lunedì 3 novembre 2008

L'altra crisi



Marco Cedolin

Secondo i dati diffusi dall’INPS l’incremento della cassa integrazione nell’ultimo anno ha sfiorato il 70% e nell’ultima mensilità oggetto di rilevazione, quella fra agosto e settembre, l’aumento medio è stato del 53% con una punta massima del 113,79% per quanto riguarda gli impiegati.
Le aziende che stanno ricorrendo alla cassa integrazione appartengono a tutti i settori, da quello industriale con nomi altisonanti come Fiat, Ilva, Electrolux, Aprilia, Skf, Pininfarina a quello dei servizi dove perfino Carrefour, fra i leader della grande distribuzione, ha messo in cassa integrazione a Milazzo una quarantina di dipendenti.
In alcune zone, come il torinese, le aziende che stanno sfruttando la cassa integrazione rappresentano ormai la maggioranza e nella sola Bertone 1.200 dipendenti sono in questa situazione da ben 5 anni.

Accanto ai lavoratori in cassa integrazione ce ne sono anche altri molto più sfortunati, come i dipendenti delle aziende che stanno fallendo o comunque chiudono definitivamente i battenti, i lavoratori delle piccole e piccolissime aziende per i quali la cassa integrazione non è contemplata, i milioni di precari del pubblico e del privato che sono esautorati da qualsiasi genere di tutela.
In provincia di Torino perfino le oltre 300 agenzie interinali, abituate a costruire profitto sulle spalle dei precari, dopo alcuni anni d’incremento del proprio fatturato iniziano a trovarsi in profonda difficoltà a causa del mancato rinnovo dei contratti da parte delle aziende alle quali i lavoratori venivano “affittati” e alla crescenti richieste di rimandare indietro i lavoratori prima della scadenza, anche a fronte del pagamento di cospicue penali.

La pesantissima crisi occupazionale, della quale queste sembrano essere solamente le prime avvisaglie, sarà destinata ad acuirsi notevolmente nei prossimi mesi (molti fra i quali Giuliano Amato parlano di 1 milione di posti di lavoro a rischio) non solamente in virtù delle conseguenze della crisi dei mercati finanziari ma anche e soprattutto a causa dell’inadeguatezza di un modello di sviluppo che ormai sta mostrando tutti i propri limiti.
Se da un lato la delocalizzazione delle imprese nei paesi a più basso costo di manodopera intervenuta negli ultimi 2 decenni (con la conseguente emorragia di un sempre più elevato numero di posti di lavoro) e la progressiva perdita del potere di acquisto di salari e pensioni alla quale neppure il ricorso al credito riesce più a fare fronte, stanno determinando un ridimensionamento dei consumi, prodromico di nuove riduzioni dell’occupazione, dall’altro tutto il nostro sistema economico fossilizzato sull’asse produzione/consumo di merci e servizi non sembra in grado di offrire alcun tipo di risposta che possa, anche solo potenzialmente, spezzare il circolo vizioso. Manca sia nel breve che nel medio periodo qualsiasi prospettiva finalizzata a ripensare la società e l’economia in chiave diversa da quella imposta dal modello della crescita e dello sviluppo. Manca la volontà di confrontarsi col futuro reinterpretandolo alla luce di una ritrovata sensibilità che sappia introiettare un nuovo senso del limite. Manca qualsiasi proposta concreta che ci consenta di guardare al domani con un minimo di speranza.
In compenso il governo sembra intenzionato a continuare a finanziare con il denaro pubblico, sia il sistema bancario che quello industriale, nel tentativo d’incrementare in maniera schizofrenica la produzione di automobili ed elettrodomestici, senza preoccuparsi del fatto che nei prossimi anni nessuno sarà più in grado di acquistarli.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Salve a tutti, credo che ormai sia assodato che la classe dirigenziale politico-economica non voglia intraprendere strade diverse da quelle attuali, peraltro suicide, quindi penso che il problema di una decrescita consapevole si possa risolvere in due modi....per non arrivare al terzo che sarebbe tragicamente traumatico. Il primo consiste nello dirigere il piano di sviluppo o in quel caso inviluppo, economico verso tutto il panorama inerente l'ecologia, fonti rinnovabili, riduzione rifiuti, riciclaggi materie, energia alternative, e recuperi delle strutture già esistenti senza produrre oltre.Si metterebbe così in moto un enorme macchina economico-sociale, innanzi tutto coinvolgente, poi ovviamente utile. Pensiamo solo a un ipotetica filiera che possa riguardare il riciclaggio dei rifiuti, tra studi scientifici, prove in laboratorio, impieghi alternativi, costruzioni impianti adeguati allo scopo( utilizzando materiali anch'essi provenienti da riciclo), forza lavoro impiegata, studi di settore, e perchè no didattica scolastica.....se ne muove di roba... piuttosto che costruire una centrale nucleare...cosa ne dite? Questo nel primo caso, se ovviamente gli industriali, più svegli dei politici si accorgono del businness e premono anche loro per poterci arrivare! Il secondo modo, sarebbe ben più laborioso lungo e capillare, qui invece di affidarci ad oculati investitori, dovremmo essere noi stessi a fare tutto dal basso come nelle rivoluzioni che si rispettano, ma questa volta senza la forza fisica, usando intelletto e tenacia, indirizzando le nostre scelte quotidiane in tutt'altra maniera, così da vincolare le scelte di produzione industriale verso il nostro punto di vista. Ovviamente parliamo di niente.... mettersi d'accordo per una direzione, è difficile quando sei in auto con 4 amici, figuriamoci per cambiare una cultura al consumo radicata da anni....di conseguenza nasce una considerazione che mi tormenta, vuoi vedere che noi esseri umani dobbiamo tutte le volte passare dalla terza opzione che è quella del trauma per poter arrivare al cambiamento propositivo, piuttosto che usare il cervello? ....Una bella tristezza!!! Che dite?

ciao Ceci

LucaCec ha detto...

Penso che questa situazione sia anche il frutto di quella linea che è prevalsa dagli anni '90 che ha spinto le aziende a delocalizzare sempre di più gli impianti nell'Est Europa.
Il miraggio dei bassi salari (che comunque bassi per sempre non resteranno) e la lusinga di non dover avere a che fare con i sindacati e i contratti nazionali di lavoro.
A essere sinceri, se per quanto riguarda le infrastrutture credo di poter convenire abbastanza con i "decrescisti", perché l'alta velocità ferroviaria, le autostrade (nella maggior parte dei casi), gli inceneritori, e via dicendo mi sembrano per lo più non necessari al sistema produttivo, devastanti sul piano ecologico e trascurabili sul piano occupazionale, non trovo molto esaltante l'idea che la produzione manifatturiera in sé vada scemando e si trasferisca su altri lidi riducendoci al pauperismo.
Quanto meno, vorrei capire meglio cosa pensano su questo piano i fautori della decrescita, che per come la conosco mi sembra certamente apprezzabile solo come filosofia di vita individuale. Come ricetta economica in generale non so.
Luca

marco cedolin ha detto...

Cara Ceci,
qualche segnale che potrebbe indurre a sperare nella prima delle tue ipotesi in realtà c'è, però ritenere che questo basti credo significhi essere molto ma molto ottimisti.
Io che ottimista davvero non riesco ad esserlo più di tanto, nutro la convinzione che purtroppo ci toccherà passare attraverso le forche caudine del "terzo modo".

Caro Luca,
ovviamente il pensiero della decrescita non è un qualcosa di statico e l'interpretazione data dai molti autori che ad esso si rifanno, presenta varie sfumature di colore.

Nonostante ciò nessuno dei fautori della decrescita (nè quelli più refrattari alla tecnologia come Latouche, nè quelli che maggiormente appoggiano una tecnologia più raffinata, come Pallante)ritiene che la produzione manifatturiera vada eliminata o peggio ancora spostata in altri lidi.
Una volta ricondotta nell'alveo di una ritrovata sobrietà (si produce per soddisfare dei bisogni reali, non si creano dei bisogni fittizi per potere produrre di più)ben venga la produzione manifatturiera, preferibilmente dimensionata su piccola scala e localizzata nelle aree dove poi avverrà il consumo.
A parte il consumo per il consumo e lo spreco, quello che la decrescita combatte lancia in resta non è la produzione manifatturiera, bensì la delocalizzazione all'estero della produzione e la conseguente movimentazione schizofrenica di merci e persone.

Anonimo ha detto...

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