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giovedì 22 febbraio 2007

Il governo non c'è più

Marco Cedolin

Quando i TG della sera hanno annunciato con tono sommesso e preoccupato la rocambolesca caduta del governo, tanti italiani sono stati sorpresi ad esclamare “Finalmente non se ne poteva più di questo Berlusconi sempre missioni di guerra, TAV, basi americane, ticket, aumento del precariato, leggi ad personam, innalzamento dell’età pensionabile, scippo del TFR, privatizzazioni, tasse.”

Non sono stati infatti in molti ad accorgersi che il “professore” aveva da oltre nove mesi rilevato il timone del Belpaese, tanto la rotta è rimasta dritta quasi fosse stata tracciata con un righello da una mano quanto mai ferma.
Romano Prodi e la sua maggioranza sono rimasti nel cuore dei propri elettori come una forza di opposizione, quella forza di opposizione che interpretava la sensibilità pacifista, le rivendicazioni dei precari, il desiderio di una società più equa, la tutela dell’ambiente, la ricerca di un parlamento più “pulito”, la democrazia.

Nel centrosinistra di governo gli elettori non sono proprio mai riusciti a riconoscersi.
Come giustificare l’assordante silenzio sui diritti dei precari e gli ammortizzatori sociali? Come giustificare la razzia del TFR dei lavoratori? Come giustificare l’accanimento nel perseguire il TAV, il Mose e le altre inutili opere mangia denaro? Come giustificare il rifinanziamento alla missione di pace/guerra in Afghanistan e l’invio di 2500 soldati armati in terra libanese? Come giustificare la costruzione di una nuova base militare americana a Vicenza? Come giustificare l’acquisto di 100 cacciabombardieri d’attacco F35 e l’aumento del 13% delle spese militari?
Solamente facendo finta che in fondo a governare ci fosse ancora lui, quel Silvio Berlusconi che a certi atteggiamenti ci aveva abituato tutti, portandoci a contestarlo anche aspramente durante i cinque anni del suo mandato, peggiorando lo stato della nostra ulcera e facendoci erroneamente esclamare più volte che “peggio di così non si sarebbe potuto fare”.

Sarà anche per questo che la caduta del governo Prodi, o di quello del Berlusconi che alligna in lui, finisce per non stupirci più di tanto; troppo risicata la sua maggioranza e troppo eterogenea la sua composizione.
A stupire invece profondamente è l’argomento sul quale il centrosinistra è capitolato, così lontano dai valori della sua base e così vicino a quelli dei suoi avversari.

Come ha detto Beppe Grillo sarebbe logico immaginare un governo di centrosinistra che cada onorevolmente difendendo la pace, i Pacs, i diritti dei lavoratori, le pensioni, il salario minimo. Ma nessuno avrebbe potuto vaticinare che il centrosinistra di governo sarebbe ruzzolato nell’intento molto meno onorevole di preservare gli interessi americani e le missioni di pace/guerra all’estero.

Ecco che gli italiani davanti alla TV non hanno potuto fare a meno di domandarsi cosa avesse a che fare il faccione tondo e bonario di Romano Prodi con la caduta del governo che voleva la guerra e le basi americane, quello di destra, quello che non ascolta l’opinione della gente, quello che ridicolizza le manifestazioni di piazza, quello decisionista che non vuole chiedere nulla a nessuno, quello che compra le armi ed aumenta i ticket sanitari ed i bolli auto ai poveracci.
Per fortuna fra qualche giorno avremo un governo nuovo di zecca e tutti si augurano che dopo la brutta esperienza di Berlusconi arrivi finalmente Romano Prodi, lui si che farà qualcosa per la povera gente, lui.

lunedì 19 febbraio 2007

I ministri ormai parlano da soli

Marco Cedolin

Quello che è accaduto stamattina all’ Università Statale di Milano ha dell’incredibile ma è al contempo estremamente indicativo di come la classe politica italiana sia ormai irrimediabilmente rinchiusa dentro al suo bozzolo di autoreferenzialità, senza più avere nessuna velleità di comunicare con l’esterno.

I Ministri Giuliano Amato e Tommaso Padoa Schioppa si sono recati all’Università, invitati ad un convegno sul tema della riforma delle autorità indipendenti ed hanno relazionato in un’aula magna completamente priva di studenti, ma in compenso affollata di giornalisti e addetti alla sicurezza.
Agli studenti che dovrebbero rappresentare l’unica vera risorsa di qualunque Università è stato intimato di rimanere lontani, confinati da un folle ostracismo all’interno di un aula dove avrebbero potuto assistere alla “lezione” in videoconferenza. Il motivo addotto per questa epurazione è stato quello di preservare la sicurezza dei Ministri, essendo la categoria degli studenti giudicata potenzialmente pericolosa.

Dimostrando notevole intelligenza nessuno degli studenti si è presentato nell’auletta “di confino” e solamente una decina di loro sono poi entrati in aula magna quando con un ripensamento tardivo e ormai fuori luogo, il rettore li ha invitati a farvi ingresso a metà della conferenza.

Resta da domandarsi quale paese sia quello in cui i Ministri si recano all’Università per dialogare con le guardie di sicurezza, mentre gli studenti vengono considerati elementi marginali e per giunta pericolosi da emarginare da quel contesto universitario che dovrebbe essere costruito e gestito unicamente per loro.
Resta da capire quale insegnamento potrebbero trarre i giovani da una classe politica che rifiuta di confrontarsi con loro perfino all’interno di un’aula di Università, preferendo considerarli “elementi pericolosi” da tenere a debita distanza.
Poco importa che Giuliano Amato durante il suo intervento si sia dichiarato turbato per la mancanza degli studenti e che gli organizzatori abbiano agli stessi tardivamente domandato scusa, quello che rimane di questa mattinata è solo un senso di amarezza e desolazione.

domenica 18 febbraio 2007

A Vicenza parla solo la pace

Marco Cedolin

Dopo una settimana caricata di tensione fino all’inverosimile è arrivato finalmente il momento della grande manifestazione di Vicenza.
Proprio a Vicenza è accaduto qualcosa di profondamente nuovo, qualcosa in grado di sovvertire il condizionamento imposto dalla cattiva informazione.
I cittadini italiani hanno smesso di credere alle menzogne propinate inopinatamente dagli uomini politici e dai giornalisti, scegliendo di riappropriarsi della realtà.

La grottesca farsa incentrata sull’improbabile “rinascita” del terrorismo brigatista e la conseguente campagna mediatica mirante a criminalizzare ogni movimento antagonista hanno fatto da prologo ad un intenso lavorio finalizzato a dissuadere dalla partecipazione alla manifestazione di Vicenza buona parte di coloro che contestavano la creazione della nuova base militare americana Dal Molin.
Rutelli, Amato, il sindaco vicentino Hüllweck e molti altri rappresentanti del mondo politico tanto di governo quanto di opposizione, coadiuvati da pennivendoli e opinionisti di ogni risma e colore, hanno fatto a gara nel corso della settimana nel vaticinare ogni genere di sventura ed accadimento luttuoso.
Hanno pronosticato improbabili quanto fantasiose colleganze fra i manifestanti pacifisti e le frange di un terrorismo solo immaginato.
Hanno affermato di ritenere probabile il ricorso alla violenza da parte di chi aveva deciso di recarsi a Vicenza per contestare pacificamente una base di guerra.
Hanno diffuso l’immagine di una città in stato di assedio, presidiata da migliaia di poliziotti, con i tombini saldati, i cestini della spazzatura rimossi, gli abitanti in fuga, nel palese tentativo di riproporre nell’immaginario collettivo l’incubo della tragedia del G8 di Genova.
Hanno riempito teleschermi e pagine di giornali con deliri isterici privi di senso, producendosi in un vero e proprio esercizio di terrorismo psicologico.

Ma gli italiani, ed è questa la novità, non li hanno tenuti nella minima considerazione.
I Vicentini anziché fuggire, come era stato loro suggerito, hanno preferito scendere in piazza a manifestare, trascinando con il loro entusiasmo tutti i manifestanti che nonostante gli squallidi appelli a “stare a casa” sono accorsi ancora più numerosi del previsto da ogni angolo d’Italia.
Vicenza si è svegliata con i tombini sigillati ma le strade ripiene di una moltitudine pacifica e colorata e si è così riscoperta città che rifiuta non solo la guerra ma anche le strumentalizzazioni.

Almeno 150.000 persone hanno sfilato come un fiume senza fine e lo hanno fatto fianco a fianco, i giovani dei centri sociali e le mamme con i passeggini, i NO TAV della Valle di Susa che hanno raccolto il commosso applauso dei cittadini di Vicenza, gli anziani, i ragazzi delle scuole e soprattutto i vicentini di ogni età e di ogni ceto sociale.
A Vicenza tutti, ma proprio tutti, hanno voltato le spalle alle cassandre, ribadendo il diritto sacrosanto di ciascuno a decidere del proprio futuro.
A Vicenza si è costruito un momento di pace mentre la classe politica inneggiava alla guerra, facendo perdere a questo modo di fare politica ogni residua credibilità.
Vicenza si è imposta oggi come “una storia nuova” che potrà insegnare molto a qualunque governo intenda rapportarsi in maniera diversa ed orizzontale con i propri cittadini.
Purtroppo Romano Prodi dall’alto del suo scranno si è affrettato a precisare che la lezione subita non modificherà le sue decisioni, dimostrando in questo modo quanto sia difficile imparare quando ci si rivela incapaci di leggere la realtà.

lunedì 12 febbraio 2007

Brigate Rosse? Ma quanta fantasia

Marco Cedolin

Probabilmente si tratta di un caso fortuito, una di quelle coincidenze con le quali il destino ama trastullarsi, però sembra abbastanza curioso che il fantasma del terrorismo politico venga resuscitato dal suo sarcofago proprio nella settimana che fa da prologo alla grande manifestazione di Vicenza contro la nuova base americana Dal Molin.
Scimmiottando in maniera grottesca l’atmosfera degli anni di piombo, giornali e TV hanno dato enorme risalto ad un’operazione di polizia dai contenuti abbastanza nebulosi che si sarebbe proposta di sgominare le nuove Brigate Rosse. Non quelle ritenute a torto o a ragione responsabili degli omicidi D’Antona e Biagi, ma una cellula ancora più nuova, così nuova da non essersi ancora macchiata di nessun delitto che esuli dalla sfera delle pure intenzioni.

Sempre per un caso fortuito, codeste intenzioni non si sarebbero limitate a qualche azione dimostrativa, ma avrebbero avuto come oggetto obiettivi eclatanti quali l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Mediaset, Sky, l’Eni ed il quotidiano Libero.
Si tratterebbe insomma di un vero e proprio gruppo di fuoco estremamente organizzato e radicato sull’intero territorio del Nord Italia che con una trentina di anni di ritardo sulla tabella di marcia aveva in progetto di sovvertire lo Stato attraverso la lotta armata.

Ci sarebbe molto da disquisire sull’uso ed abuso del termine “Brigate Rosse” come spauracchio da agitare alla bisogna e sul fatto che venga spacciata per vera l’assurda ipotesi che qualcuno nel 2007 si proponga di sovvertire l’ordine costituito con l’uso delle armi, ma per approfondire queste considerazioni credo sia meglio attendere l’esito dell’inchiesta che probabilmente, come spesso accade, si rivelerà una bolla di sapone.

Occorre invece riflettere sull’uso che l’informazione e la schiera di opinionisti che la contornano, stanno facendo dell’accaduto. Sul tentativo di mettere in relazione la manifestazione di Vicenza con lo spettro del terrorismo, di fare salire la tensione, di ridare vita ad incubi del passato, con la chiara finalità di screditare il movimento pacifista ed indurre i manifestanti a disertare l’appuntamento.
Probabilmente la migliore risposta alle visionarie tesi di coloro che cercano di mistificare la realtà instillando il germe della paura, la daranno proprio gli italiani che da tutta Italia sabato accorreranno a Vicenza.Non facinorosi, no global, violenti, estremisti o terroristi in erba, come tanta stampa vorrebbe far credere, ma semplicemente cittadini, giovani, anziani e famiglie con i bambini, di ogni colore politico o piuttosto di nessun colore, che vorrebbero sovvertire solamente l’odiosa politica di guerra e adirebbero farlo attraverso l’uso delle uniche armi che sono in loro possesso, la presenza e l’espressione del proprio pensiero.

martedì 6 febbraio 2007

Military Channel

Marco Cedolin

Se il grado di civiltà di una nazione si misurasse attraverso la qualità dei programmi televisivi più in voga, buona parte dell’occidente non avrebbe sicuramente di che rallegrarsi.
Negli Stati Uniti dove i canali tematici a pagamento sono da tempo diffusi e trattano gli argomenti più disparati è prossima la nascita di una nuova TV che stando alle analisi di mercato dovrebbe riscuotere un ottimo successo.
A destare qualche perplessità riguardo al nuovo canale tematico della rete Discovery Channel è l’argomento dello stesso in quanto non si tratterà dell’ennesimo reality di cattivo gusto ma della guerra in carne ed ossa. Non la guerre passate, da visionare magari come documento storico, ma le guerre attualmente in corso, L’Afghanistan, l’Iraq, la Somalia tanto per intenderci.
Il nuovo canale che prenderà il nome di Military Channel verrà inaugurato il giorno di San Valentino con una maratona di 24 ore durante la quale i soldati statunitensi impegnati a guerreggiare in giro per il mondo potranno profondersi in video messaggi d’amore da dedicare alle loro fidanzate.

Terminate le 24 ore di parentesi romantica il palinsesto di Military Channel resterà fedele al proprio nome e proporrà a beneficio degli amanti del genere, le immagini delle battaglie, dei bombardamenti, delle perlustrazioni, della caccia al nemico, tutto rigorosamente “dal vivo” attraverso i filmati amatoriali realizzati dai militari stessi che s’inventeranno registi delle proprie prodezze e di quelle dei loro compagni. Probabilmente un minimo di censura epurerà incidenti di percorso sul genere di Abu Grahib e Falluja, ma la rete televisiva assicura comunque la massima realisticità ed effetti speciali senza paragone.
Non mancheranno nel palinsesto neppure le tavole rotonde sui combattimenti più importanti, le biografie degli eroi che si sono meglio distinti nella soppressione e le interviste di rito ai nemici catturati, rigorosamente in catene e di arancione vestiti.

A determinare il convincimento che Military Channel raccoglierà un altissimo indice di gradimento presso il pubblico, fino a prevedere inizialmente almeno 90 milioni di spettatori, ha contribuito il cospicuo budget pubblicitario già raccolto dalla rete per la programmazione che farà seguito a San Valentino, tanto da far pronosticare ai responsabili un fulgido futuro per un canale così “rivoluzionario” non solo negli stati Uniti ma anche nel resto del mondo, supponiamo con la sola eccezione di quei paesi che la guerra la subiscono ed i cui abitanti possono apprezzare il tutto dal vivo senza l’intermediazione delle telecamere.

Naturalmente la lodevole iniziativa ha già raccolto l’appoggio del Pentagono, delle industrie belliche, di quelle farmaceutiche (la guerra per loro significa incremento dei profitti assicurato) delle società di assicurazione e di tutti coloro che operano nell’elettrizzante mondo dei soldati e delle armi.Resta solo da domandarsi se questa commistione fra soldati, attori, eroi e registi non finirà per confondere un poco il telespettatore che posto di fronte alla guerra senza veli potrebbe iniziare a domandarsi dove stanno i buoni e dove i cattivi che non sempre vestono arancione.