venerdì 30 gennaio 2009
Quando l'acqua diventa una merce
Pubblicato su Terranauta
La sempre più spinta privatizzazione dei servizi pubblici, fortemente voluta dalla politica in maniera totalmente bipartisan nel corso dell’ultimo decennio, parallelamente alla trasformazione delle vecchie “municipalizzate” in società per azioni a capitale misto pubblico/privato che vengono quotate in borsa e si pongono sul mercato costruendo profitto attraverso la gestione dei servizi primari destinati ai cittadini (smaltimento rifiuti, acqua, distribuzione del gas, trasporti) sta iniziando a produrre risultati catastrofici in termine di qualità dei servizi ed incremento del costo delle tariffe, ormai sempre più slegate da qualsiasi logica volta a salvaguardare gli interessi della collettività.
Emblematico a questo riguardo è sicuramente quanto accaduto ad Aprilia nel 2005, dove la gestione della distribuzione dell’acqua da parte della società Acqualatina, partecipata al 46,5% dalla multinazionale francese Veolia, ha comportato incrementi delle bollette nell’ordine del 300%, determinando una vera e propria sollevazione popolare da parte di oltre 4000 famiglie che si rifiutano di fare fronte ad un salasso di questo genere.
Forti preoccupazioni a questo riguardo stanno suscitando le novità in tema di liberalizzazioni dei servizi pubblici, introdotte dal decreto Tremonti che mira a liberalizzare la gestione dei servizi pubblici locali, affidandoli a società private o pubblico/private all’interno delle quali il socio privato non detenga una quota inferiore al 30%. Particolare apprensione è stata determinata dall’approvazione, avvenuta lo scorso 5 agosto, dell’articolo 23 bis del decreto legge 112 che di fatto sottomette alle regole di mercato la gestione dei servizi idrici, snaturando la figura stessa dei “Comuni” che da enti deputati ad operare nell’interesse collettivo si trasformano in soggetti finalizzati alla costruzione del profitto proprio attraverso la gestione privatistica di quei beni, come l’acqua, che dovrebbero essere patrimonio di tutti. Il provvedimento in questione si pone oltretutto in contrasto con il codice civile, laddove lo stesso afferma che “i beni demaniali sono sottoposti ad un particolare regime giuridico, che li pone fuori commercio, essi sono inalienabili e imprescrittibili: non se ne può acquistare la proprietà a nessun titolo, nemmeno per usucapione.I beni demaniali sono infruttiferi: non procurano entrate, se non occasionalmente, quando siano dati in concessione”. Dal momento che gli acquedotti rientrano nel novero dei beni demaniali sarebbe alquanto azzardato giustificare come “occasionale” la loro concessione a delle società per azioni che dalla gestione di un bene inalienabile come l’acqua ricaveranno profitti continuativi.
Il decreto Tremonti rappresenta solamente il terminale di tutta una lunga serie di leggi e provvedimenti che a partire dagli anni 90 hanno progressivamente svenduto il patrimonio pubblico, contribuendo a creare monopoli privati o pubblico/privati che gestiscono i servizi primari per i cittadini unicamente nell’ottica della massimizzazione del profitto.
Oggi in Italia le condizioni della rete idrica risultano essere estremamente precarie a causa della scarsità d’investimenti pubblici e della loro cattiva gestione, facendo si che quasi un terzo dell’acqua incanalata nelle tubature si disperda prima di arrivare nelle abitazioni. Una situazione che potrebbe per molti versi favorire chiunque intenda subentrare al pubblico nella gestione degli acquedotti, mirando ad ottenere il controllo del business relativo alla distribuzione della “merce acqua” che costituisce un obiettivo assai ambito in quanto potenzialmente in grado di generare enormi profitti.
La spesa degli italiani per l’acqua, attualmente in media circa 250 euro a famiglia (ma la distribuzione è assai irregolare e si va da un minimo di 81 euro ad un massimo di 587 euro) risulta essere ancora generalmente sostenibile, ma negli ultimi 10 anni le bollette sono incrementate mediamente del 61% e inoltre un italiano su tre è costretto a pagare una bolletta irregolare (sentenza 335 del 10 ottobre 2008 della corte Costituzionale) in quanto versa contributi per depuratori che non esistono o non sono funzionanti.L’apertura ai privati e la volontà di trasformare il bene acqua in una merce che sarà venduta a caro prezzo da multinazionali come Veolia, già specializzate nel settore, o dalle multiutility quotate in borsa come A2A ed Hera che oggi accumulano fortune miliardarie attraverso l'incenerimento dei rifiuti, non induce purtroppo ad essere ottimisti. Anche la voce “acqua” sarà infatti destinata fra qualche anno ad incidere in maniera significativa (e forse insostenibile) all’interno dei sempre più scarni bilanci familiari degli italiani.
lunedì 26 gennaio 2009
Il grande Zelig
La politica durante queste prime settimane dell’anno sembra somigliare sempre più ad una rappresentazione di cabaret, dove ogni problema, anche il più serio, tende a perdere la propria consistenza finendo per manifestarsi sotto forma di celia, di boutade, di battuta di spirito spesso di cattivo gusto. Alcune volte si tratta di un’ambizione “umoristica” perseguita dagli autori, in altri casi l’effetto “comico” nasce dalla velleità di arrampicarsi sugli specchi ostentando la massima serietà, spesso semplicemente il tutto deriva dal superamento inconscio di ogni senso del ridicolo.
Silvio Berlusconi la settimana scorsa, in riferimento alla crisi economica e alla drammatica (non esiste incubo peggiore di una società fondata sulla crescita che si manifesta incapace di crescere) recessione che stando alle stime più ottimistiche determinerà la perdita di 2 punti di Pil durante l’anno in corso, ha risposto che la cosa non lo preoccupa affatto. Non si tratta assolutamente di un dramma, ha detto con il piglio del consumato economista. Significa che torneremo a vivere nella situazione di un paio di anni fa, quando il Pil era di 2 punti inferiore ad oggi, e non si stava comunque peggio. In molti continuano a domandarsi se le sue parole potessero essere prodromiche di un ripensamento riguardo all’opportunità di continuare a perseguire un modello di sviluppo basato sulla crescita, o più semplicemente risultassero indicative di lacune mai colmate concernenti le nozioni elementari di economia.
Il governo, Confindustria, Cisl e Uil hanno firmato l’accordo sui contratti di lavoro, manifestando soddisfazione per l’intesa raggiunta, nonostante la Cgil (il più grande sindacato italiano) non lo abbia sottoscritto. Un po’ come manifestare giubilo per il raggiungimento di un accordo fra le squadre di serie A, al quale Milan, Inter e Juventus si sono manifestate contrarie.
Tutta l’informazione e buona parte degli uomini politici hanno “tuonato” contro gli imputati delle nuove BR (quelle nuovissime che non hanno fatto attentati ma secondo l’accusa progettarono di farli) che avrebbero violentemente minacciato in aula il giuslavorista Pietro Ichino. Le frasi incriminate “siete una banda di sfruttatori e “sei un massacratore di operai” rientrano forse nel novero degli insulti (quanto meritati o meno giudicate voi) ma non certo in quello delle violente minacce, che giornalisti e politici hanno creduto bene d’inventare a beneficio del proprio Zelig personale.
I vertici sindacali, posti di fronte al crollo mondiale delle vendite di automobili, determinato non solo dalla crisi economica ma anche da un’evidente saturazione del mercato destinata a protrarsi almeno a medio termine, invocano il governo affinché destini le risorse sottratte ai contribuenti per finanziare a fondo perduto l’industria privata. Nella fattispecie la Fiat che da sempre costruisce il proprio profitto lautamente sovvenzionata dal denaro pubblico. Nessuna proposta concernente un’eventuale riconversione degli stabilimenti non ancora delocalizzati (magari nella produzione di micro-cogeneratori per l’autoproduzione energetica domestica), nessuna ipotesi finalizzata alla creazione attraverso il denaro pubblico di posti di lavoro alternativi ad un’esperienza industriale ormai anacronistica, nessuna intenzione di guardare al futuro, ma solo il tentativo di perpetuare un passato moribondo totalmente disancorato dalla realtà.
Il ministro dell’Interno Maroni, in risposta all’onda emotiva ingenerata dai drammatici casi di stupro e violenza accaduti negli scorsi giorni, si è detto disposto ad aumentare di 10 volte la presenza dell'esercito nelle città, fino a collocare 30.000 soldati a protezione dell’ordine pubblico, in ossequio all’equazione ancora tutta da dimostrare: più soldati, uguale meno violenza.
Silvio Berlusconi, tornando ieri sull’argomento in quel di Sassari, ha pensato bene di ironizzare sulla questione e dimostrandosi molto più a suo agio nelle vesti di “uomo di cabaret” piuttosto che di economista ha affermato che a bloccare gli stupri “non ce la faremmo mai, poiché servono tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane”. Posto di fronte alla veemente reazione dell’opposizione ombra e di quanti non ritenevano opportuno scherzare su accadimenti di questa gravità, si è poi indispettito per il mancato applauso, dicendosi deluso del fatto che in molti non hanno compreso come si trattasse di un complimento alle ragazze italiane.
Il grande Zelig è forse lo strumento migliore per esorcizzare le problematiche reali, annegandole nella finzione, fra le pieghe di un teatro dell’assurdo che le nasconda alla vista. In fondo tutto ciò che non si vede (come le nanopolveri che escono dagli inceneritori) non viene percepito ed è più facile far finta che non esista, almeno fino a quando non si spengono le luci del palcoscenico.
martedì 20 gennaio 2009
NO TAV in Spagna come in Val di Susa

Marco Cedolin
Anche la costruzione dell’alta velocità spagnola, impropriamente magnificata durante una puntata di Report nell’aprile dello scorso anno, sta incontrando grande opposizione fra le comunità locali dei cittadini iberici che protestano in maniera veemente contro una grande opera faraonica di dubbia utilità, che farà scempio del territorio prosciugando le falde acquifere, inquinando i terreni e pregiudicando gli equilibri ambientali. Anche in Spagna, come già accaduto in Val di Susa, la risposta dello Stato, incapace di produrre argomentazioni concrete che dimostrino l’utilità dell’opera, continua a rivelarsi unicamente di carattere repressivo e consiste nel pestaggio selvaggio dei manifestanti al fine di indurli al silenzio.
Sabato 17 gennaio ad Urbina, a pochi km da Gasteiz nella regione basca, alcune migliaia di cittadini contrari alla costruzione del TAV, al termine di un corteo di protesta, hanno tentato pacificamente di occupare i terreni che sono oggetto dei cantieri per la costruzione dell’opera, con l’intento di recuperarli ad un uso socialmente compatibile.
La risposta delle forze dell’ordine della polizia autonoma basca, accorse in massa, è stata perentoria e di una violenza inaudita, facendo oggetto i manifestanti oltre che di cariche e pestaggi selvaggi (tutto il campionario già espresso nel 2005 dagli uomini di Pisanu in quel di Venaus) anche dell’uso di proiettili di gomma e del tentativo d’investimento con l’ausilio dei mezzi blindati. Come se non bastasse, dopo la decisione dei manifestanti di abbandonare i terreni per evitare che la situazione potesse degenerare ulteriormente, le forze dell’ordine hanno scatenato una vera e propria “caccia all’uomo” protrattasi per ore, durante la quale sono penetrate perfino all’interno delle abitazioni e del municipio della cittadina. Il bilancio finale di questa giornata di follia parla di oltre 100 feriti e 8 manifestanti arrestati, ma occorre tenere conto del fatto che molti feriti non si sono recati presso le ambulanze, dal momento che queste erano presidiate dalla polizia decisa a trarle in arresto.
Come spesso accade in questi casi, i responsabili delle forze dell’ordine e l’informazione spagnola hanno tentato di giustificare l’operato degli agenti lamentando un mai avvenuto lancio di pietre da parte dei manifestanti che sono stati dipinti come violenti e facinorosi, nonostante due reporter del giornale spagnolo “El Mundo” (quotidiano di centrodestra) presenti sul posto, avessero confermato il carattere assolutamente pacifico della manifestazione.
In Italia naturalmente i grandi media si sono guardati bene dall’inserire la notizia all’interno dei propri palinsesti, preferendo disquisire riguardo alla casa del grande fratello, alla miliardaria cessione di Kakà, al decalogo della chiesa su come usare facebook e alle mirabolanti funzioni dei nuovi cellulari. Gli italiani, tranne quell’esigua minoranza che raccoglie informazioni su internet, continueranno pertanto a pensare che il TAV in Spagna rende tutti felici (perfino le trasmissioni più “trasgressive” come Report ne hanno dato conferma) e solamente uno sparuto gruppo di valsusini contrari al progresso continua ad opporsi al “treno del futuro” che prosciuga le montagne e le finanze, per arricchire le banche, l’industria del cemento e quella delle costruzioni.
lunedì 19 gennaio 2009
Tirrenia sulla strada di Alitalia
Marco CedolinUn interessante articolo d'inchiesta a firma Ferruccio Sansa, comparso su La Stampa in questi giorni, offre uno spaccato quanto mai allarmante della compagnia pubblica di navigazione Tirrenia, guidata da ormai 25 anni dall’immarcescibile Franco Pecorini, che è riuscito nella “mirabolante” impresa di rimanere fino ad oggi saldamente al comando, nonostante l’avvicendarsi di ben 18 governi.
La compagnia pubblica che occupa attualmente circa 3000 dipendenti (2400 addetti alla navigazione e 600 con compiti amministrativi) si ritrova ormai sull’orlo del fallimento, con oltre 800 milioni di euro di debito ed una flotta che secondo le valutazioni di Credit Suisse non varrebbe più di 650 milioni di euro.
Come già accaduto ad Alitalia ed in parte anche alle Ferrovie di Stato, la disastrosa situazione economica attuale è il risultato di una lunga serie di errori, investimenti sbagliati e scelte strategiche prive di logica, portate avanti per decenni inseguendo interessi molto lontani da quelli dei contribuenti che hanno finanziato le imprese pubbliche. Un caso su tutti, come testimoniato nell’articolo di Sansa, riguarda i “traghetti veloci” acquistati a “peso d’oro” nell’intento di creare commesse presso Fincantieri e poi rivelatisi praticamente inutilizzabili a causa dell’altissimo consumo di carburante che avrebbe reso il loro uso assolutamente antieconomico.
Il traghetto superveloce Taurus, entrato in servizio nel 1998, dotato di tutti i confort, nonché di altissima tecnologia e accreditato di 40 nodi di velocità è già diventato un pezzo da museo. La nave giace infatti nel porto di Genova fra i traghetti in demolizione, con 4 uomini di equipaggio a bordo che giorno dopo giorno non possono fare altro che constatare l’avanzata della ruggine e il progressivo disfacimento di quello che solo una decina di anni fa era stato presentato come il fiore all’occhiello dell’intera flotta. Sorte non molto differente è toccata alle tre navi gemelle, Aries, Scorpio e Capricorn, ormeggiate ed inutilizzate per quasi tutto l’anno se si eccettua qualche corsa durante i mesi estivi. Mentre i traghetti veloci che li hanno preceduti, Scatto e Guizzo, varati all’inizio degli anni 90 (non negli anni 70) sono praticamente in disarmo.
Ancora una volta, come già per Alitalia, l’unica “ricetta” presa in considerazione dalla politica e dai sindacati per fare fronte alla situazione, consiste nella privatizzazione della compagnia, per favorire la quale il governo ha già stanziato 65 milioni di euro l’anno per il triennio 2009/2011 all’interno del pacchetto anticrisi approvato a fine novembre. Privatizzazione che in Italia significa da sempre svendita a prezzi da saldo di fine stagione agli “imprenditori amici” che una volta appropriatisi dell’azienda attraverso un esborso monetario ridicolo, provvederanno ad eliminare almeno la metà dei dipendenti, dismettendo tutte le rotte meno redditizie ( se non saranno state preventivamente affidate alle regioni) e mantenendo in essere solamente quelle più remunerative che godranno di un notevole incremento delle tariffe. Per i cittadini, come sempre in questi casi, il tutto si tradurrà in una nuova emorragia occupazionale, sommata ad una diminuzione dei servizi.
A traghettare (è proprio il caso di dirlo) Tirrenia verso la svendita sarà proprio quel Franco Pecorini, stimato oltre che dalla politica bipartisan anche dal Vaticano fino al punto di nominarlo Gentiluomo di Sua Santità, la cui cattiva amministrazione del denaro dei contribuenti ha determinato la disastrosa situazione attuale. Anche in questo caso ovviamente nulla di nuovo, dal momento che da sempre in Italia i dirigenti che hanno condotto le aziende pubbliche al fallimento, sono stati lautamente ricompensati per avere espletato al meglio il proprio compito che consisteva proprio nel condurle al disastro con buona pace dell’interesse pubblico.
giovedì 15 gennaio 2009
Gli strumenti del massacro

Marco Cedolin
Pubblicato su Terranauta
Fra le notizie più allarmanti che giungono da Gaza, dove da oltre 2 settimane l’esercito israeliano sta portando avanti il sistematico massacro del popolo palestinese, una delle più spaventose è quella che riguarda l’utilizzo di armi di distruzione di massa, fra le quali bombe al fosforo bianco e mini atomiche “tascabili” meglio conosciute come “Dime”.
L’argomento è di dominio pubblico da molti giorni, ma la censura mediatica lo ha fino ad oggi relegato all’informazione sul web. Telegiornali e grandi quotidiani (con l’eccezione dell’Unità che ha dedicato un articolo alla questione) si ostinano ad ignorare colpevolmente la notizia, prodigandosi in compenso nella descrizione particolareggiata dei “terribili” razzi Kassam che Hamas continuerebbe a lanciare in quantità sempre crescente nonché a distanze sempre maggiori, contravvenendo perfino alle leggi della fisica.
Le bombe al fosforo bianco, che distruggono completamente il tessuto organico delle vittime, sono vietate dal protocollo dell’ONU per la messa al bando delle armi non convenzionali, ma Israele è fra i paesi che non l’hanno sottoscritto. Israele è in compenso fra i firmatari della Convenzione di Ginevra che vieta l’utilizzo di tali bombe contro la popolazione civile ed in aree densamente popolate, anche qualora vengano utilizzate esclusivamente per realizzare una cortina fumogena a protezione delle truppe, come fonti israeliane sostengono essere accaduto. In sostanza ci troviamo di fronte ad un pesante crimine di guerra che potrebbe potenzialmente portare Israele a risponderne davanti al tribunale dell’Aja, anche se sappiamo bene che non accadrà. Non accadrà poiché la protezione di cui gode lo stato israeliano a livello internazionale lo pone al riparo da qualsiasi rischio, non certo perché manchino gli elementi che dimostrano il massiccio uso delle bombe al fosforo bianco avvenuto in questi giorni su Gaza.
Sono numerosissime infatti le foto di bimbi i cui resti dimostrano in maniera inequivocabile gli effetti del fosforo bianco, così come numerose sono le foto ed i testimoni oculari che documentano il lancio delle bombe al fosforo, così come non mancano gli operatori sanitari che si sono trovati alle prese con morti e feriti colpiti dai ferali ordigni.
Se possibile ancora più raccapriccianti risultano essere le testimonianze di alcuni medici norvegesi presenti negli ospedali di Gaza, che analizzando le ferite presenti su un certo numero di cadaveri hanno riscontrato il probabile uso delle bombe “Dime”. Si tratta di vere e proprie “atomiche tascabili” create dall’aviazione statunitense per “limitare i danni collaterali” che causano un’esplosione radioattiva di breve raggio, in grado di rilasciare microschegge che tranciano i tessuti molli e oltre a causare la morte dei malcapitati s’innescano nei tessuti dei feriti, provocando il cancro con il passare degli anni. Naturalmente si tratta di ordigni “sperimentali” che pertanto non sono ancora inseriti negli elenchi delle armi proibite.
Gaza dunque somiglia sempre più ad una sorta di teatro per la sperimentazione dei massacri, strapieno di bambini destinati al ruolo di cavie sacrificali. Resta da domandarsi fino a quando la società Occidentale, il cui crollo verticale sotto il profilo del rispetto dei diritti umani è ormai paragonabile a quello finanziario, intende aspirare a sopravvivere a sé stessa, e si tratta di un mistero dalla difficilissima lettura.
lunedì 12 gennaio 2009
La "casta" del gas
In Italia esistono giornalisti “famosi” che pur essendo diventati tali dopo avere scritto libri ed articoli di pesante denuncia del “sistema”, continuano allegramente a fare parte della sua elite, scrivendo sulle pagine dei quotidiani più importanti e comparendo nelle trasmissioni in TV con la stessa frequenza di quanto accade agli uomini politici di grido. Giornalisti che con il loro lavoro di “denuncia” del sistema, prodotto con l’ausilio dei finanziamenti che il sistema stesso ha messo loro a disposizione, sono riusciti a ritagliarsi una posizione di favore all’interno della quale possono godere di grande credibilità presso l’opinione pubblica. Credibilità che una volta conquistata potrà essere da loro capitalizzata rendendo utili favori al “deprecabile” sistema che li nutre e li foraggia.
E’ il caso del buon Gian Antonio Stella, nato nel paese che fu di Eleonora Duse e divenuto più che famoso nel 2007 dopo la pubblicazione del best seller “La Casta”, al quale ha fatto seguito l’altrettanto mordace “La deriva” dello scorso anno. Stella, grande estimatore della crescita e dello sviluppo, come si può evincere da molti suoi scritti, ha dedicato una “marchetta” alla casta del gas, quella costituita da ENI, Edison, Enel, Hera, Exxon Mobil, Eon, Gas Natural, Erg, Gaz de France, partorendo un curioso articolo titolato “Il NO ai rigassificatori: bocciano i progetti e stiamo al gelo” che ha trovato pubblicazione sabato scorso sulle pagine del Corriere della Sera.
Nel suo pezzo l’ardimentoso Stella divide gli ambientalisti “buoni” (quelli legati a Legambiente
che contestano il nucleare ma apprezzano i rigassificatori e gli inceneritori) da quelli “cattivi” (che si oppongono a tutti gli scempi e le nocività ambientali), dedicando a questi ultimi alcune righe cariche di disappunto ed ironia. Mette alla berlina i livornesi che si battono contro la costruzione del rigassificatore off shore, ironizzando sul rischio derivante da un’eventuale esplosione dell’impianto, arrivando perfino a definirli “ayatollah ecologisti toscani”. Irride gli ambientalisti di Panigaglia, vittime a suo dire dell’effetto “nimby”, contesta i cittadini che si oppongono (senza che lui ne comprenda il perché) al rigassificatore di Brindisi e lancia i propri strali contro coloro (dalla sinistra radicale, a Sgarbi, fino al centrodestra) che stanno impedendo la costruzione del rigassificatore di Porto Empedocle in Sicilia, con giustificazioni di carattere archeologico e paesaggistico che Stella giudica incomprensibili.
Se tanto livore nei confronti degli ambientalisti, quelli non allineati con la lobby del cemento di Ermete Realacci di cui Stella nel pezzo si manifesta estimatore, non può mancare di lasciare basito chiunque conosca appena un poco in profondità le questioni ambientali, ancora più stupore provocano gli argomenti che il giornalista porta a giustificazione del livore stesso.
Stella nel suo articolo tenta infatti d’indurre il lettore a credere che a causa della mancanza dei rigassificatori l’Italia rischi seriamente di rimanere al gelo per mancanza di gas, nel caso di eventuali problemi sulla rete dei gasdotti, arrivando a vaticinare di abitazioni congelate, fabbriche bloccate e trasporti paralizzati. Un quadretto degno dei migliori film “catastrofici” a stelle e strisce, tanto più drammatico in un paese come l’Italia che, a suo dire, avrebbe abbandonato il nucleare, senza imboccare le strade alternative delle energie rinnovabili, all’interno delle quali il buon Stella annovera anche i "Termovalorizzatori" dimostrando in maniera inequivocabile come stia sproloquiando riguardo a cose di cui non ha la benché minima conoscenza.
Pur incorrendo nel rischio di rovinare una bella “marchetta”, credo sia doveroso tranquillizzare gli italiani, riportando il piano del discorso dal fantasy alla realtà. Nonostante sia costretta ad importare dall’estero buona parte del gas che consuma, l’Italia gode infatti di una rete di gasdotti (buona parte dei quali già in fase di potenziamento quando non di costruzione ex novo) in grado di consentirle l’approvvigionamento di quantitativi di gas notevolmente superiori al proprio fabbisogno attuale e futuribile. Basti pensare che è in dirittura di arrivo il potenziamento del gasdotto algerino Ttpc che trasporterà 6,5 miliardi di metri cubi di gas in più l’anno, l’ENI ha già iniziato il potenziamento del gasdotto Tag che trasporta in Austria il metano estratto dai giacimenti siberiani, per consentire il trasporto aggiuntivo di 3,2 miliardi di metri cubi annui. Entro la fine del 2012 la società Galsi s.p.a. della quale fanno parte Edison, Enel ed Hera, dovrebbe terminare la costruzione di una nuova pipeline di 2280 km che via Sardegna trasporterà annualmente 8,5 miliardi di metri cubi di metano aggiuntivo dall’Algeria a Piombino, in Toscana, il cui tratto off shore risulterà il più profondo al mondo raggiungendo la profondità di 2.880 metri. Nel corso del 2013 inoltre dovrebbe essere inaugurato il gasdotto South Stream che attraverso la Grecia trasporterà il gas russo fino in Puglia.
I rigassificatori in progetto e quelli esistenti, Panigaglia e Rovigo costato 2 miliardi di euro e posizionato al largo della foce del PO, tanto cari a Gian Antonio Stella, non serviranno al nostro Paese per sfuggire al destino di una catastrofe incombente fatta di gelo e galaverna. Semplicemente saranno destinati a trasformare l’Italia in una sorta di hub energetico attraverso il quale la “casta” dell’energia a braccetto con quella della politica (che Stella ama fustigare nei suoi best seller) potrà accumulare profitti miliardari, lasciando il conto da pagare ai contribuenti e all’ambiente. Quell’ambiente la cui salute, a dispetto dei giornalisti e delle loro marchette, non si divide fra buoni e cattivi ma continua a rimanere un qualcosa di oggettivo ed incontrovertibile.
mercoledì 7 gennaio 2009
Nubi brune e mutamenti climatici
Pubblicato su Terranauta
Troppo spesso quando viene affrontato l’argomento dei mutamenti climatici si percepisce l’impressione che tutta l’attenzione venga erroneamente focalizzata esclusivamente sulle emissioni di anidride carbonica, quasi l’inquinamento da CO2 fosse l’unico responsabile degli stravolgimenti climatici con i quali siamo e saremo sempre più costretti a confrontarci.
Oltre a quantitativi abnormi di anidride carbonica, la “megamacchina” che chiamiamo progresso produce invece un’enorme sequela di veleni che in varia misura contribuiscono, sia direttamente sia indirettamente, ad aggravare i mutamenti climatici attualmente in atto.
Molto interessanti a questo riguardo sono i risultati di uno studio condotto nell’ambito del programma per l’ambiente dell’ONU, concernenti gli effetti delle nubi brune atmosferiche.
Le nubi brune, presenti secondo lo studio soprattutto in Asia, ma anche in Nord America ed in Europa, Pianura Padana compresa, sono sostanzialmente enormi nuvole costituite dalla combustione delle energie fossili, che oscurano il cielo delle grandi metropoli per lunghi periodi dell’anno. Queste nubi, generate dall’attività umana, sono cariche di particolato e particelle inquinanti di ogni tipo e arrivano in alcuni casi a raggiungere i 3 km di spessore, determinando una serie di conseguenze estremamente rilevanti a livello climatico.
Secondo i risultati dello studio, tali nubi oltre ad avere un impatto pesante sulla qualità dell’aria e sull’agricoltura, aumentando i rischi sanitari ed alimentari per 3 miliardi di persone nel mondo, costituiscono una sorta di scudo che riflette la luce solare, diminuendo la quantità delle piogge e contribuendo al riscaldamento dell’atmosfera, mentre al contrario il suolo tende a raffreddarsi in virtù del diminuito irraggiamento solare.
In alcune grandi metropoli come Pechino, Shanghai e New Delhi dal 1970 ad oggi si è riscontrato un calo della luminosità superiore al 20%. Nel sud est asiatico dal 1950 ad oggi le precipitazioni monsoniche sono diminuite del 7%, mentre risultano raddoppiati i fenomeni meteorologici estremi. Più in generale la presenza delle nubi brune sembra incidere pesantemente determinando anomali mutamenti delle temperature e del regime delle precipitazioni che sommati alle conseguenze dell’accumulo di CO2 in atmosfera saranno in grado di produrre effetti potenzialmente catastrofici, la cui portata allo stato attuale delle ricerche non risulta ancora definita.
Se le dinamiche d’interazione fra i vari elementi che ingenerano i mutamenti climatici non sono ancora state sviscerate nella loro interezza (ammesso che possano esserlo in futuro) appare invece di una chiarezza adamantina l’individuazione dell’unica strada che può consentirci di rimediare (nel caso ci sia ancora il tempo per farlo) alla catastrofe imminente. Diminuire in maniera corposa l’incidenza della tecnosfera sulla biosfera (anziché incrementarla come stiamo continuando a fare), tentando di recuperare, almeno in parte, gli equilibri che abbiamo perduto e stiamo perdendo e imponendoci di preservare almeno quella parte di ambiente che non è ancora stato devastato in maniera irreversibile.
lunedì 29 dicembre 2008
Piombo Fuso

Marco Cedolin
E’ vero che non esiste mai una realtà oggettiva, ma solo tante piccole effimere realtà che mutano in funzione dell’angolazione con la quale osserviamo quello che accade intorno a noi. Lo si comprende bene di fronte all’ennesima strage di uomini, donne e bambini che Israele ha deciso di regalare al popolo palestinese per celebrare la fine dell’anno. Una strage raccontata dai media con distaccata superficialità, quasi in punta di piedi, prestando la massima attenzione a compiacere gli “alleati” di Tel Aviv. Oltre 400 persone già massacrate con l’ausilio di bombe e missili, in attesa che i carri armati israeliani invadano la striscia di Gaza per portare a termine l’operazione “Piombo Fuso” programmata da tempo con l’intento di annientare Hamas e qualunque prospettiva di resistenza palestinese.
Piombo Fuso, a solidificarsi al di sopra delle coscienze d’Occidente, per sigillare qualunque anelito di umanità possa ancora pervadere una società come la nostra che sta perdendo le ultime briciole di coerenza e scivolando in un medioevo dell’anima che trasuda vergogna.
Ci siamo prodigati per preservare la memoria dell’olocausto, ma quale dovrebbe essere lo scopo precipuo della memoria se non quello di far si che simili abomini non si ripetano mai più? Come si può indignarsi rispetto alle atrocità del passato, restando al contempo indifferenti e spesso giustificando quelle che fanno parte del nostro presente?
In Medio Oriente il genocidio continua, anno dopo anno, mese dopo mese ed ha il colore del piombo fuso che annichilisce la gente di Palestina, mentre il resto del mondo volge colpevolmente il proprio sguardo altrove. E’ un genocidio fatto di stragi travestite da operazioni militari, di omicidi mirati, di sopraffazione, di muri invalicabili, di assassini legalizzati, di omertà, della volontà di annientare un popolo insieme con il suo diritto ad esistere, le sue tradizioni e la sua dignità. Un popolo costretto a vivere dentro i campi profughi nella sua stessa terra, un popolo al quale sistematicamente Israele ruba tutto, perfino l’acqua, un popolo di ragazzini dalla gioventù negata, troppo spesso rassegnati a morire a 14 anni lanciando pietre contro un carro armato, poiché consapevoli del fatto che nessuno si prodigherà mai per farli uscire dal ghetto dove sono stati gettati con violenza prima ancora di nascere.
Dalla nostra prospettiva privilegiata di “civili” cittadini della UE che ricordano con sdegno la Shoah, ma ostentano malcelata indifferenza di fronte al martirio del popolo palestinese, la realtà ha i contorni netti del bianco e del nero. Israele è un Paese civile e democratico, costretto riversare piombo fuso sulla striscia di Gaza, come pianificato da tempo, in risposta all’improvviso lancio di razzi Kassam verso il proprio territorio. Hamas è un’organizzazione terroristica, incivile, antidemocratica bensì democraticamente eletta, unica responsabile della strage che si sta consumando.
Il bianco e il nero, quello che è giusto e quello che è sbagliato, le guerre buone e quelle cattive, la consapevolezza di manifestarci in qualità di alfieri della civiltà, depositari della verità che a Capodanno faranno esplodere i propri botti figli del baccanale consumistico - mondano, mentre a Gaza continueranno ad esplodere le bombe. Mentre il popolo palestinese continuerà a morire giorno dopo giorno, relegato dentro la sua prigione, a morire senza ricordo, senza memoria, senza un perché, senza che nulla mai possa intervenire a scalfire le nostre coscienze, inaridite come la terra dura del deserto.
sabato 27 dicembre 2008
A chi servirà il MOSE?
Durante le settimane che hanno preceduto il Natale si sono verificati alcuni fenomeni, anche gravi, di acqua alta a Venezia, che hanno indotto molti uomini politici ad enfatizzare la valenza del progetto MOSE (al quale sono stati destinati parte degli oltre 16 miliardi di euro inseriti in finanziaria per le grandi opere) attualmente in costruzione, quale panacea in grado di risolvere il problema. In particolare il ministro Brunetta, noto fino ad oggi per le sue smanie di fustigatore del pubblico impiego, ha ripetutamente messo l’accento sulla necessità di procedere celermente nella costruzione dell’opera che, a suo dire, risolverà definitivamente il problema.
Davvero il Mose risolverà il problema dell’acqua alta a Venezia e davvero si tratta del sistema migliore per affrontare una situazione tanto complessa? Proviamo ad entrare nel merito della questione per comprendere a chi veramente servirà il MOSE e quali saranno i soggetti che realmente beneficeranno della sua costruzione....
lunedì 22 dicembre 2008
Dubai e la spiaggia refrigerata

Marco Cedolin
Nessun luogo al mondo è in grado di rappresentare la filosofia della “crescita infinita”, che dalla seconda metà del XX secolo anima l’uomo moderno, in maniera così adamantina quanto la città di Dubai.
La capitale di uno dei sette stati che compongono gli Emirati Arabi Uniti sembra ergersi a terminale delle ambizioni, spesso intrise di utopia, che permeano la nostra società.
Desiderio di dominio assoluto sulla natura, ossessivo edonismo consumista, continua ricerca del gigantismo strutturale, esaltazione della tecnologia quale strumento onnipotente, celebrazione dell’individualismo di massa, sono tutti atteggiamenti che sembrano fondersi magicamente fra le mura di quello che molti considerano un vero “paradiso artificiale”.
Dubai rappresenta l’ inseguimento incessante del primato, la perdita di ogni senso del limite, la proiezione verso l’esterno di tutti i bisogni umani, la gratificazione vissuta nel soddisfacimento del “capriccio”, nell’appartenenza ad una realtà artefatta tanto più affascinante quanto più artificiosa.
Non appena ci si accosta a Dubai si percepisce l’impressione di osservare un luogo di fantasia collocato a metà fra le “città del futuro” tanto care alla letteratura fantascientifica degli anni 70 ed i fumetti di Walt Disney che ci accompagnavano da bambini. L’intrecciarsi delle strutture già esistenti con quelle in fase di realizzazione e con la molteplicità dei progetti che sono sul punto di prendere il via, costituiscono un conglomerato in grado di suscitare tutta una ridda di sensazioni che traslano dal meravigliato stupore fino al preoccupato sgomento.
Elementi del passato e scorci di futuro s’intrecciano in questa sorta di “non luogo” dove tempo e spazio assurgono al ruolo di entità empiriche in precario equilibrio fra loro.
Accanto agli arcipelaghi di isole artificiali, al Burj Al Arab, hotel a 7 stelle a forma di vela ricoperto da milioni di microlampadine, al grattacielo girevole, all’hotel sottomarino con 220 camere collocate sul fondale marino e allo Sky Dubai, mega struttura all’interno della quale si scia su montagne artificiali all’interno di una cupola mantenuta sotto lo zero nonostante la temperatura esterna sfiori i 50°, mentre nei cottage e nei bar che contornano le piste gli impianti di riscaldamento sono perennemente accesi, sarà inaugurato entro la fine del 2009 anche il Palazzo Versace che garantirà perfino un sistema di raffreddamento della battigia.
Sotto alla sabbia della spiaggia, che si troverà a pochi passi dal lussuosissimo resort della famosa griffe italiana, sarà presente un sistema di tubature supertecnologico. Questo raffredderà la superficie e grazie ad esso gli ospiti potranno godersi il sole di Dubai senza soffrire per le alte temperature, potendo perfino sdraiarsi sulla sabbia.
Alle molte persone che hanno fatto notare come tale sistema sia pesantemente inquinante, e più in generale Dubai rappresenti l’esatta antitesi di tutti gli sforzi che si stanno tentando di fare a livello mondiale per di arginare i mutamenti climatici attraverso il risparmio energetico (a Dubai ogni persona che vi risiede produce in media più di 44 tonnellate di CO2 all’anno), il presidente di Palazzo Versace, Soheil Abedian ha risposto semplicemente che questo è il tipo di lusso che pretende la gente ricca.
Solo attraverso la follia, intesa come sublimazione dell’irrazionale e ricerca di una dimensione metafisica è forse possibile comprendere il senso di un’immensa proiezione onirica quale la città di Dubai. Enormi risorse energetiche e monetarie dissipate nell’utopistico tentativo di sovvertire tutte le leggi della natura, inseguimento dello spreco vissuto come elemento di esclusività, spasmodica ricerca di una grandezza solo esteriore, nel velleitario tentativo di sottrarci alla nostra inesorabile condizione di piccoli uomini che stanno distruggendo l’unico pianeta sul quale possono vivere.
giovedì 18 dicembre 2008
Arriva il Natale

Marco Cedolin
In questi giorni di metà dicembre, con i cieli plumbei solcati da nuvoloni neri che si fronteggiano con furia belluina, i corsi d'acqua in piena che borbottano minacciosi e le montagne infiocchettate di neve come mai prima d'ora in questo periodo, lo "spirito natalizio" sembra permeare ogni cosa, fino a penetrare nelle nostre anime aride d'inguaribili pessimisti.
Il Presidente degli Stati Uniti G.W. Bush, recatosi in terra d'Iraq per un saluto di commiato da porgere alla colonia in occasione della scadenza del suo mandato, ha finalmente portato alla luce quelle armi di distruzione di massa che per tanti anni hanno albergato solamente nella sua fantasia ed in quella di pochi suoi fedelissimi. Si trattava di un paio di scarpe numero 42 che sibilando sinistramente sono sfrecciate poco sopra la sua testa, senza che nessun missile patriot riuscisse preventivamente ad intercettarle. Scarpe provenienti certo dall'arsenale segreto di Saddam, che un giornalista iracheno addestratosi a lungo nei campi di Al Quaeda nell’attesa del momento propizio, gli ha lanciato contro con destrezza, apostrofandolo contemporaneamente come "cane" fra lo stupore degli astanti, provocando un certo risentimento fra tutti i quattro zampe che hanno dimostrato di non gradire affatto il paragone.
In Italia il PD di Veltroni somiglia sempre più alla vecchia Democrazia Cristiana durante il periodo di tangentopoli. Il numero degli inquisiti continua a salire ogni giorno di più e gli scandali si susseguono uno dopo l'altro senza soluzione di continuità. Veltroni, ormai drammaticamente a corto di fantasia, inveisce contro la magistratura che avrebbe preso di mira il suo partito, pronunciando le stesse frasi che Berlusconi ripete ormai da quasi 15 anni. Tutti si affannano a discutere della "questione morale", ma non si comprende bene come il ladrocinio qualora praticato all'ombra di un partito cessi di essere "furto" per trasformarsi semplicemente in un'azione moralmente discutibile.
Le elezioni in Abruzzo hanno decretato il crollo del PD, che dopo gli scandali si è manifestato molto più vicino ai penitenziari piuttosto che non agli elettori. Nonostante lo scontato successo del PDL i veri vincitori sono risultati l'astensione, che ha portato un abruzzese su due a disertare le urne e Antonio Di Pietro, al quale ormai basta fare opposizione poco e male per raccogliere a piene mani voti dal partito ombra di Veltroni che non riesce a fare neppure questo.
Silvio Berlusconi si è appropriato della filosofia Unieuro e simile ad un venditore di lavatrici e televisori esorta gli italiani ad essere ottimisti e spendere a più non posso nei regali di Natale. L'importante è sostenere i consumi, smentendo le cassandre e fugando i fantasmi della recessione. Ora che la social card di Tremonti ha risolto i problemi relativi alla spesa alimentare delle famiglie si può osare di più, va bene anche un alberello acquistato a credito o un TV al plasma preso a rate con il rimborso a partire da aprile 2009. Va bene anche l'abbonamento a SKY di "Pasquale" o un cucciolo robot che riesca a deliziare i bimbi senza sporcare in casa. Natale viene una volta l'anno ed ogni cittadino è chiamato a fare la sua parte di buon consumatore che contribuisce a far girare l'economia, senza rimuginare sul fatto che anche volendo applicarsi mancherebbero i danari, come fanno i soliti pessimisti.
Nel mondo non si vendono più auto, probabilmente perché nel corso dell'ultimo secolo se ne sono vendute troppe e molte persone hanno iniziato a prendere coscienza del fatto che il mantenimento del "parco auto" (con relative tasse, gabelle, multe e riparazioni) ha un peso insostenibile all'interno del bilancio famigliare.
Dagli Stati Uniti all'Europa tutti i magnati dell'auto che per un secolo hanno accumulato fortune miliardarie all’interno dei propri forzieri, lamentano il crollo delle vendite e domandano l'appoggio statale che li aiuti a socializzare le perdite che, a differenza di quanto accaduto con gli utili, aspirano a condividere con il resto della collettività.
In Italia proprio Walter Veltroni risulta essere in prima fila fra coloro che esortano il governo ad aiutare economicamente la Fiat, sulla falsariga di quanto sta avvenendo negli altri paesi con le industrie automobilistiche nazionali.
Esortazioni del tutto superflue dal momento che gli aiuti di fatto sono già stati stanziati, in quanto la Fiat proprio in questi giorni ha deciso che i propri stabilimenti resteranno chiusi per un mese intero, scaricando in questo modo sulla collettività (attraverso la cassa integrazione) l'onere degli stipendi dei propri dipendenti.
In Irlanda è scoppiato il caso del maiale alla diossina che ha tenuto banco per molti giorni sulle pagine dei giornali, ed anche l’ipotesi che la UE pretenda di ripetere il referendum che ha bocciato il trattato di Lisbona, probabilmente ad oltranza fino al momento in cui vinceranno i SI, ma di questo i giornali hanno parlato molto meno.
In Italia Freccia Rossa ha inaugurato l’era del TAV “taroccato” riuscendo perfino a peggiorare (chiunque avrebbe giurato che sarebbe stato impossibile) la drammatica condizione dei pendolari e dimostrando che al peggio davvero non c’è mai fine.
Negli Stati Uniti la FED ha tagliato il tasso di sconto (ora è compreso fra 0 e 0,25%) probabilmente per l’ultima volta, dal momento che a partire dalla prossima manovra le banche dovranno provvedere a pagare chi prende soldi a prestito. Sempre negli USA gli agenti immobiliari hanno iniziato a noleggiare dei pullmann per portare i propri clienti a visitare le case espropriate ai proprietari schiacciati dai debiti, e davvero lo spirito del Natale fatica a manifestarsi all’interno di questi tour ai quali i proprietari rovinati sono costretti ad assistere loro malgrado.
Ma nonostante tutto siamo ormai giunti nella settimana prenatalizia deputata allo shopping per antonomasia, in quei giorni dell’anno durante i quali anche il più cinico degli animi non può fare a meno di aprirsi verso gli altri e trasudare bontà, comprensione, amore verso il prossimo.Cammineremo fra le vie dei centri cittadini barbaglianti di luci, fra abeti che sfavillano intarsiati di lampadine, luminarie iridescenti che baluginano abbarbicate sopra le nostre teste, stelle comete, Babbi Natale e pacchetti regalo che occhieggiano in ogni dove, accattivanti, rassicuranti, a trasudare serenità e letizia, a dimostrarci che i mutamenti climatici e la crisi economica sono soltanto fantasie da disfattisti. I nostri sguardi si specchieranno dentro all’allettevole cornice delle vetrine, per inebriarsi di luci e colori, le musichette natalizie ci delizieranno riportandoci a quando eravamo bambini ed aprivamo i regali sotto l’albero con il visetto giocondo che si arrubinava tutto per l’emozione. Intorno a noi trepiderà un alluciolio così sfolgorante, gioioso, perfetto da farci sentire in colpa, noi ed il nostro inguaribile pessimismo che ci impedisce di consumare come dovremmo.
martedì 16 dicembre 2008
Freccia Rossa ma solo di vergogna

Marco Cedolin
La bufala del TAV italiano, costruita con grande enfasi attraverso le grancasse dell'informazione, è durata lo spazio di una giornata. Una giornata durante la quale giornali e TV, coadiuvati dall'a.d. delle Ferrovie di Stato Mauro Moretti e da molti esponenti politici rigorosamente bipartisan, hanno pomposamente annunciato la nascita dell'alta velocità italiana e l'inaugurazione del nuovo treno "Freccia Rossa", corredando il tutto con una lunga sequela di dati falsi ed esternazioni ad effetto assolutamente disancorate dalla realtà.
Il nuovo TAV con la sua rossa livrea che lo rendeva simile ad una strenna natalizia, è così entrato nelle case degli italiani attraverso gli schermi dei TG, mentre il giornalista di turno vantava le mirabolanti qualità dell'alta velocità che "finalmente" consentiranno al nostro Paese di entrare a far parte del gotha dei supetreni, insieme a Francia, Spagna e Germania. La macchina da presa spaziava sugli eleganti interni delle carrozze, strapiene di politici e uomini d'affari tutti eleganti ed entusiasti, per poi zoommare immancabilmente su un tachimetro con la lancetta immobile a segnare 300 km/h. A questo punto il giornalista, entrato in una sorta di trance mistica, iniziava a dare il meglio di sé, sciorinando suggestioni tanto fascinose quanto improbabili. Secondo le parole di alcuni TG con la nuova alta velocità appena inaugurata si potrà andare da Milano a Roma in poco più di 3 ore, secondo altri il tempo sarebbe di 3 ore e mezza. Alcuni giornalisti hanno vantato la capacità del TAV di competere con il trasporto aereo, altri con quello automobilistico, tutti hanno parlato di una rivoluzione epocale nell'ambito dei trasporti. Il TG5 si è sbilanciato fino al punto di affermare che l'alta velocità italiana sarebbe costata solamente 7 miliardi di euro.
La bufala di "Freccia Rossa" è riuscita però ad albergare solamente fra i video e le pagine dei servizi sponsor e l'illusione è durata molto meno di quanto generalmente non accada alle altre strenne natalizie. Il TAV di rosso vestito non è infatti in grado di collegare Milano e Roma ad alta velocità, dal momento che per la maggior parte del proprio percorso (da Bologna a Roma) l'infrastruttura esistente lo costringe a viaggiare alla stessa velocità di un normale Eurostar. In conseguenza di ciò il tempo di percorrenza risulta essere di 4 ore (3.59 recita l’orario delle Ferrovie con studiata malizia che ricorda da vicino le offerte promozionali degli ipermercati), molto simile a quello che 10 anni fa e decine di miliardi di euro fa, sulla stessa tratta spuntava il mitico Pendolino. Come se non bastasse, solamente le prime 2 corse inaugurali, quelle affollate di politici e vip di varia estrazione, sono riuscite ad arrivare in orario, mentre tutte quelle successive hanno accumulato ritardi rilevanti, in alcuni casi addirittura superiori ai 30 minuti che non hanno mancato di fare rimpiangere il servizio esistente negli anni 90.
A concludere la frittata ci hanno pensato i vertici delle Ferrovie che nel maldestro tentativo di privilegiare "Freccia Rossa" nella gestione del traffico ferroviario, sono venuti meno agli accordi presi con la Regione Lombardia, mandando in tilt l'intero servizio regionale per i pendolari. Treni soppressi ed una sequela di ritardi mai sperimentata in precedenza hanno così provocato l'ira non solo dei comitati di pendolari, ma perfino del presidente lombardo Formigoni e dell'assessore alla mobilità Cattaneo che si sono dichiarati pronti a "fermare l'alta velocità" se le Ferrovie non risolveranno immediatamente il problema.
"Freccia Rossa" fino ad oggi dunque solo di vergogna, fra millantato credito ed operazioni di marketing prive di costrutto. L'alta velocità italiana, la cui costruzione, prendano nota i distratti giornalisti del TG5, è già costata svariate decine di miliardi di euro di denaro pubblico, ed altre decine ne costerà prima che venga terminata, continua a restare una fantasia relegata ai tabelloni degli orari ferroviari e riscontrabile solamente nelle tariffe dei biglietti. Moretti dopo avere per anni affermato che il TAV competerà con l'aereo oggi asserisce (forse temendo d'incorrere nell'ira degli amici del neonato CAI) di volere fare concorrenza alle auto, ma l'unico termine di paragone per la bufala di "Freccia Rossa" continua a rimanere il Pendolino, dal quale lo separano molti, troppi miliardi sottratti ai contribuenti italiani e pochissimi minuti rubati al tabellino di marcia, quando non c'è ritardo.
lunedì 1 dicembre 2008
La febbre del consumo
A Valley Stream, un sobborgo di New York è accaduto qualcosa che nella sua drammaticità rappresenta per molti versi la sublimazione del consumo per il consumo, così come lo vorrebbero i “timonieri” che ci governano attraverso esortazioni a consumare sempre di più, comunque di più, anche se per farlo saremo costretti ad indebitarci sempre più, fino al momento in cui le banche ci porteranno via la casa e la macchina insieme agli oggetti dei nostri acquisti e all’ottimismo che ci aveva indotto ad acquistare bulimicamente.
A Valley Stream lo scorso venerdì, quello che segue il giorno del Ringraziamento e tradizionalmente viene chiamato “Black friday” (in quanto inaugura il periodo degli acquisti natalizi e porta le casse dei commercianti ad uscire dal rosso) l’orgia del consumo, favorita anche dai fortissimi sconti praticati per attirare la clientela in un momento di crisi, ha raggiunto livelli mai sperimentati prima neppure negli Stati Uniti.
Venerdì alle 4,55 del mattino, quando la notte era ancora fonda ed in cielo tremolavano le stelle, circa 2000 persone si sono ritrovate assiepate dinanzi all’ingresso di un ipermercato della catena Wal – Mart, che proprio alle 5 del mattino avrebbe aperto le proprie porte sull’universo degli acquisti, fatto di schermi al plasma, forni microonde, macchine fotografiche digitali, cellulari all’ultimo grido, console per videogiochi, piumini imbottiti, robot da cucina e mirabilie di ogni genere. Molte di loro, per guadagnare le prime posizioni, si erano messe in fila già il giorno prima ed erano all’addiaccio nel parcheggio dell’ipermercato da 24 ore.
Quando ormai non mancavano che pochi minuti all’apertura, quasi fosse caduta preda di una sorta di fervore mistico, sconosciuto perfino a chi, come Berlusconi e Unieuro si dice pronto a giurare sull’onnipotenza dell’ottimismo, la folla ha iniziato a premere, sfondando i cancelli ancora chiusi e travolgendo qualunque cosa si frapponesse sul suo cammino. Ne ha fatto le spese Jdimypai Damour, impiegato temporaneo di 34 anni originario della Giamaica, travolto ed ucciso dalla folla che gli è letteralmente “passata sopra”, mentre sono rimaste ferite anche alcune persone scivolate a terra nella calca, fra le quali una donna incinta di 8 mesi.
Secondo le numerose testimonianze i “consumatori” non si sono minimamente curati dell’inserviente da loro stessi ammazzato e senza farsi alcuno scrupolo hanno perfino ostacolato i suoi colleghi che tentavano di soccorrerlo, interessati unicamente a razziare i prodotti sugli scaffali prima che gli stessi rischiassero di andare esauriti. Anche dopo l’arrivo dell’ambulanza e della polizia, il flusso dei clienti è continuato come se nulla fosse accaduto ed il rito degli acquisti natalizi è andato avanti per tutta la giornata rimpinguando le tasche di Wal – Mart.
Pur senza cadere nella retorica e nel facile moralismo, eccessi di follia come quello di Valley Stream, le cui dinamiche (fortunatamente non le conseguenze) ricalcano episodi accaduti anche in Italia, basti pensare agli incidenti al centro commerciale Panorama di San Mauro Torinese negli anni 90, inducono a riflettere su quanto in profondità l’imperativo del consumo per il consumo abbia ormai penetrato la nostra società, trasformandoci in individui disumanizzati che ambiscono unicamente ad interpretare il ruolo di tubi digerenti della produzione industriale. Merci che per un sempre crescente numero di persone rappresentano ormai un vero e proprio surrogato dei sentimenti e delle emozioni, un rifugio sicuro all’interno del quale esorcizzare la mancanza di punti di riferimento esistenziali, la superficialità dei contatti umani, il vuoto assoluto di un viversi in modo esclusivamente materialistico, l’incapacità di trovare un senso all’interno di vite che non riescono a correre in profondità. Oggetti di consumo che diventano il terminale delle emozioni, dei sentimenti, dei sacrifici, delle attenzioni. Compagni fedeli che una volta “posseduti” non tradiranno mai, accettando di buon grado l’individuo con tutte le sue contraddizioni.
Trascorrere un’intera giornata festiva e affrontare il freddo della notte, accampati nel posteggio di un centro commerciale, per essere sicuri di non mancare l’acquisto del lettore dvd a metà prezzo o del frigorifero digitale super scontato, rappresenta senza dubbio una manifestazione di follia. Così come è folle l’atteggiamento di migliaia di persone che a notte fonda invadono le corsie di un ipermercato, preoccupandosi unicamente dei propri acquisti scontati, ignorando l’uomo da loro stessi ucciso pochi minuti prima che ancora giace steso per terra.
Ma tanta follia, esacerbata all’interno di episodi surreali come quello di Valley Stream, trova il proprio humus in una società come quella Occidentale all’interno della quale la valenza dell’essere umano viene misurata esclusivamente in virtù delle sue potenzialità di consumatore. Dove chi non consuma a sufficienza non è un buon cittadino, dove l’esibizione degli acquisti superflui equivale all’affermazione del proprio status quo, dove occorre essere ottimisti anche quando si comprende che nel giro di pochi mesi ci si ritroverà a vivere in mezzo ad una strada, dove l’indice del PIL è diventato l’unico valore che conti, dove preservare gli incassi delle grandi catene di distribuzione durante il periodo natalizio è una questione di vita o di morte, dove facendo un lavoro interinale si può morire nel mezzo della notte, schiacciati dalla ressa che alle 5 del mattino sta invadendo le corsie alla ricerca del regalo di Natale a prezzo di sconto.
giovedì 27 novembre 2008
Carta Oro

Marco Cedolin
La distanza fra la politica ed i cittadini continua a farsi sempre più siderale, probabilmente dipende dal fatto che gli uomini politici una volta assurti agli sfarzi delle logge del potere hanno in tutta fretta dimenticato come vivono le persone normali o più semplicemente è da imputare al fatto che la politica ha ormai raggiunto un tale livello di autoreferenzialità da avere perso ogni residuo contatto con il mondo reale.
Sul finire di questo freddo novembre, mentre già le festività natalizie s’intravedono all’orizzonte ed i governi occidentali continuano a regalare miliardi alle banche (da sempre le aziende con più alta redditività al mondo) mentre si propongono di fare altrettanto con la disastrata industria automobilistica, seguendo le orme di quel vero simbolo del mercato liberista che sono gli Stati Uniti, anche in Italia il governo è in piena attività. Si è appena provveduto a donare Alitalia alla cordata d’imprenditori di rapina capeggiata da Colaninno, ma il vero obiettivo è costituito dal fronteggiare la crisi finanziaria e rinfocolare i consumi di Natale che sembrano in procinto di essere fagocitati dalla recessione.
Dopo il disastro della scuola di Rivoli, il cui soffitto è crollato in testa agli studenti, uccidendo un ragazzo di 17 anni e ferendone altri 20, Guido Bertolaso ha reso noto il drammatico stato in cui versano gli edifici scolastici italiani, affermando che occorrerebbe un investimento di 13 miliardi di euro per metterli in sicurezza. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che della tragedia di Rivoli non si è curato minimamente, ha annunciato con il sorriso sulle labbra di avere stanziato 16 miliardi di euro, non per evitare che le scuole crollino ammazzando gli studenti, bensì per costruire grandi opere, nella fattispecie (come da lui affermato) trafori alpini attraverso i quali convogliare il traffico merci che nei prossimi anni a causa della recessione aumenterà sicuramente a dismisura.
Il ministro Tremonti ha invece occhi solo per le famiglie e proprio ieri ha presentato alla stampa la “Social Card”, una sorta di carta di credito prepagata destinata a 1.300.000 italiani e contenente 120 euro da spendere negli esercizi commerciali convenzionati. La carta verrà ricaricata mensilmente di 40 euro dalla generosità dello Stato e potranno fruirne i cittadini ultra sessantacinquenni e le famiglie con figli piccoli (fino a 3 anni) che abbiamo un reddito fino a 6000 euro, non più di una casa e non più di un'auto. Senza entrare nel merito dell’entità dell’aiuto di Stato che sembra piuttosto misera per rivelarsi propedeutica all’incremento dei consumi e al mezzo con cui si è ritenuto di veicolarlo, non si può evitare di mettere in evidenza come il metro usato per aiutare i “poveri” non risulti assolutamente equilibrato, dal momento che tutti i disoccupati a reddito zero, senza figli o con figli grandi non usufruiranno neppure di questa elemosina.
Peggio di Tremonti sarebbero comunque riusciti a fare il PD e la CGIL che preferirebbero aiutare le famiglie più povere detassando le tredicesime, dimenticando che in Italia i più poveri, disoccupati e precari, la tredicesima non sanno neppure cosa sia.
Affrontare il profondo malessere economico che attanaglia le famiglie italiane, con carte di credito, una tantum e offerte promozionali è un po’ come prendere il mare in una giornata tempestosa a bordo di un materassino, con la speranza che la prima onda ci ributti a riva sul bagnasciuga anziché affogarci. Gli italiani che sono in sofferenza economica (tutti gli italiani che sono in sofferenza economica) non hanno bisogno di qualche elemosina formato “mastercard”, bensì di un reddito continuativo che consenta loro di vivere con dignità, di progettare un futuro, di non sentirsi al margine della società.
In un’Italia dove l’emorragia occupazionale sta crescendo a dismisura non servono a nulla le carte di credito modello Tremonti e meno ancora l’elemosina mirata a coloro che percepiscono la tredicesima, come gradirebbero la sinistra ed i sindacati.Occorre creare nuove opportunità di lavoro, magari indirizzando i 16 miliardi stanziati a favore delle grandi opere della mafia del cemento e del tondino (il settore che in assoluto genera il minore ritorno in termini di occupazione) per ristrutturare gli edifici scolastici e liberarli dall’amianto, magari procedendo a ristrutturare, nell’ottica di accrescere la loro efficienza energetica, il patrimonio immobiliare, magari riconvertendo quell’anacronistico dinosauro che è l’industria automobilistica alla costruzione di microcogeneratori per l’autoproduzione energetica, magari procedendo alla bonifica delle aree inquinate dai rifiuti tossici di provenienza industriale. Le occasioni certo non mancherebbero, quello che manca è purtroppo una classe politica che possieda una minima consapevolezza della realtà che la circonda e sappia affrancarsi, almeno un poco, dal suo ruolo di “cameriere” dei grandi poteri che ne gestiscono l’operato.
venerdì 21 novembre 2008
Troppi giorni di ordinaria follia

Marco Cedolin
La strage familiare di Verona, nella quale ieri un commercialista ha ucciso a pistolettate la propria moglie ed i loro tre figli, prima di rivolgere l’arma verso sé stesso e suicidarsi, riporta l’attenzione verso la tragedia degli omicidi – suicidi all’interno della famiglia, diventati ormai una costante della cronaca nera giornaliera. Tragedia all’interno della quale emergono in maniera drammatica tutte le contraddizioni di una società “malata” che fagocita le menti dei propri figli sull’altare di un fantomatico progresso.
Si vive immersi in una cacofonia di stimoli sensoriali, indotti al solo scopo di aumentare in maniera esponenziale i bisogni materiali dell’individuo, in ossequio alla logica consumistica che per sopravvivere necessita d’innescare sempre nuovi bisogni al soddisfacimento dei quali è assoggettata la felicità di tutti noi. Felicità che non tarda a tramutarsi in insoddisfazione e frustrazione per la stragrande maggioranza delle persone che non posseggono le disponibilità economiche sufficienti per l’acquisto di tutte quelle merci e servizi che (pur non essendolo) vengono percepite come indispensabili. Il consumo, e conseguentemente l’accumulo del denaro che lo consente, sta diventando ogni giorno che passa sempre più l’unico terminale delle ambizioni di individui che sono stati indotti ad accantonare qualsiasi valore morale (onestà, saggezza, integrità, altruismo) ritenuto superfluo, quando non addirittura controproducente al raggiungimento dello scopo.
Il “fare soldi” è diventato lo scopo di vita precipuo, essendo questo obiettivo instillato già nelle menti dei bambini fin dalla tenera età, bimbi che si vuole fin da subito vincenti, competitivi e cinici. L’arricchimento culturale, artistico e intellettuale non viene al contrario tenuto nella minima considerazione, tranne qualora possa venire facilmente monetizzato.
In conseguenza di ciò nei modelli proposti dalla famiglia e dalla scuola, l’imprenditore edile che “si è fatto da sé” ed ha accumulato ville ed auto potenti è la rappresentazione del vincente da imitare, contraltare dell’ottimo violinista o scrittore che non avendo però ottenuto adeguato ritorno economico dal proprio lavoro è stato costretto a vivere negli stenti e risulta pertanto perdente di fronte alla vita.
L’interpretazione dell’esistenza sotto forma di battaglia, dove l’aspirazione all’accrescimento materiale ha fagocitato ogni velleità di crescita interiore, l’abitudine di suddividere le persone in vincenti e perdenti, il senso di competizione che deve accompagnare ogni attimo della giornata, sono tutti elementi che contribuiscono ad aumentare il grado della frustrazione individuale. In ogni competizione infatti accanto ad un vincitore ci saranno molti perdenti e nella nostra società trasformata in una sorta di “gara a fare soldi” tutti coloro (la grande maggioranza) che non saranno riusciti nell’impresa finiranno per percepirsi come inadeguati e disadattati in quanto perdenti in una società dove è obbligatorio vincere.
Ma è proprio nell’ambito della famiglia e degli affetti che l’individuo cresciuto per “competere e basta” mostra tutta la propria inadeguatezza, all’interno di rapporti interpersonali diventati sempre più difficili, pregiudicati come spesso accade dalla mancanza di sensibilità, dalla incapacità patologica di aprirsi agli altri, di dare e ricevere amore in completa gratuità. L’individuo forgiato per l’unico scopo dell’arricchimento monetario e della competizione, finalizzati a conseguire idilliache “carriere” prodromiche di fantomatica felicità e realizzazione personale, finisce per trovarsi completamente spiazzato di fronte ai propri simili, abituato a considerarli da sempre unicamente nella veste di avversari. Nella creazione di un rapporto di coppia o di amicizia egli finisce infatti per portarsi dietro quella sorta di “arena” che gli è propria, con il contorno di competizione, invidia e sopraffazione che finiranno giocoforza per minare mortalmente in profondità il rapporto stesso.
I ritmi frenetici imposti dalla tecnomacchina e la tendenza sempre più esasperata all’ipercinetismo, quale espediente per non doversi mai soffermare un attimo “a pensare” riducono la nostra vita ad una corsa continua nel nulla delle nostre ambizioni. Manca sempre il tempo. Il tempo per gli affetti, il tempo per noi stessi, il tempo per vivere, il tempo per quella manifestazione d’intelligenza ormai in disuso che è il pensiero. Le nostre esistenze sempre più spesso finiscono per scimmiottare in maniera grottesca i modelli della radio e della TV, dove la fretta imperante, ancorché ingiustificata, alterna notizie urlate senza tirare il fiato a interminabili eternità di orientamenti agli acquisti.
Accade inoltre molto spesso che anche chi è riuscito ad arricchirsi e perciò “a vincere” sia stato costretto a pagare un prezzo comunque inaccettabile per questo suo successo. Accade che alla fine della “battaglia” invece della felicità agognata gli si palesi dinanzi il nulla della propria vita affettiva, l’assoluta mancanza di rapporti veri, un abisso inenarrabile di solitudine.
Proprio l’estrema solitudine interiore è una delle risultanti maggiormente deleterie indotte da un modello di vita ipercompetitivo. L’individuo chiuso ermeticamente nel proprio io non può infatti permettersi di condividere realmente con nessuno il proprio tentativo di abbarbicarsi sempre più in alto nella scala sociale, neppure con le persone che gli stanno accanto, essendo anch’esse potenzialmente elementi della competizione.
Sempre più marcatamente le famiglie si stanno trasformando in un ricettacolo di persone aliene l’una all’altra in quanto perse ciascuna nella propria individualità impermeabile rispetto all’esterno. I mariti, le mogli, i figli ed i genitori, all’interno di nuclei famigliari sempre più atomizzati, hanno modo di rapportarsi fra loro solamente quando la coincidenza dei rispettivi “tempi liberi” lo consente e quasi sempre si tratta di contatti superficiali, poiché in fondo all’animo continuano a rimanere degli estranei. Molto spesso le persone passano più tempo con i colleghi in ufficio o in fabbrica di quanto non ne trascorrano con il proprio partner ed i propri figli.
Ne consegue che quando si ritrovano l’uno di fronte all’altro non riescono a trovare nulla da dirsi, quasi fossero separati fra loro da una sorta di muro invisibile. Si scoprono attori di vite diverse, chiusi all’interno della propria incomunicabilità patologica, incapaci tanto di dare quanto di ricevere.
Tutti questi elementi contribuiscono a creare una società ansiogena ed isterica nella quale la depressione, i raptus di follia, i casi di suicidio e le stragi familiari continuano a crescere in maniera vertiginosa. Ma la causa scatenante che più di ogni altra spesso s’innesca sul retroterra di tante vite che non hanno il tempo di viversi, fino a determinare delle alterazioni comportamentali anche profonde e violente è la “precarietà”.
Precarietà del lavoro, inteso come mezzo per esistere, per essere accettati dagli altri, per avere una dignità, dal momento che un disoccupato nella nostra società finisce per somigliare ad un morto che cammina, invisibile a tutto e a tutti, e proprio il numero dei disoccupati, testimoni silenziosi di quella sconfitta che mette terrore, sta continuando ad aumentare in maniera esponenziale.
Precarietà degli affetti, figlia dell’incomunicabilità e di quella paura atavica della solitudine che da sempre portiamo dentro di noi.
Precarietà di tutto ciò che possediamo o forse semplicemente pensiamo di possedere, precarietà di una vita trasformata in competizione, dove alla fine non vince nessuno e stiamo perdendo tutti la nostra umanità.
mercoledì 19 novembre 2008
Quei miliardi investiti nello spazio

Marco Cedolin
Talvolta, generalmente all’interno di qualche trafiletto di giornale o in coda al palinsesto dei TG, può accadere che venga menzionata la Stazione Spaziale Internazionale. Lo shuttle dopo alcuni giorni di blocco per il maltempo è potuto finalmente decollare verso ISS trasportando il modulo tale o tal’altro, i guasti all’interno di ISS sono stati riparati, un astronauta (notizia di ieri) ha perso la valigetta degli attrezzi, mentre stava lavorando, insieme ad un collega e si sta tenendo sotto controllo l'involucro fluttuante nello spazio, per verificare che non vada a danneggiare le apparecchiature della ISS.
Ma cos’è realmente ISS? Quanto costa? chi la paga? E per quali scopi verrà realizzata?
La Stazione Spaziale Internazionale costerà circa 100 miliardi di dollari di denaro pubblico (praticamente 10 miliardi per ognuno dei 10 anni di prevista attività) a carico dei contribuenti dei 16 paesi che aderiscono al progetto.
La stazione è stata concepita come un laboratorio orbitante multidisciplinare, il cui scopo principale è quello di costituire un laboratorio permanente sia per esperimenti da condurre in microgravità, sia per l’osservazione della terra e dello spazio. Sarà pertanto sfruttata in campo scientifico e tecnologico, abbracciando svariate discipline che andranno dalla fisica alla chimica, alla biologia alla medicina alla fisiologia all’astronomia. Nell’ambito dello sfruttamento di ISS è altresì previsto un forte coinvolgimento industriale attraverso piani di programmazione a medio - lungo termine, finalizzati ad un utilizzo commerciale. Secondo fonti vicine alla NASA la stazione potrebbe inoltre in futuro assolvere al ruolo di vera e propria rampa di lancio per eventuali missioni interplanetarie.
Il progetto della Stazione Spaziale Internazionale iniziò a muovere i primi passi nel 1984, sponsorizzato dall’allora Presidente americano Ronald Reagan e prese man mano forma attraverso la firma del primo accordo intergovernativo tra i paesi partecipanti (inizialmente 13) nel 1988, per poi giungere attraverso accordi successivi (1991, 1993, 1997) all’accordo definitivo firmato a Washington il 29 gennaio 1998 che sancì di fatto l’inizio della costruzione dell’opera, nel mese di novembre dello stesso anno. Il completamento della ISS previsto inizialmente per il 2006 è stato procrastinato al 2008 a causa di un lungo periodo di stallo conseguente al disastro dello shuttle Columbia che nel 2003 si disintegrò al rientro nell’atmosfera terrestre, per i danni subiti dallo strato protettivo della navicella al momento del lancio. Nonostante i lanci siano ripresi, le operazioni stanno procedendo a rilento a causa di una lunga sequela di guasti ed inconvenienti che sposteranno inevitabilmente ancora più avanti nel tempo la data di conclusione dei lavori (oggi si presume si tratti del 2010), rischiando di mettere concretamente a repentaglio la buona riuscita del progetto stesso.
Le 16 nazioni che collaborano allo sviluppo del progetto sono: Belgio, Brasile, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia, Norvegia, Olanda, Russia, Spagna, Stati Uniti, Svezia e Svizzera.
L’Italia partecipa alla costruzione della ISS in una triplice veste. Direttamente attraverso l’accordo bilaterale con la NASA, fornendo i moduli logistici Leonardo, Raffaello e Donatello, nell’ambito dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) realizzando il laboratorio Columbus Orbital Facility e tramite una contribuzione economica pari al 19% dell’intero esborso dell’ESA nel progetto, nonché costruendo due dei tre nodi di interconnessione fra i diversi moduli pressurizzati della ISS.
In base agli accordi sottoscritti, ognuna delle nazioni partecipanti al progetto potrà utilizzare ISS in misura proporzionale all’entità del suo investimento economico nell’operazione. L’Italia dovrebbe fruire di un punto di attracco esterno per un lasso temporale di circa 3 mesi l’anno, avere il diritto di trasportare in orbita 130 kg/anno di carichi utili, beneficiare di circa 60 ore l’anno per esperimenti dedicati a progetti italiani e utilizzare annualmente 1.800 KW di energia elettrica.
Numerose industrie italiane o con sedi in Italia partecipano in varia misura nell’ambito dell’intero progetto, sia per quanto concerne la costruzione della stazione, sia riguardo allo sviluppo del segmento di terra. Fra esse spiccano Alenia Spazio (Gruppo Finmeccanica), Fiat Avio, Microtecnica, Fiar, Carlo Gavazzi, Laben (Gruppo Finmeccanica), Alfameccanica, Contraves Italia e Datamat, Dataspazio, Telespazio, tutte del Gruppo Finmeccanica.
Una volta completata la Stazione Spaziale Internazionale sarà costituita da una struttura reticolare lunga 95 m che sosterrà i pannelli solari per la generazione di energia elettrica, i radiatori per la dissipazione del calore in eccesso ed il complesso dei moduli pressurizzati. Su questa struttura sarà montata tutta una serie di elementi funzionali della stazione, fra cui tre braccia robotizzate e quattro piattaforme per l’alloggiamento di carichi utili ed esperimenti esterni.
Una volta assemblato, l’intero complesso coprirà una superficie di 108 metri per 74 pari a quella di un campo di calcio, con uno spazio abitabile di 1.300 metri cubi, peserà 450 tonnellate, potrà ospitare 7 persone e disporrà di 110 KW di energia elettrica. Orbiterà ad un’altezza compresa fra i 350 ed i 450 km e completerà un giro intorno alla terra ogni ora e mezza, mentre il suo assemblaggio richiederà oltre 70 lanci. L’alimentazione elettrica a bordo sarà fornita da 24 pannelli solari lunghi 38 metri e larghi 13 che saranno costantemente puntati verso il sole, al fine di garantire la massima esposizione. Il sistema sarà inoltre integrato da batterie ricaricabili che interverranno durante i passaggi dell’ISS attraverso il cono d’ombra generato dalla terra. A completamento della dotazione saranno installati tre enormi bracci meccanici snodabili della lunghezza di 16 metri che saranno in grado di spostare carichi di oltre 20 tonnellate e una navicella spaziale di salvataggio permanentemente ancorata all’esterno. La stazione sarà inoltre composta da 6 moduli laboratorio per la sperimentazione scientifica (2 americani, 2 russi, 1 europeo e 1 giapponese), 4 moduli logistici, 2 camere di decompressione, 2 tralicci portanti e 11 pannelli radiatori.
Il modulo laboratorio europeo Columbus è un laboratorio abitato multiuso per le ricerche nel campo della scienza dei materiali, della fisica dei fluidi, delle scienze della vita, delle scienze spaziali e della tecnologia. Sarà l’elemento più importante delle attività di ricerca europea sulla ISS ed è composto da un modulo cilindrico della lunghezza totale di 6,7 metri e dal diametro esterno di 4,5 metri. Il cilindro realizzato in Italia dalla Alenia Spazio ha una struttura multistrato ed è rivestito da un pannello termoisolante e da uno schermo di protezione contro i meteoriti ed i detriti spaziali.
I moduli logistici (Multi Purpose Logistic Module) sono degli elementi pressurizzati utilizzati per il trasporto verso ISS di equipaggiamenti, rifornimenti e materiale per esperimenti, mediante le navette spaziali americane. Ogni elemento può rimanere agganciato alla stazione per una settimana, affinché gli astronauti possano compiere le operazioni di carico e scarico, dopodiché il modulo viene sganciato e riposto nella stiva dello shuttle per fare ritorno a terra con il suo carico di apparecchiature e materiali usati per le attività di ricerca in orbita, strumenti non più necessari ed anche rifiuti. Ciascun modulo è stato realizzato per compiere 25 missioni nel corso della sua vita operativa di 10 anni.
I Nodi sono gli elementi d’interconnessione fra i diversi moduli pressurizzati della stazione e forniscono i punti di attracco per la navicella spaziale di salvataggio e per i veicoli che periodicamente si recano a visitare la stazione stessa. All’interno dei Nodi sono ospitati i sistemi e gli equipaggiamenti che assicurano l’abitabilità, garantendo la distribuzione dell’energia e dell’aria e il funzionamento delle comunicazioni.
Gli astronauti che vivranno a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (mediamente 6 o 7 persone) condurranno una vita piuttosto ritirata e per certi versi bizzarra, senza rinunciare comunque ad alcuni comfort. Seguiranno una dieta imposta da esperti nutrizionisti i quali verificheranno che i cibi contengano la giusta quantità di vitamine e proteine, sulla base delle esigenze di ogni singolo membro dell’equipaggio. La scelta sarà quanto mai variegata ed in grado di soddisfare praticamente qualunque palato, spaziando dalla frutta alla carne, al pollo, al pesce, alla pasta, alle salse, ai biscotti, senza dimenticare il caffè, il the ed i succhi d’arancia, il tutto ovviamente liofilizzato al fine di rendere le sostanze molto più leggere durante il trasporto.
A causa degli enormi costi connessi all’invio di materiale nello spazio, su ISS l’acqua dovrà essere riciclata in ogni sua forma al fine di ridurne al minimo il consumo. Il sistema di rigenerazione dell’acqua, denominato Water Recycling System (WRS) provvede a riciclare tutti i liquidi derivanti dall’igiene orale e dal lavaggio delle mani, nonché l’umidità raccolta nell’aria e perfino le urine provenienti non solo dagli astronauti ma anche dagli animali presenti nei laboratori. Per quanto la cosa possa apparire disgustosa l’acqua riciclata presenta, secondo le parole degli esperti, maggiori caratteristiche di purezza rispetto a quella che sgorga dai rubinetti delle nostre case.
Il rapporto degli astronauti con il sonno non sarà per ovvie ragioni di quelli più facili, data l’assenza di gravità, la presenza delle luci sempre accese, il sorgere del sole ogni 45 minuti ed il costante rumore delle varie apparecchiature di bordo. Per ovviare a questi inconvenienti e far si che possano godere delle canoniche 8 ore di sonno, che anche nello spazio vengono considerate indispensabili per consentire una proficua giornata di lavoro, gli astronauti saranno costretti a dormire in speciali sacchi a pelo ancorati alle pareti dei moduli, utilizzando apposite maschere per il sonno che copriranno gli occhi e robusti tappi per le orecchie.
A bordo della ISS saranno presenti sistemi di pressurizzazione e regolazione dell’atmosfera tali da consentire agli astronauti di lavorare senza l’ingombro delle tute spaziali. Gli occupanti della stazione potranno pertanto indossare abiti confortevoli realizzati nelle fogge e nei colori più svariati dagli stilisti “di grido” utilizzando un materiale ignifugo simile al cotone denominato “nomex”.
Le tute pressurizzate che tanto fascino destano nell’immaginario di noi tutti, saranno specificamente destinate alle altrettanto affascinanti “passeggiate spaziali” e cioè a tutte le attività che necessiteranno di essere svolte all’esterno della stazione. Tali tute rappresenteranno una sorta di “astronave in miniatura” in quanto dovranno garantire al suo occupante non solo un’appropriata atmosfera respirabile, ma anche una protezione dalle violente escursioni termiche (da +200 gradi a –150 gradi) causate dalla presenza o dall’assenza del sole.
Pur presentandosi carico di suggestioni e quanto mai ricco di promesse tanto nell’ambito dell’innovazione scientifica e tecnologica quanto in quello delle prospettive commerciali, il progetto della ISS ha incontrato nel corso della sua realizzazione una lunga serie di difficoltà che oltre a spostare sempre più avanti nel tempo la data di completamento dell’opera hanno minato in profondità la credibilità dell’intera operazione. Il disastro dello shuttle Columbia avvenuto nel 2003 è stato preceduto e seguito da un’enorme sequela di guasti, incidenti e contrattempi che hanno impietosamente messo in evidenza le vaste lacune di carattere tecnico ed organizzativo esistenti nel progetto ISS. Va ricordato a questo riguardo che nello scorso mese di giugno 2007 si è verificato un grave inconveniente al computer centrale della ISS, che regola fra le altre cose il flusso di ossigeno e acqua oltre all’orientamento della base orbitante. A causa del malfunzionamento, durato oltre 2 giorni, si è a lungo temuto che la stazione dovesse essere completamente evacuata imponendo in questo modo un nuovo stop, forse fatale, alla prosecuzione delle operazioni di assemblaggio della stessa.
Le prospettive di mirabolanti scoperte tecniche e scientifiche al servizio dell’umanità sembrano essere sempre meno realistiche in una realtà come quella attuale dove i colossi farmaceutici ed industriali gestiscono l’innovazione a proprio uso e consumo senza tenere in alcun conto il bene comune e le necessità delle persone. Al di là delle suggestioni di carattere emotivo, in un mondo sempre più a corto di energia, il cui futuro prossimo è pregiudicato dalle conseguenze dei mutamenti climatici e da una pesante crisi economica che sta coinvolgendo anche i paesi maggiormente sviluppati, il faraonico progetto ISS dimostra di essere una scelta scarsamente opportuna e per nulla in sintonia con i reali bisogni del nostro tempo. Le velleità di conquista spaziale pagate al prezzo di enormi sacrifici in termini di risorse energetiche ed economiche appaiono oggi tanto più anacronistiche se proiettate nei prossimi decenni quando la nostra società dovrà per forza di cose confrontarsi con i problemi ingenerati dalla sconsiderata politica sviluppista. Saranno necessarie risposte che partano dalla necessità di razionalizzare e diminuire i consumi energetici, ridurre in maniera sensibile l’ingerenza della tecnosfera sulla biosfera, trovare nuovi equilibri d’interazione che permettano all’uomo di coesistere con l’ambiente che lo circonda in maniera armonica, senza sentirsi compulso a fagocitarlo quasi si trattasse di un nemico da abbattere.
La Stazione Spaziale Internazionale in un contesto di questo genere sarà più simile ai dinosauri di Jurassic Park piuttosto che alle meraviglie tecnologiche narrate nei romanzi di fantascienza e una volta dismessa finirà per andare ad ingrossare il cospicuo carico di spazzatura spaziale che già oggi orbita intorno alla terra con grave rischio per l’integrità dei satelliti operativi ed è costituito da 8.500 rottami di varie dimensioni.
