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domenica 29 giugno 2008

In Val di Susa i sindaci applaudono il TAV

Marco Cedolin

La maggior parte dei sindaci della Valle di Susa, capitanati dal presidente della comunità montana bassa Valle di Susa Antonio Ferrentino e sotto l’attenta regia del presidente dell’Osservatorio sulla Torino – Lione Mario Virano, hanno siglato questa mattina nel corso di un incontro tenutosi a Pra Catinat la nuova ipotesi di tracciato del TAV e lo hanno fatto applaudendo alla firma del documento che al più presto verrà presentato al governo.
La notizia, unitamente alle manifestazioni di giubilo del Ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e dello stesso Virano che riconducono l’accordo raggiunto ad una vittoria della filosofia del “dialogo”, campeggia in prima pagina su quasi tutti i giornali e compare fra i titoli d’apertura dei TG e non mancherà di lasciare esterrefatti tutti coloro che non vivendo in prima persona la vicenda del TAV in Valsusa ricordavano gli amministratori valsusini schierati su posizioni di aperta contrarietà all’opera al fianco dei cittadini.

In realtà l’applauso di oggi è solo il terminale di un percorso durato oltre 2 anni, durante i quali Antonio Ferrentino e la maggior parte dei sindaci che ne hanno seguito pedissequamente i voleri, hanno gradualmente abbandonato le posizioni di contrarietà all’opera ormai divenute scomode, per avvicinarsi sempre più ad un atteggiamento di collaborazione attiva che ha raggiunto il proprio acme nelle scorse settimane quando lo stesso Ferrentino ha presentato alla stampa un “proprio” progetto denominato “Fare”, redatto dai tecnici della comunità montana bassa Valle di Susa a spese dei contribuenti.
Quella che per molti versi potrebbe apparire come una metamorfosi kafkiana è in verità solamente un normale capitolo del penoso teatrino della politica, all’interno del quale sindaci sconosciuti e senza alcuna velleità, si sono ritrovati nell’inverno 2005 a cavalcare una “tigre” quale il movimento di opposizione al TAV, che li ha resi all’improvviso importanti e famosi portandoli in TV e sulle prime pagine dei giornali, dove hanno interpretato con molta enfasi il ruolo degli “amministratori illuminati” che disquisivano di democrazia partecipata, decrescita e rapporti orizzontali con i cittadini, al fine di conquistare la loro fiducia e potere così proporsi al governo come interlocutori privilegiati grazie ad un’opinione pubblica che localmente li sosteneva senza esitazione.

Dopo l’avvio delle trattative con il governo e l’apertura dell’Osservatorio Virano la situazione è cambiata radicalmente, i temi cari ai cittadini hanno iniziato a diventare scomodi, i rapporti con i comitati NO TAV sempre più freddi, la “tigre” sempre meno un animale da cavalcare e sempre più una belva pericolosa da mettere in gabbia, i propositi di democrazia partecipata sono stati abortiti ancora prima di venire alla luce ed hanno iniziato a scomparire anche i normali processi democratici che sarebbe lecito attendersi in un paese civile, come le innumerevoli “conferenze dei sindaci” tenute rigorosamente a porte chiuse e la mancata consultazione dei consigli comunali in merito all’argomento TAV hanno impietosamente dimostrato.
Ferrentino e la congrega di amministratori che lo hanno seguito senza discutere (e spesso senza neppure possedere l’informazione minima indispensabile per prendere delle decisioni) si sono avvicinati gradualmente all’alta velocità continuando per lungo tempo a negare l’evidenza e arrampicandosi sugli specchi al fine di riuscire a mantenere la fiducia dei cittadini il più a lungo possibile. Una fiducia che man mano ha comunque iniziato a scomparire rendendo i sindaci valsusini sempre più estranei alla sensibilità delle comunità che avrebbero dovuto rappresentare. La loro visita alla spicciolata poco più di un mese fa al tavolo delle compensazioni, dove con gli occhi bassi si sono limitati a portare la “lista della spesa”, la presentazione del progetto “Fare” e l’applauso di stamani al nuovo progetto del TAV sono solamente il corollario di un percorso per certi versi disarmante ma invero assai prevedibile, al termine del quale hanno dovuto per forza di cose gettare la maschera probabilmente definitivamente.

Per i cittadini che in Val di Susa lottano contro il TAV, oggi come ieri, la festa ed il giubilo di Pra Catinat non cambiano comunque il piano inclinato sul quale giocoforza sarà destinata a decidersi la questione. I presidi e le barricate sul territorio resteranno per forza di cose la cruna dell’ago attraverso la quale dovrà passare l’alta velocità in Valle di Susa e probabilmente su quelle barricate torneranno anche alcuni fra gli amministratori che oggi si sono consumati i polpastrelli profondendosi nel lungo applauso al TAV. I mestieranti della politica sono fatti così, nel caso la “tigre” tornasse a rappresentare un’opportunità ricominceranno a fare a gara per prendere la sella in mano, professandosi alfieri di nuovi metodi democratici per amministrare le comunità, magari davanti alle telecamere, dal momento che andare in TV rappresenta comunque sempre un’occasione da non perdere.

sabato 28 giugno 2008

Esercito ad Acerra in missione...di pace?

Marco Cedolin

Questa mattina tutte le maggiori agenzie di stampa, dall’Ansa ad Adnkronos, hanno dato la notizia dell’ingresso degli uomini e dei mezzi dell’esercito all’interno dell’area del megainceneritore di Acerra che i giornalisti nostrani si ostinano a definire “termovalorizzatore” in virtù di un neologismo privo di qualunque valenza scientifica.
Circa 60 militari della Brigata Bersaglieri Garibaldi hanno occupato il sito in applicazione al decreto legge n. 90/2008 e hanno immediatamente provveduto a delimitare l’area applicando cartelli che la descrivono come “sito d’interesse strategico nazionale” protetto da sorveglianza armata e con accesso vietato.

Questa operazione militare inaugura di fatto il nuovo programma del governo che intende utilizzare il supporto dell’esercito per presidiare ed imporre, nel caso anche tramite l’uso della forza, i cantieri delle grandi opere anche quando, come nel caso di Acerra, si tratta di opere fortemente osteggiate dalle popolazioni locali. Con tutta probabilità lo stesso copione verrà replicato nel futuro cantiere della discarica di Chiaiano, nei futuri cantieri del Tav, a Vicenza quando partirà la costruzione della base militare americana Dal Molin ed ogni qualvolta occorrerà calare dall’alto una grande opera altamente impattante contro la volontà dei cittadini.
L’esercito italiano da oggi non è più solamente un veicolo deputato all’esportazione armata della “democrazia” nei Paesi scarsamente graditi all’amministrazione statunitense, ma diventa l’artefice di missioni militari sul nostro territorio, volte a contrastare ed intimidire quella parte di società in continua crescita che difende il proprio diritto ad avere un futuro opponendosi alla costruzione di quelle grandi opere che distruggono l’ambiente e scavano nuove voragini all’interno del debito pubblico, al fine di garantire profitti miliardari alla consorteria di sanguisughe che da sempre suggono denaro dalle tasche dei contribuenti.

Non risulta ancora ben chiaro se si tratterà di missioni di pace o di guerra, ma abbiamo ormai imparato guardando all’Iraq, all’Afghanistan, al Kosovo e alla Bosnia come il confine fra queste due parole sia in fondo molto labile quando come veicolo di “pace” si scelgono le armi. Senza dubbio i militari in missione in Italia incontreranno comunque qualche problema in più qualora dovessero trovarsi a fronteggiare i cittadini che protestano contro le grandi opere, sia perché si tratta di quegli stessi cittadini che ogni mese pagano loro lo stipendio, sia perché ad Acerra, a Chiaiano, in Val di Susa ed a Vicenza risulterebbe molto più complicato archiviare sotto forma di “errori” eventuali spargimenti di sangue.

Ad Acerra nel 2004 i pastori del luogo abbandonarono ai piedi del cordone di poliziotti che allora presidiavano il cantiere del megainceneritore, alcune pecore provenienti dai loro allevamenti, agonizzanti in quanto contaminate dalla diossina che infesta l’intero territorio, determinando un’incidenza altissima di patologie tumorali presso la popolazione.
Se Guido Bertolaso avesse realmente a cuore “l’interesse nazionale” potrebbe iniziare ad usare l’esercito per tentare di decontaminare l’intera area prima che l’epidemia di tumori assuma proporzioni catastrofiche, anziché inviare i militari a presidiare la costruzione di un forno inceneritore che nei prossimi anni contribuirà a peggiorare ulteriormente una situazione già oggi drammatica. Ma se qualcuno in questo Paese guardasse all’interesse nazionale non esisterebbe il decreto legge 90/2008 che identifica i cittadini italiani come potenziali nemici da combattere con l’uso dell’esercito, quasi ci trovassimo all’interno di un golpe alle isole delle Comore.

sabato 21 giugno 2008

NO TAV e decrescita

Marco Cedolin

Tratto dal libro "Proposta di un programma politico per la decrescita" Autori Vari - Editori Riuniti - Roma 2008 che sarà presentato domenica 22 giugno a Gambettola.

Mi è accaduto più volte di domandarmi e sentirmi domandare quante e quali siano le consonanze fra la lotta contro il TAV che portiamo avanti noi valsusini e il pensiero della decrescita, del quale Maurizio Pallante ritengo sia uno degli interpreti più brillanti e concreti.In realtà quando 15 anni fa qui in Val di Susa un esiguo gruppo di cittadini, esperti ed ambientalisti iniziò ad opporsi al progetto del treno veloce, concetti come quelli di decrescita o democrazia partecipata erano in Italia semisconosciuti e nessuno fra coloro che avevano intrapreso tale battaglia poteva nutrire velleità di questo genere. Né tanto meno poteva supporre che la lotta NO TAV avrebbe nel tempo acquisito una rilevanza tale da arrivare a rivestire un ruolo di “esempio” per chiunque oggi in Italia si batta contro le grandi opere e le nocività.
Coloro che per primi in Valsusa iniziarono ad opporsi al TAV erano semplicemente un gruppo di persone preoccupate per le sorti del territorio in cui vivevano, che poste di fronte ad un progetto devastante avevano iniziato ad accumulare conoscenze sull’argomento, a porsi delle domande, a sviluppare il proprio senso critico. In Val di Susa in quegli anni si stava ancora completando la costruzione dell’autostrada A32 Torino - Bardonecchia, un’opera altamente impattante per il territorio, la cui opportunità era stata giustificata attraverso il nobile proposito di velocizzare e favorire il traffico dei mezzi pesanti, liberando in questo modo le statali ed i paesi dall’ingombrante ed inquinante passaggio dei TIR. Prima ancora che l’autostrada fosse interamente terminata si stava già progettando una nuova opera ancora più enorme ed impattante che secondo le parole dei proponenti avrebbe avuto lo scopo di spostare quegli stessi TIR dall’autostrada ai vagoni dei nuovi convogli ad alta capacità. Chiaramente i conti non tornavano ed il cortocircuito logico risultava più che evidente.

Continua http://marcocedolin.blogspot.com/2008/03/no-tav-e-decrescita.html

L'ambientalismo del fare

Marco Cedolin

Tratto dal libro "Proposta di un programma politico per la decrescita" Autori Vari - Editori Riuniti - Roma 2008 che sarà presentato domenica 22 giugno a Gambettola.

La necessità di salvaguardare l’ambiente si sta facendo sempre più pressante, dopo che i risultati emersi dall’ultimo rapporto IPCC hanno messo in luce il preoccupante stato in cui versa l’ecosistema terra e le drammatiche prospettive derivanti dai cambiamenti climatici innescati dal riscaldamento del pianeta.. La quasi totalità del mondo scientifico è ormai concorde nel definire molto grave la situazione, identificando nell’inquinamento ingenerato dall’attività umana la causa principale del problema. Nel corso della recente Conferenza Nazionale sui cambiamenti climatici tenutasi a Roma lo scorso 12 settembre, il Ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio ha evidenziato come la situazione del nostro paese si manifesti ancora più allarmante, in quanto l’aumento di temperatura in Italia è stato di 4 volte superiore alla media mondiale.
Posti di fronte all’estrema serietà delle argomentazioni, fino ad oggi liquidate come fantasie degli ecologisti, i poteri politici, economici ed industriali si sono affrettati a colorare di “verde” il proprio pensiero, continuando ad affermare che occorre creare più crescita e sviluppo, ma aggiungendo che anche l’ambiente e l’ecologia devono crescere e svilupparsi di pari passo con l’economia. Dinanzi ad un cortocircuito logico di questa portata, chiaramente indicativo dell’assoluta mancanza di sensibilità ambientale da parte della classe dirigente del paese che si rivela totalmente incapace di comprendere la realtà, non resta che volgere lo sguardo in direzione delle associazioni ambientaliste che in un momento di emergenza come questo dovrebbero farsi carico di sensibilizzare l’opinione pubblica, proponendosi come elemento di rottura nei confronti di un modello di sviluppo che sembra avere imboccato drammaticamente una via senza uscita.


Continua http://marcocedolin.blogspot.com/2008/03/lambientalismo-del-fare.html

giovedì 19 giugno 2008

Robin Hood si è perso nella foresta

Marco Cedolin

La nuova manovra economica costituita da un disegno di legge, un decreto legge ed il documento di programmazione economica finanziaria (Dpef) per il triennio 2009-2011, ieri sera ha ricevuto il via libera del Consiglio dei ministri, dopo un dibattito durato, secondo le parole di Giulio Tremonti, solamente 9 minuti e mezzo, il che lascia sottendere una completa identità di vedute da parte dei membri dell’esecutivo.
Ci sarà sicuramente modo di analizzare nel dettaglio i provvedimenti nel corso dei prossimi mesi, mentre ora ritengo importante tentare d’interpretare il vero spirito di una manovra che il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi riconduce a tre parole chiave: tagli, semplificazione e sviluppo.

In realtà dopo avere steso un velo pietoso sul concetto di sviluppo che altro non è se non un guscio vuoto privo di contenuti, ed accantonato le semplificazioni alle quali già si sta dedicando il ministro Brunetta con l’ausilio dell’ufficio complicazioni affari semplici, sono senza dubbio proprio i tagli a costituire la spina dorsale di una manovra dai contorni abbastanza confusi che nell’intento di non dare uno “schiaffo” ai cittadini aumentando la tassazione, rischierà di rompere loro tutte e due le gambe privandoli dei servizi sociali e delle prospettive occupazionali.

Il taglio sicuramente più consistente è quello che colpirà la sanità, quantificato in 6 miliardi di euro in tre anni e compensato solo in parte dalla ventilata reintroduzione dei ticket sanitari che graveranno sulle spalle dei cittadini bisognosi di cure. Ciascuno di noi potrà sbizzarrirsi a piacere immaginando le conseguenze di questa emorragia di finanziamenti che andrà ad innescarsi all’interno di un sistema sanitario già oggi drammaticamente inefficiente, come la cronaca giornaliera degli episodi di malsanità sta tristemente a dimostrare. Più in generale verrà comunque tagliata la spesa pubblica con l’ausilio di svariate misure volte a “raschiare il fondo del barile” diminuendo la quantità e la qualità dei servizi al cittadino e ridimensionando notevolmente il numero dei dipendenti pubblici, basti pensare che i tagli ventilati risultano essere 100.000 solamente nella scuola. Per favorire tale ridimensionamento sarà introdotta una nuova norma in virtù della quale potranno essere licenziati i dipendenti pubblici che rifiutano (2 volte in 5 anni) il trasferimento.

In termini di occupazione la nuova manovra, oltre a costruire i presupposti per un corposo taglio del pubblico impiego, tende a rafforzare la precarietà e la flessibilità a tutto detrimento dei diritti dei lavoratori e delle loro prospettive di riuscire ad ottenere un lavoro a tempo indeterminato. Viene riproposto il lavoro a chiamata e sarà possibile prorogare più di una volta i contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi, mentre più in generale le imprese vengono incentivate ad assumere attraverso la de-regolazione della gestione dei rapporti di lavoro.

La manovra presenta anche una sua veste “virtuosa” permeata di populismo e riconducibile alla cosiddetta Robin tax che innalzerà dal 27% al 33% l’imponibile Ires per banche, assicurazioni e compagnie petrolifere. Nello stesso alveo viene proposto un tentativo di sterilizzazione degli aumenti dei carburanti costruito attraverso complesse calcolazioni ma difficilmente in grado d’incidere realmente sul problema. Viene prorogata fino al 31 dicembre l’aliquota agevolata sul gasolio per agricoltura e pesca nel tentativo di tenere calme le categorie in agitazione. Si ventilano agevolazioni per l’acquisto della prima casa, aventi per oggetto giovani coppie a basso reddito. Verrà introdotta una carta di credito prepagata volta a garantire sconti sui beni di prima necessità, destinata agli anziani che percepiscono la pensione minima. Si tenterà di diffondere gli E-book nell’ambito dei testi scolastici al fine di ridurre il peso economico che grava sulle famiglie che mantengono i figli agli studi.
Anche in questo caso, come avvenne nell’ultima finanziaria “redistributiva” del governo Prodi, i provvedimenti sembrano mirare più a costruire nell’immaginario collettivo la sensazione di un governo che si preoccupa di sorreggere le famiglie in difficoltà, piuttosto che non ad incidere realmente nel merito delle difficoltà (precarietà e disoccupazione su tutte) che stanno attanagliando le famiglie, quasi si provvedesse a ricoprire qualche buca nelle strade dissestate del centro, mentre in periferia si continua a scavare voragini senza fine.

Particolarmente interessanti risultano le novità in tema di liberalizzazioni dei servizi pubblici, infrastrutture ed energia.
I servizi pubblici locali di primaria importanza quali acqua, gas e trasporti verranno liberalizzati e la loro gestione sarà affidata a società private o pubblico/private all’interno delle quali il socio privato non detenga una quota inferiore al 30%. Le ricadute determinate da una gestione privatistica di beni e servizi indispensabili per il cittadino sono facilmente immaginabili, come l’esperienza dei cittadini di Latina trovatisi con le bollette dell’acqua aumentate anche del 300% sta tristemente a dimostrare.
Notevoli preoccupazioni sono legate anche alla norma che consentirà alle Università pubbliche ed a quelle legalmente riconosciute di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, contribuendo in questo modo ad aumentare il numero dei “professori” compiacenti soggiogati al volere dei grandi poteri industriali ed economici che incrementeranno il loro controllo in un ambito di primaria importanza come quello dell’istruzione.
In attesa del varo di una nuova Legge Obiettivo che consenta di costruire le grandi opere sempre più velocemente in spregio dell’ambiente e del volere delle popolazioni interessate, verrà abrogata la revoca delle concessioni per quanto riguarda le tratte TAV non ancora in costruzione e ripristinati i general contractor precedenti, per la gioia degli azionisti di Impregilo il cui titolo in borsa ha già iniziato a salire.

In tema di energia la nuova manovra attribuisce una delega al governo per l’emanazione entro il 2008 di uno o più decreti legislativi concernenti l’individuazione dei criteri per localizzare le nuove centrali nucleari e stabilire le misure compensative minime da corrispondere alle popolazioni interessate. A questo riguardo ogni commento credo sia superfluo alla luce dell’arroganza con la quale l’esecutivo intende perseguire il progetto nucleare ignorando completamente il pronunciamento popolare che ha bocciato le centrali nel 1987.

Nonostante giornali e TV stiano tentando di presentare questa manovra sotto le mentite spoglie di chi ruba ai ricchi per dare ai poveri, credo ci sia davvero poco Robin Hood nei provvedimenti che la costituiscono, dove appena al di sotto del velo populista si legge con chiarezza la volontà di compiacere tutti i grandi poteri, comprese banche, assicurazioni e petrolieri che in questi giorni, sostenuti dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, piangono finte lacrime come il copione impone loro. Non potrebbero fare altrimenti perché se si mostrassero soddisfatti, come in realtà sono, qualcuno potrebbe iniziare a pensare male, insinuando che non si tratta di Robin Hood ma dello Sceriffo di Nottingham.

mercoledì 18 giugno 2008

Che smog farà

Marco Cedolin

Anche l’antica “arte” delle previsioni meteorologiche ha dovuto adeguarsi all’incedere del progresso e non potrà più limitarsi a fare i conti con alte pressioni, saccature e perturbazioni create dal buon dio, dovendo tenere nella debita considerazione anche tutto ciò che viene creato dall’uomo impegnato a costruire crescita e sviluppo.
Le sostanze inquinanti che ogni giorno vengono disperse nell’aria in quantità sempre più cospicua sono infatti ormai entrate a far parte a pieno titolo del “tempo meteorologico” rivoluzionando per molti versi la meteorologia così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.
L’Unione Europea ha deciso d’inserire un nuovo filone di analisi all’interno del centro europeo che si occupava di previsioni meteorologiche, inaugurando il progetto Gems che avrà il compito di creare un servizio di “previsione smog” a livello europeo con attendibilità fino ad oltre tre giorni.

Alle classiche rubriche di previsioni del tempo si affiancherà pertanto nei prossimi anni anche un servizio dedicato all’inquinamento che alla luce di una situazione ambientale compromessa sempre più pesantemente, entro breve tempo rischierà di divenire più popolare di quanto non lo fu Bernacca negli anni 70. Prima di andare a fare una pedalata in bici o una passeggiata diventerà indispensabile sapere se le concentrazioni di polveri sottili ed agenti inquinanti sono tali da rendere consigliabile l’attività all’aperto, così come prima di portare i bimbi a giocare nei giardini ci si informerà sulla concentrazione di ozono nell’aria. Non sarà più sufficiente programmare le gite fuori porta o una giornata in spiaggia, fruendo di un weekend a basso rischio di temporali, ma diventerà necessario conoscere prima se l’interazione fra tempo atmosferico e livelli di smog potrebbe mettere a repentaglio la nostra salute, rendendo oltremodo pericolosa qualche ora di relax sotto il solleone.

Il progetto Gems, al quale parteciperà anche il Cnr, viene presentato sulle pagine di Repubblica come un’innovazione attraverso la quale scienza e tecnologia si prodigheranno per offrire nuovi servizi ai cittadini, un’appendice di quel progresso che dopo avere deteriorato la biosfera fino al punto di rendere problematico vivere all’aperto, si preoccupa d’informarci riguardo al grado di pericolosità che si nasconde dietro una corsetta nel parco, una partita a calcetto o quattro passi fatti per sgranchirci le gambe e respirare un po’ “d’aria pura”.
Se questo è il progresso e queste sono le innovazioni, non si può evitare di tornare con la mente, insieme a qualche briciola di malcelata nostalgia, alla lavagnetta di Edmondo Bernacca che parlava di vento, pioggia e neve spiegandoci i diversi nomi delle nuvole, mentre fra un cumulus humilis e un cirrus uncinus da bambini sognavamo che arrivasse la neve, così candida e pura nel suo leggero biancicare.
Pur avendo il supporto dell’ipetecnologico progetto Gems cosa si ritroveranno a sognare i bimbi di domani?

lunedì 16 giugno 2008

Sturmtruppen



Marco Cedolin

Non si comprende bene se ad obnubilare la lucidità mentale dei mestieranti della politica stiano contribuendo di più le alte concentrazioni di polveri sottili o di polvere bianca presenti nell’aria della Capitale, ma si può affermare senza tema di smentita che ogni senso del ridicolo è ormai stato superato e l’azione del governo sta travalicando i confini del razionale per iniziare a tingersi di un surrealismo grottesco, collocato a metà fra le atmosfere dell’indimenticato Fahrenheit 451 e il pungente umorismo dei fumetti di Bonvi.

L’emendamento che il governo sta apprestandosi a presentare in senato, concernente il ricorso all’esercito per presidiare le discariche della Campania (e più in generale i cantieri delle grandi opere) e il territorio delle grandi città, per garantire la sicurezza, rappresenta senza dubbio una delle azioni più ridicole e sconcertanti che il circo della politica sia riuscito a partorire negli ultimi decenni. Il solo fatto che in Parlamento se ne discuta ostentando serietà basterebbe per sollevare più di un dubbio riguardo all’integrità mentale dei “nostri rappresentanti”.

Quale credibilità può conservare un governo composto da tristi figuri che anziché farsi carico dei serissimi problemi posti dai cittadini che lottano contro le discariche, gli inceneritori, il TAV, le basi militari ed ogni altro mostro preposto ad avvelenare la loro vita, rispondono schierando l’esercito ed i mezzi militari come se il cittadino fosse un nemico da abbattere, anziché colui che votandoli li ha posti sopra lo scranno su cui seggono e pagando le tasse ne foraggia i lauti stipendi?

Quale governo minimamente raziocinante può pensare di porre rimedio al problema della criminalità metropolitana militarizzando le città e rendendole simili a tante Baghdad, dove anziché al semaforo ci si ferma al check point e un soldato armato di tutto punto controlla se hai la cintura di sicurezza? L’esercito inseguirà gli scippatori con i blindati e magari farà fronte al rapinatore con tanto di proiettili all’uranio impoverito? Agli incroci verranno piazzati i cavalli di frisia e nei punti nevralgici sarà attiva una postazione con tanto di mitragliatrice? Verranno usati anche i carri armati che al Presidente Napoletano ricordano tanto l’Ungheria o di loro si parlerà solo nel prossimo emendamento?

Già, il prossimo emendamento, resta il dubbio se avrà come oggetto il coprifuoco o la legge marziale, sempre che nel frattempo qualcuno non abbia provveduto a tarare le centraline del controllo dell’aria di Roma, riportando l’armata Berlusconi alla realtà, di “missioni di pace” in fondo i nostri soldati ne conducono già fin troppe all’estero e per quanto riguarda Torino, Milano, Firenze o Genova non esiste neppure la scusa dell’ONU e delle armi di distruzione di massa.

sabato 14 giugno 2008

C'è chi dice NO

Marco Cedolin

Sarà un caso ma nell’unico Paese in cui i cittadini sono stati chiamati a pronunciarsi riguardo al Trattato di Lisbona, hanno prevalso i NO, sancendo di fatto una sonora bocciatura per l’Europa dei banchieri e dei burocrati che per la seconda volta, come accaduto nel 2005 dopo il voto negativo di francesi ed olandesi riguardo alla Costituzione, si trova costretta a tornare sui suoi passi, mancando l’unanimità necessaria per approvare il documento.

Gli esiti del referendum in Irlanda, che dimostrano in maniera inequivocabile quale abisso siderale separi ormai l’Europa dei popoli dall’Europa in doppiopetto seduta sugli scranni di Bruxelles, preoccupano profondamente larga parte della classe politica che tentava con l’inganno di calare sulla testa dei cittadini un trattato assai discutibile e dai molti punti oscuri. Una preoccupazione così evidente da indurre molti personaggi ad esternazioni assai poco ponderate, come nel caso del Presidente Giorgio Napolitano che contrariato per il nuovo stop è arrivato ad affermare”È l'ora di una scelta coraggiosa da parte di quanti vogliono dare coerente sviluppo alla costruzione europea, lasciandone fuori chi - nonostante impegni solennemente sottoscritti - minaccia di bloccarli”, dimostrando in modo inequivocabile quanto spirito democratico alligni nell’anima del nostro Presidente che già in passato si era distinto per avere dichiarato che “la piazza non è il sale della democrazia”.

A preoccupare invece fortemente chiunque abbia a cuore i valori della democrazia è la mistificazione messa in atto dai grandi gruppi di potere economico e politico, volta a far si che tutti gli altri 26 Paesi europei, fra i quali l’Italia, a differenza dell’Irlanda, avessero approvato o fossero sul punto di approvare il trattato di Lisbona senza prima avere avviato alcuna consultazione dei propri cittadini, nell’evidente intento di evitare ogni ostacolo che potesse mettere a repentaglio l’incedere del loro progetto. Un progetto volto ad incrementare la competizione e la precarietà a detrimento dei diritti sociali, ispirato al liberismo più sfrenato e finalizzato a costruire un’Europa sempre più lontana dai suoi cittadini e sempre più vicina agli interessi delle corporation e dell’alleato americano che detta le regole e pretende rinnovato impegno in campo militare.

Difficile immaginare che la cocente sconfitta determinata dai risultati del referendum irlandese possa indurre l’oligarchia che governa l’Europa a desistere dall’applicazione di un modello funzionale ai suoi interessi, poiché tale modello sarà riproposto ed imposto comunque con ogni mezzo. Il voto dell’Irlanda resta però di estrema importanza perché rimarca l’esistenza di un’Europa dei popoli che ha ben altri programmi, con la quale banchieri, politicanti e faccendieri saranno comunque prima o poi costretti a confrontarsi.

venerdì 13 giugno 2008

Di chi è la colpa?

Marco Cedolin

La strage sul lavoro accaduta a Mineo, costata la vita a 6 operai, fa il paio con il rogo della Thyssenkrupp di pochi mesi fa, mesi costellati da uno stillicidio praticamente continuo di lavoratori che hanno perso la vita, uccisi non si comprende bene da cosa e da chi.

Il Presidente Napolitano ha espresso cordoglio, i sindacati hanno espresso cordoglio, il circo equestre della politica ha espresso cordoglio, gli imprenditori hanno espresso cordoglio, gli intellettuali hanno espresso cordoglio, i giornalisti hanno espresso cordoglio, i magistrati hanno indagato 7 persone fra cui il sindaco di Mineo e 4 assessori della sua giunta.
Tutti, tranne i magistrati che stanno provando a fare il proprio dovere, hanno affermato che tragedie come questa non devono accadere mai più, ma perché questo possa avvenire sarebbe logico domandarsi di chi è la colpa della vera e propria ondata di morti sul lavoro (e a causa del lavoro) che ha investito la UE, arrivando a determinare un decesso ogni 3 minuti e mezzo e quali siano le contromisure da mettere in atto per ridimensionare il fenomeno.

E’ colpa degli imprenditori che rosicchiano profitto a spese della sicurezza dei lavoratori? E’ colpa dei sindacati, sempre più vicini ai banchetti di Confindustria, che i lavoratori non riescono a difenderli? E’ colpa della politica, sempre più appiattita sui grandi interessi economici, che non riesce ad elaborare un’adeguata normativa sulla sicurezza del lavoro? E’ colpa dei lavoratori stessi che per pigrizia non mettono il casco, come ha affermato dalla CGIL nel corso di un’indagine concernente un proprio cantiere? E’ colpa degli organismi preposti al controllo che in realtà non controllano un bel nulla?

Quasi tutti questi soggetti e molti altri ancora, fra quelli che ad ogni strage esprimono cordoglio, hanno senza dubbio molte pesanti responsabilità, ma non si tratta solamente di colpe specifiche, bensì soprattutto della colpa collettiva di avere contribuito a costruire un “mondo del lavoro” come quello di oggi.
Tutti coloro che esprimono cordoglio e promettono “mai più!” hanno sponsorizzato e continuano a sponsorizzare la precarietà che comportando la presenza, anche in mestieri pericolosi, di personale scarsamente formato e privo di esperienza specifica determina un incremento esponenziale del rischio d’incidenti.
Tutti costoro continuano a portare avanti una battaglia senza senso, finalizzata ad aumentare gli orari di lavoro e favorire la pratica degli straordinari, ben sapendo che l’eccessiva stanchezza e il conseguente rallentamento dei riflessi sono all’origine di molte fra le morti sul lavoro.
Tutti costoro hanno fatto della competizione sfrenata e della produttività esasperata la loro bandiera, nonostante all’interno di questi atteggiamenti si celino insidie potenzialmente esplosive per chi lavora in preda alla frenesia.
Tutti costoro hanno coccolato e stanno coccolando sempre più un “mercato del lavoro” imperniato sull’esclusione, dove il lavoratore letteralmente terrorizzato dalla prospettiva di ritrovarsi disoccupato, è indotto con la forza del ricatto ad accettare qualunque condizione disagiata e pericolosa, anche la più estrema, e sono proprio queste condizioni a determinare una larga parte degli incidenti.

Il cordoglio non basta, così come non basta dire “mai più!” se una volta esaurite le frasi di circostanza e la dose giornaliera d’ipocrisia, ognuno di questi soggetti continuerà a prodigarsi, come ha fatto fino ad oggi, per costruire un mondo del lavoro sempre più simile ad una giungla, una giungla dove si muore facilmente, senza sapere chi ti sta ammazzando.

mercoledì 11 giugno 2008

Dietro la clinica degli orrori

Marco Cedolin

Le notizie di quanto accaduto nel corso degli anni all’interno della clinica Santa Rita a Milano, stanno tenendo banco da qualche giorno, suscitando reazioni forti che vanno dall’incredulo sgomento alla profonda indignazione, alla paura di trovarsi ostaggi di questo sistema sanitario sempre più simile ad una macchina infernale. Non potrebbe essere diversamente, dal momento che la realtà messa in luce da quelle intercettazioni che il governo si appresta a cancellare, racconta di una struttura trasformatasi in un vero e proprio campo di tortura dove medici senza scrupoli tagliuzzavano i corpi dei pazienti, operando anche quando ciò non era necessario, al solo fine d’incrementare il proprio tornaconto. Polmoni espiantati senza ragione, diagnosi di tumore distribuite a titolo gratuito, ragazze in giovane età alle quali è stato asportato il seno senza che necessitasse, malati terminali sottoposti ad interventi chirurgici assolutamente inutili, tendini “sbagliati” impiantati nonostante i medici fossero a conoscenza dell’errore, rappresentano accadimenti che travalicano di gran lunga i “normali” episodi di malsanità ai quali ci stiamo purtroppo abituando.

Nella clinica Santa Rita l’orrore si è sostituito all’errore, così come il medico che sbaglia per superficialità è stato soppiantato dal medico che sbaglia per calcolo, sapendo che le sue nefandezze gli renderanno un sacco di quattrini. Poco importa se i profitti vengono costruiti sulla pelle delle persone, poco importa se gli esseri umani vengono trattati alla stessa stregua di vecchi motori arrugginiti da smontare nel cortile di uno sfasciacarrozze, poco importa se la vita umana finisce per valere meno di qualche centinaia di euro.

Dietro la clinica degli orrori c’è la stortura della commistione fra sanità pubblica e privata, c’è un universo fatto di cattiva amministrazione e clientelismi, ma soprattutto c’è una società che sta mercificando in maniera esasperata tutto l’esistente, vittima di una “monetizzazione” patologica che ha svuotato di ogni contenuto perfino la vita umana.
La mercificazione di tutto l’esistente ha dato un prezzo a qualunque cosa, trasformando il mondo in un immenso ipermercato, dove ogni cosa ha un valore monetario e l’unica legge da tenere in considerazione rimane quella economica.
Quello che più colpisce ascoltando le intercettazioni dei medici della clinica Santa Rita è proprio la leggerezza e l’abilità con le quali vengono sviscerate complesse calcolazioni economiche, aventi per oggetto non le merci di un magazzino, bensì gli ammalati bisognosi di cure. Come merci i pazienti vengono quotati al borsino della chirurgia, dove l’asportazione di un polmone può valere alcune migliaia di euro e ogni giorno di degenza ne rende centinaia.

Come merci gli ammalati si ritrovano con il cartellino del prezzo appeso al collo ed entrano in una macchina infernale che li rende uomini disumanizzati la cui vita cessa di possedere qualsiasi valore che prescinda da quello di mercato.
Dietro la clinica degli orrori si palesa l’assoluto disprezzo per la vita umana e la dignità della persona, ridotta a mero strumento di profitto da “usare” finché la cosa risulta conveniente, dietro Santa Rita si scorgono i contorni di una società che sta esasperando l’economicismo a tal punto da perdere ogni briciola d’umanità e la consapevolezza di tutto ciò rischia di turbare di più di qualsiasi altra considerazione.

martedì 10 giugno 2008

Brunetta e la P.A. quanta confusione

Marco Cedolin

Il ministro Renato Brunetta nel corso della giornata nazionale dell’innovazione ha annunciato il progetto “Reti amiche” al quale starebbe lavorando la pubblica amministrazione. Un lavoro che secondo le parole del ministro dovrebbe essere finalizzato ad utilizzare tutte le reti esistenti nel nostro Paese con l’unico obiettivo di bypassare la Pubblica amministrazione inefficiente, costringendola in questo modo a mettersi in competizione.
Fulcro del progetto il trasferimento dei servizi come il ritiro delle pensioni, il pagamento dei contributi Inps ed altri pagamenti, nelle tabaccherie, nelle farmacie e presso gli uffici dei Carabinieri.
Brunetta ha poi anche aggiunto che se entro un anno non sarà riuscito a fare nulla per modificare la Pubblica amministrazione, procederà a rassegnare le dimissioni perché questa è la soluzione del mercato.

Per quanto quello di rendere più efficiente la Pubblica amministrazione sia un nobile proposito, sembra che il ministro Brunetta, profondo estimatore e conoscitore del libero mercato, stia navigando a vista, senza avere né le coordinate né tanto meno le idee chiare per ottenere qualche risultato concreto, con il rischio di peggiorare ulteriormente la situazione attraverso decisioni dettate più dalla fretta di fare qualcosa di dimostrativo, piuttosto che non dalla volontà di comprendere i termini del problema che sono assai più complessi di quanto egli dimostra di supporre.

Tabaccherie e Farmacie sono già oggi esercizi commerciali ad elevatissimo rischio di rapina, in conseguenza della notevole quantità di denaro che “maneggiano”, e certamente non potrebbero tramutarsi in “uffici postali” senza mettere ancora più a repentaglio l’incolumità di chi lavora al loro interno. Un simile proposito snaturerebbe profondamente il carattere di questi punti vendita, fino ad imporre la presenza di sorveglianti armati, con conseguenti aumenti esponenziali dei costi.
Gli uffici dei Carabinieri non brillano certo per efficienza, come stanno a dimostrare i tempi biblici che deve sopportare chiunque abbia la sventura di recarvisi magari per una denuncia, e ben difficilmente potrebbero aspirare a migliorare i servizi della Pubblica amministrazione, a meno che non si decida di ridurre gli uomini in servizio sulle strade per destinarli al lavoro di ufficio, mossa apertamente in antitesi con quanto stabilito nei recenti decreti sulla sicurezza.

Il proposito di migliorare la Pubblica amministrazione costringendola a competere con tabaccherie, farmacie e Carabinieri, sembra in verità davvero peregrino, così come estremamente confuse appaiono le idee di Brunetta che sta creando un “minestrone” improponibile mescolando alla rinfusa gestione pubblica e libero mercato, speriamo non resti vittima della stessa confusione anche quando fra un anno si troverà a dover rassegnare le proprie dimissioni, così come il liberismo impone ai dipendenti scarsamente produttivi.

lunedì 9 giugno 2008

La litania delle centrali nucleari

Marco Cedolin

Le scarse capacità, l’assoluta impreparazione e la ridotta lungimiranza della classe dirigente di un Paese, spesso si evincono dalla visione miope che essa ha riguardo alle dinamiche dei problemi esistenti e dei metodi che occorre mettere in atto per ottenere delle soluzioni.
L’armata Brancaleone tanto telegenica quanto priva di competenza “messa in campo” da Berlusconi, si manifesta in perfetta sintonia con gli “assistiti” di Confindustria sempre pronti a fare libero mercato tramite le sovvenzioni statali e la grande finanza di rapina che nel cemento sguazza da sempre a meraviglia.

Qualunque persona dotata di buon senso e in possesso di un minimo di competenza non faticherebbe a comprendere che per fare fronte (nel caso si avesse intenzione di provarci) al problema del progressivo esaurimento delle fonti fossili e del rapido deterioramento della biosfera determinato dall’attività umana, esiste una sola strada percorribile con qualche possibilità di successo, e si tratta di una strada da percorrere in “bicicletta” con tecnologie sofisticate ed a basso impatto, non certo a bordo di una betoniera, magari riesumando dal proprio sarcofago fantasmi anacronistici, tanto inutili quanto devastanti, come le centrali nucleari.
Diminuzione dei consumi energetici, con l’eliminazione di quelli superflui, riduzione delle enormi inefficienze esistenti nel sistema di distribuzione dell’energia e autoproduzione energetica locale per mezzo delle fonti rinnovabili (solare ed eolico su tutte) che vengano consumate e scambiate localmente, fruendo di una rete di distribuzione a maglie strette totalmente differente da quella esistente oggi, sono alcune delle possibilità più concrete praticabili con successo fin da subito anche in Italia.

Il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, dietro al cui operato si colloca un ampio ventaglio d’interessi economici, sta dimostrando di non avere né il buon senso né la competenza per aspirare ad essere credibile quando parla di energia, ma in compenso possiede sia la carica istituzionale che l’attenzione mediatica necessarie per veicolare in Italia ed all’estero un messaggio delirante e privo di costrutto.
All’indomani della chiusura del G8 sull’energia Scajola ha infatti affermato che il nucleare sarebbe "imprescindibile per avere energia rinnovabile e per salvaguardare l’ambiente", chiedendo a Russia, Francia e Stati Uniti la disponibilità a sostenere il ritorno delle centrali nucleari in Italia e assicurando il ritorno all’atomo nel nostro Paese entro tempi brevi.
Pur essendomi oscuri i motivi di tanto ottimismo, credo andrebbe ricordato a Scajola che se mai un giorno il nucleare tornerà in Italia ciò potrà avvenire solo con il consenso popolare e non certo per decisione unilaterale di un governo da operetta come quello al quale egli appartiene. Se gli italiani nel 1987 hanno bocciato l’atomo anche sull’onda della tragedia di Chernobyl, oggi lo boccerebbero ben più pesantemente, proprio perché durante i 21 anni trascorsi si è rivelato una pratica fallimentare tanto sotto il profilo economico quanto sotto quello degli impatti ambientali e della pericolosità per la salute. Un fallimento dimostrato inequivocabilmente dal fatto che quasi tutti i paesi maggiormente sviluppati tecnologicamente hanno smesso d’investire in questo senso e una grande parte delle 439 centrali nucleari esistenti nel mondo non verranno sostituite quando a breve smetteranno di essere in esercizio. Un fallimento dimostrato dal fatto che nessun paese al mondo ha la benché minima idea di come gestire le scorie radioattive che verranno lasciate come un’eredità di morte sulle spalle delle future generazioni. Un fallimento dimostrato dal fatto che perfino il più banale incidente all’interno di una centrale atomica, come accaduto a Krsko pochi giorni fa, rischia di essere prodromico di un disastro di proporzioni inenarrabili.

Per riportare alla ragione un genio incompreso come Scajola è dovuto intervenire perfino il ministro dell’ambiente tedesco Sigmar Gabriel che dopo avere probabilmente pensato - toto erras via, Claudio - gli ha ricordato che l’Italia non sarebbe in grado di avere centrali nucleari funzionanti prima del 2020-2025, “sempre che gli italiani lo vogliano veramente” e gli ha ribadito che "d’altro canto l’energia nucleare è troppo costosa. Il mercato sarà il nostro migliore alleato per uscire dall’opzione nucleare. La migliore soluzione sarebbe investire sull’energia alternativa".

venerdì 6 giugno 2008

Sta scoppiando la guerra della benzina

Marco Cedolin

Ieri a Parigi camionisti, pescatori ed agricoltori hanno letteralmente bloccato la città con una manifestazione di protesta contro il caro carburanti che sta mettendo seriamente a repentaglio le loro prospettive di lavoro. Contemporaneamente a Madrid 15.000 tassisti hanno mandato in tilt il traffico della capitale esasperati per il continuo aumento del prezzo dei carburanti che sta erodendo sempre più in profondità i loro margini di ricavo, mentre anche a Manchester un corteo di motociclisti creava problemi alla circolazione. Mercoledì a Bruxelles migliaia di pescatori italiani ed europei hanno manifestato contro il caro petrolio ormai diventato insostenibile e dopo un deludente incontro con i collaboratori del commissario europeo alla pesca Joe Borg hanno ingaggiato una vera e propria battaglia con la polizia che si è protratta a lungo con tanto di cariche, getti d’idranti, vetri infranti e cassonetti incendiati. In Germania, Olanda e Svizzera gli allevatori fortemente contrariati per l’enorme aumento dei costi di produzione (mangimi, carburanti, trasporti) hanno bloccato nei giorni scorsi le forniture per ottenere un aumento dei prezzi del latte. In Italia il 3 giugno i pescatori hanno bloccato il porto di Ancona, mentre proteste e presidi interessavano anche la Liguria e la Toscana e buona parte dei mercati ittici nazionali versano in grande difficoltà perché privi di pesce fresco. Ieri alle porte di Cremona centinaia di allevatori hanno bloccato lo stabilimento Auricchio (di proprietà del presidente di Federalimentari) e istituito un presidio permanente per ottenere un prezzo minimo del latte alla stalla di 42 centesimi al litro, indispensabile per mantenere in vita gli allevamenti rimasti.

Nonostante la “stampa” cerchi di minimizzare il problema, il più delle volte epurando le notizie dal palinsesto dell’informazione, sta emergendo in maniera sempre più evidente il disagio di moltissime categorie di lavoratori posti di fronte all’abnorme incremento dei costi, determinato dall’aumento ormai fuori controllo dei prezzi dei carburanti.
L’Europa dei banchieri e dei funzionari in doppiopetto si sta di contralto manifestando totalmente incapace di fare fronte ad una situazione potenzialmente esplosiva e continua a balbettare senza offrire alcuna prospettiva concreta per incidere nei termini di un problema che sta allargandosi sempre più e rischia di mettere in ginocchio milioni di lavoratori.
Senza la capacità di offrire risposte concrete e strade percorribili nell’immediato, la consorteria mega stipendiata che alligna nei palazzi di Bruxelles rischierà di trovarsi presto a fronteggiare la guerra della benzina, dove pescatori, allevatori, camionisti, tassisti e molti altri lavoratori in procinto di finire “sulla strada” potrebbero trasformarsi in veri e propri “black block” assai difficili da contenere e convincere che tutto va bene.

giovedì 5 giugno 2008

Telecom licenzia, la borsa applaude

Marco Cedolin

Telecom ha varato ieri il nuovo “piano di efficienze” che prevede la riduzione di 5000 dipendenti entro il 2010, con conseguente risparmio, una volta a regime, di 300 milioni di euro l’anno. Oggi Piazza Affari ha accolto favorevolmente quella che viene definita una “riorganizzazione interna” determinando un rialzo del 4,38% del titolo Telecom e Dresdner Kleinwort ha immediatamente rivisto al rialzo il giudizio su Telecom Italia da “hold” a “add”, correggendo anche il target di prezzo da 1,5 a 1,65 euro, per la gioia dell’ad Franco Bernabè.

La notizia è tutta qui, in uno scarno trafiletto di poche righe semi nascosto fra le pagine dei giornali, che utilizzando i tecnicismi del linguaggio economico, annuncia il licenziamento di 5000 lavoratori della Telecom, presentando la catastrofica operazione come un brillante piano finalizzato ad aumentare la redditività dell’azienda. Piano così brillante da avere determinato l’immediato apprezzamento da parte della borsa e delle banche d’affari preposte al giudizio sul titolo. Neppure una parola sulle conseguenze sociali dell’operazione, nessuna considerazione sulle ripercussioni in termini occupazionali, nessuna riflessione sul fatto che il taglio sistematico del personale e le esternalizzazioni dei servizi siano ormai rimasti gli unici strumenti attraverso i quali le grandi aziende costruiscono gli incrementi di redditività.

Che si tratti di aziende pubbliche, le Ferrovie di Stato hanno annunciato lo scorso anno il licenziamento di 10.000 dipendenti nel piano industriale 2007 – 2011, di grandi gruppi bancari, Monte dei Paschi di Siena ha reso noti nel piano industriale 2008 – 2011 la cessione di 125 sportelli e l’eliminazione di 1700 dipendenti, di aziende della grande distribuzione, Unieuro provvederà alla chiusura di 40 dei suoi 150 punti vendita o di colossi delle telecomunicazioni, la parola d’ordine rimane sempre la stessa: ridurre il numero degli occupati per recuperare briciole di redditività che consentano migliori performance sui mercati finanziari.
Per quanto concerne invece il “mercato del lavoro” l’omertà dei media a questo riguardo è totale, camuffata al meglio fra i dati dell’Istat che inspiegabilmente continuano a rilevare il calo della disoccupazione e qualche notizia sulle famiglie che stentano ad arrivare alla fine del mese, mentre la sempre più folta schiera dei dipendenti “eliminati” dai piani di riorganizzazione delle società sembra costituita da entità ectoplasmatiche di cui nessuno parla, simili a un grido sommesso ed inascoltato, coperto dal fragore degli applausi delle borse.

mercoledì 4 giugno 2008

Stato ed Ecomafia così distanti eppure così vicini

Marco Cedolin

Il rapporto “Ecomafia 2008” redatto da Legambiente è oggi in prima pagina sulla maggior parte dei quotidiani nazionali. I dati raccontati nello studio fotografano una realtà gravissima, per molti versi disarmante per grandezza ed estensione del fenomeno.
Un fatturato di 18,4 miliardi di euro nel solo 2007, 83 reati contro l’ambiente ogni giorno, una quantità di rifiuti speciali equivalente ad una montagna di 2000 metri con base di 3 ettari che “spariscono” ogni anno, 293 clan coinvolti, 30124 gli illeciti accertati, 22069 le persone denunciate, 9074 i sequestri effettuati. Al primo posto per illegalità nel ciclo dei rifiuti è sempre la Campania, seguita dal Veneto e dalla Puglia.

Il presidente generale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza auspica la contrapposizione all’ecomafia di un sistema legale eco sostenibile e propone l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel nostro Codice penale.
Il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo dichiara di ritenere necessario da parte dello Stato riconquistare questo settore alla legalità.

Eppure i confini fra l’ecomafia e le imprese che agiscono illegalmente, lo Stato che dovrebbe reprimere l’illegalità e l’imprenditoria “onesta” che avrebbe interesse ad operare correttamente, non sono così netti come si sarebbe indotti a credere ascoltando le parole degli uomini politici, leggendo gli articoli dei giornali e anche lo stesso rapporto di Legambiente. Si tratta di confini dai contorni sfumati dove molto spesso l’intreccio del malaffare spazia all’interno di quelle stesse istituzioni che avrebbero il compito di combatterlo, erodendo qualsiasi sistema di controllo e coinvolgendo le maggiori imprese del paese.
Una cospicua parte delle 22069 persone denunciate è composta da uomini dello Stato, consiglieri comunali, assessori, sindaci, presidenti di istituzioni pubbliche o pubblico- private e perfino di province e regioni, come il caso di Bassolino sta tristemente a dimostrare. Una cospicua parte dei 30124 illeciti accertati sono stati compiuti da grandi e piccole imprese che operano in regime di general contractor o hanno comunque ricevuto gli appalti da parte dello Stato. Impregilo che ha pesantissime responsabilità nel disastro dei rifiuti di Napoli è stata “premiata” proprio dallo Stato con svariati appalti concernenti le tratte del TAV, linee di metropolitana e il controverso Ponte sullo stretto di Messina. Fra i 9074 siti oggetto di sequestro moltissimi riguardano appalti pubblici dove spesso controllato e controllore coesistevano all’interno di un unico soggetto in palese conflitto d’interesse.

Prima di esplicitare proclami volti alla riconquista della legalità, invocare nuove norme legislative, giustificare qualsiasi disastro ambientale imputandolo alla camorra, quasi si trattasse di un paese straniero e non di un cancro ben presente all’interno delle nostre istituzioni, sarebbe bene fermarsi un attimo a riflettere e porsi una semplice domanda.
Quanta ecomafia è presente all’interno dello Stato e quanto Stato costruisce profitti miliardari operando con l’ecomafia nell’ambito di un unico sodalizio criminale?
Solo dopo avere chiarito questo punto sarà lecito preoccuparsi di come salvaguardare la salute dei cittadini e l’integrità dell’ambiente attraverso l’operato dello Stato, quello Stato che con l’ecomafia non ha nulla a che fare, se ancora esiste.

martedì 3 giugno 2008

Nei cantieri del TAV discariche illegali

Marco Cedolin

Un interessante articolo apparso sull’Espresso mette in luce i primi risultati di un’indagine condotta dalla Procura di Milano, concernente reati ambientali e smaltimento illecito di rifiuti ed avente per oggetto i cantieri della tratta TAV Torino – Milano, affidati al consorzio Cav. To. Mi. Del quale è capofila la multinazionale Impregilo.
Secondo gli inquirenti l’avvio dei lavori per l’alta velocità, avvenuto nel 2002, è stato immediatamente oggetto di attenzione da parte dei clan di cosa nostra e della ndrangheta che risultano infiltrati nel controllo delle gare di appalto, nel noleggio dei macchinari da scavo e nella fornitura di materiali e commesse. L’intreccio perverso fra malaffare e grandi opere non si è però limitato alla gestione dei lavori ma ha determinato pesanti conseguenze sul territorio. Come sta infatti emergendo in maniera sempre più chiara dalle indagini, un gran numero di cave usate per l’estrazione dei materiali da costruzione sarebbero poi state riempite con materiali pericolosi, fino a diventare vere e proprie discariche illegali di rifiuti tossici, alcune delle quali in grado di contenere fino a 32 mila metri cubi di materiale.

Ad oggi sono sette i cantieri posti sotto sequestro, mentre i materiali rinvenuti vanno dal catrame rimosso dalle strade insieme al cemento e ai sacchi di plastica del materiale da costruzione, ai metalli pesanti come piombo e zinco, al benzopirene e al mercurio, con conseguente gravissimo inquinamento dei terreni e grande pericolo di migrazione degli agenti inquinanti attraverso le falde acquifere fino a contaminare le coltivazioni. Trattandosi in larga parte di materiali cancerogeni che colpisco oltre all’apparato respiratorio il sistema nervoso centrale e l’apparato urinario, l’allarme per la salute è comprensibilmente molto alto, nonostante l’Arpa stia tentando di minimizzare le possibili conseguenze dell’accaduto.

L’impressione destata dalla vicenda, come si può leggere anche sull’articolo dell’Espresso che si chiede “ci sono discariche lungo tutta la TAV?”, è che si tratti solamente della punta di un iceberg di ben più grandi dimensioni. Quello che è accaduto nei cantieri del Tav fra Torino e Milano potrebbe infatti rappresentare non un’eccezione bensì la regola con cui si è proceduto a costruire gli interi 1000 km dell’infrastruttura. E’ probabile che il sodalizio fra ecomafia e general contractor preposti alla costruzione delle tratte TAV, in grado d’ingenerare profitti miliardari, sia stato ovunque pratica comune e l’intero percorso dell’alta velocità sia costellato di una lunga serie di discariche illegali in tutto e per tutto simili a quelle scoperte dalla Procura di Milano.
In questo caso agli impatti ambientali devastanti determinati da un’infrastruttura tanto energivora quanto inutile, andrebbero ad aggiungersi anche i veleni, altrettanto devastanti per la salute della popolazione, disseminati dal sodalizio fra la consorteria del cemento e del tondino e quella che si occupa di “smaltire” illegalmente i rifiuti tossici. Senza dubbio il TAV rappresenta un grande “affare” per tutti, tranne per i cittadini a rischio avvelenamento che lo finanziano e alla fine saranno chiamati a pagare il conto di 90 miliardi di euro.

domenica 1 giugno 2008

Che fine ha fatto la Repubblica?

Marco Cedolin

Renato Mannheimer in un articolo del 1 giugno sul Corriere della Sera, rende noti i risultati di un sondaggio da lui compiuto in occasione della festa della Repubblica del 2 giugno. A stupire oltremodo Mannheimer è il fatto che un italiano su tre (il 29% degli intervistati) abbia dichiarato di essere all’oscuro di cosa sia successo il 2 giugno e ignori perfino a quale anno preciso ci si riferisca. In parole povere un terzo degli italiani ignorano l’esistenza del referendum del 1946 che decretò la nascita della Repubblica Italiana, nonostante la ricorrenza venga celebrata ogni anno con tanto di parata militare e diretta TV.
Per quanto sia lecito lo stupore di Mannheimer riguardo “all’ignoranza” del 29% degli italiani, non si può evitare di stupirsi molto più profondamente per il fatto che la totalità degli stessi, lui compreso, ignorino completamente che fine abbia fatto la Repubblica Italiana, fondata nel 1946 e regolata dalla Costituzione.

Viveva nell’Articolo 4 : La Repubblica riconosce a tutti cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. E nell’ Articolo 36 : il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
L’hanno assassinata gli economisti, i sindacalisti e i politici di ogni risma e colore, dando vita alla riforma Biagi, perseguendo la precarizzazione del sistema lavoro attraverso una flessibilità esasperata, creando disoccupazione, riducendo il valore di acquisto dei salari, ben al di sotto del limite di sostentamento delle famiglie e privando il lavoratore di ogni punto fermo che gli consenta quell’esistenza “libera e dignitosa” che ormai alligna solo nelle parole del legislatore.

Viveva nell’ Articolo 11 : L’Italia ripudia la guerra, come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
L’hanno ammazzata una sequela di governi guerrafondai che hanno mandato i nostri soldati ad occupare degli stati sovrani, nascondendoli sotto le mentite spoglie di fantomatici aiuti umanitari. I nostri soldati occupano, combattono, sparano, uccidono, annichiliscono! Non sono, né sono mai stati una forza di pace, poiché non vi è pace dove esistono l’occupazione e la prevaricazione, esistono solo la guerra e l’offesa all’altrui libertà.

Viveva nell’ Articolo 13 : è punita ogni violenza fisica o morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà.
L’hanno strangolata le forze dell’ordine che si sono coperte di vergogna, a Napoli, come a Genova, come in Valle di Susa, come a Serre, come a Chiaiano. Poliziotti e carabinieri, trasformatisi in bastonatori di donne e anziani, veri e propri torturatori senza scrupoli e senza dignità. Fuorilegge che si nascondono dietro ad una divisa, forti della certezza di rimanere impuniti grazie alla protezione del mondo politico e giudiziario.

Viveva nell’ Articolo 9 : La Repubblica tutela il paesaggio ed il patrimonio storico ed artistico della nazione.
L’hanno massacrata le “Grandi Opere” attraverso le quali la mafia delle infrastrutture ha inteso perpetuare il bengodi legato alla cementificazione indiscriminata del territorio. Il TAV, il Mose, il progetto Quadrilatero, sono solo gli esempi più eclatanti di come anche dal punto di vista ambientale continui a non esistere alcun tipo di rispetto. Le hanno tolto la vita le cartolarizzazioni selvagge, il programma di dismissioni d’immobili di proprietà pubblica, la svendita del territorio demaniale.

Viveva nell’ Articolo 32 : la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e assicura cure gratuite agli indigenti.
Come è stato tutelato il “fondamentale diritto alla salute” dei lavoratori di porto Marghera o di Fincantieri o di Casale Monferrato, morti a centinaia di mesotelioma? Di miglia di cittadini che tutti i giorni sono costretti a vivere a sterro contatto con l’amianto, dei napoletani che vivono nel triangolo della morte, di tutti coloro che vengono avvelenati attraverso i fumi degli inceneritori, delle acciaierie, delle fabbriche chimiche e dei cementifici?
Quale diritto viene tutelato tagliando i fondi e quindi l’ossigeno alla sanità pubblica, reintroducendo i ticket, facendo si che il malato, se indigente possa solo ambire ad essere curato poco e male?

Viveva nell’ Articolo 41 : l’attività privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
L’ha decapitata una classe politica che negli ultimi 15 anni si è arrogata il diritto di privatizzare la maggior parte dei servizi pubblici, oggi al servizio dei privati che li gestiscono secondo l’unica logica che conoscono, quella del massimo profitto. Una classe politica che ha trovato nel conflitto d’interesse l’humus necessario alla sua sopravvivenza, generando una classe imprenditoriale inetta e priva di qualità che continua a sopravvivere solamente perché sovvenzionata attraverso il denaro pubblico.

Viveva nell’ Articolo 47 : la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme, disciplina, controlla e coordina l’esercizio del credito.
L’hanno stritolata uomini di stato, autorità e speculatori di ogni razza, asserviti ad un sistema bancario marcio e corrotto, ormai privo di ogni dignità. Una palude legislativa che è stata in grado di partorire voragini quali Cirio, Parmalat e mille altre ancora.

Se certamente non è edificante il fatto che un terzo degli italiani ignorino cosa è accaduto il 2 giugno 1946, il vero dramma è altresì costituito dal fatto che tutti gli italiani ignorino quello che è accaduto dopo, quando la Repubblica è stata svuotata di tutti i suoi valori e la costituzione ridotta a carta straccia, anche se per il momento i sondaggi di Mannheimer non si sono interessati dell’accadimento.