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lunedì 29 settembre 2008

Lo Stivale di Barabba



Stefano Montanari www.stefanomontanari.net

È uscito l’ebook Lo Stivale di Barabba, un libro che io non ho scritto se non in piccolissima parte ma che ho curato.
La mole è ragguardevole, però credo fosse davvero necessario scrivere tante pagine e ricorrere a tanti autori, tutti espertissimi della materia, per cercare di fare un po’ di chiarezza su di un argomento tanto controverso come quello dell’origine e del trattamento dei rifiuti.
Malauguratamente, e lo sapete bene, l’immondizia comporta un movimento di denaro enorme, e questo denaro finisce in tasche a proposito delle quali è possibile sollevare più di un’obiezione. Così, per salvaguardare incassi favolosi, politici maccheronici, imprenditori che prosperano senza rischio con il denaro altrui, professori disposti a cantare qualsiasi canzone in cambio di un’elemosina, televisioni e giornali non esitano a raccontare bugie che suonerebbero ridicole fino ad essere grottesche in altri contesti ma che da noi, dopo una terapia a base di Prodi seguita dal colpo di grazia di Berlusconi, trovano tranquillamente credito.
Il libro non è certamente la parola definitiva in materia: è una sorta di fotografia istantanea di lavori in corso dove c’è chi si prodiga per devastare il nostro povero ambiente e, dall’altra parte, c’è qualcuno che cerca in ogni modo d’impedire questa follia suicida.
Mi auguro che gli addetti ai lavori, i comitati di cittadini, le associazioni ambientaliste e tutti coloro che desiderano approfondire l’argomento dedichino attenzione a questa opera e, magari, vengano a Gambettola il 25 e il 26 ottobre prossimi per portare le loro testimonianze, i loro commenti, le loro critiche e le loro proposte. Un fatto è certo: non abbiamo tempo da perdere.

Indice:
Non bruciamo il futuro di Gianni Tamino
Una famiglia rifiuti zero di Valerio Pignatta
Polveri assassine di Roberto Topino e Rosanna Novara
Inceneritori s.p.a. di Marco Cedolin
Rifiuti zero di Paul Connett
Il futuro è rifiuto zero di Matteo Incerti
Bolzano: la città dai due volti I rifiuti tossico-nocivi e pericolosi nella marca trevigianadi Andrea Canotti
Il mito dell'inceneritore, pardon termoutilizzatore, ASM di Brescia di Marino Ruzzenenti
Oltre "Rifiuti Zero"di Gianluigi Salvador
Sistema qualità dei rifiuti per uffici, scuole, aziende, comuni, consorzi, provincie e regione di Luca Zanin
Case study: il consorzio Priula (TV) di Paolo Contò
Qualche argomento critico Il caso toscano: da "non bruciamoci il futuro" a "Rifiuti zero"di Rossano Ercolini
Tecniche di trattamento dei rifiuti di Francesco Galanzio
Gestione dei Materiali Post Consumo (MPC). Impatti ambientali a confronto di Federico Valerio
AppendicePerché la permaculturadi Valerio Pignatta
Friedrich Hundertwasser – Un pittore metropolitano vegetativo Lo sciacquone: una contravvenzione alle leggi cosmiche

domenica 28 settembre 2008

A Chiaiano Berlusconi trova qualche problema



Marco Cedolin

L’Italia sta diventando ogni giorno che passa un Paese sempre più surreale, dove il non sense rappresenta la regola e le atmosfere kafkiane sono corollario delle nostre giornate.
Un Paese dove il governo è intenzionato a costruire infrastrutture di ogni genere, contro la volontà dei cittadini che di quelle infrastrutture dovranno sopportarne il peso, imponendo la presenza dei cantieri per mezzo dell’esercito e delle forze dell’ordine, quasi si trattasse di un’operazione di occupazione in piena regola.
Centrali nucleari, cancrovalorizzatori, discariche tossiche, ferrovie ad alta velocità, basi militari statunitensi, centrali a carbone e turbogas, rigassificatori, autostrade e molte altre opere di cementificazione selvaggia, verranno imposte con la forza nei prossimi anni ai cittadini che non le vogliono, attraverso l’uso dell’esercito, della polizia, dei carabinieri e di una nuova legislazione che in Italia ora sottopone al segreto militare i cantieri delle grandi infrastrutture.

Un esempio di quello che ci aspetta lo si è avuto ieri a Chiaiano dove circa 8000 persone hanno dato vita all’ennesima manifestazione
http://ilcorrosivo.blogspot.com/2008/05/spazzatura-e-manganelli.html
contro la mega discarica che dovrebbe sorgere accanto alle loro case, ammorbando il loro futuro e minando tanto la salute della popolazione quanto l’integrità dell’ambiente. A Chiaiano i cittadini chiedevano fosse concesso ad una loro delegazione, composta anche da amministratori, l’ingresso nel cantiere per prendere visione dei lavori che vengono portati avanti. Lo Stato ha risposto di no, quasi all’interno dell’area fossero custoditi segreti la cui natura non poteva essere resa pubblica, creando momenti di forte tensione con i dimostranti che sono poi stati costretti ad indietreggiare dal lancio di lacrimogeni e dal mulinare dei manganelli. I manifestanti hanno poi creato alcune barricate lungo la strada che conduce alla futura discarica, senza cercare mai lo scontro fisico ma ribadendo che loro saranno lì quando fra breve tempo arriveranno i camion che trasporteranno i rifiuti. Non molleranno mai perché è impossibile mollare quando è in gioco la propria salute e quella dei propri figli.

Berlusconi (e chi verrà dopo di lui) impegnato a sfornare miracoli a ripetizione in questa Italia che proprio non vuole saperne di fare come Lazzaro, sembra avere qualche problema di più rispetto ai pochi che è solito ammettere. Non sembra infatti davvero proponibile l’ipotesi di tenere aperte le discariche ed i cantieri delle grandi opere (in alcuni casi come quelli del TAV destinati a durare una ventina di anni) ricorrendo al continuo presidio in forze, giorno dopo giorno, di esercito e polizia, indispensabile per reprimere la protesta dei cittadini che difenderanno il proprio diritto ad esistere con le unghie e con i denti. Così come sembra improponibile l’immagine di un’Italia dove gli italiani siano costretti ad identificare le forze dell’ordine e l’esercito con il loro nemico, che occupa i terreni, costruisce check point e militarizza il territorio.
Se in un Paese occorrono l’esercito e la polizia per costruire le infrastrutture, significa che chi lo governa ha sbagliato qualcosa, probabilmente la natura delle infrastrutture stesse e l’opportunità della loro costruzione.
Prenderne atto e comprendere come sia giunta l’ora d’iniziare ad ascoltare cosa hanno da dire i cittadini, che dopo decenni di cementificazione selvaggia stanno iniziando ad aprire gli occhi, sarebbe l’unico vero miracolo di cui il nostro Paese ha bisogno, prima che l’arroganza di chi detiene il potere e difende unicamente i profitti della consorteria del cemento e del tondino, porti ad una frattura insanabile che difficilmente potrebbe poi essere ricomposta.

venerdì 26 settembre 2008

Cemento tossico per tutti

Marco Cedolin

L’uso di materiali tossici in edilizia non sembra più limitarsi all’ambito delle grandi opere, dove sostanze nocive di svariata natura vengono spesso usate per la costruzione delle infrastrutture, come più volte documentato nelle indagini concernenti i cantieri del TAV. http://ilcorrosivo.blogspot.com/2008/06/nei-cantieri-del-tav-discariche.html

Quanto infatti emerge da una operazione della polizia denominata 'Black Mountains' che in questi giorni ha portato al sequestro di ben 18 aree disseminate lungo tutto il territorio crotonese fino a Cutro e Isola Capo Rizzuto, dimostra inequivocabilmente come il “cemento tossico” venga usato senza parsimonia per edificare qualsiasi genere di costruzione, comprese quelle destinate alla civile abitazione.
Le indagini della procura della Repubblica di Crotone, coordinata dal sostituto procuratore Pierpaolo Bruni, nel merito delle quali già sette persone sono state iscritte nel registro degli indagati hanno portato alla luce come almeno 350 mila tonnellate di materiali tossici contenenti arsenico, zinco, piombo, indio, germanio e mercurio, provenienti dagli scarti dell'industria "Pertusola" di Crotone e destinati ad essere smaltiti in discariche per rifiuti speciali, siano state invece utilizzate per lavori edili riguardanti alloggi popolari, villette, cortili di scuole, posteggi, una banchina portuale e strade.

La truffa che determinerà pesanti ricadute sulla salute dei cittadini, sottoposti a loro insaputa agli effetti nocivi di sostanze altamente tossiche e minerà in profondità l’integrità di un ambiente già degradato a causa delle aggressioni precedentemente compiute da alcune società facenti capo all’ENI, è stata portata avanti negli anni grazie ad una consorteria composta da industriali, imprenditori edili e funzionari dell’azienda sanitaria locale che ha potuto fruire della copertura di ampi settori della politica e dell’informazione che hanno provveduto a “coprire” l’ampia operazione di malaffare che si andava compiendo.
Come ormai sempre più spesso sta accadendo, anche in questo caso i più fondamentali diritti del cittadini vengono immolati sull’altare del profitto, della crescita e dello sviluppo, veri bubboni della nostra società che come un cancro marcescente continuano ad ammorbare tutto ciò che trovano lungo il loro percorso.

giovedì 25 settembre 2008

Latte adulterato anche in Italia

Marco Cedolin

Mentre il governo e gli enti incaricati di tutelare la salute dei cittadini stanno tentando di fare fronte al pericolo del latte cinese contaminato, premurandosi di offrire l’immagine di un Paese efficiente le cui istituzioni vigilano con attenzione sull’incolumità della popolazione, si finge di dimenticare che anche in Italia esiste un grande scandalo concernente il latte adulterato e si tratta di una truffa in tutto e per tutto simile a quella dei formaggi avariati http://ilcorrosivo.blogspot.com/2008/09/formaggi-avariati-la-truffa-continua.html
che c’induce a guardare con sospetto ogni cartoccio di latte nostrano stipato all’interno del frigorifero.

Il fascicolo dell’inchiesta, partita nel 2005 grazie alle indagini condotte dalla Squadra mobile di Milano e dal Nucleo delle Fiamme Gialle presso la Procura della Repubblica, coordinati dal pm Ilda Boccassini e ben lontana dall’essere arrivata a conclusione, racconta di latte scaduto che veniva raccolto in Lombardia e all’estero, lavorato nel mantovano con additivi acquistati in Francia e commercializzato nuovamente in Lombardia e nel resto del Paese accompagnato da false certificazioni di genuinità. Il latte marcio, definito nel corso delle intercettazioni “roba che non daremmo nemmeno ai maiali” da alcuni degli arrestati, anziché essere ritirato dal commercio come vuole la legge, veniva letteralmente “ricostruito” attraverso l’uso di additivi chimici che ne rendevano nuovamente gradevole il gusto, nonostante il prodotto fosse altamente pericoloso sia per la sua alta carica batterica, sia per gli effetti degli additivi stessi.

Durante le perquisizioni furono sequestrati il “Centro latte Mantova srl” di Roverbella in provincia di Mantova e un altro impianto situato a Ludriano in provincia di Brescia e 12 silos contenenti 500.000 litri di latte proveniente in larga parte dall’estero. Vennero arrestate 7 persone alle quali sono stati contestati i reati di associazione a delinquere, adulterazione e contraffazione alimentare e truffa. Risultò essere implicata nella vicenda la Sterilgarda spa, un colosso nazionale della raccolta e lavorazione del latte che trasforma mille tonnellate di prodotto al giorno e immette sul mercato italiano oltre due milioni e mezzo di confezioni, mentre il fulcro dell’infrastruttura finanziaria faceva invece capo alla società Agricomex, di proprietà dello svizzero Francesco Pergola, che aveva costituito intorno a sé una lunga serie di società fittizie finalizzate ad evadere l’IVA per un ammontare accertato di 20 milioni di euro.

Ad oggi non è ancora purtroppo dato sapere quante siano state le aziende italiane realmente coinvolte nello scandalo e quali importanti marchi abbiano commercializzato, magari inconsapevolmente, il prodotto, né tanto meno se dopo il 2005 la truffa sia continuata fino ad oggi, come lascerebbero intuire gli ultimi sviluppi delle indagini sul fronte mantovano.

mercoledì 24 settembre 2008

Cala il PIL ma il problema è proprio la crescita

Marco Cedolin

A causa degli effetti della crisi economica in atto il governo ha rivisto al ribasso le stime del PIL, riducendole dallo 0,5% allo 0,1% per quanto riguarda il 2008 e dallo 0,9% allo 0,5% per il 2009.
Si continua insomma a raschiare il fondo del barile, aggrappandosi disperatamente agli ultimi decimi di punto percentuale, mentre i partiti politici, mai come in questo momento, continuano ad inneggiare alla necessità di crescere sempre di più e sempre più velocemente, attribuendo allo scarso incremento del PIL ogni problematica sociale, dalla disoccupazione al precariato, dalle difficoltà economiche delle famiglie, alla scarsità dei servizi al cittadino, dalla mancanza degli ammortizzatori sociali all’incapacità di mantenere la sicurezza.
Sulla stessa linea di pensiero si pongono anche i grandi gruppi industriali e finanziari che giustificano il decremento dei salari e le politiche vessatorie nei confronti dei lavoratori, imputandole alla scarsa crescita del PIL che non permette loro di praticare investimenti adeguati e chiedono a gran voce ai governi una politica volta ad incrementare la crescita. Seguiti a ruota dai sindacati che domandano investimenti volti a risollevare le sorti del PIL.
Tutto sembra ruotare intorno al PIL, fino al punto da far si che nell’immaginario collettivo le sorti del prodotto interno lordo vengano identificate con quelle del benessere di tutti noi.

In realtà il PIL non è un indicatore di benessere, ma semplicemente uno strumento economico finalizzato a contabilizzare la quantità e non certo la qualità. Quando ci ammaliamo le spese mediche da noi sostenute contribuiscono ad aumentare il PIL, ma la malattia non accresce certo il nostro benessere. Quando passiamo ore in coda dentro le lamiere gommate, in autostrada o in tangenziale, il carburante in più da noi consumato incrementa il livello del PIL, ma a detrimento della nostra qualità di vita. Quando prendiamo una multa innalziamo il PIL ma certamente non il nostro benessere. I rincari delle bollette, della benzina e dei beni di consumo comportano un aumento del PIL, ma anche una diminuzione del nostro benessere. L’apertura di un nuovo teatro di guerra in qualche parte del mondo incrementa il fatturato delle aziende che vendono armi e di conseguenza il PIL ma non costituisce certo un elemento di benessere. La costruzione di una grande opera che devasta il territorio in cui viviamo o ammorba l’aria che respiriamo determina un incremento del PIL ma riduce la qualità della nostra vita.
La crescita economica, misurata per mezzo del PIL, è un elemento assolutamente disancorato dal nostro benessere e dalle prospettive qualitative della nostra vita. Nessuno di noi si sognerebbe di rallegrarsi per le malattie, gli incidenti stradali, i rincari dei beni di consumo e dei servizi, la rottura dei tubi nella propria stanza da bagno, un guasto dell’auto, un colpo di vento che ci obbliga a far riparare il tetto o la sopravvenuta necessità di cambiare la caldaia della nostra abitazione, nonostante siano tutti accadimenti che determinano un incremento del PIL.

La crescita economica espressa attraverso l’incremento del PIL non è assolutamente in grado di produrre un incremento del benessere e della qualità di vita dei cittadini. In Italia e negli altri paesi occidentali durante gli ultimi 20 anni il PIL ha continuato a crescere ma lo stato di benessere ed il grado di qualità di vita delle popolazioni hanno al contrario subito un progressivo deterioramento. Le famiglie si sono impoverite in maniera considerevole a causa della continua perdita di potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, il dilagare del lavoro precario e la crisi occupazionale hanno ridotto drasticamente il grado di sicurezza economica dell’individuo, lo stato di salute della biosfera ha continuato a peggiorare innescando un sempre più pesante degrado dei terreni e dell’aria, le prospettive di benessere e qualità della vita per le nuove generazioni si manifestano oggi assai inferiori rispetto a quelle delle generazioni che le hanno precedute.

Proprio il nostro benessere ed il grado qualitativo della nostra vita, oggi messi gravemente a repentaglio anche in prospettiva futura da un modello di sviluppo come quello della crescita infinita che ha ormai dimostrato tutti i propri limiti e sta miseramente fallendo, rappresentano il vero problema con il quale dovremo confrontarci, anche quando fra qualche anno con tutta probabilità nessuno parlerà più di PIL. Sarebbe interessante conoscere le stime attribuite dal governo a questi elementi, ma ho la sensazione che chiunque si cimentasse in una simile impresa sarebbe costretto a documentare un crollo verticale composto da valori percentuali a due cifre, ovviamente poste davanti alla virgola.

martedì 23 settembre 2008

Berlusconi gioca la carta delle grandi opere

Marco Cedolin

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, presenziando qualche giorno fa all’inaugurazione del nuovo rigassificatore di Rovigo, ha annunciato la “campagna di primavera” tanto ambiziosa quanto priva di riscontri oggettivi che punterà al rilancio delle grandi opere. Nuovi rigassificatori, centrali nucleari, TAV e ponte sullo Stretto di Messina, saranno secondo il Cavaliere le opere prioritarie da mettere in cantiere per ridurre il gap infrastrutturale a suo dire esistente in Italia e determinato da quella che egli ha definito “la follia degli ecologisti”.
Continuando a parlare per slogan il Premier ha poi promesso che l’Italia avrà presto un nuovo piano energetico grazie al quale le imprese (e le famiglie?) per la prima volta pagheranno l’energia allo stesso costo degli altri Paesi europei e ha bollato i cittadini che protestano contro la cementificazione definendoli anarchici contro i quali alla bisogna occorre usare anche le forze militari.

Riguardo alle centrali nucleari Berlusconi non si è addentrato nel merito di una questione estremamente controversa che sa bene non potrà venire dipanata fidando solamente su un atto di forza del governo.
Per quanto concerne il TAV in Val di Susa invece, il Premier ha motivato la necessità dell’opera sostenendo che nei prossimi anni i trafori alpini saranno congestionati dal passaggio dei TIR, facendo proprio uno slogan che molti politicanti già usavano una quindicina di anni fa e dimostrando di non essere informato del fatto che al traforo del Frejus ogni anno che passa di TIR se ne vedono sempre meno (il traffico di mezzi pesanti si è ridotto del 20% negli ultimi 5 anni) e l’ipotesi di una futura congestione del traffico risulta tanto peregrina almeno quanto il fatto che un Presidente del Consiglio parli con tanta disinvoltura di cose riguardo alle quali non si è neppure premurato d’informarsi.
Berlusconi ha inoltre assicurato che il ponte sullo Stretto di Messina verrà realizzato entro la fine della legislatura e la sua costruzione è considerata dal governo “un fatto epocale” più o meno lo stesso tipo di considerazione attribuita alla Torre di Babele da Nabucodonosor qualche migliaio di anni fa.

Il Cavaliere così infervorato dalla necessità di dimostrare la propensione al “fare” del proprio governo, ha ovviamente dimenticato d’illustrare attraverso quale architettura finanziaria intenderà sostenere la costruzione di tutta una serie di grandi opere che comporteranno l’esborso di molte decine di miliardi di euro di denaro pubblico, all’interno di un Paese come il nostro in profonda difficoltà economica e nel contesto di una crisi finanziaria globale tanto profonda quanto drammatica. Così come ha dimenticato di menzionare l’enorme debito che fra qualche anno, al completamento dell’infrastruttura per il TAV italiano Torino – Milano – Roma – Napoli, ricadrà sulle spalle di tutti i contribuenti italiani che almeno fino al 2040 saranno chiamati a restituire alle banche oltre 2 miliardi di euro l’anno del prestito contratto dallo Stato per costruire l’opera. http://marcocedolin.blogspot.com/2007/11/incubo-tav.html
Fino a che punto lasciare senza finanziamenti gli ospedali e le scuole per realizzare dei “fatti epocali” come un ponte nel deserto e una linea ferroviaria ad alta velocità dove non esiste traffico può essere una buona idea?

sabato 20 settembre 2008

Semaforopoli


Marco Cedolin
Sta continuando ad allargarsi a macchia d’olio l’inchiesta concernente i semafori truccati, attraverso i quali una vasta consorteria di personaggi pubblici e privati sono riusciti a mungere denaro dalle tasche dei cittadini in maniera truffaldina, agevolati in questa operazione da un codice della strada costruito ad hoc per garantire facili profitti ai comuni ed alle aziende private che “affittano” loro apparecchi rilevatori di ogni genere, in totale spregio di ogni garanzia per i diritti dell’automobilista.

L’inchiesta, partita dalla Procura di Milano e gestita dal pubblico ministero Alfredo Robledo è stata innescata dalle dichiarazioni di un ex dipendente di un’azienda privata con sede negli Stati Uniti che operava al servizio dei comuni nelle province di Brescia e Verona, contribuendo ad aprire uno squarcio su una truffa di enormi proporzioni diffusa sull’intero territorio italiano, simile in tutto e per tutta ad una vera e propria tangentopoli delle multe.
I comuni ad oggi sotto inchiesta risultano essere oltre 300, mentre una miriade di personaggi, fra amministratori pubblici, vigili urbani ed imprenditori privati sono coinvolti a vario titolo in un sottobosco di corruzione diffusa dove s’intrecciano fra loro storie di truffe, tangenti e nepotismo.

Nel calderone fino a questo momento appena tratteggiato si può veramente trovare di tutto, dai vigili corrotti che ricevevano 3 euro per ogni verbale notificato, ai funzionari comunali che sceglievano le società private deputate a gestire gli impianti semaforici in base a quanti loro parenti fossero in grado di assumere, dalle gare di appalto truccate dove tutte le società in concorso appartenevano ad un unico imprenditore, alla truffa messa in essere dalle società incaricate di tarare gli autovelox che come per magia multavano anche gli automobilisti che non avevano superato i limiti stabiliti dalla legge, dal sindaco impegnato a sistemare la figlia come dattilografa in una società di controllo degli impianti semaforici, al comandante della polizia municipale che domandava in prestito 1000 euro per il matrimonio della figlia. Il tutto ovviamente sullo sfondo dei semafori “truccati” per riuscire a multare anche gli automobilisti corretti, attraverso la manomissione degli impianti deputati a scattare le fotografie, quando non addirittura del semaforo stesso, accorciando il tempo di durata dell’arancione con gravissimo rischio per l’incolumità degli automobilisti.

Come regolarmente sta accadendo nei settori più svariati, non ultimo quello dei servizi al cittadino, la commistione fra pubblico e privato, ben lungi dal determinare qualcosa di positivo, riesce al contrario a tirare fuori il peggio di entrambi i soggetti, a tutto detrimento degli interessi e dei diritti di coloro che come sempre sono deputati a pagare in prima persona il costo delle scelte sbagliate e della corruzione.
La sicurezza stradale non può essere un semaforo costruito per fregarti, anche a rischio di mandarti a sbattere contro il conducente che è rimasto fregato dall’altra parte dell’incrocio, questa si chiama semplicemente truffa e tentato omicidio.

venerdì 19 settembre 2008

Un due tre tutti giù per terra

Marco Cedolin

All’inizio degli anni 90 toccò agli operai, quando sull’onda della “storica” marcia dei 40.000 colletti bianchi di Torino venne soppressa la scala mobile ed un’intera categoria di lavoratori iniziò a perdere i propri diritti acquisiti nel tempo, mentre la altre categorie plaudivano il ridimensionamento dei troppi privilegi di cui si riteneva gli operai godessero.
Qualche anno dopo fu la volta dei piccoli commercianti, costretti al fallimento a decine di migliaia, per creare spazio ai nuovi potentati della grande distribuzione. Piccoli commercianti spacciati dalla politica come il vero male del Paese e additati dalle altre categorie come evasori fiscali, ladri e truffatori la cui sparizione avrebbe reso più ricca la nostra economia.
Alla fine degli anni 90 fu il turno dei precari, creati dalla legge Treu e condannati a vita dalla Riforma Biagi. Lavoratori in affitto, come le vetture di un autonoleggio, privati di qualsiasi diritto e qualsiasi prospettiva, con la compiacenza di tutto il mondo sindacale e l’acquiescenza dei lavoratori a tempo indeterminato che ritennero si trattasse di un sacrificio indispensabile a creare la giusta flessibilità che potesse sostenere la crescita economica.
Un paio di anni fa venne il momento dei tassisti, assaliti lancia in resta dal ministro Bersani che nella sacra battaglia contro i privilegi si era affrettato ad identificare la categoria che più di ogni altra meritava di essere morigerata, mentre gli altri lavoratori mostravano soddisfazione per la “ricca” ed antipatica corporazione che sarebbe stata ridimensionata.
La scorsa estate è toccato ai dipendenti statali, milioni e milioni di assenteisti, impostori e malati immaginari che hanno fatto grande (impresa ai limiti dell’impossibile) il ministro Brunetta, ertosi a giustiziere di quella che le altre categorie di lavoratori si sono limitati a liquidare come una casta di inetti imbottita di privilegi.
Negli ultimi giorni è stata la volta dei dipendenti di Alitalia, privilegiati fra i privilegiati, che in quanto tali avrebbero dovuto accettare ogni genere di accordo, non fosse altro per espiare tutte le colpe accumulate in decenni di privilegi. I 18.000 dipendenti Alitalia hanno inspiegabilmente puntato i piedi, come un bambino viziato, e pertanto sarà loro e solamente loro la colpa del fallimento della compagnia di bandiera italiana e di tutte le catastrofiche conseguenze che verranno.

Nel disfacimento del mondo del lavoro intervenuto nel corso degli ultimi venti anni si possono apprezzare ovviamente molte sfumature. Non sono mancati gli operai che (soprattutto negli anni 70) approfittavano dei propri privilegi, i piccoli commercianti che evadevano le tasse, i dipendenti statali assenteisti, i piloti Alitalia con stipendi da nababbi, ma la classe dirigente del Paese non è mai stata interessata a normalizzare le situazioni limite, al contrario ha ritenuto utile sfruttarle per “criminalizzare” ad una ad una tutte le categorie dei lavoratori al fine di giustificare il progressivo esproprio dei diritti e l’altrettanto progressivo ridimensionamento dei salari il cui potere di acquisto risulta essere oggi fra i più bassi d’Europa.
Il gioco al massacro praticato selettivamente, secondo la logica del dividi et impera, ha prodotto la palude nella quale oggi tutti i lavoratori delle categorie retributive medie e basse si ritrovano immersi fino al collo. Una palude fatta di salari asfittici, mobbing, lavoro precario, ricatti, licenziamenti, paura del futuro e rassegnazione.
Tutto ciò mentre, per una strana ironia del destino, le categorie ad elevata retribuzione quali politici, grandi industriali, finanzieri, banchieri, petrolieri, grandi imprenditori, alti dirigenti, funzionari di rango, attori, calciatori, cantanti, personaggi della TV, ma anche notai, avvocati, dentisti, architetti e molti altri, hanno continuato durante gli ultimi due decenni ad incrementare i propri profitti e la quantità dei veri privilegi di cui essi soli evidentemente hanno diritto ad essere depositari, senza che la cosa crei alcun problema agli equilibri economici del Paese.

mercoledì 17 settembre 2008

Ballarò, un duello all'ultimo Pil

Marco Cedolin

Sta arrivando l’autunno, e mentre le foglie affastellate sulle fronde degli alberi iniziano ad ingiallire, le giornate si accorciano e il venticello del mattino si raffresca, ritornano al loro status naturale i palinsesti della TV all’interno dei quali riaprono i battenti le “arene” della politica urlata, con i loro immarcescibili protagonisti impegnati a duellare ostentando coraggio e furia belluina, per la gioia di una marea di teleutenti pronti ad identificarsi nell’uno o nell’altro contendente.
Da un paio di settimane è tornato anche Ballarò, con la sua formula che sa di stantio, simile ad un abito tirato fuori dal guardaroba dove era stato riposto a fine stagione senza prima passare dalla lavanderia, ed appena ravvivato dall’ottimo prologo del bravo Crozza che rappresenta l’unico segnale di vita della trasmissione. Ballarò con la piaggeria del solito Floris, gli ospiti seduti in studio con alle spalle la claque deputata a battere le mani a comando ed i servizi preconfezionati che nutrono l’ambizione di raccontare l’Italia e gli italiani.

Ospiti della puntata andata in onda ieri sera quattro politici di lungo corso (Cicchitto, Gasparri, Di Pietro e Bersani), divisi equamente fra i due profili dicotomi di Veltrusconi, due imprenditrici giovani e rampanti (l’immancabile Todini e la toscana Dini) e il direttore della Stampa Anselmi racchiuso nel “plasma” in collegamento da Torino. Nessuna traccia di sindacalisti o uomini politici appartenenti ai partiti che sono rimasti fuori dal parlamento.
Argomenti principali della serata i miracoli del governo Berlusconi, la crisi Alitalia e il ponte sullo Stretto di Messina, considerato indispensabile da Cicchitto e Gasparri e secondario da Di Pietro che dichiara di preferirgli di gran lunga il TAV e il Mose.
Pochi cenni alla drammatica crisi mondiale all’interno della quale grandi banche e gruppi assicurativi falliscono senza soluzione di continuità, se si eccettua qualche monito del direttore Anselmi, e altrettanto pochi cenni alla non meno drammatica situazione italiana dove tutti licenziano ed a salire è solo l’inflazione, nonostante Cicchitto e Gasparri si siano affrettati ad “assicurare” che il governo Berlusconi ha già provveduto a mettere il nostro Paese al riparo da ogni pericolo.

La serata si è invece giocata, talvolta attraverso scontri così aspri da assumere perfino una parvenza di credibilità, su quale delle due compagini recentemente avvicendatesi alla guida del Paese fosse riuscita a contenere maggiormente l’inesorabile discesa del Pil, con duelli all’ultimo sangue aventi per oggetto anche un solo decimo di punto percentuale, e su quale delle due consorterie di governo avesse destinato la maggior quantità di risorse economiche (sottratte ai contribuenti) alla costruzione d’infrastrutture cementizie. Il tutto condito dagli unanimi attestati di stima nei confronti della multinazionale Impregilo e da altrettanto unanimi parole di encomio all’indirizzo di imprenditori onesti e capaci quali Ligresti, Marcellino Gavio e Benetton, da sempre il fiore all’occhiello di quest’Italia che dell’onestà ha fatto la propria bandiera.
Non sono mancate alcune “perle” della Todini, le cui riflessioni risultano essere notoriamente di grande spessore, che dopo avere lodato la propensione al “fare” del governo Berlusconi ha ricordato come le infrastrutture rappresentino l’unico volano in grado di far crescere il Pil, producendo in tal modo un assioma che sarà certo ricordato negli anni a venire.

Quando già sembrava fosse giunta l’ora di andare a nanna ed i contendenti si apprestavano ormai a concludere la tenzone a tarallucci e vino, c’è stato spazio perfino per il colpo di scena finale.
Chi può vantare il merito di avere costruito una “meraviglia” come il rigassificatore di Rovigo che sarà il più grande d’Europa? http://ilcorrosivo.blogspot.com/2008/08/tutto-gas.html
Noi del centrosinistra che ne abbiamo disposto e finanziato (con il denaro dei contribuenti) la costruzione? Noi del centrodestra che fra pochi giorni lo andremo ad inaugurare?
Direttore Anselmi, faccia attenzione quando sulla Stampa pubblicherà l’articolo vantando le mirabolanti qualità di questo meraviglioso manufatto di cemento che verrà adagiato sui fondali al largo del delta del Po, per non fare torto a nessuno scriva che tutti hanno contribuito in eguale misura all’ennesimo scempio ambientale ed economico di cui è rimasto vittima il nostro Paese.

lunedì 15 settembre 2008

Quale strada per l'informazione libera

Marco Cedolin

Beppe Grillo e Antonio Di Pietro sono pronti a scommettere sul fatto che il futuro della “libera” informazione si giocherà sul web e da tempo spendono le proprie energie nella gestione di blog molto popolari fra coloro che frequentano assiduamente internet.
Giulietto Chiesa considera imprescindibile, anche in chiave futura, lo strumento televisivo e punta tutto su Pandora Tv, un canale televisivo finanziato attraverso il contributo volontario dei cittadini che nelle sue intenzioni dovrebbe portare informazione "libera" anche fra tutti coloro che non frequentano la rete.
Massimo Fini continua a credere nella forza della parola stampata ed ha creato "La voce del ribelle" una nuova rivista mensile che si propone di fornire informazione "libera" e spunti di riflessione indirizzandosi ad un lettore attento, non necessariamente internauta e consumatore dei prodotti TV.

Non si può evitare di domandarsi chi fra di loro abbia torto e chi ragione. Esiste veramente un "veicolo d'informazione" che nel prossimo futuro soppianterà tutti gli altri accreditandosi come l'unico in grado di raggiungere la maggior parte delle persone?
Con tutta probabilità no, così come molto probabilmente Grillo ha torto quando afferma che la TV ed i giornali risultano strumenti anacronistici ormai incapaci d'interpretare il futuro in chiave d'informazione, mentre Chiesa è altrettanto in errore nel ritenere che solamente la televisione continuerà ad essere in grado di veicolare l'informazione verso una fetta di cittadini numericamente rilevante.
Nel futuro prossimo, inteso come a medio termine e quantificabile in una quindicina di anni, sicuramente la rete continuerà ad incrementare la propria popolarità attraendo un numero sempre maggiore di lettori, ma nonostante ciò non sarà assolutamente in grado di fagocitare la TV ed i giornali, come Grillo e Di Pietro ritengono accadrà. Al tempo stesso il rilevante incremento del numero di coloro che hanno i mezzi per navigare sul web farà si che diventi sempre meno indispensabile possedere un canale televisivo per nutrire l'ambizione di raggiungere mediaticamente un grande numero di persone, come più volte sostenuto da Giulietto Chiesa.
I giornali al tempo stesso manterranno la propria importanza, dal momento che continueranno a essere complementari tanto all'informazione per "immagini" proposta dalla TV, quanto al tempo reale spesso ipercinetico che contraddistingue buona parte dell'informazione su internet.

il vero problema non è costituito da quale mezzo scegliere per meglio veicolare l'informazione "libera" bensì da quali strumenti usare per far si che questa informazione, libera, risulti esserlo veramente e in merito a ciò, nonostante da più parti si possano apprezzare discreti sforzi e molte buone intenzioni, la strada da percorrere sembra essere ancora piuttosto lunga.

venerdì 12 settembre 2008

Eurotunnel: un giorno di terrore

Marco Cedolin

Eurotunnel torna a fare parlare di sé, questa volta non per gli ormai decennali problemi di natura economica, bensì per un grave incidente accaduto giovedì pomeriggio quando un incendio si è sviluppato a pochi chilometri dal terminale francese di Calais, coinvolgendo tre camion (uno dei quali trasportava prodotti chimici) che viaggiavano a bordo di una navetta ferroviaria in viaggio dal Regno Unito verso la Francia, per poi propagarsi ad altri due camion.
Il bilancio del rogo che a molte ore dall’accaduto è stato circoscritto ma non ancora domato dalle squadre dei vigili del fuoco francesi ed inglesi, risulta essere di 14 persone fra feriti ed intossicati, ma le conseguenze avrebbero potuto essere ben più drammatiche se le fiamme avessero coinvolto oltre alle 32 persone che si trovavano a bordo del treno merci anche i viaggiatori di uno dei treni passeggeri che abitualmente percorrono i 50 km del lunghissimo tunnel.

Eurotunnel rimarrà chiuso per l’intera giornata di venerdì, ma non è ancora stata resa pubblica l’entità dei danni subiti dall’infrastruttura.
L’incidente più grave verificatosi fino ad oggi all’interno del tunnel sotto la Manica risale al 1996, quando un incendio sviluppatosi all’interno di un treno navetta che trasportava camion, con una dinamica molto simile a quella dell’incidente di ieri, determinò il grave danneggiamento di oltre 200 metri di tunnel, l’infrastruttura rimase chiusa per 3 giorni e tornò alla piena operatività solamente dopo 2 mesi. L’ultimo in ordine di tempo risaliva invece all’agosto 2006, quando s’incendiò il motore di un camion trasportato su un vagone navetta, causando la chiusura del tunnel solamente per poche ore.

A prescindere da quale risulti essere la bontà dei vari progetti in termini di sicurezza, l’incidente di ieri conferma ancora una volta l’elevatissimo grado di rischio a cui vanno incontro i passeggeri destinati ad attraversare ciclopici tunnel della lunghezza di 50 e più chilometri che potrebbero trasformarsi in un vero e proprio inferno nel malaugurato caso si verificassero eventi imprevedibili come fughe di sostanze tossiche, terremoti, attentati terroristici o semplicemente incendi di più vaste proporzioni.

Per approfondire: http://marcocedolin.blogspot.com/2008/01/eurotunnel-un-disastro-economico-caduto.html

giovedì 11 settembre 2008

Maroni ed i tifosi camorristi

Marco Cedolin

Il ministro dell’Interno Roberto Maroni, impegnato in questi giorni a gestire le ultime polemiche che hanno fatto seguito agli incidenti accaduti durante la prima giornata di campionato, con un occhio di riguardo per le casse delle pay TV che tenterà di rimpinguare attraverso il progressivo svuotamento degli stadi, si è prodotto in una serie di considerazioni piuttosto originali che valgono la pena di essere brevemente commentate.

Maroni ha infatti affermato di essere preoccupato dal fatto che la tifoseria del Napoli sarebbe infiltrata dalla camorra, adducendo come motivo della sua affermazione il fatto che dalle verifiche operate sui 3.096 tifosi napoletani che hanno acquistato il biglietto per la partita con la Roma sarebbe emerso che 800 di loro erano gravati da precedenti penali che in 27 casi potevano essere ricondotti ad attività camorristica.

Fermo restando il fatto che criminalizzare una tifoseria in virtù del fatto che sia composta anche da persone con precedenti penali sarebbe un esercizio assolutamente privo di senso perfino all’interno di un bar di periferia, non manca di stupire l’estrema leggerezza con cui un ministro della Repubblica sta tentando di validare come buona un’ipotesi peregrina supportandola con dei numeri che in sé non hanno alcuna valenza.
Innanzitutto una persona con precedenti penali non può essere additata a vita come delinquente, cosa che dovrebbe ben sapere Maroni stesso, che i precedenti penali li ha e si offese per essere stato inserito da Beppe Grillo nel novero dei parlamentari pregiudicati.
In secondo luogo effettuando la stessa verifica all’interno degli altri stadi, fra la gente che assiste ad un concerto o balla in discoteca, così come fa la spesa in un mercato rionale o assiste ad un comizio elettorale con tutta probabilità i risultati non sarebbero molto differenti, con l’unica eccezione costituita dalla classe politica italiana che in quanto a soggetti gravati da precedenti penali (spesso riconducibili ad attività mafiose e camorristiche) da sempre non teme la concorrenza di nessuno, senza che la cosa abbia mai preoccupato minimamente il ministro Maroni.

martedì 9 settembre 2008

Vivere senza soldi

Marco Cedolin

Il pensiero della decrescita, nel quale mi riconosco pienamente, auspica una progressiva diminuzione della dipendenza che l’uomo ha nei confronti del denaro, oggi indispensabile al soddisfacimento di ogni sua necessità. La riduzione di detta dipendenza (o progressiva fuoriuscita dall’economicismo come molti autori amano definirla) può essere ottenuta attraverso una serie di azioni individuali mirate allo scopo, che vanno dal recupero di una sobrietà dei consumi da contrapporre al consumismo sfrenato oggi imperante, alla riscoperta della capacità di autoprodurre beni e servizi che oggi si acquistano per mezzo del denaro, al ritorno di pratiche virtuose come lo scambio ed il dono finalizzate a ridurre ulteriormente il numero di beni e servizi per fruire dei quali occorre la disponibilità di denaro.
Chiunque introduca i principi della decrescita all’interno della propria vita sarà perciò in grado di diminuire gradualmente la propria “necessità” di denaro, avendo ridotto altrettanto gradualmente sia la quantità dei bisogni (mantenendo quelli reali ed eliminando quelli superflui) sia il numero dei bisogni che necessitano di denaro per essere soddisfatti. Anche chi è stato estremamente virtuoso ed è riuscito a tradurre in pratica tutti i proponimenti con successo non potrà comunque (almeno nell’immediato) nutrire la velleità di affrancarsi completamente dal denaro, ma semplicemente ridurre la propria dipendenza. In parole povere la persona che viveva discretamente con 1200 euro al mese potrà mantenere un tenore di vita ugualmente soddisfacente con la disponibilità di 700/800 euro al mese, lavorando di meno e dedicando il “tempo liberato” all’autoproduzione e alla compagnia dei propri cari.

Il pensiero della decrescita propone un’alternativa percorribile e concreta alla nostra società fondata sulla crescita economica.
La disinformazione dei media, al contrario, di fronte al dramma della mancanza di lavoro e della ormai catastrofica perdita del potere di acquisto di salari e pensioni tenta di veicolare nell’immaginario collettivo il miraggio che si possa vivere anche senza soldi, semplicemente ricorrendo ad ogni genere di espedienti.
Lo fa attraverso un farneticante articolo comparso qualche giorno fa su Repubblica che prende spunto dal best seller “Ho speso una sterlina al giorno” scritto da Kath Kelly, un’insegnante di 47 anni residente a Bristol che nonostante percepisca 15.000 euro l’anno, per scommessa sarebbe riuscita a “tirare” un anno intero spendendo solamente circa 1,40 euro al giorno, l’equivalente di un salario o una pensione di 45 euro al mese.

Prima d’intraprendere l’eroica impresa la signora avrebbe destinato una cifra non precisata al pagamento anticipato di un anno di affitto, nonché 4.000 euro al pagamento anticipato di un anno di bollette e tasse. Credo sia inutile sottolineare che per logica tali spese andrebbero sommate alla sterlina al giorno, cambiando radicalmente sia la cifra con cui l’eroina ha vissuto sia il titolo del libro stesso.
Dopodiché la lista degli espedienti per raggiungere l’obiettivo agognato (interdetto ad alcuni milioni d’italiani che con 900 euro non riescono a tirare la fine del mese) diventa variopinta e quanto mai ricca di fantasia. Spostamenti in autostop, ma chi deve andare a lavorare può permetterselo? Partecipazione ad eventi e buffet gratuiti in qualità d’imbucata per reperire qualcosa di commestibile, magari portando anche gli amici per condividere con loro il desco “gratuito”. Frutta e verdura “trovata” nei giardini e nelle aiuole, che evidentemente a Bristol sono più rigogliosi e meno inquinati rispetto ai nostri. Carne, pesce e uova acquistati a sconto (con meno di un euro e mezzo?) dai negozi nell’orario di chiusura per poi stiparli nel congelatore, tanto la corrente è già stata pagata precedentemente. Shampoo e saponette acquistati (con meno di un euro e mezzo?) nei grandi supermercati all’ingrosso. Post – it applicati sulla porta di casa degli amici dopo lunghe volate in bicicletta a sostituire le telefonate, quando il tempo è bello, cosa che a Bristol mi risulta essere abbastanza rara. Caffè sostituiti da zuppa di gallina, preparata con le carcasse regalate dall'amico macellaio. Cento sterline racimolate attraverso la raccolta delle monetine trovate in terra per la strada. Un viaggio in Francia in autostop, con tanto di attraversamento di Eurotunnel pagato grazie alla generosa elemosina di una turista francese. Addirittura un lavoro come volontaria (il salario rientra nella sterlina al giorno?) in una fattoria e infine perfino una visita dal dentista e l’acquisto di una bicicletta nuova (la vecchia era stata rubata) sempre attingendo a meno di un euro e mezzo al giorno?
Infine come corollario alla mistica esperienza l’acquisto di un regalo del costo di 2000 euro (con i soldi risparmiati vivendo con meno di un euro e mezzo al giorno) per le nozze del fratello ed il pagamento di parte delle spese del ricevimento che sicuramente non saranno state esigue se in molti avranno deciso di agire da imbucati seguendo l’esempio di Kath.

Per chi voglia godere appieno dell’articolo comparso su Repubblica: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/esteri/sterlina-giorno/sterlina-giorno/sterlina-giorno.html

domenica 7 settembre 2008

Deboli con i forti, Forti con i deboli

Marco Cedolin

E’ passata una sola settimana dagli incresciosi fatti di domenica scorsa, quando qualche centinaio di ultras del Napoli furono lasciati liberi dalle forze dell’ordine di creare il caos fra i passeggeri dell’intercity diretto a Roma e di devastare il convoglio occupato con la forza senza essere muniti di biglietto, suscitando una coda d’inevitabili polemiche, ma le forze dell’ordine sono già tornate a fare parlare di sé, questa volta per un pestaggio gratuito compiuto a Vicenza mandando all’ospedale alcuni fra i cittadini che manifestavano pacificamente contro la costruzione della base militare americana Dal Molin.

Le immagini del pestaggio, documentato almeno in parte in un video amatoriale che è stato pubblicato perfino sui siti web dei grandi quotidiani, sono le stesse che già abbiamo avuto occasione di apprezzare in molte occasioni, A Venaus come a Serre, come a Chiaiano. Poliziotti che si scagliano con violenza in un mulinare di manganelli contro cittadini pacifici con le mani alzate che stanno tentando pacificamente di difendere i propri diritti ed il proprio futuro, li bastonano, li trascinano via e una volta conclusa la mattanza provvedono perfino a denunciarli come si trattasse di pericolosi criminali.

Deboli con i forti, i tifosi violenti, i delinquenti, i trafficanti di droga, la mafia e la camorra. Forti con i deboli, i cittadini che tentano pacificamente di resistere alla costruzione delle grandi opere destinate ad avvelenare la loro salute ed il loro futuro.
Non si riescono a spiegare altrimenti quelle immagini tanto disgustose quanto terrificanti, così come non si sono riusciti a spiegare i pestaggi gratuiti di Venaus, di Serre e di Chiaiano. Cittadini onesti, disarmati e pacifici trattati molto peggio di quanto non avvenga a chi delinque, da forze dell’ordine trasformatesi in picchiatori di professione che infrangono la legge pur essendo tenute a rappresentarla.
Una nuova pagina di vergogna che sicuramente non chiuderà la bocca ai cittadini di Vicenza che si battono contro la base di guerra, né a tutti gli altri onesti cittadini che in ogni angolo d’Italia stanno iniziando ad alzare la testa per difendere con le braccia alzate il proprio diritto ad esistere e ad avere un futuro.

Il video del pestaggio:
http://www.youtube.com/watch?v=QAJ9tO1397g&eurl

venerdì 5 settembre 2008

Formaggi avariati la truffa continua


Marco Cedolin
Molti di voi sicuramente ricorderanno la truffa riguardante i formaggi scaduti e marcescenti
http://ilcorrosivo.blogspot.com/2008/07/galbani-vuol-dire-fiducia_06.html
contenenti larve, escrementi di topo, muffa e materie plastiche, che anziché essere indirizzati allo smaltimento venivano fusi e riproposti sugli scaffali dei supermercati sotto forma di prodotti freschi e “genuini”. Una truffa che aveva profondamente turbato l’opinione pubblica, anche in virtù del coinvolgimento nel malaffare di marchi di primaria importanza quali Galbani, Granarolo, Ferrari, Medeghini, Biraghi, Prealpi e molte altre ancora. Una truffa che è stata portata avanti per lungo tempo anche grazie al silenzio di moltissimi dipendenti delle aziende coinvolte che sapevano tutto ma hanno evitato di denunciare l’accaduto temendo di perdere il proprio posto di lavoro.

L’inchiesta continua a procedere ed i nuovi sviluppi hanno messo in luce il coinvolgimento di personaggi “insospettabili” nonché un giro di affari sempre più enorme che ormai coinvolge mezza Europa, dalla Spagna all’Austria, dalla Francia alla Germania e al Belgio.
L’ex ufficiale dei carabinieri Francesco Marinosci che dirigeva la caserma del paese di Casalbuttano in provincia di Cremona è risultato essere il rappresentante legale e amministratore unico dell’azienda DELIA che costituiva insieme alla Tradel di Casalbuttano di proprietà di Domenico Russo, il vero perno dell’intero sistema del malaffare e dovrà rispondere del reato di adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari con rischio di danno per la salute pubblica.
Il veterinario dell’ASL piacentina Luciano dall’Olio, attualmente ancora in servizio, era l’uomo che certificava come “sano” il pastone maleodorante (nelle intercettazioni definito “merda” dai personaggi coinvolti nella truffa), arrivando perfino a “dimenticare” il timbro dell’ASL di Piacenza negli uffici del caseificio dando modo all’azienda di procedere a vere e proprie autocertificazioni. Per lui l’accusa è al momento quella di falso ed abuso d’ufficio.
Insieme a loro risultano indagati anche altri personaggi appartenenti all’Asl e gli inquirenti nutrono sospetti anche su funzionari delle forze dell’ordine.

Gli investigatori dopo avere allargato il ventaglio dei prodotti finiti messi in vendita e oggetto della frode anche al ricco mercato dei formaggi grattugiati in busta sempre più spesso presenti sulle tavole degli italiani (che in questo caso sembra contengano il pastone ammuffito anziché parmigiano o grana padano) hanno affermato di ritenere che di aziende come DELIA sia pieno il mercato e che sullo stesso mercato abbondino i grandi marchi ben disposti ad utilizzare questo tipo di “servizio” per incrementare i propri profitti.

I nuovi sviluppi dell’inchiesta, che non sembra ancora avere delineato le dimensioni internazionali della truffa nella loro interezza, mettono in evidenza come i malfattori abbiano potuto continuare la propria attività indisturbati per lungo tempo proprio grazie alla copertura di quelle persone che avrebbero dovuto controllare il loro operato al fine di preservare la salute dei cittadini. La collusione fra controllore e controllato, vero e proprio cancro in Italia, spesso portato avanti nella più completa impunità, come dimostra l’operato di molte ARPA il cui principale compito consistere nell’omettere (quando non addirittura contraffare) i dati delle rilevazioni concernenti l’inquinamento ambientale, si manifesta una piaga sempre più difficile da sanare.
I Ministeri della Sanità (o meglio ciò che ne resta) e dell’Agricoltura, probabilmente messi sotto pressione dai grandi e potenti marchi coinvolti, continuano a tacere riguardo alla truffa dei formaggi, nonostante l’importanza della questione sia dal punto di vista sanitario che da quello economico stia ormai assumendo proporzioni di estrema rilevanza ed esistano serie possibilità che attività parallele a quelle dell’inchiesta principale continuino tuttora a prodursi con le conseguenze che facilmente si possono immaginare per la salute dei consumatori.
Evidentemente per la classe politica italiana è preferibile lasciare il tutto assopito nell’oblio mediatico e magari dedicarsi a parlare di calcio, dal momento che in fondo nonostante i formaggi contenenti carcasse di topi e vermi ammuffiti non “c’è ancora scappato il morto” e sono in gioco il nome e l’onore di tante aziende importanti e “rispettabili”.

giovedì 4 settembre 2008

La tecnica non ci salverà dalla tecnica


Marco Cedolin

Uno dei tratti caratteristici tipici della società occidentale che poggia sui miti della crescita e dello sviluppo è quello di manifestare cieca fiducia nell’onnipotenza della tecnologia che sarebbe in grado di porre rimedio a qualsiasi genere di problema, compresi quelli che sono stati ingenerati proprio da un uso smodato e spesso inappropriato della tecnologia stessa.
Sempre più spesso, tentando di dare corpo a questa illusione, nascono progetti che nutrono la velleità di “curare” le svariate malattie causate all’ambiente proprio dall’attività umana, usando come rimedio quella stessa attività umana che ha portato la biosfera ad ammalarsi.
Un esempio eclatante in questo senso è costituito dal progetto del MOSE di Venezia che proponendosi la riduzione delle alte maree, peggiorate a causa dell’attività industriale, anziché tentare di raggiungere lo scopo attraverso una riduzione dell’ingerenza umana volta a riportare l’ecosistema lagunare allo stato di salute degli inizi del 900, ha preferito riempire la laguna di cassoni di cemento armato che probabilmente non serviranno allo scopo e comprometteranno ancora più pesantemente gli equilibri di una laguna già pesantemente ammalorata.
Anche la produzione cinematografica è zeppa di richiami al mito dell’onnipotenza tecnologica che tutto può, come stanno a dimostrare i sempre più numerosi film all’interno dei quali attraverso le esplosioni nucleari tutto può essere “curato”, dal tornado più spaventoso al riscaldamento globale, dal pericolo meteoriti a quello della glaciazione, dalla desertificazione alla più colossale delle alluvioni.

Emblematica dimostrazione di questo cortocircuito logico è costituita dal progetto di “Geo Engineering” presentato da Stephen Salter, dell'Università di Edimburgo che ritiene di poter ridurre il problema del riscaldamento globale causato dalla sempre più pesante ingerenza della tecnosfera nei confronti della biosfera, attraverso l’inserimento negli oceani di oltre 1300 navi robotizzate della lunghezza di circa 45 metri e del peso di 300 tonnellate ciascuna che 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno dovrebbero avere il compito d’irrorare le nuvole per mezzo dell’acqua marina.
Secondo l’intendimento del prof. Salter le goccioline spruzzate da questa flotta senza equipaggio agirebbero da nuclei di condensazione e dovrebbero far diventare le nubi sopra gli oceani chiare, aumentando in questo modo la superficie in modo da far brillare le nuvole e riflettere maggiormente le radiazioni del sole nello spazio, con la conseguenza di contrastare il riscaldamento causato dai combustibili fossili.
Naturalmente, per ammissione dello stesso Salter, questa operazione dal costo relativamente contenuto stimato in 100 milioni di euro l’anno, potrebbe con tutta probabilità influenzare radicalmente il clima su scala regionale, portando ad una diminuzione delle precipitazioni e ad altri effetti che non sono al momento prevedibili e lasciano presagire la possibilità che ancora una volta la “cura” possa mostrarsi assai più pericolosa della stessa malattia che intendeva curare.

L’unico vero rimedio per ridurre il riscaldamento globale non parla il linguaggio delle grandi opere e non presuppone l’uso di ciclopiche mirabilie tecnologiche, ma richiede di abbracciare senza ulteriori esitazioni la filosofia della decrescita con lo scopo di ridurre i danni determinati da una tecnosfera ormai cresciuta a dismisura senza porsi alcun limite. Per “raffreddare” il pianeta e ridurne lo stato di progressivo inquinamento occorre iniziare a smettere di avvelenarlo, ripensando radicalmente gli equilibri esistenti fra la voracità dei nostri consumi e lo sfruttamento delle risorse terrestri. La tecnologia, lungi da essere considerata un nemico da bandire, potrà aiutarci in questo percorso, consentendoci ad esempio di razionalizzare i consumi energetici e diminuire gli sprechi, di camminare sul pianeta (che non è nostro) del quale facciamo parte con un passo più leggero, di non ripetere gli sbagli del passato, come la cieca fiducia nel mito della crescita e dello sviluppo c’indurrebbe erroneamente a fare.
L'articolo del Corriere della Sera riguardo al progetto di Stephen Salter:

mercoledì 3 settembre 2008

L'inceneritore dell'informazione

Marco Cedolin

Sempre più spesso si percepisce la sensazione che l’enorme contenitore costituito dai media italiani somigli al forno di un inceneritore, all’interno del quale i giornalisti, simili a tanti spazzini, sono costretti a gettare continuamente notizie spazzatura per evitare che si spenga la fiamma costituita dalla tiratura dei giornali e dallo share dei TG. Dal camino escono senza sosta i miasmi venefici creati dalle notizie tossiche il cui unico scopo è avvelenare l’opinione pubblica obnubilandone sempre più il senso critico.

Sfogliando i quotidiani fotocopia di oggi, da Repubblica al Corriere della Sera, dall’Unità al Sole 24 ore, le notizie spazzatura si affastellano le une sopra le altre, baluginando per un lungo istante prima di trasformarsi in cenere e vapori tossici.

I tifosi del Napoli hanno strappato le prime pagine all’icona di Barak Obama che le aveva monopolizzate per oltre 2 settimane, lasciandoci con il dubbio che anche noi fossimo invitati questo autunno alle urne per eleggere il nuovo Presidente americano.
Nel commentare le intemperanze dei tifosi partenopei e relative conseguenze si sono spesi editorialisti, ministri, uomini politici e di sport, sociologi e psicologi, attori e comici. Da Veltroni a Maroni, da Abatantuono a Vecchioni, da Paolo Cento fino a suor Paola, tutti si sono sentiti in dovere di produrre dei veri e propri saggi di analisi sociale aventi per oggetto il tifo violento e la maniera attraverso la quale fare fronte ai facinorosi. Veltroni ha perfino smesso per la prima volta di fare opposizione ombra per protestare in maniera veemente contro Berlusconi, dimostrando che i tifosi napoletani sono riusciti ad avere successo laddove avevano fallito il lodo Alfano, la militarizzazione delle città, la svendita di Alitalia e perfino i miliardi regalati a Gheddafi. Un mare di parole spesso identiche le une alle altre, un parlarsi addosso senza costrutto, una sommatoria di articoli che dicono tutti la stessa cosa e in fondo finiscono per non dire nulla, fra i quali emerge come unica perla l’ottimo pezzo di Carlo Gambescia che coraggiosamente auspica una decrescita del calcio e ci fa sperare possa ancora esistere qualcosa che vale la pena di chiamare informazione.

Più avanti campeggia l’immarcescibile Gheddafi che oltre ai 5 miliardi di dollari dichiara di avere ricevuto in dono da Berlusconi l’assicurazione che l’Italia in caso di attacco alla Libia da parte della Nato si impegnerà a non collaborare con gli alleati, subito smentito dalle parole del ministro Frattini, tanto affannato quanto poco convincente. Più convincente Frattini lo diventa però qualche pagina dopo, quando partecipa alla presentazione della sua fidanzata Chantal, con corredo (ovviamente nella versione web) delle foto di rito dei due innamorati.

C’è spazio ovviamente per la telenovela Alitalia, ormai palesemente in concorrenza con Beautiful, dove nella puntata odierna i sindacati sia pur malvolentieri hanno deciso di acconsentire ad un confronto che giocoforza avrà il sapore amaro della resa incondizionata.
Si parla della crisi fra Russia e Georgia e di Mosca che avrebbe applaudito l’Italia per il buon senso dimostrato, dell’Osservatore Romano che disquisisce sul fatto che la morte cerebrale non rappresenta la fine della vita, di D’Alema che si ribalta dal canotto come un bimbo, del nuovo browser di google che rivoluzionerà la navigazione su internet, delle esternazioni di Federconsumatori che rileva come il prezzo del petrolio continui a diminuire mentre la benzina al contrario aumenta, dei tassi dei mutui che non smettono di salire ed hanno ormai superato il 6%, dei rimpianti di Martina Stella che non ha vissuto l’adolescenza, dell’Ocse che ha ridotto le stime di crescita dell’Italia portandole allo 0,1% lasciando intravedere un futuro con il segno meno dinanzi all’indice di quel PIL che sta imboccando ormai con decisione la strada della decrescita, del ministro Gelmini che dal 2009 introdurrà il maestro unico solo in prima elementare, di Luxuria che dichiara di essersi prostituita in gioventù, del Garante che ha detto stop al marketing selvaggio, della birra “presistorica” che è arrivata in California e viene prodotta con un lievito risalente a 25 milioni di anni fa.

Notizie spazzatura ormai annerite come fogli di carta bruciacchiati, che domani saranno in larga parte riproposte come nuove o sostituite dai faccioni Obama e Mc Cain, da una nuova polemica all’interno del PD, dalle gesta di Berlusconi che produce l’ennesimo miracolo italiano, dalle riflessioni sulla crisi dell’auto sempre più drammatica, da qualche polemica avente per oggetto gli extracomunitari, da un’analisi sull’aumento dei prezzi del pane e della pasta, da un rapporto sugli italiani che fanno pochi figli, da un’intervista a Briatore che come gira il mondo lui lo ha capito, da un servizio sull’attore pinco che andrà in clinica a farsi disintossicare e sulla popstar pallino che è ormai in procinto di divorziare per la terza volta.
In fondo l’importante è che la fiamma continui a bruciare e non smetta mai neppure per un attimo di uscire fumo dal camino.

lunedì 1 settembre 2008

Regalo a Gheddafi o alla lobby del cemento?

Marco Cedolin

Il cosiddetto accordo fra Italia e Libia siglato sabato da Berlusconi a Bengasi e venduto all’opinione pubblica come un artifizio di raffinata diplomazia volto a risolvere il problema dell’immigrazione clandestina proveniente dal Nord Africa, non ha mancato di suscitare molte perplessità sia in merito ai contenuti dello stesso sia per quanto concerne le reali motivazioni che hanno indotto il Cavaliere a impegnare le dissestate casse dello Stato italiano nel devolvere alla Libia la cifra di 5 miliardi di dollari nel corso dei prossimi 25 anni.

Non entrerò nel merito delle vicissitudini storiche intercorse fra l’Italia e la Libia nel corso dell’ultimo secolo, dal momento che non sono uno studioso della materia e ritengo si tratti di un argomento molto complesso e ricco di sfumature, dove non esiste un “buono” ed un “cattivo”, ma semplicemente un sommarsi di ingiustizie che hanno coinvolto molti sventurati anche fra i nostri connazionali. Così come eviterò di esprimermi riguardo alla valenza di tali accordi in tema di riduzione dell’immigrazione clandestina. Solamente a partire dalla prossima primavera (dal momento che in autunno ed inverno gli sbarchi dei clandestini diminuiscono ogni anno per forza di cose) si potrà constatare l’eventuale inversione di tendenza o al contrario prendere coscienza del fatto che non è cambiato assolutamente nulla.

Voglio invece soffermarmi a riflettere sulle vere ragioni per cui il governo italiano nel bel mezzo di una congiuntura economica pesantemente sfavorevole, ben evidenziata dalla manovra finanziaria d’autunno che taglierà ancora una volta quello che resta della spesa sociale creando nuova disoccupazione e riducendo drasticamente la qualità dei servizi al cittadino, ha deciso di “regalare” a Gheddafi la cospicua cifra di 5 miliardi di dollari impegnandosi a devolvere nelle casse libiche 200 milioni di dollari di denaro pubblico ogni anno per i prossimi 25 anni, senza neppure avere chiarificato attraverso quale meccanismo finanziario reperirà le risorse.
In questo senso ci possono aiutare i dettagli di quello che è stato definito un “accordo di amicizia, parternariato e cooperazione”, dettagli che definiscono la destinazione d’uso dei 5 miliardi di dollari che saranno destinati alla costruzione di una serie d’infrastrutture fra le quali spiccano l’autostrada litoranea di 2000 km ed ambiziosi progetti di edilizia abitativa, oltre alla costruzione da parte di Finmeccanica di un sistema di controllo radar e satellitare sulle frontiere meridionali del Paese, destinato, stando ai proclami di Berlusconi, a combattere l’azione dei “commercianti di schiavi”.

Alla luce della destinazione d’uso dei 5 miliardi di dollari provenienti dai contribuenti italiani appare chiaro come accanto a Gheddafi anche la lobby del cemento e del tondino nostrana che vanta molti interpreti, da Impregilo fino alle cooperative rosse CMC e CCC, sia fra i destinatari della cospicua regalia, un omaggio che sicuramente saprà apprezzare dal momento che in Italia inizia a ridursi sempre più la disponibilità di nuovi spazi da cementificare.