lunedì 31 maggio 2010

Prima la carneficina poi il rapimento


Marco Cedolin
Dopo essersi completamente disinteressati della missione umanitaria diretta a Gaza, fino al momento in cui a massacro compiuto sarebbe stato impossibile ignorare l'accaduto, tutti i rappresentanti politici ed istituzionali italiani ed internazionali stanno prendendo coscienza della tragedia, facendo seguire al proprio "risveglio" qualche messaggio poco convinto d'indignazione, commisto ad ipocrite scene di stupore e costernazione.
Qualcuno, come la Spagna e la Grecia, ostentando maggiori dosi di coraggio, ha perfino avuto l'ardire di convocare l'ambasciatore israeliano per chiarimenti. Altri, come le Nazioni Unite e il ministro Frattini, che con il coraggio hanno assai poca dimestichezza, invocano in queste ore un'inchiesta che chiarisca l'accaduto, dal momento che non é loro chiara la dinamica dei fatti.

Criminali di guerra e di pace


Marco Cedolin
Durante la notte l’esercito israeliano ha assalito le navi della Freedom Flotilla, a bordo delle quali si trovavano circa 700 persone di 40 nazionalità diverse, intenzionate a portare a Gaza 10mila tonnellate di aiuti umanitari, tra cui cemento, medicine, generi alimentari, e altri beni fondamentali per la popolazione, costretta a vivere all’interno di quello che Israele ha reso un vero e proprio lager per la segregazione di massa.
Il convoglio pacifista è stato attaccato in acque internazionali dalle truppe speciali israeliane che a bordo di elicotteri e gommoni hanno abbordato le navi aprendo il fuoco e provocando una vera e propria carneficina, il cui bilancio provvisorio è di 19 morti e una trentina di feriti. I passeggeri sopravvissuti sono stati tratti in arresto e con tutta probabilità deportati in un campo di concentramento appositamente allestito in terra israeliana.

mercoledì 26 maggio 2010

Il tornante della storia


Marco Cedolin
Ormai dagli anni 90 abbiamo iniziato ad entrare in confidenza con proclami che facendo leva sul sentimento di unità nazionale, imponevano sacrifici, duri ma necessari, tirate di cinghia dolorose ma non procastinabili, piccoli grandi "fioretti" da compiere necessariamente oggi, per stare meglio domani.

Prima si è trattato di un "castigo" volto a rifondere gli sperperi e la dissolutezza occorsi negli anni di tangentopoli.
Poi di un tributo da pagare per la costruzione di una grande Europa che ci avrebbe consentito di giocare la parte del leone nell'economia stravolta dalla globalizzazione.
Poi ancora di un investimento nel futuro, finalizzato alla creazione dell'euro, la moneta magica e definitiva in grado di farci vincere le sfide del nuovo millennio.
Poi ancora di lacrime e sangue indispensabili per fare recuperare al nostro paese ed al suo sistema industriale la competitività perduta.
Infine di quello che Giulio Tremonti molto pomposamente definisce un "tornante della storia" , necessario per salvare l'euro e la BCE, o se preferite per rispondere alle imperanti richieste dei mercati.

venerdì 21 maggio 2010

Ogm: organismi geneticamente mortificati


Simone Boscali
Non ho alcun pretesto per parlare proprio ora di ogm, organismi geneticamente mortificati. Non ho appena sentito alcuna novità sul tema in televisione, non ho letto notizie sulla Rete o sui giornali, nessun amico mi ha dato spunti, semplicemente il tema è ormai così radicato nella nostra quotidianità che ogni momento è valido per parlarne e non è mai troppo presto per lanciare l'allerta.

Sono naturalmente contrario (e il richiamo alla naturalità è quanto mai essenziale) a questo genere di prodotti per una serie di ragioni talmente logiche da sfiorare l'essenza del sillogismo aristotelico.

lunedì 17 maggio 2010

Caduti di guerra in missione di pace


Marco Cedolin
Due nuove vittime entrano nel novero dei soldati italiani che hanno trovato la morte in Afghanistan, dove l'esercito ormai da molti anni è impegnato nel portare avanti la guerra coloniale statunitense voluta da Bush e "coccolata" dal Nobel per la pace Barack Obama.
Due vittime e altri due feriti che, come sempre accade, campeggiano sulle prime pagine e nei titoli d'apertura dei TG, dimostrando in maniera inequivocabile come ormai gli unici morti sul lavoro degni di menzione ed in grado di suscitare la "commozione popolare" siano i soldati in missione di guerra all'estero.
Gli altri, quelli che lavorano nelle fabbriche, muoiono sulle strade, in agricoltura o nell'edilizia contano invero molto poco e possono meritare al più qualche trafiletto nelle cronache locali. In fondo che razza di eroi sarebbero, non portano certo in guerra il tricolore (o se preferite bandiera stelle e strisce) loro.

mercoledì 12 maggio 2010

Litigi a bassa velocità


Marco Cedolin
Gustoso siparietto condito da un poco di acidità fra Luca Cordero di Montezemolo e Mauro Moretti, i due uomini che nei prossimi anni saranno deputati a gestire, il primo in maniera privata tramite la società NTV, il secondo in qualità di servizio pubblico con le Ferrovie di Stato, i 1020 km della rete ad alta velocità italiana, costruiti indebitando i contribuenti di varie generazioni, per una cifra nell’ordine dei 90 miliardi di euro.

Montezemolo indispettito per l’ora di ritardo di cui è stato vittima (pur non avendo dovuto ricorrere a coperte e panini) durante il viaggio in treno da Roma a Padova, dove era chiamato a presenziare alla giornata “Ricerca, l'Italia che merita”, ha ironizzato sulla qualità del servizio offerto dalle FS affermando "Magari ci vuole più concorrenza, per permettere ai cittadini di scegliere servizi migliori. Partire alle 7.30 e arrivare alle 12.00 è come andare a New York''.

Moretti punto nel vivo, ma poco disposto a prendere lezioni dal futuro collega ha risposto per le rime e dopo avere lodato la concorrenza (i dogmi si sa sono sacri per tutti) ha ribadito che il ritardo registrato dal convoglio di Trenitalia sul quale viaggiava Montezemolo aveva poco a che fare con la concorrenza, poiché era stato determinato da un problema dell'infrastruttura e non del treno, problema che avrebbe quindi penalizzato parimenti qualsiasi altra impresa ferroviaria privata.

Detto ciò è passato al contrattacco dichiarando che “hanno invece molto a che fare con la concorrenza i pesanti ritardi registrati qualche giorno fa da 36 convogli Trenitalia proprio a causa di un treno della società di Montezemolo, la NTV, impegnato in un test sulla linea Roma-Firenze: continui stop e rallentamenti per malfunzionamenti vari, con pesanti ripercussioni sui convogli Trenitalia che seguivano e conseguenti disagi a migliaia di nostri clienti”. Concludendo con l’affermazione che forse la dichiarazione rilasciata dal dottor Montezemolo, "con la concorrenza migliorerà il servizio"', si riferiva all'efficienza del servizio che in futuro offrirà la sua impresa ferroviaria».

Se queste sono le premesse sembra davvero che gli unici elementi oggetto di concorrenza fra i due manager diventeranno i cronici ritardi e la serie di disservizi che entrambi sapranno distribuire equamente ai viaggiatori, magari rimbalzandosi l’un l’altro le colpe ogni qualvolta si tratterà di disagi particolarmente imbarazzanti.
Sempre che Montezemolo non abbia intenzione di superare il concorrente offrendo lui stesso le coperte, magari griffate “Ferrari” per la gioia degli appassionati di Formula Uno.

lunedì 10 maggio 2010

Le borse brindano ma chi paga il vino?


Marco Cedolin
E’ stato un fine settimana fitto di riunioni ai massimi livelli, fra premier e ministri, banchieri ed eminenze grigie, nel corso del quale al “giallo” avente per oggetto il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Scahuble, finito misteriosamente all’ospedale nel bel mezzo del vertice e al prevedibile rifiuto della Gran Bretagna di accollarsi oneri finanziari, hanno fatto da contraltare le telefonate del presidente americano Obama, impegnato come non mai a dirigere i lavori ed impartire le proprie direttive tanto alla Merkel quanto a Sarkozy.
Riunioni ufficiali, incontri informali, telefonate private, consigli sussurrati, che sono culminati nella riunione dell’Ecofin, deputata a tirare le somme e rendere ufficiali le decisioni prese, prima della riapertura delle borse. Una maratona durata (o almeno così si dice) la bellezza di 11 ore e terminata quasi fuori tempo massimo, con la decisione di stanziare una cifra nell’ordine dei 750 miliardi (un paio di centinaia dei quali a carico dell’FMI) per salvare l’euro ed un sistema bancario ormai in fase di avanzata decomposizione.

Alla riapertura le borse di tutto il mondo hanno reagito nella maniera più scontata, simili a tante marionette ubbidienti all’ordine di chi tira i propri fili, proponendo rialzi record generalizzati e bottiglie di champagne stappate con entusiasmo, sull’onda di una stabilità ritrovata nel corso di un weekend “da paura” foriero della promessa di prosperità a tempo indefinito. Da Milano a Madrid, da Parigi a Lisbona, passando perfino attraverso la “disgraziata” Atene, gli incrementi sono stati nell’ordine del 10%, mentre l’apertura di Wall Street ha segnato indici ugualmente positivi, seppur più contenuti. Al contempo l’euro, in caduta libera ormai da lungo tempo, ha ripreso vigore, tornando sopra l’indice dell’1,30 nel cambio con il dollaro.

Tutti felici dunque, champagne che scorre a fiumi, problemi risolti, prati verdi e cieli blu cobalto che si materializzano come per incanto, grazie ad un manipolo di stolidi eroi che hanno saputo “governare” una crisi difficile con grande coraggio e capacità. Manipolo all’interno del quale, in Italia si racconta, abbia avuto modo di distinguersi in modo particolare proprio Silvio Berlusconi, in qualità di elemento chiave nello sbloccare dall’impasse la trattativa, tramite una fantomatica telefonata intercorsa all’una di notte con la cancelliera Merkel.

Tutti felici in un mare di champagne, ma non si può evitare di domandarsi, chi pagherà il conto della “rinascita” dell’euro?
Chi sborserà personalmente gli oltre 500 miliardi (una cifra che spaventa al solo pronunciarla) destinati a rinvigorire la moneta unica, il sistema bancario ed i mercati?
A sostenere l’onere saranno sostanzialmente gli stati europei che hanno firmato l’accordo, attraverso esborsi finanziari, la maggior parte dei quali ottenuti contraendo debiti sul mercato di reperimento dei capitali. In parole povere pagheranno i cittadini contribuenti che vedranno aumentare in maniera esponenziale il debito pubblico gravante sulle proprie spalle e la pressione fiscale, mentre contemporaneamente risentiranno (in termini di licenziamenti e minori servizi) del drastico taglio della spesa pubblica imposto per dirottare altrove i finanziamenti.
Qualcuno ha ancora voglia di brindare, magari con un bicchiere di Tavernello certo più adatto all’occasione?

venerdì 7 maggio 2010

La mescita dei miliardi


Marco Cedolin
La notizia non trova grande spazio sulle pagine dei principali quotidiani, impegnati nella telenovela del contenzioso fra Moddy’s e Bankitalia, nelle rassicurazioni sulla stabilità delle finanze italiane e nella cronaca in tempo reale dell’andamento degli indici alla borsa di Milano. Al più i lettori e gli ascoltatori meno distratti possono apprezzarla nell’oscurità dei trafiletti o in qualche servizio della durata di una ventina di secondi apparso sui TG.

Il Consiglio dei ministri, nella riunione di stamani ha approvato il decreto legge che determina gli stanziamenti in favore delle finanze greche, nell’ambito dell’accordo “miliardi in cambio di lacrime e sangue”, stipulato fra il gotha finanziario ed il premier greco Papandreou. Stanziamenti che ammonteranno in una prima tranche immediata di 5, 6 miliardi di euro, che diventeranno 14,8 miliardi entro i prossimi 3 anni.
Tutto l’enorme finanziamento (ammontante ad oltre il doppio del costo previsto del Ponte sullo Stretto di Messina) sarà caricato interamente sul debito pubblico italiano, proprio quello oggetto delle schermaglie di questi giorni con le agenzie di rating, ma per un escamotage creato all’uopo resterà per ora un “debito occulto”, destinato a scoppiare come un bubbone quando i tempi saranno maturi.

In accordo con i vertici della UE i miliardi del finanziamento, pur pesando sul debito pubblico, saranno infatti estrapolati dallo stesso per quanto concerne il conteggio del rapporto deficit/Pil, facendo si che l’enorme cifra non influisca negativamente sul già pesantissimo sforamento del patto di stabilità. Un trucchetto che ricorda molto da vicino lo storno fraudolento dei miliardi spesi dallo Stato italiano per la costruzione del TAV ed occultati tramite l’invenzione di falsi finanziatori privati in realtà mai esistiti. Con la differenza che questa volta i vertici UE non rappresenteranno il soggetto preso per il naso, bensì saranno parte integrante della messinscena.

Chi pagherà la mescita di miliardi devoluti in gran fretta dal governo, tramite un decreto legge approvato in tutta fretta e senza fare troppo chiasso? Naturalmente i contribuenti italiani che si troveranno, attraverso l’incremento della tassazione e la diminuzione dei servizi, a dover sostenere uno Stato ancora più pesantemente indebitato di quanto già non lo sia oggi.
Fino a quando BCE ed FMI riterranno il momento maturo per far esplodere il bubbone e l’Italia con un rapporto deficit/Pil catastrofico diventerà il paese che piange sull’orlo della bancarotta e va aiutato. Naturalmente in cambio di un piano di risanamento “lacrime e sangue” che insegni agli italiani come si deve vivere, senza tanti privilegi.

mercoledì 5 maggio 2010

In Grecia i cattivi diventano "assasini"


Marco Cedolin
In Grecia la situazione sta facendosi di giorno in giorno più incandescente.
Il governo di Papandreou ha raggiunto l’accordo con la BCE e l’FMI, per interposta persona attraverso la cancelliera tedesca Angela Merkel.
Un accordo che prevede da un lato l’elargizione di una cifra nell’ordine dei 110 miliardi di euro nei prossimi 3 anni (con tutta probabilità destinata ad aumentare) al governo greco.
Dall’altro l’ impegno da parte di Papandreu di varare immediatamente un “piano di risanamento” delle finanze, consistente in un aumento generalizzato della tassazione (IVA, accise sulla benzina ed imposte varie) nel congelamento degli stipendi pubblici, nei tagli delle tredicesime e quattordicesime, nell’aumento dell’età pensionabile, nell’eliminazione di alcune norme che salvaguardano i lavoratori privati dal licenziamento ed altre “regalie” sulla falsariga di quelle elencate. Il tutto sotto la supervisione dei funzionari della BCE e dell’FMI che personalmente controlleranno l’operato del governo greco (di fatto assumendone il controllo) verificando mensilmente che i loro dettami vengano rispettati in maniera certosina.

Domani, giovedì 6 maggio, il piano di risanamento già presentato in parlamento, dovrebbe prendere il via e diventare di fatto esecutivo, permettendo la formalizzazione dell’accordo entro la fine della settimana e lo sblocco della prima tranche di “aiuti”.
Una cospicua parte dei cittadini greci non si manifesta disposta ad accettare la manovra “lacrime e sangue” destinata, forse, a dare una boccata di ossigeno alle finanze del paese, ma al tempo stesso a scaraventare, con tutta probabilità, nel baratro l’economia delle famiglie, privandole di una consistente parte del proprio reddito.
In conseguenza di ciò la Grecia è bloccata da ieri da uno sciopero generale, con la protesta che monta nelle piazze e rischia di tracimare, mettendo a serio rischio il varo della manovra.

Questa mattina ad Atene la contestazione arriva al proprio acme, con un corteo di oltre centomila persone che assedia il parlamento, scontri con le forze di polizia, lacrimogeni, pietre e bottiglie incendiarie ed un grande rischio che la situazione degeneri in guerriglia urbana incontrollata. E conseguente rischio che il governo si veda costretto a sospendere (almeno temporaneamente) l’approvazione del piano, vanificando o comunque ritardando i tempi dell’accordo.
Per uno strano scherzo del destino, proprio quando Papandreou si ritrova messo alle corde, interviene una tragedia che con tutta probabilità salverà la sua poltrona, il piano “lacrime e sangue” e l’operazione messa in piedi dalla BCE e dall’FMI.

Nel momento più violento degli scontri, quando la marea dei manifestanti preme verso il parlamento e le forze di polizia iniziano a ritrovarsi a mal partito, un gruppo di manifestanti incappucciati si stacca dal corteo e lancia alcune bombe molotov contro una filiale della Marfin Egnatia Bank, dinanzi alla quale (per un altro scherzo del destino) sono puntate le telecamere di alcune fra le più importanti televisioni internazionali.
L’istituto bancario prende fuoco e nell’edificio, nonostante la banca sia chiusa, restano imprigionate una ventina di persone, tre delle quali, secondo le prime ricostruzioni, muoiono per asfissia a causa dell’incendio.

Il grande sciopero e la contestazione sfociano così in tragedia, i manifestanti si trasformano in assassini ed irresponsabili che il premier Papandreou si affretta a stigmatizzare per i loro gesti violenti. Lo stesso Papandreou mostra un tempismo eccezionale, quando solo un paio d’ore dopo l’accaduto ha già pronto un discorso da rivolgere alla nazione, nel quale invoca l’unità nazionale ed invita tutti i partiti politici ad assumersi le proprie responsabilità, dissociandosi dalla violenza e di fatto prodigandosi nel ridimensionare i toni dello scontro.

I contestatori, cattivi, violenti ed ora perfino assassini perderanno buona parte della simpatia e della solidarietà di cui avevano finora goduto, in Grecia e nel resto d’Europa.
Le forze politiche che li avevano finora sostenuti si vedranno costrette a prendere le distanze, allontanandosi dalla piazza. Una larga parte dei cittadini vessati che manifestavano diserteranno le piazze, turbati ed impauriti.
Il piano di risanamento lacrime e sangue e tutta l’operazione condotta dalla BCE e dall’FMI con tutta probabilità andranno avanti senza ulteriori gravi intoppi, grazie ad una strana tragedia degna della fantasia “visionaria” del miglior Cossiga, cercata, trovata o costruita, non è ancora dato comprenderlo e forse non lo sarà mai.

lunedì 3 maggio 2010

Il dito nella piaga


Marco Cedolin
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad durante il suo intervento alla conferenza per la revisione del Trattato di non proliferazione nucleare in corso al Palazzo di Vetro dell'Onu a New York, ha chiesto lo smantellamento delle armi nucleari americane in Europa ed in particolare in Italia. Dal momento che “l'utilizzo di armi nucleari da parte degli Usa ha scatenato una corsa al nucleare” e gli Stati Uniti “usano la minaccia nucleare contro altri Paesi, compreso l'Iran”.

Una richiesta certamente legittima che “mette il dito nella piaga” costituita dalla paradossale situazione esistente ancora oggi, ad oltre 60 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, in stati Come Italia, Germania e Giappone, deprivati della propria sovranità e ridotti al ruolo di colonie degli Stati Uniti. Colonie deputate ad ospitare basi militari di varia natura ed armamenti di ogni tipo fra cui una considerevole quantità di testate nucleari.

Basti pensare che gli USA mantengono nel mondo circa 850 basi (escludendo quelle segrete di cui non è nota l’ubicazione) 500 delle quali in Europa e 113 in Italia. Proprio in Europa sono allocate 480 bombe nucleari, di cui 90 sul suolo italiano. L’Italia versa ogni anno nelle casse statunitensi una cifra nell’ordine del mezzo miliardo di dollari, per coprire il 41% dei costi delle basi USA e delle truppe americane presenti nel nostro paese.

Posti di fronte alla richiesta di Ahmadinejad ed incapaci di produrre una qualsiasi riflessione di un qualche spessore, i componenti della delegazione italiana e delle altre delegazioni europee, hanno scelto la via della fuga (che sempre si confà ai pavidi ed agli impostori) abbandonando l’aula in segno di protesta.
Protesta per cosa? Solamente per qualcuno che ha avuto il coraggio di dire la verità, quella verità che da 65 anni una classe politica servile al proprio padrone a stelle e strisce continua a sottacere a tutti gli italiani.

sabato 1 maggio 2010

In Grecia i "cattivi" protestano


Marco Cedolin
I giornali e le TV stanno da qualche settimana presentando quella che viene definita la “crisi finanziaria” della Grecia, in maniera estremamente didascalica, per molti versi simile ad un fumetto per bambini, alternando alle didascalie dotte disquisizioni e complesse calcolazioni esperite dai guru istituzionali della finanza che discettano ostentando un vernacolo per iniziati incomprensibile ai più.
Le didascalie hanno lo scopo di orientare il pensiero degli italiani, proponendo una lettura della questione tanto semplice quanto rassicurante. Le dotte disquisizioni sono indispensabili per dimostrare che questa è la lettura giusta, in quanto suffragata dal pensiero di chi conosce e domina una materia per “cervelli fini” con la quale le persone “normali” non possono certo nutrire la presunzione di confrontarsi.

La Grecia viene così dipinta nell’immaginario collettivo come un paese vittima di una grave crisi finanziaria, imputabile ad una cattiva gestione del debito pubblico da parte della classe politica che ha permesso il dilagare della corruzione e dell’evasione fiscale, garantendo a larga parte dei cittadini facili guadagni e “privilegi” a pioggia.
Proprio a causa di questo baccanale collettivo costruito a debito, il paese si è trovato così di fronte alla prospettiva di un crack di proporzioni gigantesche, dal quale solamente “l’amica UE” potrebbe essere in grado di sottrarlo. Prospettiva che naturalmente in Italia mai potrebbe verificarsi, poiché i nostri conti sono solidi e la nostra classe politica dall’avvento della seconda Repubblica cammina sulla retta via

I Paesi della UE, dall’alto della loro bonomia, ma anche per preservare intatta la salute dell’euro, si sono detti disposti a devolvere ai greci (a titolo di prestito) decine e decine di miliardi di euro nei prossimi tre anni, indispensabili per riportare a galla il loro equilibrio finanziario. Ma come ogni “buona banca” si sono visti costretti a pretendere alcune garanzie a tutela del loro “investimento”.
Tali garanzie sono costituite naturalmente dall’assicurazione che il governo greco chiuda i rubinetti dei “privilegi” imponendo ai suoi cittadini una serie di riforme “lacrime e sangue” che ne ridimensionino l’opulenza e contribuiscano a risanare i conti pubblici.

La UE ed il governo greco, dopo una serie di trattative, hanno “finalmente” raggiunto un accordo di comune soddisfazione. Ma una parte (peraltro minoritaria) dei cittadini, costituita da facinorosi, anarchici e frange dell’estrema sinistra sta protestando con veemenza, arrivando a scontrarsi con la polizia, perché abituata egoisticamente alla “bella vita” non è disposta a perdere i privilegi acquisiti.

Una rappresentazione molto semplice, convincente, rassicurante, ma tanto visionaria quanto distante dalla realtà.
Le cause della crisi finanziaria greca, oltre che derivare dalla corruzione e dall’evasione fiscale ad alti livelli, allignano in tutta una serie di speculazioni finanziarie internazionali studiate con tutta probabilità proprio allo scopo di condurre la Grecia sull’orlo di un baratro dal quale potrà salvarsi solamente “svendendo” quella sovranità limitata che ancora conservano i paesi della UE.

La sorte della Grecia sarà entro breve tempo seguita da tutti gli altri Paesi, ad iniziare dal Portogallo, dalla Spagna e dall’Italia, poiché il progetto messo in essere (per uno strano scherzo del destino) proprio all’indomani della ratifica del Trattato di Lisbona prevede l’annientamento dell’attuale sovranità limitata degli stati membri ed il trasferimento dell’intera sovranità nelle mani di una confraternita di organismi privati quali BCE, FMI, Banca Mondiale ecc.

Il denaro che verrà devoluto alla Grecia proviene dalla finanza pubblica e pertanto il finanziamento peserà sulle tasche dei contribuenti dei singoli stati. Tale denaro non sarà destinato ad offrire vantaggi ai cittadini greci ma entrerà in una partita di giro dove sarà utilizzato unicamente per coprire le voragini create dalla speculazione finanziaria.
Le garanzie imposte alla Grecia non sono state dettate dagli stati europei che offriranno il denaro, ma dalla confraternita privata di cui sopra. Confraternita che negli anni a venire si è arrogata il diritto di sovrintendere all’operato del governo greco (di fatto sostituendolo) imponendo tempi e modi delle riforme che dovrebbero iniziare la prossima settimana.

Le riforme lacrime e sangue non andranno a colpire i privilegi di un popolo opulento abituato a vivere nello sfarzo, ma metteranno alla fame cittadini con i salari fra i più bassi in Europa (insieme ad Italia e Portogallo) che già oggi vivono in condizione di estrema precarietà a causa della grave crisi economica e della disoccupazione.
Quella che viene dipinta (ed imposta) come un’operazione di risanamento dei conti pubblici, consiste semplicemente in un aumento indiscriminato della tassazione e nel taglio dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori. Aumento dell’IVA e della tassazione su molti prodotti, riduzione dell’assistenza sanitaria e pensionistica, tagli degli stipendi, ferie e tredicesime, licenziamento di una cospicua parte dei dipendenti pubblici.

I “cattivi” che protestano e stanno creando disordini nelle principali città greche non sono solamente uno sparuto manipolo di facinorosi, anarchici e professionisti della protesta che non vogliono fare i “giusti sacrifici”. Sono quella parte di cittadini che ha iniziato a prendere coscienza della realtà, realizzando la natura della strada senza ritorno sulla quale la Grecia (paese pilota in Europa) verrà costretto a camminare a partire dalla prossima settimana.
Una strada che in tempi brevi diverrà molto affollata, dal momento che dopo il successo dell’esperimento, gli altri paesi (compresa l’Italia) seguiranno a ruota, condividendo il regalo dello stesso futuro “lacrime e sangue”.
La confraternita di cui sopra sa bene che una volta messa in moto l’operazione è indispensabile fare in fretta e condurre in porto il Blitzkrieg prima che al di là del velo delle didascalie e delle dotte disquisizioni i cittadini percepiscano la realtà ed incomincino a reagire creando problemi che non possano essere risolti con l'ausilio dei lacrimogeni e di qualche manganellata.

martedì 27 aprile 2010

Il nucleare? Fa bene alla salute!


Marco Cedolin
L’intraprendenza del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è pari solamente alla scelleratezza con cui il caramogio di Arcore è solito sottoscrivere con le altre nazioni accordi talmente sfavorevoli al nostro paese da risultare perfino imbarazzanti per coloro che ne beneficiano sfregandosi allegramente le mani.

Nel maggio del 2004 il Cavaliere diede prova del proprio genio firmando con il Presidente francese Chirac un accordo in merito alla suddivisione dei costi del TAV in Val di Susa, nell’ambito del quale l’Italia era disposta ad accollarsi il 50% del costo totale della tratta internazionale (di 72 km) pur risultando essa solamente per un terzo di competenza italiana. I francesi ringraziarono e portarono a casa il cadeaux.

Il 30 novembre 2005, costretto a trovare un barbatrucco che potesse permettere alla società Impregilo di defilarsi dal disastroso affare dei rifiuti in Campania, il genietto di Arcore varò nientemeno che un decreto legge che consentiva la risoluzione ope legis dei contratti con le società appaltatrici. Impregilo ringraziò e pochi mesi più tardi venne perfino premiata con l’appalto per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina.

Alla fine di agosto 2008 il salapuzio più famoso d’Italia firmò il cosiddetto accordo fra Italia e Libia, nell’ambito del quale l’Italia si impegnava a versare 5 miliardi di dollari a Gheddafi, in cambio della promessa di un maggior controllo da parte del paese libico in merito alle imbarcazioni cariche di clandestini che regolarmente salpano alla volta delle coste italiane, e dal momento della stipula dell’accordo Gheddafi sta continuando a sorridere compiaciuto.

Nell’autunno del 2008 il Silvio “nazionale”, dopo avere fortemente osteggiato la vendita di Alitalia ai francesi caldeggiata dal governo Prodi, ha pensato bene di svenderla ad una cordata d’imprenditori italiani che si sono a loro volta premurati immediatamente di risvenderla ai francesi, ad un prezzo notevolmente più contenuto rispetto a quello che Air France era disposta a sborsare solo qualche mese prima. I quotidiani d’oltralpe sono parsi perfino imbarazzati quando si sono ritrovati a fare dell’ironia sulla vicenda.

Nello febbraio 2009, un Silvio Berlusconi impettito come non mai ha realizzato il suo vero capolavoro, firmando a Roma con il presidente francese Nicolas Sarkozy un accordo che prevede in collaborazione con la Francia la realizzazione sul suolo italiano di 4 centrali nucleari che utilizzeranno la tecnologia francese. Una vera manna per la Francia, unico paese al mondo a dipendere quasi totalmente (circa 80%) dal nucleare per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico, ed ha necessità di esportare e capitalizzare i propri investimenti nell’atomo. Una vera iattura per l’Italia che dopo il referendum del 1987 era riuscita a liberarsi da una tecnologia pericolosa ed antieconomica che buona parte dei paesi nel mondo stanno abbandonando.

Lunedì 26 aprile 2010 (proprio il giorno in cui si commemorava la tragedia di Chernobyl) il Cavaliere è riuscito ancora una volta a superare sé stesso, siglando durante un incontro “informale” con Putin un memorandum d’intesa con la Russia, avente come oggetto la realizzazione in territorio russo di un reattore termonucleare sperimentale Ignitor.
Ed annunciando all’Italia intera l’intenzione d’inaugurare entro tre anni il cantiere della prima centrale nucleare su suolo italiano. Naturalmente dopo un’intensa campagna pubblicitaria (naturalmente a spese del contribuente) mirata ad orientare l’opinione pubblica dei cittadini, trasferendola su posizioni favorevoli all’atomo.Il nucleare? Fa bene alla salute! Come la “vecchia” acqua Lurisia, dovete berla tutti è il vero gerovital.

domenica 18 aprile 2010

Nuvole di cenere su sfondo monocromatico


Marco Cedolin
I vapori cenerini del vulcano Eyjafjallajokull, partiti dall’Islanda, hanno ormai conquistato quasi tutta l’Europa, mettendo impietosamente in evidenza l’estrema vulnerabilità di una società tecnologicamente evoluta, qualora costretta a confrontarsi con gli elementi di una natura troppo spesso sottovalutata.
La nube eruttata dal vulcano islandese sta andando beffardamente a spasso per migliaia di km (stando alle parole degli esperti dovrebbe aver raggiunto in queste ore l’Italia centrale), senza curarsi di distanze e confini, paralizzando di fatto larga parte del traffico aereo europeo. La concentrazione delle ceneri in atmosfera che secondo l’OMS non dovrebbe determinare gravi rischi per la salute umana, mette invece a repentaglio il buon funzionamento dei reattori dei jet, rendendone pericoloso e sconsigliabile l’uso.

Si apre così lo spaccato su un’umanità ormai votata all’ipercinetismo ed educata alla movimentazione schizofrenica di merci e persone. Un’umanità abituata (anche grazie all’imperversare dei voli low cost) a “bruciare” migliaia di km per una riunione di affari, per un weekend esclusivo, per una rimpatriata in famiglia. Figlia di quella globalizzazione che trova nell’aereo il principale asse portante.
“Mi divido fra Londra e New York”, “Vivo in California ma quasi tutti i miei affetti sono a Roma e ci torno ogni volta che posso”, “Vado a Parigi almeno una volta la settimana, perché è lì la sede della multinazionale in cui lavoro”, “Ho passato buona parte dell’ultimo anno in aereo, ma durante i voli riesco a recuperare tempo lavorando al pc”, “Questo weekend andiamo a Praga, tanto con l’aereo s’impiega meno tempo che per una gita fuori porta”.
Sono solo alcune delle frasi facenti parte di un lemmario fino a qualche tempo fa appannaggio dei vip, ma recentemente divenuto di uso comune, ad indicare la sempre più stretta dipendenza dell’uomo nei confronti dell’aereo, in una società dove le distanze vengono compresse a dismisura, senza curarsi minimamente delle conseguenze e dei costi ambientali ed economici derivanti da questo atteggiamento.
Famiglie allargate sull’asse di migliaia di km, ognuna delle quali consuma ogni anno risorse che basterebbero a sostenere centinaia di famiglie del terzo mondo per tutta la durata della loro esistenza. Riunioni di organismi politici e multinazionali che inquinano come un complesso industriale. Pacchetti vacanza che possono fare concorrenza ad un petrolchimico.

Un’umanità che trovatasi in questi giorni di fronte al blocco forzato dei voli, manifesta tutto il proprio disorientamento. Specchiandosi negli aeroporti semideserti trasformati in bivacchi, nelle stazioni ferroviarie prese d’assalto alla ricerca di un improbabile succedaneo, nel tentativo frustrato di continuare a vivere ad “alta velocità” in mancanza dell’unico mezzo che può consentire di farlo. E fra le pieghe del disorientamento spicca naturalmente l’imbarazzo dei vip, politici, attori e miliardari a la page costretti a disertare appuntamenti improcrastinabili o peggio ancora ad affrontare per forza di cose lunghi e “faticosi”viaggi in corriera in grado di riportarli alla meschina condizione degli altri esseri umani, come accaduto al cancelliere tedesco Angela Merkel di ritorno dagli Stati Uniti via Lisbona.

Ma oltre a far riflettere sul rapporto di dipendenza ormai instauratosi fra l’uomo e l’aereo e su quanto siano vulnerabili rispetto agli eventi naturali i fragili equilibri di una società iper tecnologica, la progressione della nube scaturita dal vulcano Eyjafjallajokull non può mancare di mettere in evidenza il fatto che la terra rappresenta un sistema aperto, dove ogni evento, sia esso di origine naturale o indotto dall’attività umana, ha ripercussioni all’interno dell’intera biosfera, anche a decine di migliaia di chilometri dal punto dove si è generato.

Se anziché trovarci di fronte ad una nube di ceneri e vapore indotta da un’eruzione vulcanica che potenzialmente potrebbe influire sul clima nei prossimi anni e le cui conseguenze vengono giudicate catastrofiche dalle compagnie aeree che già reclamano gli aiuti statali e lamentano la perdita di centinaia di milioni di dollari a causa della sospensione dei voli, ci trovassimo a fare i conti con un disastro di origine antropica, la situazione risulterebbe assai peggiore.

La “nube” radioattiva ingenerata dallo scoppio di una centrale nucleare o quella tossica determinata dall’esplosione di un complesso chimico, si comporterebbero infatti pressappoco allo stesso modo, con la differenza che si tratterebbe di miasmi letali per la popolazione ed il problema non sarebbe costituito dall’attesa negli aeroporti, bensì dalla sopravvivenza dei cittadini.
Troppo spesso la cieca fiducia nella tecnologia e l’insana smania di dominio sulla natura, propagandate dall’orientamento del pensiero, finiscono per farci dimenticare la nostra condizione di piccoli uomini che in realtà non dominano alcunché, ma rischiano di farsi male seriamente, come bambini che giocano con i cocci di una bottiglia.

venerdì 2 aprile 2010

Ponte sullo Stretto: facciamo il punto


Marco Cedolin
Intorno alla questione del Ponte sullo Stretto di Messina esiste a livello dell’informazione una certa dose di confusione che porta molti cittadini a domandarsi se la costruzione del Ponte sia già iniziata e nel caso quanto siano avanzati i lavori.

Tale confusione è stata sostanzialmente indotta dal fatto che lo scorso 23 dicembre la costruzione dell’opera sia stata ufficialmente inaugurata dal ministro Matteoli in persona.
In realtà “l’inaugurazione” del 23 dicembre aveva per oggetto non il Ponte ma una serie di opere considerate propedeutiche alla sua realizzazione, consistenti nella ristrutturazione e deviazione della ferrovia esistente. Opere che lungi dal manifestarsi esclusivamente funzionali alla costruzione del Ponte potrebbero avere un senso e venire portate a compimento anche se il Ponte non fosse mai realizzato. Sostanzialmente il governo ha inteso vendere mediaticamente l'inaugurazione del Ponte, partendo con dei lavori di scarso impatto economico, senza per ora affrontare l'opera vera e propria, iniziata la quale non si potrebbe più per forza di cose tornare indietro.

La costruzione del Ponte vero e proprio, già finanziato dal Cipe lo scorso anno con 1,3 miliardi di euro, nella misura di circa il 20% del costo previsto di 6,1 miliardi di euro, non è iniziata affatto, anzi non esiste neppure ancora il progetto definitivo dell’opera.
Come ha comunicato personalmente Pietro Ciucci, amministratore delegato di Stretto di Messina spa, lo stanziamento del Cipe è avvenuto sulla base del progetto preliminare, l’unico attualmente esistente.
Sempre secondo le parole di Pietro Ciucci la realizzazione del progetto definito dovrebbe iniziare alla fine di aprile ed arrivare a compimento (previsione in sé molto ottimistica) entro la fine di settembre, onde permettere l’avvio dei cantieri entro la prima metà del 2011. Tempistica che, confidando nell’ottimismo un pò visionario di Ciucci, dovrebbe permettere d’inaugurare l’opera già nel gennaio del 2017.
In attesa di conoscere il progetto definitivo, non resta dunque che auspicare un ripensamento radicale della politica del governo in merito ad un’infrastruttura tanto ciclopica , devastante e costosissima, quanto inutile, prima che inizi il cantiere vero di quella che sarebbe destinata a diventare la Salerno – Reggio Calabria del nuovo millennio.

giovedì 1 aprile 2010

Piemonte: come regalare una Regione in 3 mosse (sbagliate)


Vale la pena fare una analisi sui risultati elettorali in Piemonte che hanno molto da insegnare a chi volesse pensare ad una fuoriuscita dal nostro “medioevo “ italiano ed alla costruzione di una alternativa. In Piemonte si è dispiegata nella forma più larga possibile quella alleanza “postulivista”, autocentrata sul PD, che sta nei sogni di una parte del cosiddetto centro-sinistra italiano. Dodici liste alleate a sostegno della Bresso, dall’ UDC fino a Verdi, Radicali e Rifondazione, compresa qualche lista inventata dell’ultim’ora per raccogliere ( o far perdere) fino all’ultimo voto. Un caso unico in tutta Italia.
Erano 29 le liste totali (record italiano), grazie in particolare a quel singolare comma scandaloso del regolamento regionale (molto più grave dei casi Polverini-Formigoni) per il quale qualunque consigliere regionale ( capogruppo o responsabile della proprietà del simbolo) poteva far presentare una lista senza la necessità di raccogliere le 17-18mila firme richieste (infatti è presumibile che solo la Lista 5 Stelle le abbia regolarmente raccolte). Da 2 mesi praticamente tutti i sondaggi davano un testa a testa fra i due principali candidati, Cota e Bresso, con un lieve vantaggio della seconda (1% cioè meno di 20.000 voti), ignoravano la presenza del candidato 5 Stelle (Bono), ne tantomeno stimavano, come è abitudine dei nostri sondaggisti “embedded” la possibile dimensione e origine dell’astensione, delle bianche e nulle. Un singolare caso di giornalismo di regime bipolare che accomuna le due aree politiche che governano, come sezioni di partito, le principali redazioni dei giornali e TV, con una totale prevalenza PD nei tre principali strumenti informativi piemontesi, La Repubblica, La Stampa, RAI 3.
Per capire la dimensione di questo vulnus di democrazia è sufficiente dire che, a risultati acquisiti, dei 3,64 milioni di elettori piemontesi 1,44 milioni (il 39% degli elettori) non hanno votato il candidato di nessuna delle 29 liste presenti (di questi ben 134 mila hanno annullato la scheda o votato bianca ). I due partiti “maggiori” (PDL e PD ) hanno preso insieme 913.494 voti ( il 25% degli elettori ). Se si aggiunge gli alleati principali (Lega Nord 317.065 voti ) Italia dei Valori ( 130.649 voti) UDC ( 130.649 voti) e si aggiunge la lista personale della candidata presidente del centro sinistra si può concludere che le 5 forze politiche attualmente presenti in Parlamento tutte insieme sono state votate da meno del 44% degli elettori piemontesi. Le altre 23 liste hanno raccolto il voto di circa il 17% degli elettori. Il 39% come detto, non ha votato nessuno. Una conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che da tempo non esiste in Italia nessun bipolarismo, ne tantomeno una vocazione al bipartitismo ma che anzi è crescente il rifiuto radicale delle principali forze politiche in particolare le prime due, che circa 7 elettori su 10, almeno nelle elezioni “locali”, non votano. Dati assolutamente analoghi avevamo segnalato riferendoci alle ultime elezioni regionali in Abruzzo ( caso Del Turco) e Sardegna (caso Soru ). Non ci sono molti dubbi che sono 4 i “ temi “ prevalenti su cui si manifesta la disaffezione a questa politica e che nulla hanno a che fare con il cosiddetto “qualunquismo”: 1) la Precarietà sociale e del lavoro 2) i grandi temi dell’Ecologismo 3) il rifiuto dello strapotere della Casta 4) la Corruzione (quest’ultimo un po’ meno sentito in Piemonte, probabilmente l’unico record positivo di cui ci si possa con prudenza vantare).
La campagna elettorale, che di fatto i giornali hanno presentato come ed esclusivamente riguardante i 5 partiti suddetti, si è presentata oggettivamente inconsistente: Sulla Precarità e la Corruzione il tema è limitatamente affrontabile dalle istituzioni regionali. Sulle logiche della Casta, a parte qualche schermaglia inconsistente, era difficile identificare differenze: pessimo argomento comunque per il centro-sinistra locale, specie dopo la diffusione della notizia della doppia liquidazione ai consiglieri uscenti (ereditata dalla precedente coalizione di centro-destra e tranquillamente mantenuta, quasi tutti d’accordo, da quella di centro-sinistra ) e la diffusione ripetuta delle tabelle che indicavano i consiglieri piemontesi fra i più pagati, insieme a quelli della Calabria; (fino a 15 anni fa era esattamente l’opposto, tant’è che il Piemonte, all’epoca di Brizio, veniva definito, positivamente, come la regione “sabauda”). Da aggiungere una campagna elettorale spendacciona da entrambi i principali contendenti, assolutamente diversa dalle precedenti, con manifesti e faccioni (e slogan da barzelletta ), pagati salatamente, su tram ed autobus di tutta la regione, che hanno finalmente fatto conoscere le facce semisconosciute di un buon numero di consiglieri regionali uscenti già tre mesi prima del voto. Per non parlare del sontuoso enorme pulman bianco ( Avanti con Bresso) che ha girato mezzo Piemonte, osservato da molti con motivata perplessità.
Di corruzione e mafia poco si è discusso, tranne qualche afflollatissima e preoccupata conferenza, con Libera e Caselli, del tutto a lato della bagarre elettorale.
Impossibile una discussione, complessa, sul grande problema della Sanità, (78% del bilancio regionale) , in particolare nomine, costi unitari, efficienza e liste di attesa su cui mancano, come è noto a chi se ne occupa seriamente, dati e procedure affidabili e neutrali, non essendoci, non casualmente, un Ente terzo che faccia le verifiche; problema italiano fra i più gravi e incredibili, tema che andrebbe rapidamente messo all’ordine del giorno se esistesse nel paese una forza riformista. Il tema ha affascinato per un pò i giornalisti, in difficoltà di argomenti, poi si è spento da solo, in mezzo ad un mare di numeri contraddittori perfino all’interno della stessa coalizione.
Sui temi che noi chiamiamo in senso ampio compiutamente ecologisti si è centrato il nocciolo della campagna elettorale e sono quelli che ne hanno deciso le sorti; con un problema: che sui principali argomenti, la TAV (che ha assunto un significato più generale che andava ben al di là della Val di Susa) , gli Inceneritori (uno in avvio ed altri 2-3 in progetto), la Tangenziale Est di Torino, l’Inquinamento delle città (Torino ed il Piemonte vantano da tempo un assoluto record negativo) i due competitors principali avevano assolutamente le stesse identiche posizioni, in qualche caso nessuna posizione formalmente espressa. Ad esempio il cosidetto “programma” della coalizione Bresso, un faldone illeggibile di circa 70 pagine, che quasi nessuno ha letto, non conteneva fino a 3 giorni dalla scadenza una sola parola sul problema inquinamento (mentre falliva la domenica ecologica Chiamparino-Moratti nell’ indifferenza di molti comuni, meno di loro preoccupati da un possibile avviso di garanzia; un succedaneo insignificante per rispondere ai dati diffusi ampiamente che dicevano che a metà febbraio le due metropoli avevano già raggiunto i 35 “sconfinamenti” permessi nell’arco di 12 mesi dell’anno).
Sugli Inceneritori, a seguito di una timidissima richiesta dei Verdi di esprimersi contro, il Pd e la Bresso supplivano alla “dimenticanza” inserendo nella versione finale, nelle ultime ore, la conferma dell’Incenerimento come soluzione del problema. Questione poco nota e divertente, come poco noto ma meno divertente è se alla fine i Verdi hanno formalmente firmato il programma o se, chi lo ha fatto, lo ha fatto a nome della lista. Sulla vocazione del PD a cancellare gli “ecologisti “ dalla scena, preoccupati dall’imminente risultato francese, si potrebbe scrivere un libro; sono noti solo alcuni dei modi attraverso i quali questa vocazione antiecologista si è manifestata: alcune figure marginali collocate nella lista Bresso, il veto assoluto a parlare dei Verdi nell’informazione locale, una lista “autonomista” nata negli ultimi giorni con la scritta Europa Ecologia a lato, risultato circa 4000 voti, 0 ,2%, ma forse sufficiente a far saltare un eletto dei Verdi perso per un migliaio di voti; assoluto rifiuto ad accettare con i Verdi quell’accordo tecnico fatto con Rifondazione (nessun assessore, presenza nel listino in cambio della non adesione formale al programma ).
Ma il vero capolavoro del PD riguarda la TAV e i Verdi Verdi. Sulla TAV c’è poco da dire: mentre si susseguivano provocazioni, carotaggi inutili, botte e incendi di sconosciuti ai presidi, a cui il movimento dei NoTav rispondeva con ripetute manifestazioni , ( inclusa la presenza a quella torinese dell’ 8 marzo che confermava una attivissima presenza di donne nei No Tav ), fino alla più grande, per la quale si è parlato di 40.000 persone, gli esponenti del PD insistevano sull’ “isolamento “ dei No Tav. Fino ad inventare quell’incredibile autogol della manifestazione Si Tav ideata da Chiamparino al Lingotto: qualche centinaio di militanti e di sponsor confindustriali. Ma il vero capolavoro è stato raggiunto dai due soliti parlamentari PD che in più occasioni hanno giustificato la repressione ( per fortuna solo in minima parte esauditi) contro i facinorosi che allignerebbero fra i “quattro gatti” NoTav. Una singolare tenzone non solo svolta con comunicati stampa ma proseguita a tutte le ore del giorno su Faceebook, dove la possibilità dell’insulto reciproco è più facile, in un confronto diretto con i nemici; un vero capolavoro per il quale Cota dovrebbe almeno spendersi in un personale ringraziamento con i due suddetti. E’ finita così che a 10 giorni dal voto, anche in seguito ad un appello di cui pochi parlano, firmato da molte decine di No Tav e dilagato su FBK, il fronte No Tav è uscito dall’ “ isolamento” schierandosi apertamente a favore dell’unica lista apertamente No Tav , quella dei 5 Stelle. Risultato: 90.000 voti e due eletti da Grillo nella regione ( 10 volte i 9.373 voti mancati dalla Bresso), 20-30% ottenuto dai grillini in numerosi comuni della valle azzerando verdi e rifondazione, il dilagare del voto disgiunto in tutta la regione, molte migliaia di voti, fino al punto che, incredibilmente, nell’area torinese, i partiti del centro-sinistra hanno preso più voti della loro candidata.
Per ultimo i Verdi Verdi : dopo almeno una decine di incontri ( torinesi e romani) era pressocchè acquisito il possibile miracolo che con i Verdi, oltre alla Civica, oltre ad un gruppetto autonomista, ci fosse anche la lista di Lupi, consigliere uscente, da anni nel centro-destra con una superficiale connotazione ecologista, dopo una presenza nei Verdi fino ai primi anni ’90.Tutti apparentemente disponibili e interessati a partecipare al percorso avviato verso la Costituente ecologista. La possibile riaggregazione, data per acquisita perfino sui giornali, prevedeva come unica soluzione la presenza di un ecologista nel listino Bresso. Questione non di poco conto; non solo perché questa aggregazione avrebbe probabilmente dato ai Verdi due rappresentanti e magari una terza presenza in Giunta in caso di successo significativo; ma perché la nuova collocazione dei Verdi Verdi nel centro-sinistra, da anni accreditati all’1-1,5%, non era per nulla irrilevante in una competizione dove lo scarto fra i due contendenti era valutato in qualche decina di migliaia di voti. Questione ripetutamente segnalata e nota agli " addetti ai lavori".
Il rifiuto arrogante del PD, nel quale era stato sanzionato dall’inizio ( sponsor Bersani ) l’obiettivo di impedire nel nuovo Consiglio la presenza di eletti in qualche modo anti Tav o davvero ecologisti, a parole motivato dall’intoccabilità del listino, ha riportato all’ultimo momento i Verdi-Verdi nell’alveo del centro-destra, con 33.411 voti ottenuti (1,76 %), il doppio di quanto ottenuto dai Verdi (0,76%), un quinto dei quali sarebbe stato sufficiente a invertire il risultato ed a riconfermare la Bresso.
Questa telenovelas, tutta assolutamente vera e verificabile, insegna come un singolare cocktail di arroganza e incapacità politica può regalare in poche mosse sbagliate una Regione, che non si merita e poteva evitare cinque anni di Cota… Agli ecologisti indica come la strada di un nuovo movimento politico che li unisca attraverso una nuova larga aggregazione non è più questione dei prossimi mesi, richiede il coraggio di cambiare e non permette improvvisazioni.
(mm)

lunedì 29 marzo 2010

Ci hanno convinti a non votare


Marco Cedolin
Non possono esistere dubbi sul fatto che il dato più emblematico uscito (o sarebbe meglio dire mai entrato) dalle urne di queste elezioni regionali di marzo 2010 sia costituito dai quasi 3 milioni e mezzo in più di cittadini che non si sono recati a votare, portando il “partito” dell’astensione a sfiorare il 37%, diventando di fatto il maggiore partito del Paese. Un incremento nell’ordine dell’8%, con punte fra il 14%, il 12% e il 10% in Puglia, Lazio e Toscana, che qualifica il partito del non voto come l’unico reale vincitore di questa tornata elettorale.

Una vittoria, quella del non voto, determinata da una campagna elettorale sincopata, nevrotica al limite del parossismo, giocata esclusivamente intorno allo screditamento dell’avversario, totalmente priva di qualsiasi abbozzo di programma credibile.
Una campagna elettorale nel corso della quale i problemi reali del paese, che si chiamano crisi occupazionale, disastro economico, crollo del potere di acquisto delle famiglie, inquinamento del territorio, sono stati lasciati a margine da parte delle due coalizioni impegnate a contendersi il governo delle regioni.
Una campagna elettorale imperniata sulla violenza verbale dispensata a piene mani, vissuta fra litigi ed animosità al limite dello scontro fisico, sempre incentrati su differenze artificiali e prive di fondamento, utilizzati per nascondere l’assoluta mancanza di differenze reali fra i due poli che si contendono il governo regionale.

Un italiano su tre ha dunque preferito non recarsi a votare nonostante (o forse anche a causa) la quantità industriale di materiale pubblicitario che ha riempito le buche delle lettere, l’ossessiva tempesta delle telefonate a domicilio, la massa dei manifesti ad abbruttire i muri delle città, la marea di “santini” con faccioni sorridenti e cravatte multicolori. Tutto materiale che a dispetto degli sforzi esperiti dagli esperti del marketing è apparso intriso di un vuoto cosmico, tanto era infarcito di slogan demagogici che sarebbero parsi artificiosi anche agli occhi di un bambino di 5 anni e miravano unicamente a fare leva sulla tanto stantia quanto ormai sempre più improponibile scelta di campo fra destra e sinistra.

Anche in Italia, come nella maggior parte dei paesi occidentali, la distanza fra i partiti politici ed i cittadini continua perciò a farsi sempre più siderale, dimostrando in maniera inequivocabile l’inadeguatezza di un sistema come quello della democrazia rappresentativa, soprattutto qualora gestito in termini di bipolarismo. Anche il clima da “guerra civile” creato nell’occasione e gli “epici” inviti a scelte di campo presentate come decisive, non sembrano avere sortito l’effetto voluto.
I cittadini stanno continuando ad allontanarsi ed i partiti politici parlano ogni giorno di più un linguaggio alieno a chi vive e soffre nel paese reale, un linguaggio autoreferenziale che ben presto rischierà di trasformarsi in una lingua morta.
Per quanto riguarda i risultati elettorali non sono mancate le sorprese e neppure gli elementi che meritano di diventare oggetto di riflessione.

Il centrosinistra, nonostante l’operato del governo Berlusconi non sia stato fin qui entusiasmante, ha nuovamente subito una sconfitta cocente. Se la perdita di regioni come la Calabria, la Campania ed il Lazio può trovare la spiegazione all’interno degli scandali di varia natura che hanno caratterizzato le amministrazioni esistenti, ben più grave appare la debacle in Piemonte. Dove Mercedes Bresso si è vista costretta a cedere il passo a Cota, nonostante fosse riuscita ad incamerare nella propria coalizione tanto l’UDC di Casini quanto la Federazione della sinistra radicale. E’ indicativo il fatto che l’unica regione “a rischio” nella quale il centrosinistra ottiene un risultato positivo sia proprio quella Puglia dove Nichi Vendola ha difeso con i denti la propria candidatura, imponendo una lista più “di sinistra” rispetto al listone in alleanza con l’UDC che era stato imposto da D’Alema

Le liste 5 stelle di Beppe Grillo hanno ottenuto nel complesso risultati di tutto rilievo, fra i quali spiccano Giovanni Favia in Emilia Romagna che ha ottenuto il 7% e Davide Bono in Piemonte arrivato a superare il 4%, a dimostrazione del fatto che esiste senza dubbio ampio spazio di manovra per chi intenda costruire delle alternative ai partiti politici tradizionali.

L’inesorabile continua discesa del centrosinistra, laddove questo non riesce a proporsi come concreto elemento di alternativa, ma semplicemente come una fotocopia sbiadita di Berlusconi, unitamente al buon risultato delle liste che fanno riferimento a Beppe Grillo e al grande incremento dell’astensione, stanno a dimostrare in maniera inequivocabile tanto il “bisogno” di alternative concrete da parte dell’elettorato, quanto la palese incapacità di esprimere le stesse espresse dal sistema dei partiti.
Proprio questo bisogno di alternative concrete, pensiamo possa considerarsi la vera novità di questa tornata elettorale. Una novità destinata naturalmente ad essere sottaciuta, tanto dal sistema dei partiti ormai incancrenito nella spartizione del potere, quanto dai media mainstream che di quel potere rappresentano uno degli elementi cardine.