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mercoledì 31 gennaio 2007

Un Euro di scettici

Marco Cedolin

Nel circo dell’informazione italiana si possono trovare notizie di ogni risma e colore, spesso affastellate disordinatamente le une sopra le altre, spesso enfatizzate al di là della loro valenza effettiva, oppure sussurrate perché non diano troppo disturbo, ma tutte in possesso della prerogativa di risultare politicamente corrette.
Quando una notizia si pone in aperta antitesi con le linee di pensiero tanto care alla politica, come quella del risultato del sondaggio realizzato da Harris Interactive e pubblicato sulle pagine del Financial Times, concernente il gradimento dei cittadini europei nei confronti dell’euro, ecco che finiamo unicamente per trovarla sintetizzata in poche righe dentro un trafiletto Ansa.
Così tutti gli italiani che non sono abbonati al Financial Times e non si dilettano a spulciare ogni recondito andito dei notiziari Ansa, sono rimasti all’oscuro riguardo ad una notizia interessante, pur avendo ricevuto un’overdose di calciomercato, informazioni dettagliate sul “grande fratello” inglese, tutti i dati salienti del nuovo “mascalzone latino”, oltre alla 99° puntata delle esternazioni del Vaticano sui pacs e al sequel dei voli pindarici del ministro Visco che assicura diminuirà le tasse nel 2009 quando sarà alla fine della legislatura.

Circa 5300 cittadini europei, chiamati a dare un giudizio sulla loro nuova moneta, hanno dimostrato uno scarso gradimento ed altrettanto scarsa fiducia nei confronti dell’Euro.
Più di due terzi degli italiani, dei francesi, degli spagnoli e la maggioranza dei tedeschi ha attribuito all’euro un effetto negativo sull’economia del proprio paese. In Francia coloro che giudicano l’euro positivamente hanno raggiunto a stento il 5%.
Inoltre più della metà del campione ha dichiarato di preferire la vecchia moneta nazionale e individua nella massiccia immigrazione la causa principale della riduzione dei propri salari, mentre solo un quarto degli intervistati valuta positivamente l’ingresso della Bulgaria e della Romania nell’Unione Europea.

L’argomento trattato è sicuramente molto complesso e un sondaggio, per quanto sia scientificamente corretto, non può certo nutrire la presunzione di dare risposte incontrovertibili, ciò nonostante i risultati palesano una profonda distonia fra il pensiero dei cittadini europei e quello della classe politica che li governa, in termini di materia economica.
Una differenza di vedute e valutazioni che non sembra essere limitata al solo ambito monetario, ma al contrario estendersi alle molte scelte discutibili che la UE sta da tempo portando avanti, come il travagliato percorso della tristemente nota direttiva Bolkeinstein e la fine ingloriosa della novella Costituzione Europea stanno a dimostrare.
L’indagine proposta dal Financial Times avrebbe sicuramente meritato maggiore spazio all’interno del becero palinsesto della nostra informazione che evita accuratamente di proporre ogni argomento “politicamente scorretto” temendo possa diventare fonte di riflessione e critica di tutto ciò che non deve assolutamente essere messo in discussione.

venerdì 26 gennaio 2007

Incollati alla poltrona

Marco Cedolin

Nel penoso panorama politico italiano continua ad esistere un’entità ectoplasmatica di difficile interpretazione impropriamente definita “sinistra radicale” da tutti i mestieranti che a vario titolo discettano di affari politici con indubbia capacità di analisi e proprietà di linguaggio.
Sostanzialmente l’ectoplasma si dovrebbe ricondurre a tre partiti, Rifondazione Comunista, Verdi e PDCI, storicamente portatori (almeno a parole) di alcuni valori fondanti da sempre patrimonio del moderno pensiero di sinistra. Tali valori quali il rifiuto della guerra, la difesa dei diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente, la solidarietà con i popoli oppressi, l’attenzione per i diritti dei più deboli non hanno in sé alcun contenuto radicale e dovrebbero per forza di cose fare parte del bagaglio di qualsiasi formazione politica intenda accreditarsi come parte della sinistra o del centrosinistra.
Sarebbe perciò molto più corretto all’interno della coalizione di governo definire l’ectoplasma semplicemente sinistra e chiamare i suoi alleati con il loro vero nome riguardo al quale potremmo sbizzarrirci a piacimento, purché ogni definizione non manchi di contenere il prefisso “ex”.

Il vero problema non alligna però nell’impropria definizione di cui la sinistra radicale è oggetto quando tanto Berlusconi quanto gli alleati di governo la elevano a capro espiatorio della mancata “modernizzazione” ed americanizzazione del nostro paese, ma piuttosto nella coerenza che i tre partiti di sinistra dimostrano rispetto alle proprie idee o meglio a quelle degli elettori che li hanno portati al governo.
In questo ambito alla protesta “urlata” non segue mai una reazione fattiva che possa rischiare di mettere a repentaglio l’attaccamento (in questo caso veramente radicale) che questi signori mostrano alla propria poltrona.

Il governo Prodi, ancora lontano dal compiere il primo anno di vita, ha fino ad oggi disatteso in tutto e per tutto anche le più tiepide aspettative di qualsiasi elettore di sinistra, mostrando una disarmante continuità con il governo precedente, tanto in politica estera quanto negli affari di casa nostra. Perfino Berlusconi ed i suoi accoliti, sia pur avvezzi a praticare l’opposizione pretestuosa, si sono ritrovati quasi totalmente privi di argomenti e per orchestrare qualche rimbrotto si sono visti costretti a rispolverare l’ectoplasma della sinistra radicale che terrebbe in ostaggio non si sa bene chi o che cosa.
L’approvazione alla costruzione della nuova base americana di Vicenza, il proseguimento a tempo indefinito della missione di guerra/pace in Afghanistan, la nuova missione di guerra/pace in Libano, l’assoluto disinteresse per il precariato ed i diritti dei lavoratori, lo scippo del TFR, una finanziaria disastrosa che penalizza tutti ma soprattutto i poveri attraverso ticket e balzelli che colpiscono il cittadino in maniera non proporzionale al suo reddito, l’emanazione dell’indulto allargato ai reati finanziari, la pervicacia nel sostenere la prosecuzione della truffa del TAV sono tutti atteggiamenti che sebbene in perfetta sintonia con il pensiero di Berlusconi, sembrerebbero non esserlo altrettanto con un programma elettorale che ha raccolto consenso professando intendimenti totalmente antitetici.

Di fronte a questo scempio ecco la sinistra ectoplasmatica che continuando ad avere due facce, una per la piazza ed una per le stanze del potere, finisce per non possederne più nessuna.
I Bertinotti,i Pecoraro Scanio, i Diliberto, i Migliore, i Cento, i Rizzo continuano da mesi a contestare l’operato del governo, quasi si trattasse di un corpo estraneo con il quale nulla hanno a che fare, salvo poi nel momento in cui si tratta di decidere e votare restare incollati alla propria poltrona, simili ad una scultura materica inamovibile per l’eternità.

La sinistra radicale che non esiste ma tutti fingono non sia così, si rivela dunque il vero pilastro sul quale continua a reggersi questo stato di cose. Indispensabile per il centrodestra che continua a denunciarne gli strepiti per convincere il proprio elettorato di quanto sia ferale il pericolo “comunista”, irrinunciabile per il governo Prodi che raccogliendone i voti può continuare a portare avanti indisturbato la propria politica di guerra e consolidamento dei grandi poteri economici e finanziari, così comoda per i suoi rappresentanti adagiati su poltrone tanto morbide da indurre pian piano alla letargia.

mercoledì 17 gennaio 2007

Stato di servitù

Marco Cedolin

E’ ormai arrivato anche il si di Romano Prodi a suggellare questo nuovo capitolo della storia italiana che prevede il demenziale proposito di ampliamento a dismisura della base militare americana di Vicenza. Una storia fatta di servitù e vassallaggio che ci ha portato ad accettare sul nostro suolo la presenza di oltre 15.000 soldati statunitensi dotati di armi di ogni genere, comprese quelle nucleari, rintanati all’interno di basi militari sul cui territorio l’Italia non ha alcun genere di sovranità, quasi si trattasse di tanti pezzi del nostro paese espropriati da una potenza straniera. In compenso i contribuenti italiani, ai quali non è mai stato domandato se gradissero o meno questo stato di cose, sono chiamati a finanziare ogni anno con centinaia di milioni di euro il 37% dei costi operativi di tutte le basi americane, in base agli accordi stipulati con il governo Usa.

Gli Stati Uniti decisero circa tre anni fa, con la servile compiacenza di Silvio Berlusconi, che Vicenza avrebbe dovuto diventare a breve il più importante polo logistico per le proprie armate in Europa, attraverso l’ampliamento della caserma Ederle (che già ospita 6000 soldati statunitensi) con la costruzione di una nuova base all’interno dell’area dell’aeroporto Dal Molin che dovrebbe essere completata entro il 2010. Al progetto che consentirebbe alla macchina da guerra statunitense di acquisire un trampolino di lancio estremamente strategico verso nuova gloria e nuove conquiste, i media diedero a suo tempo scarsa visibilità, salvo riproporre la questione con estrema enfasi durante l’ultima settimana.

Se il 2 dicembre dello scorso anno 30.000 persone sfilarono per le vie di Vicenza urlando la loro opposizione alla svendita del proprio territorio, senza che giornali e TV dessero il minimo risalto all’evento, ben altra enfasi è stata deputata da pennivendoli e teleimbonitori alle recenti farneticazioni di Berlusconi. Secondo un copione ormai consunto e stantio, il Cavaliere di Bush ha inveito con furia belluina contro il presunto antiamericanismo del governo, creando i presupposti perché Prodi ed i suoi ministri potessero genuflettersi dinanzi all’amico americano senza incorrere nell’ira dei propri elettori. La maggioranza di centrosinistra ha colto la “sponda” e fingendosi stretta fra due fuochi ha deciso di accondiscendere all’operazione d’inurbamento militare, per non turbare tanto l’alleato fedele quanto l’utile idiota, con il proprio atteggiamento equivoco.Ora a combattere contro l’esproprio coatto di una nuova fetta d’Italia, destinata a sostenere le guerre ed i massacri compiuti nel nome del vessillo a stelle e strisce, sono rimasti solamente i Comitati che si oppongono all’ampliamento della base.

Questa sera nell’atmosfera irreale che sempre si respira di fronte alle ingiustizie, i dimostranti hanno occupato per un’ora la stazione cittadina, prima di attraversare la città con una fiaccolata e confluire in un’area prospiciente l’aeroporto Dal Molin, dove hanno iniziato a montare un presidio contro la realizzazione dell’opera.Ancora una volta i cittadini si ritrovano soli a dover lottare contro il mondo politico che ha deciso le coordinate del loro futuro, passando sopra le loro teste senza neppure interpellarli, così come è accaduto per il TAV, così come è accaduto per il megainceneritore di Acerra e in centinaia di altre occasioni, in questo paese fatto di decisioni calate dall’alto con arroganza e prevaricazione.

mercoledì 10 gennaio 2007

La democrazia arriva anche in Somalia

Marco Cedolin

George W. Bush e l’amministrazione americana da lui controllata continuano a gestire con estrema disinvoltura le operazioni di “esportazione democratica” in giro per il mondo, prodigandosi per far si che nessun paese si ritrovi privato di un bene così essenziale.Dopo l’annientamento materiale e morale dell’Afghanistan e dell’Iraq, ridotti a maleodoranti campi di battaglia dove le mine antiuomo ed i residui dell’uranio impoverito garantiranno alle generazioni a venire un futuro democratico fatto di menomazioni fisiche, leucemie, linfomi e tumori, l’attenzione del “gendarme del mondo” inizia a spaziare verso nuovi orizzonti.
Se il 2006 si è chiuso nel segno dell’ignominia, con l’immagine di Saddam Hussein appeso alla forca in mondovisione a dimostrare quale sia la giusta fine per chiunque osi opporsi all’avanzata della democrazia, il nuovo anno si mostra da subito foriero di sorprese a dir poco inquietanti.

Aerei ed elicotteri americani hanno bombardato ieri pesantemente la zona sud orientale della Somalia, provocando la morte di almeno 30 civili in fuga dalla guerra e di un numero imprecisato di militanti islamici in ritirata, mentre dinanzi alle coste della Somalia la portaerei Eishenower sta per unirsi ad altre tre navi da guerra americane già presenti sul posto.Secondo le autorità statunitensi la giustificazione di questo nuovo massacro è come sempre da ricercarsi nella lotta contro il terrorismo che l’esercito americano sta portando avanti con ogni mezzo in ogni parte del globo, incurante dei confini dei vari stati sovrani che lo compongono. Ancora una volta i morti ammazzati sono civili innocenti incappati per un caso fortuito nel fuoco della macchina da guerra di Bush che insegue fantomatici luogotenenti di Al Quaeda, nell’encomiabile sforzo di annientare il nemico invisibile.

Ancora una volta una strage perpetrata da soldati americani e giustificata tramite argomenti ridicoli, viene compiuta nell’acquiescenza generale, suscitando al più qualche sommesso rimbrotto da parte dell’ONU e dell’Unione Europea. Il Presidente somalo Abdullahi Yusuf, dal canto suo, avendo molto più cara l’integrità futura del proprio collo, piuttosto che non la salute della popolazione di Somalia, si è affrettato a dichiarare con estrema deferenza che gli Stati Uniti hanno il diritto di lanciare raid sul territorio somalo come meglio credono, confermando il consolidamento di una nuova era coloniale, asservita questa volta ad un’unica bandiera.
Venti di guerra sempre più insistenti stanno ormai soffiando sull’intera area e nell’attesa che come nelle terre afghane ed irachene inizi a germogliare la democrazia, già s’inizia a parlare di una futura missione internazionale di pace/guerra, volta ad evitare uno scontro di religioni e civiltà. Per i soldati anche questo nuovo anno è iniziato dunque senza il timore della disoccupazione, anzi le prospettive sembrano addirittura quelle di dovere fare gli straordinari.

lunedì 1 gennaio 2007

Quel biglietto senza corsa

Marco Cedolin

Fra le tante strenne natalizie che i cittadini italiani si sono trovati a raccogliere sotto il salice piangente, una più delle altre sembra proporsi quasi a titolo di scherno, in quanto risulta disancorata dai fondamenti della logica, in virtù dei quali tanto più un servizio è migliore tanto più si ha diritto a pretendere un equo pagamento, ma quando un servizio è scarso anche il suo costo dovrebbe essere commisurato a tale scarsità.
Dal primo gennaio 2007 viaggiare in treno costa di più, in quanto i vertici delle Ferrovie hanno deciso di aumentare mediamente del 9% (ma con punte che arrivano fino al 15%) le corse dei treni a lunga percorrenza Eurostar, Intercity e Alta Velocità. Sono invece esentati dal salasso i treni Regionali ed Interregionali, veicolo obbligato del pendolarismo giornaliero e gli Espressi.Credo sia superfluo sottolineare che Intercity ed Eurostar, lungi da essere esclusivamente oggetto di una scelta “elitaria” dei viaggiatori, si manifestano molto spesso come veicolo indispensabile per il cittadino comune che abbia necessità di muoversi all’interno dell’inferno di convogli soppressi, ritardi cronicizzati, mancanza di alternative, che costituisce la cacofonica situazione delle Ferrovie italiane. Riguardo all’Alta Velocità è invece preferibile stendere un velo pietoso in quanto si tratta di una proiezione onirica che non va oltre i cartelli nelle stazioni, gli elenchi delle biglietterie, le decorazioni a bordo dei binari e nulla più. Aumentare il biglietto di un “servizio di fantasia” è infatti esercizio altamente empirico tanto quanto dimostrare che i servizi offerti dalle nostre ferrovie meritino effettivamente un aggravio dei costi per il viaggiatore.

Osserviamo un attimo lo stato delle ferrovie italiane, per comprendere se i costi dei biglietti (secondo i vertici delle stesse ferrovie inferiori di quasi il 50% alla media europea) siano commisurati alla qualità di un servizio, purtroppo in stato di ben più grave soggezione di quanto i prezzi non dimostrino, rispetto agli standard europei. Circa due terzi del sistema ferroviario italiano è costituito da linee a binario unico, una percentuale nettamente superiore a quella degli altri Paesi Europei più avanzati, quali Gran Bretagna, Olanda, Francia, Svizzera, Germania e Belgio.In alcune regioni la situazione sotto questo aspetto è drammatica, in Valle d’Aosta non esiste un solo chilometro di doppio binario sugli 81 esistenti, in Abruzzo i chilometri a doppio binario sono solo 96 sui 541 totali, in Molise 23 su 266, in Basilicata 24 su 368, in Sicilia 146 su 1387.
Sui convogli italiani la fauna di bordo molto spesso eccelle in biodiversità e spazia dalle zecche alle cimici, agli scorpioni, per giungere fino ai topi ed è parte integrante di una realtà da incubo dove nulla funziona. Non funzionano le stazioni, antiquate, gestite in maniera inadeguata, sporche e con informazioni per i passeggeri spesso frammentarie e di difficile consultazione. Non funziona la programmazione dei convogli, molti dei quali giornalmente vengono soppressi senza procedere all’adeguata informazione, mentre altri sono costretti a restare fermi in attesa dell’incrocio con il convoglio proveniente dalla direzione opposta, costringendo i passeggeri ad attese che rasentano l’eternità.Non funzionano le carrozze ferroviarie, dove spesso il riscaldamento è rotto, parimenti ad ogni altro congegno meccanico o elettronico, fino a far si che i vari interruttori messi in bella mostra somiglino a tante piccole lucine prive di significato.Non funziona il sistema delle coincidenze, pregiudicato a monte dai cronici ritardi che le rendono solo fantasiose ipotesi stampate sulla carta.Non funziona la nuova gestione dei lavoratori, ispirata al dumping contrattuale che privilegia i tagli indiscriminati di costi e personale, caricando gli oneri sulle spalle dei viaggiatori, sotto forma di disservizio acuto e generalizzato.

Ma soprattutto non funzionano, o meglio non sono adeguati, i sistemi di sicurezza che dovrebbero tutelare l’incolumità fisica di passeggeri e ferrovieri, come l’infinita sequela d’incidenti, spesso mortali dimostra senza pietà. Sui due terzi dell’intera rete ferroviaria italiana (oltre 10.000 km.) il sistema di sicurezza, denominato “blocco meccanico Fs.” è obsoleto e si affida alla segnaletica e alla professionalità di macchinisti e capotreni. La maggior parte delle linee italiane (11.300 km su 16.000) sono prive del Sistema Controllo Marcia Treno (SCMT) indispensabile per la sicurezza. Lungo le linee prive di SCMT, per evitare il costo della presenza di un secondo agente in cabina di guida che sarebbe in questo caso indispensabile, si ricorre all’escamotage dell’apparecchio Vacma. Tale apparecchio inutile e dannoso, ben lungi dall’esprimere un qualche contenuto tecnologico consiste semplicemente in un pedale che il macchinista deve pigiare ripetutamente come un robot ogni 55 secondi per tutta la durata del viaggio. Sulle nostre linee manca inoltre il sistema radio internazionale, attivo da tempo sui mezzi interoperabili europei, che per mezzo di ponti radio dedicati presenti lungo la linea garantisce il perfetto funzionamento in qualsiasi situazione geografica. I macchinisti sono così costretti a servirsi dei normali cellulari commerciali, con tutti i limiti in termini d’immediatezza, affidabilità e semplicità d’uso a cui si aggiungono le enormi difficoltà di comunicazione dovute alle zone d’ombra presenti nella rete.

Il materiale rotabile è vecchio e in cattivo stato di conservazione, mancano i finanziamenti e spesso per effettuare la riparazione di un locomotore si attinge a pezzi di ricambio prelevati da un altro locomotore della stessa specie. Le locomotive diesel usate per il trasporto regionale hanno un’età media di 23,8 anni, quelle elettriche di 21,3 anni, le motrici diesel cargo di 31,4 anni, i vagoni delle vecchie “littorine” ancora numerosissimi arrivano a un’età media di 44 anni. La maggior parte dei 50.000 carri merci esistenti sulla rete ferroviaria italiana ha un’età media di 30/40 anni. Queste cifre più adatte a un museo ferroviario che non all’attività su rotaia di un paese che ama definirsi tecnologicamente avanzato, dimostrano quanto sia prioritaria la necessità di un immediato rinnovo del parco circolante.Ogni giorno vengono soppressi tra 200 e 300 treni, poiché manca il personale che dovrebbe guidarli, oppure mancano fisicamente le carrozze o le motrici.Se aggiungiamo il fatto che stipendi, buone uscite e pensioni dei manager che hanno contribuito e contribuiscono ad ingenerare questa situazione che ottimisticamente si potrebbe definire disastrosa, sono equivalenti ai ricavi del titolare di una grande industria, ecco che per un attimo ci sfuggono le ragioni per cui dal primo gennaio i viaggiatori siano chiamati a pagare di più per usufruire di un servizio che vale ogni giorno di meno.

Probabilmente i biglietti dei treni italiani prima degli aumenti costavano meno della media europea (i salari italiani se è per questo la media europea neppure la immaginano) ma già si rivelavano particolarmente salati a fronte di un servizio ben sotto il limite della decenza, quella decenza che i vertici delle Ferrovie, imponendo i nuovi rincari, hanno dimostrato di non conoscere assolutamente.