà dei propri rappresentati.
Che senso ha discutere di leggi elettorali, di maggioranze, di coalizioni, di governabilità, se il valore del voto è ormai stato svuotato di ogni contenuto, fino al parossismo di rendere l’azione dei parlamentari totalmente indipendente dalla volontà degli elettori?

Chi rappresentano i 524 parlamentari che hanno deciso di finanziare la missione di guerra/pace in Afghanistan? Chi rappresentano i parlamentari che hanno deciso la costruzione di una nuova base di guerra americana a Vicenza? Chi rappresentano i parlamentari che hanno gettato 90 miliardi di euro dei contribuenti dentro il pozzo nero del TAV?Certamente non i cittadini italiani che li hanno votati ed iniziano a domandarsi cosa ci sia di democratico in quella che sempre più impropriamente ci si ostina a chiamare democrazia.

venerdì 2 marzo 2007

Gulag Italia

Marco Cedolin e Massimo Mazzucco

In un colpo solo la dirigenza di Rifondazione Comunista è riuscita ad offendere la logica, a svelare il grande inganno della "democrazia", e a distruggere quel poco di immagine progressista che ancora riusciva a conservare, se non per merito proprio, per l'affannosa e patetica corsa al centro di tutto il resto della cosiddetta sinistra.

Leggiamo e commentiamo il comunicato ufficiale [link] che il partito ha diramato in occasione dell'"allontanamento" del senatore Turigliatto, per essersi astenuto al momento del voto sulla guerra in Afghanistan:

Allontanamento Turigliatto. Il dispositivo del collegio di garanzia

Il dispositivo è stato approvato con 14 voti favorevoli, sei contrari. Totale membri del collegio di garanzia:

(Visto che quattrodici più sei fa ventuno, vorrà dire che i membri del collegio possono astenersi. Turigliatto no.).

Al Compagno Senatore
Franco Turigliatto

Alla Direzione Nazionale
PRC - sede

Il C.N.G. riunito in seduta plenaria in Roma presso la sede del P.R.C. il giorno 1° marzo 2007 ha esaminato e discusso la posizione del compagno Senatore Franco Turigliatto deferito a questo Collegio dalla Direzione Nazionale del Partito.

Fatto: il compagno Turigliatto non ha partecipato al voto sulla Relazione di politica estera fatta dal Ministro degli esteri a nome del Governo nella seduta del 21. 2. 2007, nonostante che gli organismi dirigenti del PRC ed il gruppo senatoriale avessero deciso di approvare la Relazione stessa.

La Relazione di politica estera non ha avuto i voti necessari per l'approvazione per cui si è aperta la crisi di Governo con le dimissioni del Presidente del Consiglio.

La non partecipazione al voto del compagno Turigliatto se non è stata la causa della caduta del Governo, ha tuttavia creato grave tensione all'interno e difficoltà all'esterno del Partito, indicato come corresponsabile primo della crisi, come quello che avrebbe aperto la porta ad un possibile ritorno della destra alla guida del Governo.

A ben comprendere quindi, la colpa di Turigliatto non sarebbe quella di una astensione "ideologicamente" contraria alla linea politica indicata dalla direzione, ma il rischio di perdere la "cadrega" collettiva.

Sottoposto a procedimento disciplinare il compagno Franco Turigliatto è stato sentito dalla Presidenza del CNG nell'audizione del 28. 2. 2007. Il compagno Turigliatto ha sostenuto il diritto di esprimere le proprie opinioni politiche. E' stato chiesto al compagno se il suo comportamento poteva essere considerato un unicum cui non ne sarebbero seguiti altri. La risposta è stata che certamente lo avrebbe reiterato.

Questo in effetti è abbastanza grave. Un politico che intenda comportarsi una maniera coerente, e che lo dichiari pure in anticipo, è una mina vagante che nessun partito serio oggi si può più permettere.

Diritto: lo Statuto del PRC garantisce ad ogni iscritto il diritto di esprimere anche pubblicamente le proprie opinioni politiche (art. 3) ed il dissenso politico non può essere motivo di applicazione di misure disciplinari (art. 52). Ma accanto a questo diritto universalmente garantito lo Statuto pone dei doveri che attengono non all'universalità degli iscritti ma segnatamente a coloro che sono eletti alle cariche pubbliche.

In altre parole, al bar puoi dire quello che vuoi, ma se vieni eletto dai cittadini per quello che sostieni al bar, in parlamento non puoi più dirlo.

Questi compagni accanto al diritto al dissenso hanno l'obbligo di conformarsi rigorosamente agli orientamenti del Partito e al regolamento del gruppo nell'esercizio del loro mandato (art. 56).

Se Madre Logica avese un fegato, in questo momento starebbe esplodendo. Come sarebbe a dire "accanto al diritto al dissenso" hai il dovere di conformarti? E' come dire "hai diritto di respirare, ma se apri la bocca ti dò una legnata in testa".

Ma poi, gli "orientamenti del partito" non erano contro l'intervento militare? Come ha sottolineato lo stesso Turigliatto, non erano tutti a Vicenaza a marciare per la pace, solo 48 ore prima?

Nel caso del compagno Turigliatto si tratta dunque non di valutarne le opinioni politiche, ma i comportamenti e valutare quindi se questi e non quelle hanno determinato o meno violazioni dello Statuto ovvero pregiudizio al Partito.

Qui bisognerebbe capire secondo quale benedettisimo ragionamento non dovrebbero essere le opinioni politiche a determinare i comportamenti di un parlamentare. Ma forse stiamo chiedendo troppo.

Il Collegio ritiene che vi sia stata violazione grave dello Statuto da parte del compagno Turigliatto. L'orientamento del Partito verso l'attuale Governo è quello di un sostegno al fine di realizzare il programma concordato.

Ah, ora è più chiaro. "L' orientamento del partito" non ha nulla a che vedere con le idee politiche, è inteso solo in senso letterale. Cioè vuol dire "in che direzione è orientato", a seconda del vento che tira.

Da qui discendeva la decisione del gruppo senatoriale di votare a favore della Relazione di politica estera e da qui l'obbligo dei compagni senatori di conformarsi alla decisione.

Il Collegio ritiene altresì che vi sia stato grave pregiudizio all'organizzazione del Partito. L'intero corpo politico che fa capo al Partito (iscritti ed elettori) è stato posto in difficoltà dalle conseguenze del non - voto e dalla crisi di Governo che ne è seguita.

Ma scusate, non avevano appena detto che "la non partecipazione al voto del compagno Turigliatto se non è stata la causa della caduta del Governo"?

Il Partito si è trovato sotto attacco ed indicato come responsabile della crisi e si è potuta tentare una manovra di spostamento dell'asse politico del Governo. Il Collegio nell'audizione del 28. 2. 2007 ha indicato al compagno Turigliatto la possibilità di una soluzione del caso che escludesse la sanzione dell'allontanamento dal Partito, ma purtroppo tale possibilità è stata respinta sia in quella sede, sia con la dichiarazione di voto da lui espressa nella seduta del Senato del 28. 2. 2007.

Ovvero, ha insistito per restare coerente a se stesso. Pazzesco.

P.Q.M.

Il Collegio Nazionale di Garanzia, con decisione a maggioranza, applica nei confronti del compagno Franco Turigliatto la sanzione dell'allontanamento dal Partito.

In Siberia, si immagina.


Agghiaccianti e al tempo stesso affascinanti nella loro anacronistica sonorità, i toni da guerra fredda che traspaiono da ogni sillaba del comunicato.

Stridente il contrasto fra la severità degli ammonimenti e la leggerezza con la quale si auspica il sacrificio delle idee del singolo (che sono quelle da sempre professate dal partito) in virtù di un “bene superiore” identificato nella posizione utilitaristica del partito che arriva a negare la sua stessa ideologia, sublimandosi nell’eroico tentativo di sbarrare la strada alla destra.

Gioielli incastonati fra le sillabe di un tempo passato le intonazioni solenni con le quali Turigliatto viene messo alla gogna nell’incedere stentoreo del processo inquisitorio.

Patetica e al tempo stesso intrisa di vero eroismo la figura di Turigliatto, così simile a un personaggio Kafkiano che in quel processo si ritrova coinvolto suo malgrado, dopo avere fatto il suo dovere che in quanto politico era quello di rappresentare i propri elettori. Un processo di cui Turigliatto non riesce a capire le ragioni, poiché non vi è ragione alcuna di processarlo che non sia la “ragion di stato”. Gli si rimprovera di non essersi uniformato all’orientamento del partito, ma sarebbe più giusto rimproverarlo di essersi uniformato troppo, fino al punto di non accettare che l’orientamento fosse cambiato diametralmente. Si arriva al punto di graziarlo dall’infamante colpa di avere fatto cadere il governo, ma dopo avergli fatto vedere la luce lo si ricaccia nell’ignominia poiché il suo gesto ha scatenato sul partito le ire degli alleati di governo e l’onta non può mancare di essere lavata col sangue.
Gli si offre la possibilità di redenzione, invitandolo a non sbagliare più, dimenticando che è stato proprio lui a non avere sbagliato.

Formidabile il tono chiaroscurale della chiusa, l’uomo e le proprie idee condannati al confino, all’oblio, il compagno che ha sbagliato condannato all’allontanamento dal proprio partito, dai propri compagni che compagni non lo sono più. O forse non lo sono mai stati.

giovedì 1 marzo 2007

Lazzaro alzati e cammina

Marco Cedolin

La novità è di quelle che in realtà non contengono nulla di nuovo, dopo una settimana di morte apparente il governo Prodi è pronto a ricominciare dallo stesso punto in cui aveva inciampato, un po’ per distrazione e molto per effetto di una ben precisa scelta strategica.

La crisi di governo che in Italia ha suscitato tanto clamore e una cacofonia di sentimenti contrastanti nell’ambito delle varie “tifoserie politiche” ha assunto fin da subito le sembianze di una commedia ben orchestrata dove ogni attore ha interpretato con sapienza il copione mandato a memoria.
L’indignazione del centrosinistra nei confronti della cosidetta sinistra radicale che non volendo “adeguarsi” alla linea del governo avrebbe rischiato di riportare Berlusconi sull’ambito scranno, il linciaggio morale e in parte anche fisico al quale sono stati sottoposti i senatori dissenzienti Turigliatto e Rossi (probabilmente unici attori inconsapevoli dell’intera commedia) da parte dei loro stessi compagni di partito, la pervicacia con la quale il centrodestra ha continuato ad attaccare il governo in quanto ostaggio di una fantomatica sinistra radicale, lo spettro delle elezioni immediate rese impraticabili da una pessima legge elettorale che tutti criticano ma al contempo si guardano bene dal modificare, sono stati solo alcuni dei penosi siparietti che hanno condito la rappresentazione.

Romano Prodi scivolato o tuffatosi sulla buccia di banana della politica estera, aveva già in mano i 12 comandamenti necessari per garantire la sua resurrezione. Un dodecalogo in grado di rendere l’Italia molto simile ad una repubblica presidenziale e la coalizione di centrosinistra così omogenea nella sua linea di pensiero unico da garantire la totale assenza di qualunque voce fuori dal coro.
I 12 “punti fermi” non negoziabili, stringati ed estremamente chiari che sono stati sottoscritti servilmente da tutti i partiti della coalizione hanno di fatto sostituito il logorroico programma elettorale tanto complesso quanto evanescente nel suo prestarsi ad un’infinita serie d’interpretazioni.

Tutti i punti più controversi in questo momento sul tappeto, il TAV, la nuova base americana di Vicenza, il finanziamento della missione di pace/guerra in Afghanistan, la costruzione dei rigassificatori, sono così diventati obiettivi non negoziabili della politica di un governo che ha scelto una posizione di assoluta autoreferenzialità, imponendo ad alcuni partiti della sua coalizione atteggiamenti autolesionisti quali la rottura dei legami consolidati negli anni con i movimenti che si battono per la pace e contro le nocività. La questione dei Pacs già precedentemente ridimensionati in Dico è al contrario sparita dall’agenda delle priorità politiche.

Proprio l’acquisizione di un nuovo programma, peraltro mai votato dagli italiani, credo rappresenti l’elemento sul quale occorre riflettere con tutta l’attenzione che sarebbe invece inutile dedicare alle febbrili attività di calciomercato senatoriale, con al “centro” il transfuga Follini, che hanno ammorbato le pagine dei giornali in questi giorni.

Adesso che il redivivo Lazzaro si è alzato ed ha iniziato a camminare, sorge spontaneo domandarsi dove abbia intenzione di condurci e quanto durerà il viaggio.
La sensazione è quella che il governo Prodi, sia pur blindato dai comandamenti e rinvigorito dalla compattezza ritrovata con l’uso della forza, resti comunque un governo debole, vittima di una linea politica che non gli appartiene e sempre più distante dai suoi elettori. Un governo che nella migliore delle ipotesi potrà nutrire l’ambizione di traghettare il paese per qualche mese verso l’incognita di nuove elezioni.Abbracciare la politica di Berlusconi per evitare che Berlusconi ritorni, sembra una scelta assai lontana dal rivelarsi felice, così come la presunzione di avere imbavagliato con un dodecalogo le voci di tutti coloro che da anni urlano inascoltati la propria protesta contro il TAV, il Mose, il Dal Molin, i rigassificatori e tutte le nocività che devastano l’ambiente e l’economia del nostro paese.

giovedì 22 febbraio 2007

Il governo non c'è più

Marco Cedolin

Quando i TG della sera hanno annunciato con tono sommesso e preoccupato la rocambolesca caduta del governo, tanti italiani sono stati sorpresi ad esclamare “Finalmente non se ne poteva più di questo Berlusconi sempre missioni di guerra, TAV, basi americane, ticket, aumento del precariato, leggi ad personam, innalzamento dell’età pensionabile, scippo del TFR, privatizzazioni, tasse.”

Non sono stati infatti in molti ad accorgersi che il “professore” aveva da oltre nove mesi rilevato il timone del Belpaese, tanto la rotta è rimasta dritta quasi fosse stata tracciata con un righello da una mano quanto mai ferma.
Romano Prodi e la sua maggioranza sono rimasti nel cuore dei propri elettori come una forza di opposizione, quella forza di opposizione che interpretava la sensibilità pacifista, le rivendicazioni dei precari, il desiderio di una società più equa, la tutela dell’ambiente, la ricerca di un parlamento più “pulito”, la democrazia.

Nel centrosinistra di governo gli elettori non sono proprio mai riusciti a riconoscersi.
Come giustificare l’assordante silenzio sui diritti dei precari e gli ammortizzatori sociali? Come giustificare la razzia del TFR dei lavoratori? Come giustificare l’accanimento nel perseguire il TAV, il Mose e le altre inutili opere mangia denaro? Come giustificare il rifinanziamento alla missione di pace/guerra in Afghanistan e l’invio di 2500 soldati armati in terra libanese? Come giustificare la costruzione di una nuova base militare americana a Vicenza? Come giustificare l’acquisto di 100 cacciabombardieri d’attacco F35 e l’aumento del 13% delle spese militari?
Solamente facendo finta che in fondo a governare ci fosse ancora lui, quel Silvio Berlusconi che a certi atteggiamenti ci aveva abituato tutti, portandoci a contestarlo anche aspramente durante i cinque anni del suo mandato, peggiorando lo stato della nostra ulcera e facendoci erroneamente esclamare più volte che “peggio di così non si sarebbe potuto fare”.

Sarà anche per questo che la caduta del governo Prodi, o di quello del Berlusconi che alligna in lui, finisce per non stupirci più di tanto; troppo risicata la sua maggioranza e troppo eterogenea la sua composizione.
A stupire invece profondamente è l’argomento sul quale il centrosinistra è capitolato, così lontano dai valori della sua base e così vicino a quelli dei suoi avversari.

Come ha detto Beppe Grillo sarebbe logico immaginare un governo di centrosinistra che cada onorevolmente difendendo la pace, i Pacs, i diritti dei lavoratori, le pensioni, il salario minimo. Ma nessuno avrebbe potuto vaticinare che il centrosinistra di governo sarebbe ruzzolato nell’intento molto meno onorevole di preservare gli interessi americani e le missioni di pace/guerra all’estero.

Ecco che gli italiani davanti alla TV non hanno potuto fare a meno di domandarsi cosa avesse a che fare il faccione tondo e bonario di Romano Prodi con la caduta del governo che voleva la guerra e le basi americane, quello di destra, quello che non ascolta l’opinione della gente, quello che ridicolizza le manifestazioni di piazza, quello decisionista che non vuole chiedere nulla a nessuno, quello che compra le armi ed aumenta i ticket sanitari ed i bolli auto ai poveracci.
Per fortuna fra qualche giorno avremo un governo nuovo di zecca e tutti si augurano che dopo la brutta esperienza di Berlusconi arrivi finalmente Romano Prodi, lui si che farà qualcosa per la povera gente, lui.