mercoledì 21 ottobre 2009

La Marcegaglia ha perso le staffe


Marco Cedolin
Posta di fronte alle "belle parole" pronunciate ieri dal ministro Tremonti, riguardo al valore della stabilità nel lavoro, come contraltare della flessibilità che limita le prospettive dei lavoratori, nuoce alla famiglia e mina la stabilità sociale, Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, a capo di un impero industriale (e non solo) il cui fatturato è superiore al PIL di molti stati africani, si è ritrovata in palese difficoltà.
Difficoltà che è andata aumentando a seguito dell’appoggio dato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (da lei stessa invitato pochi giorni fa nel continuare serenamente il proprio lavoro fino alla fine della legislatura) alle parole di Tremonti e dalla disponibilità offerta dalla CGIL all’apertura di un tavolo di confronto con il governo, all’interno del quale affrontare questi temi senza perdere altro tempo.

Visibilmente contrariata da tanti atti di lesa maestà, più che seriamente preoccupata delle conseguenze di quelle che con tutta probabilità resteranno solo parole, Emma Marcegaglia, vera rappresentante di quella grande imprenditoria parassitaria che da 60 anni in Italia costruisce profitti miliardari socializzando le perdite e privatizzando gli utili, trovando anche il tempo per accumulare processi, condanne e patteggiamenti, è sbottata producendosi in esternazioni di fantasia non proprio aderenti alla realtà.

“Riteniamo che la cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi”. Così ha esordito la Marcegaglia, evidentemente abituata a giudicare ciò che è giusto o sbagliato unicamente sulla base dei propri interessi, nonché intenzionata a considerare quelli che eventualmente sono suoi problemi come “problemi del paese”.
Per poi aggiungere “Ovviamente nessuno è a favore della precarietà e insicurezza in un momento come questo, in particolare. Però noi siamo per la stabilità delle imprese e dei posti di lavoro che peraltro non si fa per legge”. Senza darci modo di comprendere per quale arcana ragione la precarietà costruita ad hoc attraverso le leggi Treu e Biagi, non potrebbe venire smantellata con gli stessi strumenti con cui è stata realizzata.
E ancora “Serve una flessibilità regolata e tutelata come quella fatta con Treu e Biagi che ha creato 3 milioni di posti di lavoro”. Sarebbe interessante a questo proposito essere ragguagliati dalla presidente di Confindustria in merito alle tutele introdotte dalle leggi Treu e Biagi, oltre che in merito alla “qualità” di quei 3 milioni di posti di lavoro interinali creati, che hanno determinato la perdita di una quantità almeno doppia di posti di lavoro “decenti” a tempo indeterminato.
Per poi concludere con l’ormai abituale richiesta di prebende, sussidi e danaro pubblico da gettare nel buco nero della cassa integrazione “Noi siamo quindi dell'idea che bisogna investire in ammortizzatori, formazione e in un migliore incontro tra domanda e offerta come indicato nel libro bianco del ministro Sacconi”.
Brutte parole insomma, che a conti fatti peseranno certamente molto più di quelle di Tremonti, dal momento che la grande imprenditoria parassitaria ed i think thank ad essa collegati, continuano a dirigere l’operato delle marionette politiche, identificando i propri interessi con quelli del Paese, a palese dimostrazione di quale sia in realtà l’unico interesse che conta.

martedì 20 ottobre 2009

Belle Parole


Marco Cedolin
Hanno suscitato molto stupore ed una lunga serie di reazioni le parole pronunciate ieri dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti durante la chiusura dei lavori di un convegno organizzato dalla Bpm.
Tremonti ha infatti dichiarato “Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia”. Aggiungendo “La variabilità del posto di lavoro, l'incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no”. E poi ancora “C'è stata una mutazione quantitativa e anche qualitativa del posto di lavoro, da quello fisso a quello mobile. Per me l'obiettivo fondamentale è la stabilità del lavoro, che è base di stabilità sociale”.

In buona sostanza il ministro ha bocciato senza appello la politica del lavoro flessibile, messa in atto negli ultimi 15 anni attraverso la legge 30 e non solo, dai governi di centrodestra e centrosinistra che si sono alternati al potere, con la piena condiscendenza delle organizzazioni sindacali e del mondo dell’informazione. Identificando nella precarietà quel cancro che mina alla base l’equilibrio delle famiglie, le prospettive di futuro dell’individuo e più in generale la stabilità sociale.
Si tratta fondamentalmente di concetti che molti di noi hanno ripetuto fino alla noia nel corso degli ultimi anni, denunciando la precarizzazione di un mondo del lavoro ormai in disfacimento, prodromica di un altrettanto grave disfacimento degli equilibri familiari, della mancanza di prospettive per le nuove generazioni e più in generale di una profonda crisi dei rapporti sociali.

Belle parole, in virtù delle quali non possiamo che rallegrarci per la, sia pur tardiva, presa di coscienza della realtà da parte del ministro. Una colpa, quella di avere tardato troppo nel mettere a fuoco i termini della questione, tutto sommato lieve, se confrontata con quella del mondo sindacale che (nonostante per forza di cose avrebbe dovuto essere la parte più sensibile al problema) troppo distratto dalle prebende che il lavoro flessibile gli ha in questi anni garantito, non è fino ad oggi mai giunto a conclusioni di questo genere, preferendo al contrario continuare ad avallare tanto la precarietà quanto le sue conseguenze.
Belle parole che però potranno avere una valenza solamente ancorché seguite da fatti concreti che si pongano come obiettivo la risoluzione di un problema di fronte al quale la politica ha mostrato finora la più completa inanità. Proprio all’esame dei fatti concreti sarà chiamato nei prossimi mesi il ministro Tremonti, cui oggi va comunque un plauso per il coraggio, dal momento che una volta evidenziati i termini della questione sarebbe lecito attendersi che vengano individuate le basi per porre rimedio alla disastrosa situazione.
Senza i fatti concreti anche le belle parole rischiano di sfiorire nel facile populismo che non è in grado d’incidere e può essere utile solamente per raccattare qualche consenso elettorale in più.

lunedì 19 ottobre 2009

Le merci non salgono sul treno


Marco Cedolin
Pubblicato su Terranauta


L’aspirazione di spostare la movimentazione di una parte delle merci circolanti in Italia, dalla gomma al ferro, è stata nell’ultimo decennio un proposito tanto propagandato (dalle fonti più svariate) quanto scarsamente messo in pratica.

La velleità di operare il trasferimento modale gomma/ferro è stata il cavallo di battaglia usato dalle FS di Moretti (con la complicità di alcune associazioni ambientaliste) per tentare di giustificare la costruzione di nuove linee ferroviarie per i treni ad alta velocità. Linee pagate a peso d’oro, sulle quali (Moretti lo sa bene) le merci non transiteranno mai, per tutta una serie di ragioni tecniche economiche e logistiche.
Il trasferimento modale gomma/ferro è stato il fulcro intorno al quale, attraverso il Libro Bianco dei trasporti del 2001, la UE ha costruito la politica dei trasporti dei decenni futuri, costituita da un lungo elenco di cementificazioni indiscriminate, unito a qualche soluzione interessante concernente il migliore sfruttamento delle vie d’acqua.

In Italia, nonostante i proclami e le ipotesi di fantasia, negli ultimi anni le merci “sul treno” continuano a non salire, anzi sembrano perfino scendere in maniera sempre più marcata, come accaduto in Sardegna dove dallo scorso 24 luglio è stato soppresso il servizio di trasporto merci (treno più nave) da e per l’isola, consegnando di fatto l’intero traffico merci nelle mani delle ditte di autotrasporto privato e compromettendo il futuro di oltre 300 lavoratori.
Un recente articolo comparso su Repubblica, all’interno del quale viene annunciata la due-giorni dal titolo "Mercintreno”che Federmobilità organizzerà a Roma il 19 e 20 novembre, fotografa in maniera abbastanza corretta la situazione.
La percentuale delle merci trasportate su ferrovia nel nostro paese è del 9,9% , nettamente inferiore a quella degli altri paesi europei (Inghilterra 11,8%, Francia 15,7%, Germania 21,4%, media europea intorno al 17%) e risulta essere progressivamente in calo.

Questo sostanzialmente a causa dell’assoluta mancanza di volontà, da parte delle Ferrovie di Stato, di costruire un servizio di trasporto merci efficiente, che sia in grado di rivelarsi competitivo rispetto alla gomma, consentendo alla ferrovia di raggiungere il 20/25% dell’intero volume di merci trasportate, limite massimo raggiungibile secondo il parere degli esperti per il trasporto merci su ferro in Italia, a fronte di un’offerta di servizio ottimale. Assoluta mancanza di volontà che, nonostante convegni e seminari organizzati sulla falsariga di “Mercintreno” tentino in qualche misura di offrire spunti in direzione differente, sembra perdurare anche in propensione futura all’interno delle FS.

Anche se le prospettive non sembrano certo rosee, non ci resta comunque che auspicare un profondo ripensamento da parte di Moretti, riguardo all’impegno da profondere nella costruzione di un servizio merci efficiente e competitivo. Ci preme però sottolineare come l’efficienza del servizio merci prescinda completamente dai progetti concernenti l’alta velocità, altrimenti si finisce per fare confusione, correndo il rischio di equivocare, così come intervistato nel succitato articolo di Repubblica, ha evidentemente equivocato il responsabile trasporti di Legambiente Edoardo Zanchini. Quando afferma "In Italia non si è fatto e non si fa nulla. La Francia ha invece intenzione di investire sulle merci per ferrovia, tanto che alcuni treni Tgv sono stati appositamente adibiti per garantire alle derrate stesse viaggi rapidi ed efficienti.”
Per onore d’informazione occorre infatti ricordare, a Legambiente ed a Zanchini, come sia le zucchine che i container non hanno certo necessità di viaggiare ai 300 km/h, bensì di essere gestiti durante l’intera loro movimentazione in maniera efficiente, sicura e puntuale. E come (documentato in un articolo della stessa Repubblica) l’azienda ferroviaria francese Sncf, da lui presa a mo di esempio, si trovi attualmente in gravi ambasce, proprio a causa della mancanza di utili derivanti dall’alta velocità. Gravi ambasce che sembra non le permettano di rinnovare, come sarebbe invece necessario, il materiale rotabile relativo ai Tgv e si trovi pertanto al momento indisponibile ad ospitare sugli stessi Tgv derrate alimentari di qualsivoglia sorta.

domenica 18 ottobre 2009

Approvato dall'ONU il rapporto Goldstone


Marco Cedolin
Il Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha approvato sabato 17 ottobre il rapporto della commissione Goldstone, avente per oggetto i crimini di guerra compiuti dall’esercito israeliano all’interno della striscia di Gaza durante l’operazione Piombo Fuso degli scorsi mesi di dicembre e gennaio.

Fra i 47 paesi membri del consiglio 25 hanno espresso voto favorevole:
Argentina, Brasile, Cina, Russia, Bahrain, Bangladesh, Bolivia, Cile, Cuba, Djbouti, Egitto, Ghana, India, Indonesia, Giordania, Mauritius, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Filippine, Qatar, Arabia Saudita, Senegal, Sud Africa e Zambia.
11 si sono astenuti:
Belgio, Bosnia, Burkina-Faso, Cameroon, Gabon, Giappone, Messico, Norvegia, Corea del Sud, Slovenia e Uruguay.
6 hanno espresso voto contrario:
Stati Uniti, Israele, Italia, Olanda, Slovacchia e Ucraina
Ed altri 5 non hanno votato:
Gran Bretagna, Francia, Madagascar, Kyrgyzstan ed Angola.

La questione dovrà ora venire esaminata dall’Assemblea generale dell’Onu e potrebbe ipoteticamente (cosa assai improbabile) approdare alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja nel caso Israele continui a respingere l’idea di un’inchiesta approfondita su quanto il suo esercito ha fatto nelle tre settimane dell’assalto a Gaza.
Si tratta comunque di una notizia che ha suscitato entusiasmo e soddisfazione in Palestina, mentre il governo israeliano di Netanyahu, dopo avere tentato a più riprese di bloccare l’iter del rapporto, ha reagito con rabbia, convocando un forum comprendente ministri, giuristi, diplomatici, membri del Mossad ed esperti diversi con il compito di attaccare il rapporto Goldstone e trovare le necessarie contromisure. I giornali israeliani hanno colto nella notizia, giunta a breve distanza da quella della cancellazione delle esercitazioni militari congiunte da parte della Turchia, il pericolo di un preoccupante isolamento internazionale d’Israele, che si rivelerebbe controproducente per il successo di eventuali piani di attacco nei confronti dell’Iran.

Risulta invero di assai difficile comprensione (a meno che si voglia pensare male) il ruolo del Mossad all’interno di un forum di giuristi deputato a “combattere” (si suppone per vie legali) il lavoro di una commissione d’inchiesta. Così da creare non poche perplessità in merito ai metodi che il governo israeliano intende usare per reagire di fronte alle accuse mosse dall’ ONU.
Al tempo stesso appare per molti versi incomprensibile la posizione assunta dall’Italia, nazione del mediterraneo tradizionalmente in ottimi rapporti con i paesi arabi, che anziché abbracciare una politica di equilibrio, preferisce appoggiare acriticamente l’aggressione ed i massacri compiuti da Israele a Gaza, ponendosi in una posizione differente rispetto alla maggioranza delle altre nazioni alleate europee.

venerdì 16 ottobre 2009

MC Arroganza


Marco Cedolin
Dopo esserci occupati dei rischi per la salute indotti dal consumo del cibo spazzatura e dei progetti di “colonizzazione” della catena MC Donald’s, alla conquista di spazi di prestigio dove collocare i propri nuovi fast food, vogliamo focalizzare l’attenzione su una vicenda estremamente indicativa dell’arroganza con cui la multinazionale americana gestisce la propria presenza sul mercato.

A Rivoli, grande comune alle porte di Torino, due giovani imprenditori decidono di coniugare il proprio spirito commerciale con il profondo legame con il territorio e le tradizioni locali e “inventano” un fast food praticamente a km zero, in grado di rappresentare l’esatta antitesi alla catena delle polpette globalizzate.
La carne, arriva dall’azienda di famiglia di uno dei soci, sita ad un paio di km di distanza, dove si allevano 380 bovini di razza Piemontese, 180 maiali, 2500 polli e 800 conigli sfamati al 90% con il foraggio coltivato sui 50 ettari su cui si estende l’azienda fondata dal bisnonno. La birra artigianale proviene da Vaie in Val di Susa, il pane è prodotto in un panificio artigianale ad Alpignano a pochi km di distanza, i formaggi e le tome arrivano da Villastellone (altro comune della cintura torinese) i vini e le patate sono rigorosamente piemontesi, privilegiando senza compromessi la filosofia della filiera corta.

Gli hamburger hanno nomi che si rifanno al dialetto piemontese, da quello con cipolla e pancetta chiamato “Gaute mac da suta”, a quello con la fetta di toma fusa “Chiel”, così come le robiole cotte al forno presentate con le pere “Ai Pruss”, al peperoncino “Mac ca brusa” e con la rucola “Mac al verd”.
Anche il nome scelto per il locale, “MAC BUN” in sintonia con lo stesso spirito ed un pizzico di arguzia commerciale, si rifà al dialetto locale, dal momento che in piemontese il senso delle due parole accostate sta a significare “Solo buono”.

Proprio il marchio dell’impresa, recentemente depositato presso la Camera di Commercio dai due soci, ha evidentemente indispettito oltremisura i responsabili della multinazionale americana, fino al punto da indurli a fare recapitare loro (quando erano passati appena venti giorni dal deposito del marchio stesso) da parte dell’avvocato che cura gli interessi della società, una raccomandata nella quale MC Donald’s intimava di ritirare immediatamente la domanda di marchio, dal momento che secondo la multinazionale americana la famiglia di marchi contenenti il prefisso “Mac/Mc” avrebbe un’ampia ed assoluta notorietà e rinomanza presso il pubblico come sinonimo di McDonald’s».
Anche i creatori della nuova “Agrihamburgeria” sono naturalmente ricorsi al proprio avvocato, sostenendo che il termine “mac bun” in dialetto piemontese ha un significato peculiare che richiama il buon cibo genuino, e adesso la questione finirà in tribunale.

Nel frattempo il locale (già aperto) sta per venire ufficialmente inaugurato e tutte le insegne riporteranno il logo visibilmente censurato “M** Bün” come si può apprezzare nella foto.
La guerra della polpetta globalizzata è anche questa, soprattutto questa, quando gli interessi commerciali di chi gestisce a livello mondiale la distribuzione dei polpettoni standard, rischiano di venire intaccati da piccole imprese che costruiscono una concorrenza di qualità, attraverso i legami con il territorio e le tradizioni, praticando la filosofia della filiera corta.
Guai ad usare i prefissi “Mac/Mc”, ma soprattutto guai a proporre delle alternative alla gastronomia malata, fatta di prodotti spazzatura, figli degli allevamenti intensivi, destinati a viaggiare per migliaia di km a bordo di veicoli inquinanti, prima di arrivare a destinazione ed iniziare ad inquinare anche il nostro corpo.

mercoledì 14 ottobre 2009

Ponte subito! Cura del territorio mai


Marco Cedolin
Parlando ad un convegno a Villa Madama con i vertici di Adr e Sea sullo sviluppo del sistema aeroportuale di Roma e Milano, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha dimostrato una volta di più, nel caso ce ne fosse stato ancora bisogno, l’assoluta miopia attraverso la quale le istituzioni guardano ai problemi del paese.

Nonostante le ferite relative alla recente alluvione di Messina siano ancora aperte e sanguinanti, il Cavaliere si è infatti affrettato nel rassicurare i siciliani e gli italiani tutti, in merito al fatto che la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina (non la risistemazione del martoriato territorio messinese ed italiano) rappresenta una priorità dello Stato. Annunciando che l’inizio dei lavori per la costruzione della grande opera che verrà a costare ai contribuenti italiani probabilmente molto più dei 6,1 miliardi di euro previsti, sarebbe ormai imminente, dal momento che i cantieri apriranno i battenti già a dicembre o gennaio. Aggiungendo poi che la pesante situazione del debito pubblico non deve costituire un disincentivo alla costruzione delle infrastrutture di cui il paese “ha bisogno”. Ignorando completamente l’unica “grande opera” indispensabile all’Italia, costituita dalla riqualificazione e messa in sicurezza di un territorio in stato degenerativo sempre più preoccupante. E ripromettendosi infine d’intervenire su quelle procedure (cattive) che oggi rallentano la prosecuzione dei progetti, con lo scopo di ridurre ad un terzo gli attuali tempi necessari per autorizzazioni (come la VIA) che il premier considera mere pratiche burocratiche.
Mentre l’Italia sta letteralmente “franando”, settimanalmente (l’ultimo caso riguarda il bresciano) finisce sott’acqua, ospita i propri figli all’interno di scuole fatiscenti i cui soffitti cadono con regolarità disarmante, respira quell’amianto abbandonato dappertutto poiché (si racconta) mancano i soldi per le bonifiche, viaggia per mezzo di un sistema ferroviario degno del terzo mondo e continua ad invorticarsi in una crisi economica sempre più pesante, la politica s’impegna ad inaugurare (senza avere neppure i denari per poterlo fare) opere faraoniche destinate a regalare profitto ad Impregilo e soci e nulla più. Davvero uno strano paese, figlio della demagogia e di cortocircuiti logici sempre più evidenti.

martedì 13 ottobre 2009

Vendo Eurotunnel a prezzi di realizzo


Marco Cedolin
Vero affare! Vendesi a saldo porzione del più lungo tunnel sottomarino del mondo, in perfetto stato nonostante un paio d'incendi ed i suoi 15 anni di età, durante i quali l’infrastruttura ha accumulato una decina di miliardi di euro di debiti ed un paio di fallimenti, senza essere riuscita a chiudere neppure una sola volta il proprio bilancio in attivo. Cercasi acquirenti solvibili, estremamente motivati e coraggiosi, no perditempo ed industriali rampanti alla ricerca di facili profitti sul modello italiano di NTV.

Grosso modo potrebbe essere questa l’inserzione che verrà pubblicata nei prossimi giorni sui giornali di annunci economici dal premier britannico Gordon Brown, intenzionato a vendere tutta una serie di beni pubblici del valore nominale di 17,3 miliardi di euro, per tentare di ripianare un debito pubblico salito al 12% del PIL.
Oltre alla partecipazione di capitale nella società che gestisce il tunnel sotto alla Manica e la ferrovia che lo percorre, Gordon Brown sembra intenzionato a cedere anche la quota di partecipazione statale del 33% nell’azienda che arricchisce l’uranio per le centrali atomiche (Urenco), l’avveniristico e ultra trafficato tunnel di Dartford, che corre sotto al Tamigi, la società di scommesse Tote, oltre a centri ricreativi, poli di business e numerose altre proprietà immobiliari.

Il tentativo di recuperare risorse attraverso la dismissione di beni pubblici, per porre un freno alla sempre più rapida crescita del debito britannico, lascia intuire come la crisi economica abbia lasciato il segno e le misure adottate dal governo per tentare di contrastarla (sostanzialmente elargizione di denaro pubblico alle banche) abbiano messo in seria crisi le finanze pubbliche.
L’opposizione liberaldemocratica ha criticato aspramente la decisione di Gordon Brown, ritenendo controproducente il tentativo di vendere parti importanti della proprietà pubblica, in un momento in cui i mercati sono profondamente depressi e sarà molto difficile spuntare il reale valore dei beni oggetto delle dismissioni, con il rischio di praticare una vera e propria “svendita” del patrimonio pubblico.
Nel caso di Eurotunnel, ci sentiamo di aggiungere noi, visti i risultati economici ottenuti fino ad oggi dall’infrastruttura e dal servizio dei treni ad alta velocità/capacità che la percorrono, si tratterà già di un enorme successo se al momento della svendita si presenterà un qualche acquirente amante del rischio e disposto a rilevare la partecipazione. Si tratterà certo di una bella scommessa, alla quale avrebbe potuto magari essere interessato il Tote, se non fosse inserito anch’esso nella vetrina dei saldi anticipati di fine stagione.

lunedì 12 ottobre 2009

Il virus Ebola a Torino?


Marco Cedolin
Spargere allarmismo non rientra nelle nostre corde, tanto meno in materia di pandemie, influenzali o meno, in merito alle quali preferiamo "fare i pompieri" anziché portare acqua ai profitti di Big Pharma.
Il caso in oggetto però ci ha incuriosito oltremisura, per l’evidente sproporzione fra i mezzi messi in campo per affrontare l’emergenza e l’assoluta serenità ostentata dalle fonti sanitarie e dagli esperti.

Un cittadino senegalese di 44 anni residente a Torino, tornato da un paio di giorni da un viaggio in madrepatria, inizia ad accusare strani sintomi quali dolori muscolari, febbre alta e vomito. Dal momento che i sintomi non accennano a diminuire, mercoledì 7 ottobre decide di recarsi in pronto soccorso e viene immediatamente ricoverato presso l’ospedale Amedeo di Savoia, specializzato in malattie infettive, dove gli viene diagnosticata, secondo le parole del direttore sanitario Paolo Mussano, una febbre emorragica di natura sconosciuta.
Le due persone che condividono l’appartamento con lui vengono contattate e messe sotto osservazione, così come sotto osservazione vengono messi tutti i medici e gli infermieri che sono venuti a contatto con il paziente. L’appartamento in cui viveva viene ispezionato dal personale della Asl che riferisce di averlo trovato in buone condizioni igieniche.

Sabato pomeriggio viene presa improvvisamente la decisione di trasferire il paziente da Torino all’ospedale Spallanzani di Roma, uno dei pochi centri europei che disponga di laboratori virologici di grado P4, in grado di garantire il massimo livello d’isolamento e disponga di personale in grado di manipolare virus a rapida diffusione e pericolosi come l'Ebola.
Il trasferimento dell’ammalato, predisposto dalla prefettura di Torino, con la collaborazione di un’unità di isolamento aerodinamico del servizio sanitario dell'Aeronautica Militare, non lascia molto spazio alla serenità e sembra ricalcare gli “effetti speciali” di molti film di fantascienza imperniati su virus e pandemie. Il cittadino senegalese viene infatti trasportato all’aeroporto di Caselle per mezzo di un’ambulanza scortata dalla polizia e dai vigili del fuoco. Quindi viene imbarcato su uno speciale C130, all’interno di una barella chiusa per l'aviotrasporto isolato di pazienti infettivi o contaminati da agenti biologici, che garantisce il perfetto isolamento dall’ambiente esterno. Durante il viaggio lo assistono in nove, fra militari, ufficiali medici e infermieri addestrati a questo tipo di emergenze
All’arrivo nella capitale il malato viene prelevato da una ambulanza dell'unità speciale di bioprotezione dell'ospedale Spallanzani, mentre all’interno della struttura ospedaliera sono già scattate le procedure di massima sicurezza per il suo ricovero. Una volta in ospedale il senegalese viene messo in isolamento all’interno di una camera sterile a pressione negativa, dove sarà sottoposto ai prelievi e agli esami molecolari che dovrebbero chiarire l’esatta natura dell’infezione, dando importanti indicazioni tanto per le cure da adottare, quanto per le modalità con cui affrontare l’eventuale rischio del contagio.

Le fonti sanitarie si sono affrettate nel precisare che a Torino non esisterebbe alcun rischio di contagio, dal momento che i virus di questo tipo non si diffondono per via aerea, ma solamente in seguito a contatti stretti con il soggetto infetto, aventi per oggetto il contatto con materiali e liquidi organici del paziente. Il senegalese inoltre, dopo essere tornato dall’Africa dove vive la sua famiglia, si sarebbe sentito male quasi immediatamente e la malattia gli avrebbe impedito di frequentare altre persone (oltre ai suoi coinquilini) e di recarsi al lavoro.
Continua però a restare un mistero la ragione per cui, di fronte ad una patologia scarsamente contagiosa, il paziente sia stato trasferito a Roma con estrema urgenza, con uno spiegamento di forze assolutamente fuori dall’ordinario e precauzioni tali da lasciare supporre si stesse trasportando un soggetto affetto da una malattia di ferale pericolosità ed estremamente contagiosa. Ed ora sia ricoverato allo Spallanzani in una camera sterile super protetta, dove medici ed infermieri possono accedere solo equipaggiati con scafandri simili a quelle dei palombari, respirando dalle bombole ad ossigeno.
Impossibile non percepire che nella vicenda i conti non tornano e le autorità, forse, non ci stanno dicendo proprio tutta la verità.

venerdì 9 ottobre 2009

Vola la produzione industriale


Marco Cedolin
Anche in periodi come questo, di grande conflittualità sociale e scontri all’ultimo sangue fra giornalisti delle opposte fazioni, esistono “fortunatamente” notizie (non solo riguardanti l’utilità degli inceneritori, la bellezza del TAV, la necessità delle centrali turbogas, il bisogno della costruzione di nuovi ponti, viadotti, autostrade, tangenziali, sopraelevate e manufatti cementizi di vario genere) magicamente in grado di mettere d’accordo tutti i lavoratori della carta stampata che aspirano a godere di maggiore libertà.

La notizia secondo cui, nonostante le aziende continuino a chiudere, i disoccupati ad aumentare ed i cassaintegrati a crescere in maniera esponenziale, la produzione industriale italiana sarebbe stata oggetto nello scorso mese di agosto di un incremento addirittura “epocale”, sembra essere una di quelle intorno alla quale convergono in maniera compatta tanto i “dipendenti” del giornale della FIAT, quanto quelli di Mondadori, di De Benedetti, di RCS e di Caltagirone.

Il quotidiano LA Stampa di Torino titola “Sale la produzione industriale” aggiungendo “mai così bene dal lontano 1990” e “verso la fine della crisi”.
Il quotidiano La Repubblica titola “Ocse:forti segnali di ripresa, specie in Italia e in Francia.
Il Giornale titola "Ocse: segnali di ripresa, Italia e Francia in testa industria agosto record
Il Messaggero titola “Istat: vola la produzione industriale ad agosto +7% rispetto a luglio” aggiungendo boom della produzione di autoveicoli.
Il Corriere Della Sera titola “Produzione industriale ad agosto +7% su luglio ma in un anno resta a -18,3%” inserendo però nel corpo dell’articolo la seguente frase:
“L'istituto statistico segnala che il rimbalzo di agosto è difficile da interpretare poiché potrebbe essere soggetto a distorsioni statistiche legate al calendario: «In questo momento è difficile cogliere gli effetti stagionali, il dato può essere quindi oggetto di aggiustamenti», spiega infatti un funzionario Istat.”

Proprio all’interno di questa frase è contenuta la spiegazione di un piccolo “mistero” in sé abbastanza originale, avente per oggetto proprio la notizia del volo della produzione industriale.
Quasi tutti i giornali web citati, presentavano questa mattina all’interno del corpo degli articoli segnalati, un contenuto profondamente differente da quello che possiamo apprezzare adesso.
Si trattava di una lunga serie di calcolazioni alquanto contraddittorie, attraverso le quali si tentava di enfatizzare un presunto incremento della produzione industriale di agosto rispetto a luglio, proponendo un’ardita comparazione in realtà ben poco convincente. La serie delle calcolazioni continuava poi, prendendo in esame una lunga serie di comparazioni (agosto 2009 rispetto ad agosto 2008, gli ultimi tre mesi rispetto ai precedenti ecc) tutte con pesanti segni meno che contraddicevano in modo palese i toni ottimistici presenti nei titoli degli articoli.
Il polpettone di calcoli e percentuali (nonostante attraverso l’interpretazione dei numeri si possa dire tutto ed il contrario di tutto) evidentemente era talmente “tirato per i capelli” da far si che le redazioni abbiano preferito eliminarlo, sostituendolo con gli articoletti più brevi che potete apprezzare ai link segnalati.

Dopo avere preso atto del fatto che il volo pindarico della produzione industriale, si è rivelato solo una “libera” interpretazione di giornalisti alla ricerca della libertà di stampa, non ci resta che auspicare che questi stessi liberi giornalisti, dopo averci ragguagliati sul boom economico dell’Italia 2009, ci offrano un giorno di questi anche qualche informazione riguardo alla copertura finanziaria dello Stato in merito al dilagare della spesa per la cassa integrazione di cui beneficiano parte di coloro che da questo boom sono stati “colpiti”. Sembra infatti che lo Stato non abbia più i danari per pagare buona parte della cassa integrazione, ed attualmente molte aziende si vedano costrette a supplire a questo “incidente” anticipando in prima persona gli stipendi, attraverso fidi bancari garantiti dallo Stato stesso. Ed in alcuni altri casi (fortunatamente per ora una minoranza) i cassaintegrati gli stipendi non li stiano ricevendo proprio, ma debbano accontentarsi della promessa che prima o poi arriveranno.
Attenderemo naturalmente fiduciosi, nella speranza che anche in merito a questo argomento la “libera stampa” si manifesterà unita e coesa, così come abbiamo potuto apprezzarla nell’occasione del “volo della produzione industriale” e della repentina cancellazione delle ardite calcolazioni.

giovedì 8 ottobre 2009

Italia Futura


Marco Cedolin
Il presidente della FIAT Montezemolo, uomo più di ogni altro avvezzo a privatizzare i profitti socializzando le perdite, recente beneficiario tramite la società NTV (costituita insieme a Diego Della Valle e ad Intesa San Paolo) della gestione delle nuove linee ferroviarie ad alta velocità, pagate decine di miliardi di euro dai contribuenti italiani, è finalmente riuscito a coronare il sogno di possedere un proprio think tank.

Italia Futura, questo è il nome del gruppo di pressione (lobby o fondazione che dir si voglia) capitanato da Luca Montezemolo, è stato presentato ieri ad oltre 200 persone, fra le quali il presidente della camera Gianfranco Fini, il parlamentare del PD Enrico Letta ed il fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi.
Montezemolo ha esordito spiegando tutte quelle che non sarebbero le aspirazioni del nuovo think tank, dando una classica dimostrazione di “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Italia futura non sarà il laboratorio segreto di misteriose alchimie partitiche, né si renderà espressione di un oscuro complotto di salotti buoni, fortunatamente estinti da tempo, né incarnerà l’ennesimo partito sulla scena politica, dal momento che non servirebbe al paese, né sarà intenzionato ad influenzare le geometrie dei partiti.

Italia Futura, secondo le parole di Montezemolo, sarà “un luogo di idee e proposte che ha un'unica e trasparente missione: fare emergere le molte capacità di cui è ricco il nostro Paese per coinvolgerle nell'elaborazione di un progetto sul futuro dell'Italia. Si tratterà di una missione del tutto normale che prende spunto dagli Stati Uniti e dalla loro ricca tradizione di centri di riflessione sul futuro della nazione. Costruirà ogni tre mesi delle campagne tematiche all’interno delle quali verranno lanciate delle proposte snelle e operative intorno ad alcuni grandi problemi del paese. Rappresenterà un luogo d’ideazione, uno strumento di mobilitazione dell’opinione pubblica, uno spazio per pensare il futuro del paese.
Italia Futura affronterà i temi centrali e cruciali della vita degli italiani, ed uno di questi, la “mobilità sociale” è stato scelto come oggetto della prima campagna ed illustrato in sala nel corso della presentazione da Irene Tinagli, ricercatrice già membro della direzione nazionale del Pd, che ha curato il rapporto sull’argomento.

La “maschera” del buon samaritano, preoccupato per i problemi dei cittadini, indispettito dal fatto che il divario tra ricchi e poveri aumenti e con questo aumentino le diseguaglianze e la difficoltà di scalare la società, già usata da Diego Della Valle durante le puntate di Porta a Porta e Ballarò di qualche anno fa, collocata sul viso di Montezemolo appare ancora più grottesca. Così come la velleità di spendersi per il bene del paese non può che risultare ridicola da parte di un uomo che nel corso della propria (facile) carriera è sempre stato abituato a prendere dal paese, senza mai nulla dare.
Italia Futura non è nè sarà mai un’associazione di beneficenza e anche se con tutta probabilità non diventerà mai un partito, nasce con degli obiettivi ben precisi, facilmente individuabili anche solo leggendo fra le righe le dichiarazioni ammantate di buoni propositi esternate da Montezemolo. Italia futura non sarà un partito, ma mirerà a dirigere e guidare l’operato dei partiti di potere, orientando l’opinione pubblica affinché le garantisca una posizione dominante all’interno del rapporto di forze che verrà a crearsi con la politica. Italia Futura agirà dietro le quinte e non porterà rappresentati in parlamento, ma si spenderà per far si che i parlamentari votati all’interno dei partiti politici portino in parlamento gli interessi di Italia Futura, che saranno molto differenti e spesso addirittura antitetici rispetto a quelli degli italiani.
Se Italia Futura rappresenterà l’avvenire, si nutre la vivida sensazione che possa manifestarsi assai più greve del presente, poiché non c’è aguzzino peggiore di quello che continua a picchiarti dicendo che lo sta facendo soltanto per il tuo bene.

martedì 6 ottobre 2009

Il tritacarne globalizzato


Marco Cedolin
Al fondo del sito web del Corriere della Sera, accanto alle valutazioni sui risultati auditel del “ciclone” D’Addario e alla notizia della finta lite fra Madonna e Lady Gaga, ieri si poteva leggere un interessante articolo che racconta la triste vicenda di una ragazza americana di 22 anni, ritrovatasi paralizzata dopo 9 mesi di coma, a causa dell’ingestione del “cibo spazzatura” acquistato in un supermercato.

Stephanie Smith, questo è il nome della sfortunata giovane del Minnesota, un paio di anni fa durante il barbecue domenicale, fece lo sbaglio di mangiare una polpetta di carne tritata contenente il micidiale E.Coli. Carne prodotta dalla multinazionale alimentare Cargill, con sede a Minneapolis e filiali praticamente in tutti i paesi del mondo, dall’Australia al Vietnam, dal Guatemala al Ghana, per arrivare alle 11 sedi presenti in Italia, dove risulta leader nella produzione e vendita di dolcificanti, amidi, aromi ed addensanti, oltre che del cibo per animali.
La carne mangiata da Stefanie Smith, che la stessa Cargill garantiva, tramite la scritta posta sulla confezione, essere selezionata e di prima qualità, una volta analizzata è risultata qualcosa di profondamente diverso da quanto garantito dalla multinazionale. Si trattava infatti di un amalgama nauseabondo (reso appetibile attraverso l’introduzione di additivi chimici) costituito da ritagli di mattatoio e grasso, centrifugati in un impianto del Wisconsin e provenienti da almeno altri tre stati americani e da un macello dell’Uruguay.
Mentre la ragazza stava lottando contro la morte nell’ospedale in cui era stata ricoverata, altre 940 persone si ammalarono, fortunatamente in modo meno grave, a causa di quelle stesse polpette, prima che la Cargill si vedesse costretta a ritirare 400 quintali di carne macinata dal mercato.

Il tragico caso di Stephanie Smith rappresenta solamente la punta dell’iceberg costituito dalla jungla in cui si dibatte il sistema di produzione e distribuzione alimentare statunitense, all’interno del quale manca non solo la capacità d’introdurre nuove regole, ma anche la volontà di fare rispettare quelle esistenti, dal momento che il rispetto delle regole comporterebbe degli esborsi economici ritenuti inaccettabili. Una jungla all’interno della quale ogni anno nei soli Stati Uniti, 70 mila persone contraggono agenti patogeni a causa dell’ingestione di cibo “spazzatura” prodotto dalle grandi multinazionali alimentari.

In Europa ed in Italia, grazie a leggi più severe e ad una maggiore cultura in fatto di cibo, la situazione è un poco migliore, anche se la globalizzazione sempre più spinta dei prodotti alimentari, unitamente alle sempre più scarse risorse economiche a disposizione dei consumatori, stanno drammaticamente avvicinandoci ogni giorno di più al modello americano. Come dimostrano i tanti casi di frodi alimentari, alcune delle quali anche di estrema gravità, che coinvolgono praticamente tutto il vecchio continente, senza risparmiare assolutamente il nostro paese.

A confermare la continua avanzata del “tritacarne globalizzato” nella conquista di nuove fette di mercato, ci sono un paio di notizie balzate agli onori della cronaca proprio in questi giorni, che riguardano l’Italia e la Francia, i due paesi forse più famosi nel mondo per la buona cucina ed il buon cibo.
A Pisa, a pochi passi da piazza dei Miracoli e dalla cupola del Battistero opera del Brunelleschi, dovrebbe aprire i battenti entro la fine dell’anno, nonostante le proteste della Confesercenti, un fast food della catena Mc Donald’s che sostituirà lo storico ristorante - pizzeria “il Giardino”.
A Parigi, all’interno del museo del Louvre, nonostante in molti abbiano storto il naso di fronte all’invadenza della gastronomia malata che diffonderà odori sgradevoli, verranno inaugurati il prossimo mese un ristorante ed una caffetteria gestite dalla catena MC Donald’s che intende in questo modo festeggiare i suoi 30 anni di presenza in Francia.
L’immagine dell’hamburger spazzatura che soppianta in maniera sempre più decisa le specialità gastronomiche locali, rende perfettamente il senso dell’omologazione al ribasso, imposta anche in campo alimentare dalla società globalizzata. Un’omologazione che mira a sradicare i cittadini dalla propria cultura e dalle proprie radici, nel tentativo di renderli “consumatori perfetti” per prodotti standardizzati di bassa qualità che possano venire veicolati con uguale successo in tutto il mondo, quasi si trattasse del mangime destinato agli allevamenti di polli in batteria.

lunedì 5 ottobre 2009

Non Grandi Opere ma cura del territorio


Marco Cedolin
Trovatosi di fronte alla tragedia di Messina, dove alluvioni e frane hanno prodotto finora un bilancio di 25 morti e 38 dispersi, perfino il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, colto da un anelito di quel buon senso di cui generalmente difetta, è riuscito a stupirci, arrivando ad affermare quello che da troppi anni in tanti sosteniamo e scriviamo, nei reconditi anditi in cui ci è permesso esprimere le opinioni non “politicamente corrette”.
In sostanza non bisogna puntare su opere faraoniche, ma difendere con politiche e investimenti adeguati il territorio, per evitare che un nubifragio normale provochi decine vittime.

Si tratta senza dubbio di un concetto estremamente elementare, soprattutto in un paese come il nostro, dove il degrado del territorio ha raggiunto livelli tali da far si che praticamente ogni forte pioggia sia prodromica di alluvioni e frane, spesso catastrofiche. Un concetto elementare che però in Italia non è mai stato preso minimamente in considerazione, da una classe politica intimamente legata ai grandi interessi dei cementificatori, delle consorterie industriali e finanziarie ad essi collegate e dei maggiori gruppi editoriali da loro posseduti al fine di praticare l’orientamento del pensiero.

Così mentre a Messina si muore in mezzo alle macerie e al fango (e in molti altri luoghi si è morti e si morirà grazie all’incuria con cui viene gestito il territorio) la “politica” utilizza i miliardi razziati dalle tasche dei cittadini, per scavare le gallerie del TAV, dare vita ad un progetto folle come quello del Ponte (proprio) sullo Stretto di Messina, devastare le prealpi lombarde e le dolomiti con nuove autostrade, cementificare sempre più in fretta e sempre più in profondità un territorio che già versa in stato di grave malattia. Poco importa se la logica del buon senso imporrebbe di destinare quegli stessi miliardi (sembra averne preso coscienza perfino Napolitano) alla salvaguardia e non alla distruzione del territorio, perché l’unica cosa che conta sono i profitti delle multinazionali delle costruzioni (Impregilo, CMC e Astaldi sono solo tre dei tanti nomi) e di tutti i soggetti che costruiscono sul cemento la propria ricchezza.

Le parole di Napolitano, per una volta cariche di saggezza, sono così cadute nel vuoto di una classe politica ormai totalmente incapace di emanciparsi dal ruolo di funzionario al servizio dei grandi poteri industriali e finanziari. Qualcuno, come il leghista Castelli, rappresentante di un partito che almeno nell’immaginario popolare dovrebbe mantenere un forte legame con il territorio, è arrivato perfino a stizzirsi. Stizza che lo ha indotto ad affermare che la posizione di Napolitano sarebbe miope e figlia di una cultura tipicamente di sinistra, dopo essersi rallegrato per i 7 miliardi di euro spesi negli ultimi anni nel solo Veneto, proprio per la costruzione di grandi opere faraoniche (MOSE, TAV, strade ed autostrade) in larga parte devastanti per l’ambiente ed utili solo a rimpinguare le tasche dei general contractor.
Almeno per quanto concerne la miopia, l’inanità e l’assoluto spregio nei confronti del territorio, ci sentiamo in dovere di rassicurare Castelli, che in tema di grandi opere sembra un po’ confuso. Il cemento non ha colore politico e fino ad oggi in Italia è riuscito a fondere magicamente destra e sinistra all’interno della stessa “cultura” politica fatta di profitti realizzati sulle spalle dei contribuenti ed arricchimenti illeciti costruiti nell’ombra di troppe vittime innocenti.

giovedì 1 ottobre 2009

L'autobus che mangia le polveri


Marco Cedolin
Lo scorso 30 settembre il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha dichiarato l'intenzione della sua amministrazione d’introdurre massicciamente in tempi brevi un meccanismo che, montato sugli autobus cittadini, può essere in grado di assorbire le polveri sottili presenti nell’aria a causa dell’inquinamento.
Tale meccanismo, denominato sistema Luft, è già stato sperimentato sul tetto di un autobus che ha viaggiato per 18 giorni lungo le strade della Capitale, sembra con ottimi risultati. In particolare la sperimentazione, condotta anche con la partecipazione del dott. Stefano Montanari, direttore scientifico del laboratorio Nanodiagnostics di Modena, ha messo in luce la capacità del sistema di assorbire non solo le polveri di maggiori dimensioni (PM 10 e 2,5) ma anche le nanopolveri, estremamente più pericolose per salute in quanto in grado di penetrare all’interno dei tessuti umani e del sangue.

Il meccanismo (che potrebbe in futuro venire montato non solo sugli autobus, ma anche sui taxi, sui mezzi adibiti alla raccolta rifiuti ecc.) è basato su un sistema di filtrazione elettrostatica con tre celle ad alto rendimento alimentate dal mezzo stesso. L’esemplare montato sul tetto dell’autobus per la sperimentazione è stato in grado di filtrare 10 mila metri cubi di aria ogni ora, abbattendo le concentrazioni del particolato aerodisperso, con rendimenti nell’ordine del 90%.
Proprio i risultati della sperimentazione del sistema Luft, estremamente incoraggianti, soprattutto a fronte del fatto che il sistema sembra essere in grado di abbattere anche le nanoparticelle e non solamente le meno pericolose polveri sottili, hanno indotto il sindaco Alemanno ad investire cospicue risorse (dal momento che ogni impianto costerà circa 20 mila euro) per la seconda fase del progetto. Seconda fase durante la quale una decina di autobus, scelti fra quelli che coprono i percorsi oggetto di maggiore inquinamento, già individuati e segnalati ai cittadini, verranno equipaggiati con il sistema Luft.

Stupisce un poco constatare come proprio da un comune amministrato dal centrodestra (tradizionalmente la parte politica meno sensibile ai problemi ambientali) sia partito uno dei primi progetti mirati a contrastare concretamente l’inquinamento, attraverso un sistema che, perlomeno stando ai primi dati, sembra avere i numeri per farlo. Tutto ciò mentre la maggior parte delle amministrazioni delle grandi città italiane, molte delle quali di centrosinistra e con assessori dichiaratamente ambientalisti, continuano ad affrontare il grave problema dell’inquinamento, attraverso tutta una serie di contromisure tanto inefficaci quanto anacronistiche. Contromisure che vanno dal blocco del traffico alle targhe alterne, dall’introduzione del car sharing alla limitazione della circolazione alle auto più nuove (ma molte volte come nel caso del FAP perfino più inquinanti), per non parlare degli improbabili investimenti finalizzati all’affitto delle biciclette, in metropoli prive di piste ciclabili, come Torino, dove circolare in bici equivale ad attraversare a piedi un’autostrada.
Così come stupisce che sia proprio il Comune di Roma, una delle prime istituzioni in Italia a prendere coscienza, grazie alla collaborazione con il dott. Montanari, del problema costituito dalle nanopolveri, fino ad ora misconosciuto tanto dal legislatore quanto dalla politica.

mercoledì 30 settembre 2009

Chi urla più forte!


Marco Cedolin
Gli investimenti in armi e dotazioni militari non riguardano più solamente gli equipaggiamenti destinati al confronto con un nemico “in divisa”, al contrario soprattutto negli ultimi anni si stanno moltiplicando gli sforzi economici destinati a fronteggiare un altro tipo di nemico, considerato in propensione futura evidentemente ben più pericoloso di un esercito belligerante. I contestatori, i manifestanti che ben presto potrebbero riempire le piazze, i cittadini che rimasti senza lavoro e senza prospettive potrebbero passare dal mugugno alla protesta attiva, sembrano infatti preoccupare un po’ tutti i governi (o se preferite il governo unico che regola l’ordine mondiale) che si stanno affrettando ad “acquistare” le opportune contromisure per fronteggiarli.

Il nuovo cannone sonoro LRAD, usato nei giorni scorsi dalla polizia americana nei confronti dei contestatori del recenteG20 a Pittsburg, al quale il quotidiano Repubblica dedica un lungo articolo, rappresenta solo una delle nuove armi definite “non letali” che potrebbero aiutare la polizia nel mantenere l’ordine pubblico, anche nella prospettiva di situazioni particolarmente difficili come potrebbero essere quelle degli anni a venire. Progettato dall’'American Technology Corporation il nuovo cannone a forma di antenna parabolica (fino ad oggi utilizzato negli scontri bellici veri e propri) qualora usato al massimo della sua potenza, può raggiungere un livello di pressione sonora tale da superare la soglia del dolore e danneggiare in maniera permanente il sistema uditivo umano, provocando inoltre soffocamento, nausea e vomito.

Oltre al cannone in oggetto, di armi potenzialmente“non letali” ne esistono in realtà molte, alcune già in dotazione presso le forze di polizia di svariati paesi, altre ancora nella fase di sperimentazione.
A questo proposito è curioso osservare come in una missiva destinata da alcuni sindacati di polizia al ministro dell’Interno nello scorso mese di luglio, venissero manifestate tutta una serie di richieste, aventi per oggetto proprio la dotazione di nuove armi “non letali” da destinare al mantenimento dell’ordine pubblico. Fra di esse venivano elencate nell’ordine:

Sfollagente elettrico che sprigiona una scarica fra 50.000 e 900.000 volt, in base ai modelli. Si aziona con un pulsante e, in un quarto di secondo, fa contrarre i muscoli, mentre da 1 a 5 si cade semiparalizzati per 7 minuti. Costa 80 Euro e si alimenta con 2 normali pile.

Proiettili di gomma che un’apposita pistola spara fino a 50 m, costituiti da cartucce in gommapiuma che si deformano all’impatto senza penetrare la pelle. Costo dell’arma 292 Euro. In Francia si sottolinea essere in dotazione ai Gruppi d’intervento della Polizia Nazionale e alle Brigate anti-criminali. Esistono pure apparecchi fissi, come il Modular Crowd control, con potenza di 600 colpi in successione per disperdere grandi assembramenti e frazioni di folla violenta.

Nuovi cannoni ad acqua controllati con un joystick dall’interno del veicolo. Sparano 15 litri al secondo a 30 bar. Con l’aggiunta di additivi l’acqua può anche venire elettrificata (per il comprensibile piacere dei cittadini in protesta) o colorata per facilitare l’individuazione e l’arresto dei facinorosi.

Spray irritante che acceca per 30 minuti, fino a 4 metri. Alcune bombolette contengono gel paralizzante al pepe. In Italia, col principio attivo al 10%, è legale anche l’uso e costano 32 Euro l’una.

Guardiano silenzioso, costituito da un raggio a microonde da 95 giga hertz, sparato dalle camionette con una parabolica manovrabile (sorella di quella del cannone sonoro). Alza a 54 gradi la temperatura della pelle fino a 500 m, senza ustionare, provocando una fuga istantanea.

Pistole elettriche (laser) consistenti in due freccette a filo che si piantano nei vestiti dando uno shock da 50.000 v. Negli USA sono già in dotazione a 9800 dipartimenti di Polizia su 18000. In Gran Bretagna vengono usate dalla Metropolitan Police.

Armi acustiche portatili o su jeep, che colpiscono le funzioni motorie attraverso l’emissione di infrasuoni a bassa frequenza;

Negtun, consistente in una rete che viene sparata ad aria compressa sul bersaglio, al fine di immobilizzarlo.

Nuovi blindati rg12, gli unici veicoli antigranate per l’ordine pubblico, nel 2005 l’Arma dei Carabinieri ne ordinò 30 in Sud Africa al costo di 10 milioni di dollari l’uno.
Tempi duri dunque nell’immediato futuro per chiunque abbia la “malaugurata” idea di scendere in strada a protestare, magari contro la costruzione di un nuovo inceneritore, di una galleria del TAV o di una centrale turbogas, ma anche per difendere i propri diritti ed il proprio posto di lavoro vaporizzatosi per effetto della globalizzazione. Tempi duri per tutti i cittadini “scontenti” che si troveranno a confrontarsi con un vero e proprio “armamentario da guerra”, destinato ad annichilire le loro pretese, ben prima che queste possano diventare anche solo potenzialmente pericolose. Anche questo è il “progresso” che potrebbe ben presto trovare gli opportuni appoggi legislativi proprio fra le righe di quel Trattato di Lisbona la cui ratifica sembra ormai imminente.

martedì 29 settembre 2009

CGIL - IPHONE: un binomio di "Classe"


Marco Cedolin
E’ di ieri la notizia dello “sbarco” del maggior sindacato italiano, storicamente legato al partito comunista, sulla piattaforma dei cellulari iPhone, vera e propria icona hi-tech delle nuove generazioni rampanti. Sbarco motivato dai vertici del sindacato con la volontà di aprire i propri servizi ai canali di comunicazione del futuro. Come spiega Stefano Landini, segretario organizzativo della CGIL Lombardia che intervistato dal Corriere della Sera mette in evidenza come "con questi strumenti anche il lavoratore più sperduto nel territorio e isolato può avere a portata di mano un contatto sicuro con la CGIL, i nostri servizi e i suoi diritti".

Anche con l’ausilio di molta fantasia è naturalmente difficile immaginare folte schiere di lavoratori in difficoltà, che pur vivendo in territori sperduti e isolati dispongono però di un iPhone nuovo fiammante attraverso il quale prendere visione della web TV CGIL e dei suoi trenta canali tematici o delle campagne del sindacato, fra le quali spicca quella dedicata alla comunicazione sulla regolarizzazione dei migranti. Lavoratori che oltretutto dovrebbero disporre anche di discrete risorse economiche per potersi permettere lunghi collegamenti web attraverso il cellulare a tariffe che sappiamo bene non essere proprio economiche.

Che la notizia dell’ingresso della CGIL nella nuova piattaforma iPhone non avrebbe suscitato l’entusiasmo dei lavoratori e degli operai, pronti a mettersi in fila davanti ai mega store dell’elettronica per dilapidare almeno metà del proprio stipendio nell’acquisto di un cellulare che farà anche “tendenza” ma non aiuta certo ad arrivare a fine mese, era facile immaginarlo. Risulta invece interessante al di là di ogni immaginazione leggere il tenore dei commenti, spesso ironici ed arguti, dedicati dai lavoratori all’articolo in oggetto sulle pagine web del Corriere.
C’è chi sul filo dell’ironia ha scritto “Non ne vedevamo l'ora. Grazie a nome di tutti i lavoratori dotati di iPhone (sicuramente la maggioranza).”
Chi con tono un poco più salace ha sottolineato come “considerato che l'Iphone costa poco più che mezzo stipendio di un operaio.. direi che la CGIL continua a dimostrarsi per quella che è.” Aggiungendo che “i sindacalisti sono quelle persone che l’unico giorno in cui lavorano è quello in cui fanno sciopero!!!”
Chi colmo di risentimento ha suggerito che “potrebbero approfittarne per pubblicare i loro bilanci, visto che oltre a non essere tenuti a rispettare l’art.18 nei casi di licenziamento di personale, i sindacati non hanno l'obbligo di presentare i bilanci. Come la massoneria.”
Chi garbatamente si chiede “se le ottime menti sindacali non potevano essere dedicate a qualcosa di più utile alla stragrande maggioranza dei lavoratori”.
Ma anche chi la considera “comunque un’iniziativa interessante”.

Il logo della CGIL sull’ampio schermo dell’iPhone, cromaticamente fa in effetti una bella figura, dando l’immagine di un sindacato sicuramente proiettato verso le tecnologie del futuro, ma approfondendo al tempo stesso l’evidenza della distanza siderale che ormai separa la dirigenza sindacale dai lavoratori in carne ed ossa, molti dei quali cassaintegrati o in procinto di diventarlo e troppo poco attenti alla tecnologia per apprezzare appieno l’importanza di questa innovazione.

lunedì 28 settembre 2009

Tutti contro il canone RAI


Marco Cedolin
Ci eravamo occupati qualche tempo fa dell'appello pubblicato sul proprio blog dal leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, che invitava gli italiani a disdire il canone RAI, destinando i soldi risparmiati alla sottoscrizione di un abbonamento con SKY. Appello motivato principalmente, da parte dell’ex ministro, dall’incapacità della rete pubblica di fare informazione corretta e super partes, a causa della lottizzazione di cui sarebbe vittima la TV di Stato. Partorito sull’onda delle polemiche che infuriano da settimane intorno alla scarsa “pubblicità” data alla trasmissione Anno Zero di Michele Santoro, al mancato (per ora) rinnovo del contratto del giornalista Marco Travaglio, ospite fisso della stessa trasmissione, allo spostamento della trasmissione Ballarò in occasione della consegna delle prime case in Abruzzo ed all’intenzione di privare della tutela legale lo staff della trasmissione Report di Milena Gabanelli.

Oggi sulle pagine de “Il Giornale” il direttore Vittorio Feltri ha lanciato una raccolta firme, finalizzata all’eliminazione del canone RAI, pur senza consigliare in sostituzione l’abbonamento a qualche TV a pagamento. E lo ha fatto partendo dalle stesse basi di Antonio Di Pietro (lottizzazione e pessima qualità della TV pubblica), collocate però in una lettura del fenomeno completamente antitetica rispetto a quella del leader IDV. In quanto la “cattiva informazione” deriverebbe proprio dalla gestione faziosa di quelle stesse trasmissioni (Anno Zero, Ballarò, Che Tempo che fa ecc) difese da Di Pietro, all’interno delle quali verrebbero diffamati gli avversari politici, senza alcuna possibilità di contraddittorio. E dall’atteggiamento scorretto e fazioso di quegli stessi personaggi (Santoro, Travaglio, Fazio, Dandini, Bignardi ecc.) che in queste ultime settimane stanno lamentando il boicottaggio del loro lavoro.

Curioso come, almeno in apparenza, la gestione della RAI in questo momento stia riuscendo a scontentare un po’ tutti, sia il governo, sia l’opposizione, sia i cittadini privi di particolari simpatie politiche che comunque ne riscontrano il bassissimo livello di qualità. In realtà, dietro agli appelli a disdire o eliminare il canone, (prospettiva in sé più che condivisibile) sembra celarsi semplicemente la lotta, sempre più all’ultimo sangue, nell’ambito di quella stessa lottizzazione, che sia Di Pietro, sia Feltri pongono come problema alla base dei loro appelli. Lotta all’interno della quale, entrambi gli schieramenti politici , temendo di perdere il controllo della RAI, fra i maggiori strumenti di potere del paese, preferiscono ventilarne l’eutanasia. Tanto simili al Mazzarò di Verga che di fronte alla morte preferì distruggere tutta “la sua roba” affinché lo seguisse nella tomba, anziché finire nelle mani di altri.
Niente paura, non appena la spartizione degli spazi in RAI sarà terminata, in maniera soddisfacente per tutti i gruppi di potere, spariranno anche i tanti Don Chisciotte alla bisogna e tutti i cittadini il canone dovranno giocoforza continuare a pagarlo, ricevendo in cambio “di tutto e di più”, da gustare come sempre seduti nel loro posto “in prima fila”.