Marco Cedolin
La geniale iniziativa lanciata dal Movimento NO TAV valsusino concernente l’acquisto collettivo dei terreni che potrebbero essere oggetto in futuro dei cantieri per l’alta velocità, ha riscontrato un successo che è andato oltre ogni più rosea previsione. Oltre 1500 persone hanno già aderito all’iniziativa e domenica 30 marzo si ritroveranno a Chiomonte dove alla presenza di un notaio sottoscriveranno l’atto di acquisto formale dei terreni nel corso di una “maratona” che dalle 9 del mattino terminerà solo a sera inoltrata. La giornata sarà vissuta in maniera conviviale con la presenza di gruppi musicali, l’esposizione delle oltre 250 tele d’autore NO TAV, pranzo a base di polenta e visite ai siti archeologici e ai vigneti locali che dovrebbero essere distrutti dalla costruzione dell’alta velocità.
L’enorme successo dell’iniziativa oltre a creare in prospettiva alcuni problemi di ordine burocratico e legale a chi il TAV vuole costruirlo, assume una valenza ben più pregnante in quanto dimostra in maniera incontrovertibile come l’opposizione dei valsusini nei confronti dell’alta velocità sia rimasta la stessa manifestata nell’inverno 2005, a dispetto di tutte le mistificazioni messe in atto da coloro che nei mesi passati avevano cercato di “vendere” in Italia e in Europa l’immagine di una Val di Susa ormai “normalizzata” e disposta ad accettare supinamente la costruzione dell’opera. Il governo Prodi e Mario Virano, presidente dell’Osservatorio sulla Torino – Lione che porta il suo nome, hanno infatti a più riprese vantato un dialogo ed un confronto con la popolazione che non è mai avvenuto. Arrivando perfino ad “assicurare” in ambito europeo di avere ormai superato la contrarietà dei cittadini, nel momento in cui questo autunno sono riusciti ad ottenere da Bruxelles il finanziamento di 671 milioni di euro per iniziare la costruzione dell’opera, nonostante 32.000 firme di valsusini contrari al TAV raccolte durante l’estate stessero a dimostrare esattamente il contrario.
Dopo la giornata di domenica 30 altri terreni verranno messi in vendita e gli acquirenti sembra non mancheranno davvero, a giudicare dal numero estremamente sostanzioso delle richieste di adesione che non hanno potuto essere inserite in questo primo atto poiché pervenute fuori tempo massimo. Quello di domenica è infatti solo il primo di una serie d’incontri “d’acquisto” che promette di essere lunga e quanto mai pregna di significati.
Il nuovo governo Veltrusconi che uscirà dalle urne del 13 aprile con l’intenzione di costruire il TAV in Val di Susa dovrà iniziare a contare con attenzione quante persone ci sono in prima fila, probabilmente troppe perché possa sperare di continuare a “vendere” come buoni dialoghi di fantasia e condivisioni riguardo all’opera che non trovano riscontri nella realtà.
mercoledì 26 marzo 2008
martedì 25 marzo 2008
Mr. Veltrusconi criticato dal Financial Times
Marco Cedolin
E’ ormai consaputo che per riuscire a raggranellare qualche scampolo di obiettività nei giudizi sulla politica interna italiana, spesso occorre leggere i giornali stranieri. Non perché essi siano più probi ed inclini a raccontare la verità, ma semplicemente perché osservando dal buco della serratura in “casa d’altri” i giornalisti di ogni Paese possono essere più liberi ed obiettivi di quanto non sia loro permesso in patria.
Il Financial Times nella sua edizione ondine del 24 marzo esprime così una dura critica alla politica italiana, in tutto e per tutto simile a quella che si può leggere sul blog di Beppe Grillo e in larga parte dell’informazione “altra” presente su internet, esprimendo concetti largamente condivisi dall’opinione pubblica italiana ma sistematicamente epurati dalle pagine e dai palinsesti dei grandi media nostrani.
Il Financial Times parlando delle elezioni italiane sostiene che “sotto il mantello delle novità si nasconde la vecchia guardia”. Aggiungendo che “quando il pubblico è annoiato, ostile e si ha bisogno della sua attenzione, niente è meglio che dargli l’illusione di poter scegliere mentre viene mantenuto in piedi il vecchio sistema”. Questo vale per i partiti principali che secondo il giornale inglese presentano una vasta gamma di “volti nuovi” al solo fine di creare degli specchietti per le allodole.
Il Financial Times entra poi nel merito della strumentale e ridicola scelta delle candidature operata in questa campagna elettorale affermando “e così si incontrano i candidati più diversi: dall'anziano fascista al giovane principe, all'operatore di call center, al barone della dinastia di design di moda, allo zingaro balcanico, al sopravvissuto di un tragico incendio in una acciaieria, all'ex generale, alla avvenente figlia di un attore scomparso. Sono i leader dei due opposti schieramenti che scelgono i candidati, in modo estremamente opaco”. E aggiunge poi riferendosi sia a Berlusconi che a Walter Veltroni “dopo che non sono stati in grado di raggiungere un'intesa lo scorso anno su una riforma elettorale hanno entrambi usato tutti i mezzi in loro potere per controllare il parlamento”.
In Italia giornali e TV continuano e continueranno invece a presentare Veltrusconi come il nuovo che avanza, legittimato nella novità dal cambiamento delle sigle e dei simboli deputati a “vestire a festa” per il 13 aprile una classe politica imbolsita ed anacronistica, dei cui voleri però ogni giornalista italiano è dipendente fedele. Qualunque libertà, anche quella dell’informazione, purtroppo cessa quando tutti devono rispondere ad unico padrone, che lo si voglia chiamare “mercato” o Veltrusconi a questo punto diventa ininfluente perché il circo dei partiti non è altro che l’interfaccia di comodo usato dai grandi poteri finanziari ed industriali per condurre la volontà dei cittadini nell’alveo delle scelte politiche di loro interesse.
E’ ormai consaputo che per riuscire a raggranellare qualche scampolo di obiettività nei giudizi sulla politica interna italiana, spesso occorre leggere i giornali stranieri. Non perché essi siano più probi ed inclini a raccontare la verità, ma semplicemente perché osservando dal buco della serratura in “casa d’altri” i giornalisti di ogni Paese possono essere più liberi ed obiettivi di quanto non sia loro permesso in patria.
Il Financial Times nella sua edizione ondine del 24 marzo esprime così una dura critica alla politica italiana, in tutto e per tutto simile a quella che si può leggere sul blog di Beppe Grillo e in larga parte dell’informazione “altra” presente su internet, esprimendo concetti largamente condivisi dall’opinione pubblica italiana ma sistematicamente epurati dalle pagine e dai palinsesti dei grandi media nostrani.
Il Financial Times parlando delle elezioni italiane sostiene che “sotto il mantello delle novità si nasconde la vecchia guardia”. Aggiungendo che “quando il pubblico è annoiato, ostile e si ha bisogno della sua attenzione, niente è meglio che dargli l’illusione di poter scegliere mentre viene mantenuto in piedi il vecchio sistema”. Questo vale per i partiti principali che secondo il giornale inglese presentano una vasta gamma di “volti nuovi” al solo fine di creare degli specchietti per le allodole.
Il Financial Times entra poi nel merito della strumentale e ridicola scelta delle candidature operata in questa campagna elettorale affermando “e così si incontrano i candidati più diversi: dall'anziano fascista al giovane principe, all'operatore di call center, al barone della dinastia di design di moda, allo zingaro balcanico, al sopravvissuto di un tragico incendio in una acciaieria, all'ex generale, alla avvenente figlia di un attore scomparso. Sono i leader dei due opposti schieramenti che scelgono i candidati, in modo estremamente opaco”. E aggiunge poi riferendosi sia a Berlusconi che a Walter Veltroni “dopo che non sono stati in grado di raggiungere un'intesa lo scorso anno su una riforma elettorale hanno entrambi usato tutti i mezzi in loro potere per controllare il parlamento”.
In Italia giornali e TV continuano e continueranno invece a presentare Veltrusconi come il nuovo che avanza, legittimato nella novità dal cambiamento delle sigle e dei simboli deputati a “vestire a festa” per il 13 aprile una classe politica imbolsita ed anacronistica, dei cui voleri però ogni giornalista italiano è dipendente fedele. Qualunque libertà, anche quella dell’informazione, purtroppo cessa quando tutti devono rispondere ad unico padrone, che lo si voglia chiamare “mercato” o Veltrusconi a questo punto diventa ininfluente perché il circo dei partiti non è altro che l’interfaccia di comodo usato dai grandi poteri finanziari ed industriali per condurre la volontà dei cittadini nell’alveo delle scelte politiche di loro interesse.
sabato 22 marzo 2008
Il risparmio energetico sarebbe "Terribile"
Marco Cedolin
La questione ecologica, il pericolo dei mutamenti climatici, la necessità di limitare i consumi energetici, il bisogno di contenere gli impatti ambientali derivanti da ogni forma d’inquinamento, sono tutti temi che il “governo” europeo affronta sempre più spesso, vantandosi di possedere in merito un’elevata sensibilità. Risparmio energetico e riduzione dell’inquinamento rappresentano per l’Unione Europea obiettivi prioritari da porre al centro di molte direttive che dovrebbero tradurre in pratica la sensibilità ecologica della sua classe dirigente.
Il premier francese Nicolas Sarkozy ha così deciso di dare prova del proprio spirito ecologista inaugurando un nuovo sottomarino nucleare battezzato “il Terribile” che dimostra di meritare fino in fondo il nome impegnativo di cui è stato investito.
Il Terribile che è già stato definito un “gioiello di tecnologia” pesa 14.000 tonnellate, consuma la stessa quantità di energia che potrebbe alimentare una città di 100.000 abitanti e può lanciare i propri missili di ultimissima generazione a 8.000 km di distanza.
La Francia che prima del “Terribile” ha già varato altri tre sottomarini atomici denominati “il Vigilante”, “il Temerario” ed “il Trionfante” potrà in questo modo ambire a conquistarsi un ruolo di primo piano nella corsa mondiale ai nuovi armamenti nucleari che sembra farsi sempre più serrata.
E la corsa per il risparmio energetico e la limitazione dei mutamenti climatici? Quella resterà rinchiusa nelle direttive infarcite di buone intenzioni e nei proclami elettorali attraverso i quali l’UE si vanta di perseguire il bene dei suoi cittadini.
Va bene l’ecologia quando si tratta di produrre populismo spicciolo, ma di fronte alle cose serie come la guerra al diavolo il risparmio energetico ed i mutamenti climatici, perché restare a corto di armamenti pur in un mondo che riesce a sopravvivere sarebbe comunque “terribile”.
La questione ecologica, il pericolo dei mutamenti climatici, la necessità di limitare i consumi energetici, il bisogno di contenere gli impatti ambientali derivanti da ogni forma d’inquinamento, sono tutti temi che il “governo” europeo affronta sempre più spesso, vantandosi di possedere in merito un’elevata sensibilità. Risparmio energetico e riduzione dell’inquinamento rappresentano per l’Unione Europea obiettivi prioritari da porre al centro di molte direttive che dovrebbero tradurre in pratica la sensibilità ecologica della sua classe dirigente.
Il premier francese Nicolas Sarkozy ha così deciso di dare prova del proprio spirito ecologista inaugurando un nuovo sottomarino nucleare battezzato “il Terribile” che dimostra di meritare fino in fondo il nome impegnativo di cui è stato investito.
Il Terribile che è già stato definito un “gioiello di tecnologia” pesa 14.000 tonnellate, consuma la stessa quantità di energia che potrebbe alimentare una città di 100.000 abitanti e può lanciare i propri missili di ultimissima generazione a 8.000 km di distanza.
La Francia che prima del “Terribile” ha già varato altri tre sottomarini atomici denominati “il Vigilante”, “il Temerario” ed “il Trionfante” potrà in questo modo ambire a conquistarsi un ruolo di primo piano nella corsa mondiale ai nuovi armamenti nucleari che sembra farsi sempre più serrata.
E la corsa per il risparmio energetico e la limitazione dei mutamenti climatici? Quella resterà rinchiusa nelle direttive infarcite di buone intenzioni e nei proclami elettorali attraverso i quali l’UE si vanta di perseguire il bene dei suoi cittadini.
Va bene l’ecologia quando si tratta di produrre populismo spicciolo, ma di fronte alle cose serie come la guerra al diavolo il risparmio energetico ed i mutamenti climatici, perché restare a corto di armamenti pur in un mondo che riesce a sopravvivere sarebbe comunque “terribile”.
venerdì 21 marzo 2008
Tieni in casa la munnezza
Marco Cedolin
La questione dei rifiuti di Napoli sta conoscendo ogni giorno che passa risvolti più grotteschi, trasformandosi in una sorta di teatro dell’assurdo dove le velleità di propaganda elettorale s’intrecciano con l’incapacità manifesta di coloro che sono deputati a gestire l’ormai eterna emergenza.
Il vice commissario delegato per l’emergenza rifiuti Franco Giannini ha così offerto una perla senza eguali, estremamente indicativa dello stato confusionale che alligna nella mente di amministratori e tecnici tanto incompetenti quanto pericolosi. Giannini dentro all’uovo di Pasqua ha pensato bene di far trovare ai napoletani il “consiglio” di trattenere in casa la munnezza durante le vacanze pasquali, evitando di tradurla nei cassonetti (o sarebbe meglio dire nelle strade) prima di mercoledì. Questo poiché durante le feste l’aumentata produzione di rifiuti e la ridotta attività degli impianti di Cdr potrebbero contribuire a peggiorare la già drammatica situazione.
Se i napoletani metteranno in pratica il “consiglio” di Giannini diminuirà così l’altezza dei cumuli di rifiuti nelle strade (sotto agli occhi di tutti), mentre i sacchetti di munnezza si affastelleranno più o meno ordinatamente dentro agli appartamenti almeno fino a mercoledì, a solo beneficio dei padroni di casa e di amici e parenti che potranno allegramente goderne il lezzo durante il pranzo pasquale. Mentre da giovedì le strade torneranno a riempirsi raccogliendo in una volta sola i rifiuti di una settimana che si ammonticchieranno in cumuli più alti dei precedenti, destinati a durare a lungo a causa della cronica limitata operatività della macchina preposta al raccoglimento del pattume.
Nel “consiglio” del vice di De Gennaro, in sé semplicemente grottesco, purtroppo si riesce a leggere tutta l’incapacità di una classe politica che si propone di rimediare all’emergenza dei rifiuti di Napoli (probabilmente creata ad arte) esclusivamente attraverso la pratica dell’incenerimento che contribuirà ad incrementare in maniera esponenziale la vera emergenza costituita dai drammatici problemi di salute che affliggono gli abitanti dell’ormai tristemente noto “triangolo della morte”.
In assenza di qualunque serio piano programmatico di gestione e smaltimento dei rifiuti, basato sulla raccolta differenziata, il riciclaggio ed il riutilizzo, il futuro governo Veltrusconi destinerà infatti ogni risorsa disponibile, per la costruzione e la messa in attività di tre megainceneritori situati ad Acerra, (già in fase di completamento) Santa Maria di Fossa e Salerno (quest’ultimo neppure ancora in fase di progetto) che trasferiranno semplicemente la munnezza accumulata nelle strade di Napoli direttamente dentro ai polmoni dei napoletani, ammorbando ulteriormente di veleni i terreni coltivati e quelli destinati a pascolo. Il Presidente del Consiglio Romano Prodi, sfruttando l’onda emotiva dell’emergenza rifiuti in Campania, lo scorso 31 gennaio 2008, ha inoltre firmato un’ordinanza con la quale concede, in deroga alla legge vigente, i contributi Cip6, pagati con il denaro dei consumatori, per i tre inceneritori campani, ristabilendo di fatto la truffa delle “assimilate” anche per il futuro, trattandosi d’impianti che vedranno la luce fra molti anni ed usufruiranno degli incentivi fino ad oltre il 2020.
Alla luce di queste considerazioni non dovremo stupirci se il prossimo “consiglio” esperito dal team De Gennaro inviterà i cittadini napoletani a provvedere personalmente a bruciare i sacchetti della spazzatura sul balcone delle proprie abitazioni, fino a quando non sarà possibile bruciarli collettivamente nei forni inceneritori, con buona pace per il rispetto della salute e dell’ambiente.
La questione dei rifiuti di Napoli sta conoscendo ogni giorno che passa risvolti più grotteschi, trasformandosi in una sorta di teatro dell’assurdo dove le velleità di propaganda elettorale s’intrecciano con l’incapacità manifesta di coloro che sono deputati a gestire l’ormai eterna emergenza.
Il vice commissario delegato per l’emergenza rifiuti Franco Giannini ha così offerto una perla senza eguali, estremamente indicativa dello stato confusionale che alligna nella mente di amministratori e tecnici tanto incompetenti quanto pericolosi. Giannini dentro all’uovo di Pasqua ha pensato bene di far trovare ai napoletani il “consiglio” di trattenere in casa la munnezza durante le vacanze pasquali, evitando di tradurla nei cassonetti (o sarebbe meglio dire nelle strade) prima di mercoledì. Questo poiché durante le feste l’aumentata produzione di rifiuti e la ridotta attività degli impianti di Cdr potrebbero contribuire a peggiorare la già drammatica situazione.
Se i napoletani metteranno in pratica il “consiglio” di Giannini diminuirà così l’altezza dei cumuli di rifiuti nelle strade (sotto agli occhi di tutti), mentre i sacchetti di munnezza si affastelleranno più o meno ordinatamente dentro agli appartamenti almeno fino a mercoledì, a solo beneficio dei padroni di casa e di amici e parenti che potranno allegramente goderne il lezzo durante il pranzo pasquale. Mentre da giovedì le strade torneranno a riempirsi raccogliendo in una volta sola i rifiuti di una settimana che si ammonticchieranno in cumuli più alti dei precedenti, destinati a durare a lungo a causa della cronica limitata operatività della macchina preposta al raccoglimento del pattume.
Nel “consiglio” del vice di De Gennaro, in sé semplicemente grottesco, purtroppo si riesce a leggere tutta l’incapacità di una classe politica che si propone di rimediare all’emergenza dei rifiuti di Napoli (probabilmente creata ad arte) esclusivamente attraverso la pratica dell’incenerimento che contribuirà ad incrementare in maniera esponenziale la vera emergenza costituita dai drammatici problemi di salute che affliggono gli abitanti dell’ormai tristemente noto “triangolo della morte”.
In assenza di qualunque serio piano programmatico di gestione e smaltimento dei rifiuti, basato sulla raccolta differenziata, il riciclaggio ed il riutilizzo, il futuro governo Veltrusconi destinerà infatti ogni risorsa disponibile, per la costruzione e la messa in attività di tre megainceneritori situati ad Acerra, (già in fase di completamento) Santa Maria di Fossa e Salerno (quest’ultimo neppure ancora in fase di progetto) che trasferiranno semplicemente la munnezza accumulata nelle strade di Napoli direttamente dentro ai polmoni dei napoletani, ammorbando ulteriormente di veleni i terreni coltivati e quelli destinati a pascolo. Il Presidente del Consiglio Romano Prodi, sfruttando l’onda emotiva dell’emergenza rifiuti in Campania, lo scorso 31 gennaio 2008, ha inoltre firmato un’ordinanza con la quale concede, in deroga alla legge vigente, i contributi Cip6, pagati con il denaro dei consumatori, per i tre inceneritori campani, ristabilendo di fatto la truffa delle “assimilate” anche per il futuro, trattandosi d’impianti che vedranno la luce fra molti anni ed usufruiranno degli incentivi fino ad oltre il 2020.
Alla luce di queste considerazioni non dovremo stupirci se il prossimo “consiglio” esperito dal team De Gennaro inviterà i cittadini napoletani a provvedere personalmente a bruciare i sacchetti della spazzatura sul balcone delle proprie abitazioni, fino a quando non sarà possibile bruciarli collettivamente nei forni inceneritori, con buona pace per il rispetto della salute e dell’ambiente.
giovedì 20 marzo 2008
La nuova questua per il TAV
Marco Cedolin
Il Presidente delle FS Innocenzo Cipolletta ritorna a parlare di TAV in un’intervista a Radiocor, durante la quale tenta di vendere proiezioni oniriche in cambio di finanziamenti reali che contribuiranno nel tempo ad aumentare ancora di più il debito pubblico italiano già oggi insostenibile.
Cipolletta dichiara che le FS sono pronte a tornare entro l'anno sul mercato dei capitali con un'emissione obbligazionaria per finanziare il completamento della rete Tav, per il quale occorrono 6 miliardi entro il 2010. Cipolletta aggiunge poi che “La parte passata del finanziamento è stata fatta a carico dello Stato. La parte residua sarà finanziata da noi indebitandoci sul mercato e restituendo il debito attraverso i pedaggi che la rete riceve dai treni che la percorrono”. E conclude ricordando che le ultime emissioni obbligazionarie di FS risalgono agli anni Novanta. Il contesto di mercato, adesso, appare ostico.
Cipolletta alla disperata ricerca di nuovi finanziamenti miliardari da gettare in quel buco nero che è il progetto TAV dimentica di dire che FS è una società per azioni ad intera partecipazione statale, perciò quella che lui chiama “completamento della rete” tramite prestiti obbligazionari sarà comunque un’operazione di finanziamento a carico dello Stato che giocoforza in ultima istanza sarà costretto a garantire sia il pagamento degli interessi (che Cipolletta omette di citare) che la restituzione del capitale. L’ipotesi di restituzione del debito e pagamento degli interessi tramite i pedaggi ricevuti dalla “rete” risulta essere un’ipotesi di fantasia totalmente disancorata dalla realtà nel caso la rete di riferimento sia quella del TAV, destinata ad accumulare perdite per mancanza di viaggiatori e merci e non certo utili e che oltretutto Cipolletta medita di consegnare nelle tratte più redditizie in gestione ai privati di NTV. Potrebbe diventare realistica se la rete di riferimento fosse l’intera rete ferroviaria italiana ed allora i miliardi bruciati nel TAV si tradurrebbero in sostanziosi rincari per tutti i viaggiatori, con in testa i pendolari che rappresentano l’80% dei viaggiatori italiani su ferrovia.
Cipolletta afferma poi che con l'alta velocità “ci sarà il quadruplicamento dei binari: una nuova linea si aggiunge a quella esistente e questo - sottolinea Cipolletta - libera totalmente i binari ordinari, i quali verranno dedicati prevalentemente al traffico locale. Sarà eliminata la congestione attuale del traffico e crescerà l'offerta per i viaggiatori sulle distanze brevi e per i pendolari. Ci sarà una frequenza maggiore delle corse, con una maggiore puntualità”.
In realtà il TAV non quadruplica un bel nulla, poiché sui binari dell’alta velocità potranno correre solamente gli ETR di II generazione con politensione che rappresentano una parte infinitesimale dei treni attualmente circolanti in Italia. Ragione per cui tutti i treni normali continueranno a correre sulle linee normali congestionandole. La congestione del traffico non è comunque la causa dei disservizi attuali che costituiscono il dramma per i viaggiatori pendolari. La scarsa frequenza delle corse e l’inesistente puntualità sono infatti da imputarsi all’assoluta mancanza d’investimenti nel servizio ferroviario tradizionale dovuta all’utilizzo di ogni risorsa per sostenere proprio il fallimentare progetto del TAV. Mancano i locomotori e quelli esistenti sono in pessimo stato di manutenzione. Mancano i macchinisti ed il personale che sono stati licenziati. Mancano i denari per mantenere la rete ordinaria in efficienza e per garantire l’attività delle piccole stazioni, mancano i soldi per investire nella sicurezza e manca qualsiasi volontà di risolvere il problema di un servizio ferroviario da terzo mondo il cui ultimo problema è la congestione del traffico.
Cipolletta promette poi una nuova offerta Fs per l'alta velocità, con la navetta Milano-Roma in 3 ore ogni 15 minuti dal dicembre 2009, fingendo d’ignorare il fatto che la costruzione della rete TAV Milano – Roma è ancora in alto mare, in balia oltretutto di onde tempestose.
Manca l’intero sottoattraversamento di una città ad estremo rischio come Firenze che nel migliore dei casi si tradurrà in almeno 5 anni di lavori, le gallerie del Mugello sono monotubo e perciò prive di tunnel di servizio ed in queste condizioni sarebbe impossibile, oltre che scellerato, ipotizzare che i treni corrano a 300 km/h compatibilmente con i tempi citati da Cipolletta, le infrastrutture aeree sono in larga parte incomplete ed il materiale rotabile non è stato neppure ordinato, se si escludono i 25 treni AGV prenotati dalla società di Montezemolo e Della Valle. Nel migliore dei casi la “navetta di Cipolletta” potrà correre, o meglio camminare, nel 2013 e sicuramente con tempi di percorrenza assai più dilatati rispetto a quelli da lui citati con malcelato ottimismo.
Cipolletta conclude poi l’intervista dicendo che il treno farà sempre più concorrenza all'aeroplano su certe distanze, puntando a conquistarne i passeggeri ed aggiunge “Ma a me piace di più parlare di sviluppo del trasporto, imponente negli ultimi anni. La storia ha dimostrato che con la crescita dell'offerta, cresce anche la domanda. Nel medio periodo cresceranno tutti”.
Anche il presidente di FS in tutta evidenza si è ormai trasferito come tanti politici su Second Life, dove traffici e denari di fantasia sono destinati a crescere all’infinito, pur in presenza della recessione, del prezzo del petrolio alle stelle e di un’enorme contrazione dei consumi.
Il nuovo prestito di 6 miliardi che Cipolletta intende porre sulle spalle dei contribuenti italiani non sarà però purtroppo costituito da Linden dollar, bensì da euro sonanti che contribuiranno a distruggere il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti.
Il Presidente delle FS Innocenzo Cipolletta ritorna a parlare di TAV in un’intervista a Radiocor, durante la quale tenta di vendere proiezioni oniriche in cambio di finanziamenti reali che contribuiranno nel tempo ad aumentare ancora di più il debito pubblico italiano già oggi insostenibile.
Cipolletta dichiara che le FS sono pronte a tornare entro l'anno sul mercato dei capitali con un'emissione obbligazionaria per finanziare il completamento della rete Tav, per il quale occorrono 6 miliardi entro il 2010. Cipolletta aggiunge poi che “La parte passata del finanziamento è stata fatta a carico dello Stato. La parte residua sarà finanziata da noi indebitandoci sul mercato e restituendo il debito attraverso i pedaggi che la rete riceve dai treni che la percorrono”. E conclude ricordando che le ultime emissioni obbligazionarie di FS risalgono agli anni Novanta. Il contesto di mercato, adesso, appare ostico.
Cipolletta alla disperata ricerca di nuovi finanziamenti miliardari da gettare in quel buco nero che è il progetto TAV dimentica di dire che FS è una società per azioni ad intera partecipazione statale, perciò quella che lui chiama “completamento della rete” tramite prestiti obbligazionari sarà comunque un’operazione di finanziamento a carico dello Stato che giocoforza in ultima istanza sarà costretto a garantire sia il pagamento degli interessi (che Cipolletta omette di citare) che la restituzione del capitale. L’ipotesi di restituzione del debito e pagamento degli interessi tramite i pedaggi ricevuti dalla “rete” risulta essere un’ipotesi di fantasia totalmente disancorata dalla realtà nel caso la rete di riferimento sia quella del TAV, destinata ad accumulare perdite per mancanza di viaggiatori e merci e non certo utili e che oltretutto Cipolletta medita di consegnare nelle tratte più redditizie in gestione ai privati di NTV. Potrebbe diventare realistica se la rete di riferimento fosse l’intera rete ferroviaria italiana ed allora i miliardi bruciati nel TAV si tradurrebbero in sostanziosi rincari per tutti i viaggiatori, con in testa i pendolari che rappresentano l’80% dei viaggiatori italiani su ferrovia.
Cipolletta afferma poi che con l'alta velocità “ci sarà il quadruplicamento dei binari: una nuova linea si aggiunge a quella esistente e questo - sottolinea Cipolletta - libera totalmente i binari ordinari, i quali verranno dedicati prevalentemente al traffico locale. Sarà eliminata la congestione attuale del traffico e crescerà l'offerta per i viaggiatori sulle distanze brevi e per i pendolari. Ci sarà una frequenza maggiore delle corse, con una maggiore puntualità”.
In realtà il TAV non quadruplica un bel nulla, poiché sui binari dell’alta velocità potranno correre solamente gli ETR di II generazione con politensione che rappresentano una parte infinitesimale dei treni attualmente circolanti in Italia. Ragione per cui tutti i treni normali continueranno a correre sulle linee normali congestionandole. La congestione del traffico non è comunque la causa dei disservizi attuali che costituiscono il dramma per i viaggiatori pendolari. La scarsa frequenza delle corse e l’inesistente puntualità sono infatti da imputarsi all’assoluta mancanza d’investimenti nel servizio ferroviario tradizionale dovuta all’utilizzo di ogni risorsa per sostenere proprio il fallimentare progetto del TAV. Mancano i locomotori e quelli esistenti sono in pessimo stato di manutenzione. Mancano i macchinisti ed il personale che sono stati licenziati. Mancano i denari per mantenere la rete ordinaria in efficienza e per garantire l’attività delle piccole stazioni, mancano i soldi per investire nella sicurezza e manca qualsiasi volontà di risolvere il problema di un servizio ferroviario da terzo mondo il cui ultimo problema è la congestione del traffico.
Cipolletta promette poi una nuova offerta Fs per l'alta velocità, con la navetta Milano-Roma in 3 ore ogni 15 minuti dal dicembre 2009, fingendo d’ignorare il fatto che la costruzione della rete TAV Milano – Roma è ancora in alto mare, in balia oltretutto di onde tempestose.
Manca l’intero sottoattraversamento di una città ad estremo rischio come Firenze che nel migliore dei casi si tradurrà in almeno 5 anni di lavori, le gallerie del Mugello sono monotubo e perciò prive di tunnel di servizio ed in queste condizioni sarebbe impossibile, oltre che scellerato, ipotizzare che i treni corrano a 300 km/h compatibilmente con i tempi citati da Cipolletta, le infrastrutture aeree sono in larga parte incomplete ed il materiale rotabile non è stato neppure ordinato, se si escludono i 25 treni AGV prenotati dalla società di Montezemolo e Della Valle. Nel migliore dei casi la “navetta di Cipolletta” potrà correre, o meglio camminare, nel 2013 e sicuramente con tempi di percorrenza assai più dilatati rispetto a quelli da lui citati con malcelato ottimismo.
Cipolletta conclude poi l’intervista dicendo che il treno farà sempre più concorrenza all'aeroplano su certe distanze, puntando a conquistarne i passeggeri ed aggiunge “Ma a me piace di più parlare di sviluppo del trasporto, imponente negli ultimi anni. La storia ha dimostrato che con la crescita dell'offerta, cresce anche la domanda. Nel medio periodo cresceranno tutti”.
Anche il presidente di FS in tutta evidenza si è ormai trasferito come tanti politici su Second Life, dove traffici e denari di fantasia sono destinati a crescere all’infinito, pur in presenza della recessione, del prezzo del petrolio alle stelle e di un’enorme contrazione dei consumi.
Il nuovo prestito di 6 miliardi che Cipolletta intende porre sulle spalle dei contribuenti italiani non sarà però purtroppo costituito da Linden dollar, bensì da euro sonanti che contribuiranno a distruggere il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti.
mercoledì 19 marzo 2008
Le mezze verità del prof. Sartori
Marco Cedolin
Leggendo il Corriere della Sera di giovedì 13 marzo può accadere di rimanere interdetti dinanzi alla visione dicotoma della situazione economica in cui versa l’Italia, presentata come “una democrazia in decrescita” che ha ormai “raschiato il fondo del barile” nel fondo di Giovanni Sartori che compare in prima pagina e come un Paese “ormai in zona sicurezza sulla via del pareggio di bilancio” nel servizio della seconda pagina che riprende le dichiarazioni del Ministro Padoa Schioppa.
Sartori giudica intollerabile il pesantissimo debito pubblico che grava sul nostro Paese e comporta un carico d’interessi di 70 miliardi di euro l’anno. Padoa Schioppa dice che “il rallentamento dell’economia non interrompe il risanamento dei conti che è solido e destinato a durare” e promette il pareggio di bilancio entro il 2011.
Sartori individua nella mafia, il cui fatturato totalmente esentasse è nell’ordine dei 90 miliardi di euro l’anno, e nella collusione di questa con la politica uno dei principali problemi che strangolano l’economia italiana. Un problema, quello mafioso, che né Tremonti né l’accoppiata Visco/Padoa Schioppa, né i ministri che li hanno preceduti hanno mai tentato di risolvere, evitando di andare a cercare i soldi nel colossale patrimonio mafioso.
Padoa Schioppa canta le lodi della lotta all’evasione fiscale operata dal governo, lotta che se portata avanti con la stessa veemenza anche in futuro potrebbe portare ad un contenimento del deficit anche in presenza di un rallentamento dell’economia ed offrire ampie risorse per ridurre la pressione fiscale sui contribuenti onesti.
Sartori mette in evidenza i dati dell’Ocse che rilevano come il potere di acquisto dei nostri lavoratori sia del 18% inferiore a quello dei Paesi dell’euro e ventila il sospetto che il nostro paese stia cadendo nel vortice di uno sviluppo non sostenibile che distribuisce più di quello che produce.
Nell’editoriale si esprime preoccupazione per la continua salita del prezzo del petrolio e per il valore dell’euro sempre più forte, evidenziando però come Luca Cordero di Montezemolo escluda la possibilità di una recessione.
Due immagini dell’Italia per molti versi antitetiche, quasi ognuna di loro facesse riferimento ad un Paese diverso, ma un’immagine quella tratteggiata dal Prof Sartori, senza dubbio più aderente alla realtà che tutti i giorni sperimentiamo in prima persona. Verrebbe voglia di dire “bravo” a Sartori che ha deciso di raccontarci la verità e fare un applauso anche al Corriere Della Sera per avere permesso che questo accadesse (contraddicendo in questo modo anche il proprio editoriale) ma continuando a leggere il servizio del buon Sartori emergono stridenti contraddizioni che lasciano intendere come tutta la verità il professore non abbia voluto tirarla fuori.
Sartori dopo quello mafioso evidenzia infatti la mancanza d’infrastrutture come uno dei principali problemi del paese, stima in 30/40 miliardi di euro il costo dell’indispensabile rifacimento della rete ferroviaria italiana ed afferma che per diventare un Paese moderno in media con gli altri Paesi europei occorrerebbe spendere nell’arco di una ventina di anni almeno un PIL al completo. Dimentica però di dire che negli ultimi 20 anni l’Italia ha bruciato qualcosa come 90 miliardi di euro per costruire le linee ferroviarie del TAV che non risolveranno alcun problema di viabilità, né tanto meno miglioreranno il sistema ferroviario italiano. Ragione per cui, semmai l’Italia fosse in crisi per la mancanza d’infrastrutture (ragionamento quanto mai opinabile) il problema sarebbe quello di come spendere e non di quanto spendere di quello che resta del denaro dei contribuenti. Sempre che spendere decine di miliardi di euro in infrastrutture possa essere compatibile (e non credo lo sia) con la necessità prioritaria di ridurre un debito pubblico intollerabile.
Sartori sostiene poi la necessità di costruire i rigassificatori, stigmatizzando chi si è opposto a questa operazione, sostenendo che sono indispensabili per sostenere la vertiginosa crescita futura del fabbisogno energetico. Ma come potrebbe quella che secondo le sue parole è “una democrazia in decrescita che ha ormai raschiato il fondo del barile” farsi artefice negli anni futuri di vertiginose crescite dei consumi energetici?
Sartori parla poi dell’incombente disastro climatico, facendo riferimento agli accordi di Kyoto ed affermando che l’Italia ha superato del 13% il limite delle emissioni di gas serra che aveva accettato, (in realtà l’informazione non è esatta perché l’Italia ha aumentato le proprie emissioni del 13% rispetto al 1990 mentre si era impegnata a diminuirle del 6,5% entro il 2012) ma critica il Ministro Pecoraro Scanio incolpandolo di avere bloccato la costruzione dei “termovalorizzatori” nel napoletano. Il professore evidentemente non sa (o finge di non sapere) che gli impianti da lui chiamati termovalorizzatori sono grandi produttori di gas serra la cui costruzione ci allontana sempre di più dal rispetto dei limiti del protocollo di Kyoto.
Purtroppo l’Italia vera, quella racchiusa nell’insensato modello di sviluppo della crescita infinita ed ormai sul punto d’implodere su sé stessa, quella che attende il futuro governo Veltrusconi che la farà sprofondare nel buco di quel barile ormai raschiato, continua a restare molto lontana dalle pagine del Corriere Della Sera, dove al massimo si racconta qualche mezza verità fingendo di voler cambiare tutto per non cambiare nulla.
Leggendo il Corriere della Sera di giovedì 13 marzo può accadere di rimanere interdetti dinanzi alla visione dicotoma della situazione economica in cui versa l’Italia, presentata come “una democrazia in decrescita” che ha ormai “raschiato il fondo del barile” nel fondo di Giovanni Sartori che compare in prima pagina e come un Paese “ormai in zona sicurezza sulla via del pareggio di bilancio” nel servizio della seconda pagina che riprende le dichiarazioni del Ministro Padoa Schioppa.
Sartori giudica intollerabile il pesantissimo debito pubblico che grava sul nostro Paese e comporta un carico d’interessi di 70 miliardi di euro l’anno. Padoa Schioppa dice che “il rallentamento dell’economia non interrompe il risanamento dei conti che è solido e destinato a durare” e promette il pareggio di bilancio entro il 2011.
Sartori individua nella mafia, il cui fatturato totalmente esentasse è nell’ordine dei 90 miliardi di euro l’anno, e nella collusione di questa con la politica uno dei principali problemi che strangolano l’economia italiana. Un problema, quello mafioso, che né Tremonti né l’accoppiata Visco/Padoa Schioppa, né i ministri che li hanno preceduti hanno mai tentato di risolvere, evitando di andare a cercare i soldi nel colossale patrimonio mafioso.
Padoa Schioppa canta le lodi della lotta all’evasione fiscale operata dal governo, lotta che se portata avanti con la stessa veemenza anche in futuro potrebbe portare ad un contenimento del deficit anche in presenza di un rallentamento dell’economia ed offrire ampie risorse per ridurre la pressione fiscale sui contribuenti onesti.
Sartori mette in evidenza i dati dell’Ocse che rilevano come il potere di acquisto dei nostri lavoratori sia del 18% inferiore a quello dei Paesi dell’euro e ventila il sospetto che il nostro paese stia cadendo nel vortice di uno sviluppo non sostenibile che distribuisce più di quello che produce.
Nell’editoriale si esprime preoccupazione per la continua salita del prezzo del petrolio e per il valore dell’euro sempre più forte, evidenziando però come Luca Cordero di Montezemolo escluda la possibilità di una recessione.
Due immagini dell’Italia per molti versi antitetiche, quasi ognuna di loro facesse riferimento ad un Paese diverso, ma un’immagine quella tratteggiata dal Prof Sartori, senza dubbio più aderente alla realtà che tutti i giorni sperimentiamo in prima persona. Verrebbe voglia di dire “bravo” a Sartori che ha deciso di raccontarci la verità e fare un applauso anche al Corriere Della Sera per avere permesso che questo accadesse (contraddicendo in questo modo anche il proprio editoriale) ma continuando a leggere il servizio del buon Sartori emergono stridenti contraddizioni che lasciano intendere come tutta la verità il professore non abbia voluto tirarla fuori.
Sartori dopo quello mafioso evidenzia infatti la mancanza d’infrastrutture come uno dei principali problemi del paese, stima in 30/40 miliardi di euro il costo dell’indispensabile rifacimento della rete ferroviaria italiana ed afferma che per diventare un Paese moderno in media con gli altri Paesi europei occorrerebbe spendere nell’arco di una ventina di anni almeno un PIL al completo. Dimentica però di dire che negli ultimi 20 anni l’Italia ha bruciato qualcosa come 90 miliardi di euro per costruire le linee ferroviarie del TAV che non risolveranno alcun problema di viabilità, né tanto meno miglioreranno il sistema ferroviario italiano. Ragione per cui, semmai l’Italia fosse in crisi per la mancanza d’infrastrutture (ragionamento quanto mai opinabile) il problema sarebbe quello di come spendere e non di quanto spendere di quello che resta del denaro dei contribuenti. Sempre che spendere decine di miliardi di euro in infrastrutture possa essere compatibile (e non credo lo sia) con la necessità prioritaria di ridurre un debito pubblico intollerabile.
Sartori sostiene poi la necessità di costruire i rigassificatori, stigmatizzando chi si è opposto a questa operazione, sostenendo che sono indispensabili per sostenere la vertiginosa crescita futura del fabbisogno energetico. Ma come potrebbe quella che secondo le sue parole è “una democrazia in decrescita che ha ormai raschiato il fondo del barile” farsi artefice negli anni futuri di vertiginose crescite dei consumi energetici?
Sartori parla poi dell’incombente disastro climatico, facendo riferimento agli accordi di Kyoto ed affermando che l’Italia ha superato del 13% il limite delle emissioni di gas serra che aveva accettato, (in realtà l’informazione non è esatta perché l’Italia ha aumentato le proprie emissioni del 13% rispetto al 1990 mentre si era impegnata a diminuirle del 6,5% entro il 2012) ma critica il Ministro Pecoraro Scanio incolpandolo di avere bloccato la costruzione dei “termovalorizzatori” nel napoletano. Il professore evidentemente non sa (o finge di non sapere) che gli impianti da lui chiamati termovalorizzatori sono grandi produttori di gas serra la cui costruzione ci allontana sempre di più dal rispetto dei limiti del protocollo di Kyoto.
Purtroppo l’Italia vera, quella racchiusa nell’insensato modello di sviluppo della crescita infinita ed ormai sul punto d’implodere su sé stessa, quella che attende il futuro governo Veltrusconi che la farà sprofondare nel buco di quel barile ormai raschiato, continua a restare molto lontana dalle pagine del Corriere Della Sera, dove al massimo si racconta qualche mezza verità fingendo di voler cambiare tutto per non cambiare nulla.
martedì 18 marzo 2008
Schediamoli da piccoli
Marco Cedolin
La società del controllo che si specchia nelle telecamere affastellate ad ogni angolo delle città, che si ciba d’impronte digitali, grandi orecchie, satelliti spia e banche del Dna, che sta costruendo incubi quotidiani popolati da droni “intelligenti” e microchip da installare sottocute, sembra non porre limiti alla propria fantasia visionaria e l’intelligence britannica continua a fare scuola in questo senso.
Scotland Yard ha infatti lanciato un’iniziativa promossa da Gary Pugh, direttore delle scienze forensi e portavoce per la genetica della polizia, che ha come obiettivo la raccolta del Dna dei bimbi delle scuole elementari del Paese. La raccolta non riguarderebbe però tutti i bimbi dai 5 anni in su, bensì solamente i pargoletti che dimostrano comportamenti antisociali o comunque considerati “a rischio”. Il progetto, stando a quanto scritto sul quotidiano Guardian che ha dato la notizia, prenderebbe spunto dalla necessità d’identificare tempestivamente potenziali criminali al fine di garantire adeguatamente la sicurezza nazionale. Gli esperti criminologi hanno infatti realizzato uno studio dal quale emergerebbe che l’inclinazione a determinati comportamenti pericolosi per la società sia identificabile già nei bimbi di 5 anni di età. Da qui emergerebbe l’idea di schedare il Dna dei piccoli monelli britannici, avendo così modo di poterli monitorare nel corso della loro vita e identificare fin da subito i potenziali “delinquenti in erba” che in futuro potrebbero compiere realmente dei reati.
La proposta sicuramente non incontrerà l’immediato favore dell’opinione pubblica e ben difficilmente verrà messa in atto integralmente in tempi brevi, dinanzi alla scontata opposizione di genitori ed insegnanti, però risulta oltremodo indicativa della strada che il sistema del controllo intende intraprendere per ottenere lo scopo reale che si prefigge e cioè la totale acquiescenza dei cittadini costretti all’interno di un modello unico comportamentale, costruito a maglie sempre più strette, al fine di determinare i loro gesti, i loro gusti, le loro aspirazioni, le loro reazioni che dovranno per forza di cose risultare funzionali al sistema. Un sistema che decide a priori quello che è “giusto” e quello che è “sbagliato”, provvedendo in prima persona ad identificare, isolare e neutralizzare qualunque “anomalia genetica” possa discostare l’individuo dall’atteggiamento di acritica sottomissione al modello sociale dominante. In questo senso, soprattutto negli USA, sono già in stato di sperimentazione sui topi sistemi di microchip sottocutanei in grado di condizionare la volontà del soggetto, rendendolo docile come un agnellino e disposto ad accettare qualsiasi angheria.
Notizie come quella data dal Guardian e ripresa dal Corriere Della Sera che al riguardo ha indetto perfino un sondaggio per sapere se i suoi lettori sarebbero favorevoli all’adozione di un simile provvedimento anche in Italia, rappresentano soprattutto uno strumento volto a testare il grado attuale di sensibilità da parte dei cittadini nei confronti del “controllo”. La società del controllo vive e prospera cibandosi di paura, quella paura che distribuisce quotidianamente a piene mani. Paura del terrorismo, paura delle rapine, paura delle aggressioni, paura degli altri, paura di essere esclusi, paura di morire e paura di vivere. Solo attraverso la “paura” può costringere il cittadino a chiedere più controllo, offrendoglielo per il suo bene e stimolandolo a chiederne ancora di più che naturalmente gli sarà generosamente offerto, in un circolo vizioso al termine del quale anche schedare i bimbi di 5 anni e magari “correggerli” con un microchip sembrerà un atteggiamento plausibile, eticamente corretto e necessario.
La società del controllo che si specchia nelle telecamere affastellate ad ogni angolo delle città, che si ciba d’impronte digitali, grandi orecchie, satelliti spia e banche del Dna, che sta costruendo incubi quotidiani popolati da droni “intelligenti” e microchip da installare sottocute, sembra non porre limiti alla propria fantasia visionaria e l’intelligence britannica continua a fare scuola in questo senso.
Scotland Yard ha infatti lanciato un’iniziativa promossa da Gary Pugh, direttore delle scienze forensi e portavoce per la genetica della polizia, che ha come obiettivo la raccolta del Dna dei bimbi delle scuole elementari del Paese. La raccolta non riguarderebbe però tutti i bimbi dai 5 anni in su, bensì solamente i pargoletti che dimostrano comportamenti antisociali o comunque considerati “a rischio”. Il progetto, stando a quanto scritto sul quotidiano Guardian che ha dato la notizia, prenderebbe spunto dalla necessità d’identificare tempestivamente potenziali criminali al fine di garantire adeguatamente la sicurezza nazionale. Gli esperti criminologi hanno infatti realizzato uno studio dal quale emergerebbe che l’inclinazione a determinati comportamenti pericolosi per la società sia identificabile già nei bimbi di 5 anni di età. Da qui emergerebbe l’idea di schedare il Dna dei piccoli monelli britannici, avendo così modo di poterli monitorare nel corso della loro vita e identificare fin da subito i potenziali “delinquenti in erba” che in futuro potrebbero compiere realmente dei reati.
La proposta sicuramente non incontrerà l’immediato favore dell’opinione pubblica e ben difficilmente verrà messa in atto integralmente in tempi brevi, dinanzi alla scontata opposizione di genitori ed insegnanti, però risulta oltremodo indicativa della strada che il sistema del controllo intende intraprendere per ottenere lo scopo reale che si prefigge e cioè la totale acquiescenza dei cittadini costretti all’interno di un modello unico comportamentale, costruito a maglie sempre più strette, al fine di determinare i loro gesti, i loro gusti, le loro aspirazioni, le loro reazioni che dovranno per forza di cose risultare funzionali al sistema. Un sistema che decide a priori quello che è “giusto” e quello che è “sbagliato”, provvedendo in prima persona ad identificare, isolare e neutralizzare qualunque “anomalia genetica” possa discostare l’individuo dall’atteggiamento di acritica sottomissione al modello sociale dominante. In questo senso, soprattutto negli USA, sono già in stato di sperimentazione sui topi sistemi di microchip sottocutanei in grado di condizionare la volontà del soggetto, rendendolo docile come un agnellino e disposto ad accettare qualsiasi angheria.
Notizie come quella data dal Guardian e ripresa dal Corriere Della Sera che al riguardo ha indetto perfino un sondaggio per sapere se i suoi lettori sarebbero favorevoli all’adozione di un simile provvedimento anche in Italia, rappresentano soprattutto uno strumento volto a testare il grado attuale di sensibilità da parte dei cittadini nei confronti del “controllo”. La società del controllo vive e prospera cibandosi di paura, quella paura che distribuisce quotidianamente a piene mani. Paura del terrorismo, paura delle rapine, paura delle aggressioni, paura degli altri, paura di essere esclusi, paura di morire e paura di vivere. Solo attraverso la “paura” può costringere il cittadino a chiedere più controllo, offrendoglielo per il suo bene e stimolandolo a chiederne ancora di più che naturalmente gli sarà generosamente offerto, in un circolo vizioso al termine del quale anche schedare i bimbi di 5 anni e magari “correggerli” con un microchip sembrerà un atteggiamento plausibile, eticamente corretto e necessario.
lunedì 17 marzo 2008
Moro rapito una seconda volta
Marco Cedolin
Dopo trent’anni dall’assassinio di Aldo Moro non è ancora stata fatta (e probabilmente non lo sarà mai) piena luce sulle dinamiche e sulle responsabilità concernenti una delle pagine più buie della storia italiana. Sull’argomento sono stati scritti libri e costruiti film e documentari, alcuni dei quali molto interessanti, ma la verità sembra continuare ad allignare al di sotto della superficie, per emergere solo a tratti e in maniera parcellare, nonostante gli sforzi dei tanti che hanno cercato e stanno cercando di ricostruire la vicenda.
Il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema che al tempo dell’uccisione dello statista democristiano ne era antagonista militando nel PCI, non sembra invece interessato tanto alla ricostruzione della tragedia, quanto piuttosto a raccoglierne l’eredità politica, imbarcando proditoriamente il pensiero di Aldo Moro sul pullman del Partito Democratico per meri interessi di campagna elettorale.
In un’intervista comparsa sull’Unità D’Alema ha dichiarato infatti di considerare il PD l’erede della “visione democratica di Moro” in quanto erediterebbe “la visione della necessità di una democrazia compiuta, di una riforma delle istituzioni in grado di organizzare una democrazia dell’alternanza” mentre il PDL di Berlusconi invece rappresenterebbe “il contrario di Moro” cioè l’idea che “la politica debba rispecchiare una somma di istanze particolaristiche agitate in modo confuso”. Trascinato dall’enfasi del suo discorso D’Alema non ha poi esitato a compiere esercizi di equilibrismo logico assai discutibili per tentare di dimostrare la tesi assolutamente improponibile di una contiguità di pensiero fra la visione politica di Moro e quella del suo partito.
Aldo Moro è stato sicuramente un uomo politico di grande levatura e riguardo alla sua tragica fine sarebbe bello un giorno potere conoscere la verità, ma il suo pensiero e la sua visione politica sono figli del proprio tempo ed appartengono soltanto a lui.
Appropriarsi vergognosamente del pensiero di Moro trent’anni dopo la sua morte, per usarlo come strumento di propaganda nella farsa di una campagna elettorale schizofrenica, come ha tentato di fare D’alema, equivale a rapirlo una seconda volta e certamente questo non lo merita.
Le due “armate Brancaleone” confezionate all’ultimo momento da Veltroni e Berlusconi attraverso l’arruolamento di personaggi mediaticamente interessanti non sono in realtà in grado di raccogliere l’eredità di nessuno. Per il semplice fatto che un pensiero ed una visione politica non li posseggono, essendo semplici contenitori d’interessi costruiti per suggestionare l’elettorato e nulla più.
Dopo trent’anni dall’assassinio di Aldo Moro non è ancora stata fatta (e probabilmente non lo sarà mai) piena luce sulle dinamiche e sulle responsabilità concernenti una delle pagine più buie della storia italiana. Sull’argomento sono stati scritti libri e costruiti film e documentari, alcuni dei quali molto interessanti, ma la verità sembra continuare ad allignare al di sotto della superficie, per emergere solo a tratti e in maniera parcellare, nonostante gli sforzi dei tanti che hanno cercato e stanno cercando di ricostruire la vicenda.
Il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema che al tempo dell’uccisione dello statista democristiano ne era antagonista militando nel PCI, non sembra invece interessato tanto alla ricostruzione della tragedia, quanto piuttosto a raccoglierne l’eredità politica, imbarcando proditoriamente il pensiero di Aldo Moro sul pullman del Partito Democratico per meri interessi di campagna elettorale.
In un’intervista comparsa sull’Unità D’Alema ha dichiarato infatti di considerare il PD l’erede della “visione democratica di Moro” in quanto erediterebbe “la visione della necessità di una democrazia compiuta, di una riforma delle istituzioni in grado di organizzare una democrazia dell’alternanza” mentre il PDL di Berlusconi invece rappresenterebbe “il contrario di Moro” cioè l’idea che “la politica debba rispecchiare una somma di istanze particolaristiche agitate in modo confuso”. Trascinato dall’enfasi del suo discorso D’Alema non ha poi esitato a compiere esercizi di equilibrismo logico assai discutibili per tentare di dimostrare la tesi assolutamente improponibile di una contiguità di pensiero fra la visione politica di Moro e quella del suo partito.
Aldo Moro è stato sicuramente un uomo politico di grande levatura e riguardo alla sua tragica fine sarebbe bello un giorno potere conoscere la verità, ma il suo pensiero e la sua visione politica sono figli del proprio tempo ed appartengono soltanto a lui.
Appropriarsi vergognosamente del pensiero di Moro trent’anni dopo la sua morte, per usarlo come strumento di propaganda nella farsa di una campagna elettorale schizofrenica, come ha tentato di fare D’alema, equivale a rapirlo una seconda volta e certamente questo non lo merita.
Le due “armate Brancaleone” confezionate all’ultimo momento da Veltroni e Berlusconi attraverso l’arruolamento di personaggi mediaticamente interessanti non sono in realtà in grado di raccogliere l’eredità di nessuno. Per il semplice fatto che un pensiero ed una visione politica non li posseggono, essendo semplici contenitori d’interessi costruiti per suggestionare l’elettorato e nulla più.
sabato 15 marzo 2008
La guerra più giusta
Marco Cedolin
La polemica avente per oggetto le missioni di pace/guerra dei nostri soldati nel mondo sembra essere entrata prepotentemente a far parte della campagna elettorale e vede le legioni del PD e del PDL fronteggiarsi con furia belluina sull’argomento.
Già ma quale argomento? In un Paese normale ci si aspetterebbe di assistere alla dicotomia costituita da uno schieramento che spinge perché i militari italiani continuino ad occupare in armi il suolo degli Stati stranieri con servile condiscendenza agli ordini impartiti dal governo americano e l’altro che vorrebbe questi soldati fossero ritirati dai vari teatri di guerra, per rispetto della nostra Costituzione ormai più calpestata di un tappeto e delle nostre finanze dissestate oltremisura.
Ma l’Italia non somiglia neppure lontanamente ad un paese normale ed il contendere dei due schieramenti contrapposti, destinati a comporre il futuro governo Veltrusconi, non riguarda l’opportunità di mandare (e stipendiare) migliaia di soldati a combattere in giro per il mondo, ma semplicemente l’identità dei Paesi nei quali sarebbe meglio concentrare le truppe.
Così l’ex Ministro della Difesa Antonio Martino (PDL) attacca gli avversari sostenendo che occorrerebbe ridurre drasticamente o meglio ancora cancellare la presenza militare in Libano e mandare i nostri uomini a combattere in Afghanistan, in Iraq e in Kosovo al fianco dei loro compagni.
Il Ministro degli Esteri D’Alema (PD) dichiara di ritenere le affermazioni della controparte sconcertanti, aggiungendo che si tratta di un intervento violento, strumentale e rischioso per l’immagine del nostro Paese. I nostri soldati devono continuare a combattere lì dove sono al fine di non comportare squilibri nell’ambito del “Risiko” mondiale. Informato della contesa il governo del Libano avrebbe infatti già provveduto a convocare l’ambasciatore italiano per avere notizie sulle intenzioni future in campo bellico del nostro Paese.
La risoluzione della contesa elettorale avverrà comunque sicuramente senza spargimento di sangue, per la gioia di tutti gli italiani che sono contrari alla guerra e alla violenza, e le due posizioni divergenti verranno ricomposte senza colpo ferire nella prossima legislatura quando PD e PDL (probabilmente alleati) decideranno di aumentare la quota dei finanziamenti per le missioni di pace/guerra all’estero e sarà possibile mantenere il contingente italiano in Libano, ma anche mandare nuovi soldati a combattere in Afghanistan e nel Kosovo e magari perfino rispedirne qualcuno in Iraq e perché no pure in qualche nuovo teatro di guerra che nel frattempo si sarà sicuramente aperto grazie alla lungimiranza degli amici americani.
La polemica avente per oggetto le missioni di pace/guerra dei nostri soldati nel mondo sembra essere entrata prepotentemente a far parte della campagna elettorale e vede le legioni del PD e del PDL fronteggiarsi con furia belluina sull’argomento.
Già ma quale argomento? In un Paese normale ci si aspetterebbe di assistere alla dicotomia costituita da uno schieramento che spinge perché i militari italiani continuino ad occupare in armi il suolo degli Stati stranieri con servile condiscendenza agli ordini impartiti dal governo americano e l’altro che vorrebbe questi soldati fossero ritirati dai vari teatri di guerra, per rispetto della nostra Costituzione ormai più calpestata di un tappeto e delle nostre finanze dissestate oltremisura.
Ma l’Italia non somiglia neppure lontanamente ad un paese normale ed il contendere dei due schieramenti contrapposti, destinati a comporre il futuro governo Veltrusconi, non riguarda l’opportunità di mandare (e stipendiare) migliaia di soldati a combattere in giro per il mondo, ma semplicemente l’identità dei Paesi nei quali sarebbe meglio concentrare le truppe.
Così l’ex Ministro della Difesa Antonio Martino (PDL) attacca gli avversari sostenendo che occorrerebbe ridurre drasticamente o meglio ancora cancellare la presenza militare in Libano e mandare i nostri uomini a combattere in Afghanistan, in Iraq e in Kosovo al fianco dei loro compagni.
Il Ministro degli Esteri D’Alema (PD) dichiara di ritenere le affermazioni della controparte sconcertanti, aggiungendo che si tratta di un intervento violento, strumentale e rischioso per l’immagine del nostro Paese. I nostri soldati devono continuare a combattere lì dove sono al fine di non comportare squilibri nell’ambito del “Risiko” mondiale. Informato della contesa il governo del Libano avrebbe infatti già provveduto a convocare l’ambasciatore italiano per avere notizie sulle intenzioni future in campo bellico del nostro Paese.
La risoluzione della contesa elettorale avverrà comunque sicuramente senza spargimento di sangue, per la gioia di tutti gli italiani che sono contrari alla guerra e alla violenza, e le due posizioni divergenti verranno ricomposte senza colpo ferire nella prossima legislatura quando PD e PDL (probabilmente alleati) decideranno di aumentare la quota dei finanziamenti per le missioni di pace/guerra all’estero e sarà possibile mantenere il contingente italiano in Libano, ma anche mandare nuovi soldati a combattere in Afghanistan e nel Kosovo e magari perfino rispedirne qualcuno in Iraq e perché no pure in qualche nuovo teatro di guerra che nel frattempo si sarà sicuramente aperto grazie alla lungimiranza degli amici americani.
venerdì 14 marzo 2008
Candidati porta a porta
Marco Cedolin
Silvio Berlsuconi probabilmente non condividerà l’accurata critica alla casta politica documentata dagli affermati giornalisti Rizzo e Stella e nemmeno le invettive salaci di Beppe Grillo nei confronti dei “nostri dipendenti” ma sembra comunque avere deciso che i futuri rappresentanti della “casta” in parlamento, perlomeno quelli che operano alle sue dipendenze, il posto fisso dovranno guadagnarselo sul campo alla stessa stregua di un normale venditore di prodotti a domicilio.
La scelta ovviamente non è dettata da motivazioni di carattere etico ma semplicemente dalla consapevolezza che la “merce voto” è ormai solamente un prodotto di consumo che deve essere veicolato alla stregua di tutti gli altri presso i “consumatori” elettori che altro non sono se non i tubi digerenti della macchina elettorale.
I futuri parlamentari candidati nelle file del PDL, durante l’incontro di presentazione delle liste organizzato dal Cavaliere al salone della Tecnica, si sono così visti consegnare un vero e proprio kit con tutto l’occorrente per riuscire a vendere il loro prodotto nel migliore dei modi. All’interno del kit una trentina di cartelle contenenti spunti per i loro interventi, una maglietta bianca con lo slogan “rialzati Italia”, una bandiera, un assortimento di spillette, la carta dei valori del partito, le 7 missioni per il futuro, una copia del sondaggio fornito da Silvio stesso che vede il PDL in vantaggio di quasi 10 punti percentuali e la lista delle 67 nuove tasse volute da Prodi.
Insieme al kit è giunta loro anche l’esortazione del Cavaliere a condurre la campagna elettorale stando in mezzo alla gente e andando a parlare con la gente, soprattutto con quella “che conta” come il prete, il farmacista ed il medico. Il tutto per portare a conoscenza di quante più persone possibili il nuovo simbolo che sarebbe finora poco noto e coinvolgere anche gli elettori (consumatori) indecisi su quale prodotto sia meglio acquistare.
I futuri rappresentanti parlamentari del PDL, molti dei quali ancora orfani di portaborse, si troveranno perciò costretti a trascinare in prima persona il proprio “campionario” di promesse, simili (ma purtroppo privi della loro poesia) ai vecchi commessi viaggiatori e agli ormai estinti venditori di enciclopedie, per tentare di convincere quante più persone possibile che la loro merce è la migliore, costa meno, lava più bianco e non teme la concorrenza.
I tempi sono cambiati, la realtà di Arthur Miller è ormai un lontano ricordo che per molti versi scolora fra le pieghe del divenire e probabilmente il prete, il farmacista ed il dottore non rappresentano più l’interlocutore principe al quale rivolgersi per fare proseliti, ma i venditori di libertà sperano comunque di ottenere degli ottimi risultati.
Walter Veltroni con il proprio pullman bazar sta però facendo un ottimo lavoro, avvicinando con successo industriali, giornalisti, sindacalisti, professori e dirigenti d’azienda che sembrano essere intenzionati a distribuire il suo prodotto, così la battaglia per la leadership del mercato dei voti si risolverà con tutta probabilità sul filo di lana, a cavallo fra un “Porta a Porta” in TV e un “porta a porta” presso le case delle famiglie italiane.
Silvio Berlsuconi probabilmente non condividerà l’accurata critica alla casta politica documentata dagli affermati giornalisti Rizzo e Stella e nemmeno le invettive salaci di Beppe Grillo nei confronti dei “nostri dipendenti” ma sembra comunque avere deciso che i futuri rappresentanti della “casta” in parlamento, perlomeno quelli che operano alle sue dipendenze, il posto fisso dovranno guadagnarselo sul campo alla stessa stregua di un normale venditore di prodotti a domicilio.
La scelta ovviamente non è dettata da motivazioni di carattere etico ma semplicemente dalla consapevolezza che la “merce voto” è ormai solamente un prodotto di consumo che deve essere veicolato alla stregua di tutti gli altri presso i “consumatori” elettori che altro non sono se non i tubi digerenti della macchina elettorale.
I futuri parlamentari candidati nelle file del PDL, durante l’incontro di presentazione delle liste organizzato dal Cavaliere al salone della Tecnica, si sono così visti consegnare un vero e proprio kit con tutto l’occorrente per riuscire a vendere il loro prodotto nel migliore dei modi. All’interno del kit una trentina di cartelle contenenti spunti per i loro interventi, una maglietta bianca con lo slogan “rialzati Italia”, una bandiera, un assortimento di spillette, la carta dei valori del partito, le 7 missioni per il futuro, una copia del sondaggio fornito da Silvio stesso che vede il PDL in vantaggio di quasi 10 punti percentuali e la lista delle 67 nuove tasse volute da Prodi.
Insieme al kit è giunta loro anche l’esortazione del Cavaliere a condurre la campagna elettorale stando in mezzo alla gente e andando a parlare con la gente, soprattutto con quella “che conta” come il prete, il farmacista ed il medico. Il tutto per portare a conoscenza di quante più persone possibili il nuovo simbolo che sarebbe finora poco noto e coinvolgere anche gli elettori (consumatori) indecisi su quale prodotto sia meglio acquistare.
I futuri rappresentanti parlamentari del PDL, molti dei quali ancora orfani di portaborse, si troveranno perciò costretti a trascinare in prima persona il proprio “campionario” di promesse, simili (ma purtroppo privi della loro poesia) ai vecchi commessi viaggiatori e agli ormai estinti venditori di enciclopedie, per tentare di convincere quante più persone possibile che la loro merce è la migliore, costa meno, lava più bianco e non teme la concorrenza.
I tempi sono cambiati, la realtà di Arthur Miller è ormai un lontano ricordo che per molti versi scolora fra le pieghe del divenire e probabilmente il prete, il farmacista ed il dottore non rappresentano più l’interlocutore principe al quale rivolgersi per fare proseliti, ma i venditori di libertà sperano comunque di ottenere degli ottimi risultati.
Walter Veltroni con il proprio pullman bazar sta però facendo un ottimo lavoro, avvicinando con successo industriali, giornalisti, sindacalisti, professori e dirigenti d’azienda che sembrano essere intenzionati a distribuire il suo prodotto, così la battaglia per la leadership del mercato dei voti si risolverà con tutta probabilità sul filo di lana, a cavallo fra un “Porta a Porta” in TV e un “porta a porta” presso le case delle famiglie italiane.
giovedì 13 marzo 2008
Sacerdoti del Pil
Marco Cedolin
I palinsesti di giornali e TV sono oggi stati monopolizzati dall’allarme destato dalle nuove previsioni del Tesoro, secondo le quali il PIL in Italia crescerà nel 2008 solamente dello 0,6% quasi un punto in meno delle previsioni di qualche mese fa che vaticinavano una crescita pari all’1,5%.
Allarme subito rilanciato ed enfatizzato da Confindustria che si è detta molto preoccupata del fatto che la crescita economica (identificata con quella del PIL) nel nostro paese si stia avvicinando pericolosamente allo zero. Allarme altrettanto repentinamente “utilizzato” dall’ex commissario europeo, nonché presidente della Bocconi, Mario Monti per affermare che “l’Italia sta scontando nell’andamento dell’economia la difficoltà del processo di riforme in senso liberale di cui si avverte con maggiore chiarezza l’esigenza nei momenti in cui, come adesso, la congiuntura non è positiva”.
Riforme che secondo l’ex Ministro Franco Bassanini non sono né di destra né di sinistra, ma semplicemente giuste ed in quanto giuste andrebbero realizzate al più presto.
Sarà un caso ma sia Monti che Bassanini fanno parte di quella sorta di governo ombra francese che è la Commissione Attali, incaricata di dare vita ad una lunga serie di riforme di stampo iper liberista, larga parte delle quali saranno a breve approvate dal governo di Sarkozy. Tali riforme, ritenute giuste a prescindere dal loro contenuto, semplicemente in quanto gradite ai grandi poteri economici e finanziari, avrebbero come conseguenza quella di ridare nerbo alla crescita economica, riportando il PIL se non ai fasti del passato perlomeno ad aumentare di un paio di punti percentuali l’anno.
Confindustria da tempo non fa mistero di spingere per ottenere dal futuro governo Veltrusconi la creazione di una Commissione Attali anche in Italia, composta da un gruppo di tecnici di suo gradimento, che sappia mettere a punto una serie di riforme pesantemente antipopolari ma funzionali ad incrementare la crescita economica. Proprio per portare a termine questo progetto i grandi poteri del Paese stanno creando i presupposti per la costituzione di un governo di larghe intese che dall’alto di una maggioranza schiacciante abbia la forza per imporre con mano ferma anche contro il volere popolare le “giuste” riforme che Monti e Bassanini giudicano indispensabili.
I cittadini italiani hanno sicuramente molti motivi per essere allarmati, dal momento che sperimentano in prima persona giorno dopo giorno il crollo del proprio benessere e della loro qualità di vita, ma l’allarme non può certo essere ricondotto alla ventilata perdita di un punto di PIL. La crescita economica, misurata per mezzo del PIL è infatti un elemento assolutamente disancorato dal benessere dei cittadini e dalle prospettive qualitative della loro vita, nonostante i sacerdoti del progresso continuino a colonizzare l’immaginario collettivo creando l’illusione che la crescita sia dispensatrice di benessere, qualità della vita e felicità.
Il vero allarme riguarda le Commissioni Attali ed i governi di larghe intese eterodiretti che sull’altare della crescita economica sono disposti ad immolare i diritti ed il benessere delle persone, attraverso riforme ritenute giuste per la sola ragione di risultare funzionali ai loro interessi.
I palinsesti di giornali e TV sono oggi stati monopolizzati dall’allarme destato dalle nuove previsioni del Tesoro, secondo le quali il PIL in Italia crescerà nel 2008 solamente dello 0,6% quasi un punto in meno delle previsioni di qualche mese fa che vaticinavano una crescita pari all’1,5%.
Allarme subito rilanciato ed enfatizzato da Confindustria che si è detta molto preoccupata del fatto che la crescita economica (identificata con quella del PIL) nel nostro paese si stia avvicinando pericolosamente allo zero. Allarme altrettanto repentinamente “utilizzato” dall’ex commissario europeo, nonché presidente della Bocconi, Mario Monti per affermare che “l’Italia sta scontando nell’andamento dell’economia la difficoltà del processo di riforme in senso liberale di cui si avverte con maggiore chiarezza l’esigenza nei momenti in cui, come adesso, la congiuntura non è positiva”.
Riforme che secondo l’ex Ministro Franco Bassanini non sono né di destra né di sinistra, ma semplicemente giuste ed in quanto giuste andrebbero realizzate al più presto.
Sarà un caso ma sia Monti che Bassanini fanno parte di quella sorta di governo ombra francese che è la Commissione Attali, incaricata di dare vita ad una lunga serie di riforme di stampo iper liberista, larga parte delle quali saranno a breve approvate dal governo di Sarkozy. Tali riforme, ritenute giuste a prescindere dal loro contenuto, semplicemente in quanto gradite ai grandi poteri economici e finanziari, avrebbero come conseguenza quella di ridare nerbo alla crescita economica, riportando il PIL se non ai fasti del passato perlomeno ad aumentare di un paio di punti percentuali l’anno.
Confindustria da tempo non fa mistero di spingere per ottenere dal futuro governo Veltrusconi la creazione di una Commissione Attali anche in Italia, composta da un gruppo di tecnici di suo gradimento, che sappia mettere a punto una serie di riforme pesantemente antipopolari ma funzionali ad incrementare la crescita economica. Proprio per portare a termine questo progetto i grandi poteri del Paese stanno creando i presupposti per la costituzione di un governo di larghe intese che dall’alto di una maggioranza schiacciante abbia la forza per imporre con mano ferma anche contro il volere popolare le “giuste” riforme che Monti e Bassanini giudicano indispensabili.
I cittadini italiani hanno sicuramente molti motivi per essere allarmati, dal momento che sperimentano in prima persona giorno dopo giorno il crollo del proprio benessere e della loro qualità di vita, ma l’allarme non può certo essere ricondotto alla ventilata perdita di un punto di PIL. La crescita economica, misurata per mezzo del PIL è infatti un elemento assolutamente disancorato dal benessere dei cittadini e dalle prospettive qualitative della loro vita, nonostante i sacerdoti del progresso continuino a colonizzare l’immaginario collettivo creando l’illusione che la crescita sia dispensatrice di benessere, qualità della vita e felicità.
Il vero allarme riguarda le Commissioni Attali ed i governi di larghe intese eterodiretti che sull’altare della crescita economica sono disposti ad immolare i diritti ed il benessere delle persone, attraverso riforme ritenute giuste per la sola ragione di risultare funzionali ai loro interessi.
mercoledì 12 marzo 2008
Salgono gli utili calano gli occupati
Marco Cedolin
Dopo avere chiuso il 2007 con un utile netto di 1,43 miliardi di euro, in progresso del 58% rispetto ai 910 milioni del 2006 e del 160% se si prendono in considerazione gli ultimi 3 anni, il gruppo Monte dei Paschi di Siena ha presentato il nuovo piano industriale 2008/2011 che è stato approvato dal consiglio di amministrazione della banca ed accolto con entusiasmo dai mercati all’interno dei quali il valore del titolo si è manifestato in netta ascesa.
Obiettivo del piano quello di dare vita al terzo polo bancario italiano tramite l’acquisizione in MPS di Antonveneta, Banca Agricola Mantovana e Banca Toscana, nel contesto di una profonda ristrutturazione dell’intero gruppo che prevede la cessione di 125 sportelli e un incremento di utile di 732 milioni, derivante per il 35% da maggiori ricavi e per il 65% da risparmi di costi.
I risparmi di costi che costituiscono la parte più consistente del piano passeranno attraverso l’eliminazione di 1700 dipendenti considerati in esubero, la maggior parte dei quali andrà ad ingrossare le fila dei disoccupati e dei lavoratori precari.
Quello di MPS non è un caso isolato, bensì la regola utilizzata dai grandi gruppi finanziari ed industriali per far crescere la propria produttività ed i propri profitti in misura estremamente rilevante pur in presenza di un mercato asfittico e stagnante.
Mentre i grandi sacerdoti delle liberalizzazioni come l’ex ministro Bersani, individuano tassisti, farmacisti e panettieri come il vero ostacolo alla libera concorrenza, tutti i maggiori gruppi finanziari ed industriali fagocitano sistematicamente le realtà più piccole, concentrando attraverso fusioni ed incorporazioni i mercati di loro competenza nelle mani di una ristretta cerchia di mega realtà che costituiscono oligopoli in grado di annientare qualunque anelito di quella concorrenza che gli uomini politici di ogni colore promettono di creare quando arringano le folle durante i comizi elettorali.
Mentre politici, sindacalisti ed industriali stipulano accordi sul welfare privi di ogni contenuto e li fanno approvare ai lavoratori tramite referendum farsa, fingendo di essere intenzionati a ridurre la precarietà, tutti i grandi gruppi finanziari ed industriali incrementano a dismisura il proprio profitto attraverso la sistematica riduzione del personale ed un sempre più ampio ricorso al lavoro interinale.
Si percepisce una profonda distonia fra il contenuto dei piani programmatici delle grandi imprese e le dichiarazioni dei leader di partito che in odore di elezioni ogni sera affollano i “salottini buoni” della TV promettendo più posti di lavoro e più concorrenza. Sembra quasi che la politica abbia perso ogni contatto con il paese reale e si muova in una sorta di Second Life costruita a proprio uso e consumo.
Qualcuno per favore li svegli, magari “sputandoli” come farebbe Barbato, perché nell’Italia reale i posti di lavoro e la concorrenza stanno andando incontro all’estinzione e non è tramite la realtà virtuale che si può salvare la specie.
Dopo avere chiuso il 2007 con un utile netto di 1,43 miliardi di euro, in progresso del 58% rispetto ai 910 milioni del 2006 e del 160% se si prendono in considerazione gli ultimi 3 anni, il gruppo Monte dei Paschi di Siena ha presentato il nuovo piano industriale 2008/2011 che è stato approvato dal consiglio di amministrazione della banca ed accolto con entusiasmo dai mercati all’interno dei quali il valore del titolo si è manifestato in netta ascesa.
Obiettivo del piano quello di dare vita al terzo polo bancario italiano tramite l’acquisizione in MPS di Antonveneta, Banca Agricola Mantovana e Banca Toscana, nel contesto di una profonda ristrutturazione dell’intero gruppo che prevede la cessione di 125 sportelli e un incremento di utile di 732 milioni, derivante per il 35% da maggiori ricavi e per il 65% da risparmi di costi.
I risparmi di costi che costituiscono la parte più consistente del piano passeranno attraverso l’eliminazione di 1700 dipendenti considerati in esubero, la maggior parte dei quali andrà ad ingrossare le fila dei disoccupati e dei lavoratori precari.
Quello di MPS non è un caso isolato, bensì la regola utilizzata dai grandi gruppi finanziari ed industriali per far crescere la propria produttività ed i propri profitti in misura estremamente rilevante pur in presenza di un mercato asfittico e stagnante.
Mentre i grandi sacerdoti delle liberalizzazioni come l’ex ministro Bersani, individuano tassisti, farmacisti e panettieri come il vero ostacolo alla libera concorrenza, tutti i maggiori gruppi finanziari ed industriali fagocitano sistematicamente le realtà più piccole, concentrando attraverso fusioni ed incorporazioni i mercati di loro competenza nelle mani di una ristretta cerchia di mega realtà che costituiscono oligopoli in grado di annientare qualunque anelito di quella concorrenza che gli uomini politici di ogni colore promettono di creare quando arringano le folle durante i comizi elettorali.
Mentre politici, sindacalisti ed industriali stipulano accordi sul welfare privi di ogni contenuto e li fanno approvare ai lavoratori tramite referendum farsa, fingendo di essere intenzionati a ridurre la precarietà, tutti i grandi gruppi finanziari ed industriali incrementano a dismisura il proprio profitto attraverso la sistematica riduzione del personale ed un sempre più ampio ricorso al lavoro interinale.
Si percepisce una profonda distonia fra il contenuto dei piani programmatici delle grandi imprese e le dichiarazioni dei leader di partito che in odore di elezioni ogni sera affollano i “salottini buoni” della TV promettendo più posti di lavoro e più concorrenza. Sembra quasi che la politica abbia perso ogni contatto con il paese reale e si muova in una sorta di Second Life costruita a proprio uso e consumo.
Qualcuno per favore li svegli, magari “sputandoli” come farebbe Barbato, perché nell’Italia reale i posti di lavoro e la concorrenza stanno andando incontro all’estinzione e non è tramite la realtà virtuale che si può salvare la specie.
martedì 11 marzo 2008
Le Olimpiadi dello smog
Marco Cedolin
L’etiope Haile Gebreselassie, primatista mondiale della maratona, ha comunicato oggi la propria decisione di rinunciare a prendere parte alla maratona olimpica di Pechino, in quanto ha dichiarato di temere che gli altissimi valori d’inquinamento presenti nell’aria della capitale cinese possano essere pericolosi per la sua salute, con il rischio di mettere a repentaglio la prosecuzione della propria carriera.
La notizia non mancherà di far discutere, riportando alla luce il timore che quelle di Pechino 2008, anziché per record e meriti sportivi, possano passare alla storia come le “Olimpiadi dello smog”, consegnando a questa edizione dei Giochi Olimpici un primato che tanto il CIO quanto il governo cinese non ambiscono certo ad ottenere.
Il problema dell’inquinamento è da tempo noto agli organizzatori, tanto che lo stesso capo del CIO Jacques Rogge aveva da tempo ventilato la possibilità di fare slittare rispetto al calendario originale, in funzione della concentrazione di agenti inquinanti nell’aria, la data di alcuni eventi sportivi come la maratona e le gare ciclistiche su strada. Proprio temendo le ripercussioni dello smog sulla salute degli atleti è già stato previsto l’allestimento di un sistema di monitoraggio dell’aria che consenta di controllare in tempo reale la concentrazione di sostanze tossiche, fermando le gare qualora essa superi un determinato livello di pericolosità.
Alla luce di questi fatti viene però spontaneo domandarsi per quale ragione nessuno s’interroghi sulle conseguenze dell’inquinamento per gli oltre 15 milioni di cittadini che affollano la capitale cinese ed ogni giorno sono costretti a “correre” la propria gara a prescindere da quanto sia spesso lo strato di smog. E’ vero che la maggior parte di loro non si sta rendendo protagonista di una fulgida carriera come quella dell’atleta etiope, ma è altrettanto vero che anche la loro salute meriterebbe di essere preservata alla stessa stregua di quella degli atleti olimpici.
Fermare le gare quando l’inquinamento raggiunge livelli inaccettabili denota poi un cortocircuito logico che sfocia nella supina accettazione del disastro ambientale costruito dall’unica corsa ritenuta inarrestabile che è quella della crescita economica. Il solo esercizio intelligente sarebbe infatti quello di fermare lo smog (e non le corse) per restituire a tutti la possibilità di uscire all’aperto senza rischiare la propria incolumità.
Tornando a Gebreselassie, il campione etiope ha dichiarato di volere proseguire la propria carriera fino ai Giochi di Londra 2012, dove conta di stabilire un nuovo primato della maratona.
Naturalmente tutti gli auguriamo di riuscirci e ci dispiacerebbe deludere le sue aspettative, ma avrà detto questo perché considera l’aria londinese più salubre rispetto a quella di Pechino o semplicemente perché conta di terminare lì la sua carriera?
L’etiope Haile Gebreselassie, primatista mondiale della maratona, ha comunicato oggi la propria decisione di rinunciare a prendere parte alla maratona olimpica di Pechino, in quanto ha dichiarato di temere che gli altissimi valori d’inquinamento presenti nell’aria della capitale cinese possano essere pericolosi per la sua salute, con il rischio di mettere a repentaglio la prosecuzione della propria carriera.
La notizia non mancherà di far discutere, riportando alla luce il timore che quelle di Pechino 2008, anziché per record e meriti sportivi, possano passare alla storia come le “Olimpiadi dello smog”, consegnando a questa edizione dei Giochi Olimpici un primato che tanto il CIO quanto il governo cinese non ambiscono certo ad ottenere.
Il problema dell’inquinamento è da tempo noto agli organizzatori, tanto che lo stesso capo del CIO Jacques Rogge aveva da tempo ventilato la possibilità di fare slittare rispetto al calendario originale, in funzione della concentrazione di agenti inquinanti nell’aria, la data di alcuni eventi sportivi come la maratona e le gare ciclistiche su strada. Proprio temendo le ripercussioni dello smog sulla salute degli atleti è già stato previsto l’allestimento di un sistema di monitoraggio dell’aria che consenta di controllare in tempo reale la concentrazione di sostanze tossiche, fermando le gare qualora essa superi un determinato livello di pericolosità.
Alla luce di questi fatti viene però spontaneo domandarsi per quale ragione nessuno s’interroghi sulle conseguenze dell’inquinamento per gli oltre 15 milioni di cittadini che affollano la capitale cinese ed ogni giorno sono costretti a “correre” la propria gara a prescindere da quanto sia spesso lo strato di smog. E’ vero che la maggior parte di loro non si sta rendendo protagonista di una fulgida carriera come quella dell’atleta etiope, ma è altrettanto vero che anche la loro salute meriterebbe di essere preservata alla stessa stregua di quella degli atleti olimpici.
Fermare le gare quando l’inquinamento raggiunge livelli inaccettabili denota poi un cortocircuito logico che sfocia nella supina accettazione del disastro ambientale costruito dall’unica corsa ritenuta inarrestabile che è quella della crescita economica. Il solo esercizio intelligente sarebbe infatti quello di fermare lo smog (e non le corse) per restituire a tutti la possibilità di uscire all’aperto senza rischiare la propria incolumità.
Tornando a Gebreselassie, il campione etiope ha dichiarato di volere proseguire la propria carriera fino ai Giochi di Londra 2012, dove conta di stabilire un nuovo primato della maratona.
Naturalmente tutti gli auguriamo di riuscirci e ci dispiacerebbe deludere le sue aspettative, ma avrà detto questo perché considera l’aria londinese più salubre rispetto a quella di Pechino o semplicemente perché conta di terminare lì la sua carriera?
lunedì 10 marzo 2008
NO TAV a Shanghai come in Val di Susa
Marco Cedolin
La costruzione delle nuove tratte per i treni ad alta velocità non deve fare i conti con la protesta di larghi strati della popolazione solamente in Italia, ma perfino in un “paradiso delle grandi opere” come la Cina l’opposizione al TAV si sta rivelando così risoluta da essere riuscita a bloccare almeno temporaneamente la costruzione dell’opera.
E’ accaduto a Shanghai dove dal 2002 sono già funzionanti 30 km di TAV a levitazione magnetica che applicano la stessa tecnologia, prodotta da Siemens e Thyssenkrupp, sperimentata in Germania dal tristemente noto Transrapid che nel settembre 2006 fu protagonista di un tragico incidente nei pressi di Melstrup, durante il quale persero la vita 23 persone.
Proprio il prolungamento della linea attuale, le cui carrozze viaggiano spesso semivuote a causa dell’alto prezzo del biglietto, che dovrebbe attraversare quartieri densamente popolati, ha incontrato una tenace ed indomabile resistenza da parte degli abitanti. La popolazione, assolutamente contraria alla costruzione di un’opera giudicata ambientalmente impattante e pericolosa per la salute a causa delle radiazioni elettromagnetiche, ha avversato il progetto anche a fronte delle sue ricadute negative sul valore degli immobili. Alcune migliaia di cittadini assai combattivi hanno fronteggiato pacificamente i reparti anti- sommossa della polizia mentre contemporaneamente avviavano una battaglia legale per difendere i propri diritti. Le autorità si sono trovate in grave difficoltà sia perché il progetto presentava non poche criticità, sia perché la protesta ha iniziato a dilagare coinvolgendo in breve anche gli strati sociali piccolo – borghesi che fino a quel momento erano stati refrattari a qualsiasi espressione di dissenso nei confronti della cementificazione indiscriminata.
Il sindaco di Shanghai Hang Zheng, proprio in occasione del Congresso nazionale, ha così annunciato di essere intenzionato a rinunciare, almeno per il momento, alla prosecuzione del progetto che non rientra più negli investimenti prioritari, in attesa di verificarne la fattibilità per mezzo di una valutazione d’impatto ambientale.
Nella Cina delle grandi dighe, abituata alle costruzioni portate a termine a tempo di record, senza salvaguardare minimamente i diritti della popolazione, per la prima volta la protesta dei cittadini è riuscita a fermare la realizzazione di una grande infrastruttura.
In Italia dove i record sono altri e le infrastrutture che servirebbero, come la Salerno – Reggio Calabria, sopravvivono da decenni sotto forma di eterno cantiere, gli uomini politici di ogni colore il progetto del TAV continuano purtroppo a proporlo come prioritario anche di fronte a proteste popolari e criticità di gran lunga superiori a quelle di Shanghai. Anzi i due partiti che si contendono il governo del paese arrivano al punto di mettere il TAV ai primi posti fra le priorità dei propri programmi elettorali, dimostrando in maniera inequivocabile di essere assai poco lungimiranti e molto a corto di argomenti.
La costruzione delle nuove tratte per i treni ad alta velocità non deve fare i conti con la protesta di larghi strati della popolazione solamente in Italia, ma perfino in un “paradiso delle grandi opere” come la Cina l’opposizione al TAV si sta rivelando così risoluta da essere riuscita a bloccare almeno temporaneamente la costruzione dell’opera.
E’ accaduto a Shanghai dove dal 2002 sono già funzionanti 30 km di TAV a levitazione magnetica che applicano la stessa tecnologia, prodotta da Siemens e Thyssenkrupp, sperimentata in Germania dal tristemente noto Transrapid che nel settembre 2006 fu protagonista di un tragico incidente nei pressi di Melstrup, durante il quale persero la vita 23 persone.
Proprio il prolungamento della linea attuale, le cui carrozze viaggiano spesso semivuote a causa dell’alto prezzo del biglietto, che dovrebbe attraversare quartieri densamente popolati, ha incontrato una tenace ed indomabile resistenza da parte degli abitanti. La popolazione, assolutamente contraria alla costruzione di un’opera giudicata ambientalmente impattante e pericolosa per la salute a causa delle radiazioni elettromagnetiche, ha avversato il progetto anche a fronte delle sue ricadute negative sul valore degli immobili. Alcune migliaia di cittadini assai combattivi hanno fronteggiato pacificamente i reparti anti- sommossa della polizia mentre contemporaneamente avviavano una battaglia legale per difendere i propri diritti. Le autorità si sono trovate in grave difficoltà sia perché il progetto presentava non poche criticità, sia perché la protesta ha iniziato a dilagare coinvolgendo in breve anche gli strati sociali piccolo – borghesi che fino a quel momento erano stati refrattari a qualsiasi espressione di dissenso nei confronti della cementificazione indiscriminata.
Il sindaco di Shanghai Hang Zheng, proprio in occasione del Congresso nazionale, ha così annunciato di essere intenzionato a rinunciare, almeno per il momento, alla prosecuzione del progetto che non rientra più negli investimenti prioritari, in attesa di verificarne la fattibilità per mezzo di una valutazione d’impatto ambientale.
Nella Cina delle grandi dighe, abituata alle costruzioni portate a termine a tempo di record, senza salvaguardare minimamente i diritti della popolazione, per la prima volta la protesta dei cittadini è riuscita a fermare la realizzazione di una grande infrastruttura.
In Italia dove i record sono altri e le infrastrutture che servirebbero, come la Salerno – Reggio Calabria, sopravvivono da decenni sotto forma di eterno cantiere, gli uomini politici di ogni colore il progetto del TAV continuano purtroppo a proporlo come prioritario anche di fronte a proteste popolari e criticità di gran lunga superiori a quelle di Shanghai. Anzi i due partiti che si contendono il governo del paese arrivano al punto di mettere il TAV ai primi posti fra le priorità dei propri programmi elettorali, dimostrando in maniera inequivocabile di essere assai poco lungimiranti e molto a corto di argomenti.
domenica 9 marzo 2008
Ti straccio il programma
Marco Cedolin
L’impressione che gli uomini politici italiani, nonostante la veneranda età che li accomuna, stiano regredendo al periodo della scuola materna è già da tempo palpabile. Per prenderne coscienza basta leggere la lunga sequela di bugie con la quale stanno infarcendo i propri programmi elettorali, tanto pieni di false promesse fantasiose quanto assolutamente vuoti di contenuti. Basta leggere gli slogan puerili e ridicoli stampati a caratteri cubitali sui manifesti elettorali che già deturpano le nostre città, basta guardarli quando sono ospiti di una trasmissione televisiva e fingono di litigare come bambini pur ripetendo come marionette tutti le stesse cose, basta tornare con la mente alla surreale gara di sputi fra Barbato e Cusumano nell’aula del Senato.
Silvio Berlusconi, ieri di scena al Pallido di Milano, dinanzi ad una folla di suoi dipendenti imbandierata e festante, ha dimostrato come la regressione all’età infantile possa costituire spunto per la campagna elettorale, contribuendo a ravvivarla donandole un po’ di sale.
Con stampato sul volto un sorrisetto da bambino discolo compiaciuto, il Cavaliere ha pensato bene di fare pubblicamente un dispettuccio al “compagno di banco” Veltroni colpevole di avere nascostamente copiato il compito da lui e tratto dalla tasca il programma elettorale del PD lo ha platealmente stracciato ammiccando alla folla plaudente che lo contornava.
Walter Veltroni impegnato nelle stesse ore in un tour nel Nord Est, volto a conquistare i voti degli industriali, ha stigmatizzato il gesto dell’avversario senza dare vita ad una immediata ripicca che avrebbe potuto essere vista dalla maestra.
Il programma stracciato è però un affronto troppo sfrontato perché possa venire lasciato a lungo obliare, c’è da scommettere che al più presto qualcuno mentre sta tenendo il proprio comizio elettorale brucerà una bandiera del PDL, Silvio per ritorsione righerà con le chiavi il pullman del PD, Walter gli nasconderà le scarpe col tacco, il Cavaliere sceso in terra scoppierà in lacrime e la maestra esasperata li spedirà entrambi in Presidenza dove come due piccoli monelli potranno dedicarsi insieme per 5 anni a fare qualche dispetto agli italiani, consapevoli del fatto che tanto loro non reagiranno mai.
L’impressione che gli uomini politici italiani, nonostante la veneranda età che li accomuna, stiano regredendo al periodo della scuola materna è già da tempo palpabile. Per prenderne coscienza basta leggere la lunga sequela di bugie con la quale stanno infarcendo i propri programmi elettorali, tanto pieni di false promesse fantasiose quanto assolutamente vuoti di contenuti. Basta leggere gli slogan puerili e ridicoli stampati a caratteri cubitali sui manifesti elettorali che già deturpano le nostre città, basta guardarli quando sono ospiti di una trasmissione televisiva e fingono di litigare come bambini pur ripetendo come marionette tutti le stesse cose, basta tornare con la mente alla surreale gara di sputi fra Barbato e Cusumano nell’aula del Senato.
Silvio Berlusconi, ieri di scena al Pallido di Milano, dinanzi ad una folla di suoi dipendenti imbandierata e festante, ha dimostrato come la regressione all’età infantile possa costituire spunto per la campagna elettorale, contribuendo a ravvivarla donandole un po’ di sale.
Con stampato sul volto un sorrisetto da bambino discolo compiaciuto, il Cavaliere ha pensato bene di fare pubblicamente un dispettuccio al “compagno di banco” Veltroni colpevole di avere nascostamente copiato il compito da lui e tratto dalla tasca il programma elettorale del PD lo ha platealmente stracciato ammiccando alla folla plaudente che lo contornava.
Walter Veltroni impegnato nelle stesse ore in un tour nel Nord Est, volto a conquistare i voti degli industriali, ha stigmatizzato il gesto dell’avversario senza dare vita ad una immediata ripicca che avrebbe potuto essere vista dalla maestra.
Il programma stracciato è però un affronto troppo sfrontato perché possa venire lasciato a lungo obliare, c’è da scommettere che al più presto qualcuno mentre sta tenendo il proprio comizio elettorale brucerà una bandiera del PDL, Silvio per ritorsione righerà con le chiavi il pullman del PD, Walter gli nasconderà le scarpe col tacco, il Cavaliere sceso in terra scoppierà in lacrime e la maestra esasperata li spedirà entrambi in Presidenza dove come due piccoli monelli potranno dedicarsi insieme per 5 anni a fare qualche dispetto agli italiani, consapevoli del fatto che tanto loro non reagiranno mai.
Per un operaio in più
Marco Cedolin
Nella bagarre di questa campagna elettorale ipercinetica, tanto priva di concretezza quanto infarcita di suggestioni può accadere perfino che il Segretario di un partito politico, come Oliviero Diliberto, sia costretto ad immolarsi sull’altare della propaganda, rinunciando a candidarsi al Parlamento per lasciare il proprio posto ad un ex operaio della Thyssenkrupp, nella speranza che il sacrificio serva a raggranellare qualche voto in più.
In verità in un primo momento a questa eventualità Diliberto non aveva proprio pensato e nella difficile composizione delle liste della Sinistra Arcobaleno (che vedrà dimezzarsi il numero dei propri deputati rispetto a quelli attuali) al ruolo dell’escluso sembrava destinato l’ex operaio Ciro Argentino che aveva oltretutto accettato questo stato di cose senza protestare.
Il PD che ha già candidato l’ex operaio Thyssen Antonio Boccccuzzi, ormai diventato un volto famoso dei palinsesti televisivi, colta la ghiotta occasione non ha però saputo trattenersi dall’inveire sugli ex alleati accusandoli di “trattare gli operai come figurine” dando vita ad una contesa elettorale avente per oggetto il numero di operai candidati in ciascun partito e di conseguenza (si presume per osmosi) la più o meno spiccata propensione a difendere la causa dei lavoratori.
Lasciatosi sopraffare dalla trance agonistica derivante da quella che era ormai diventata una sorta di spareggio all’ultimo operaio, Diliberto non ha potuto fare altro che abdicare dalla propria poltrona e consegnarla al buon Ciro, affermando con enfasi “questa è la diversità dei comunisti”.
A prescindere dal valore di tutta questa sceneggiata di dubbio gusto, condotta con toni surreali ed ampio ricorso all’autolesionismo, viene spontaneo domandarsi se davvero la sensibilità di un partito nei confronti dei lavoratori passi attraverso il numero di operai che esso candida alle elezioni. Non sarebbe più semplice difenderli quando si siede in Parlamento, anziché votare vergognosi accordi sul welfare come quelli stipulati lo scorso luglio insieme a Confindustria ed ai rappresentanti sindacali?
Nella bagarre di questa campagna elettorale ipercinetica, tanto priva di concretezza quanto infarcita di suggestioni può accadere perfino che il Segretario di un partito politico, come Oliviero Diliberto, sia costretto ad immolarsi sull’altare della propaganda, rinunciando a candidarsi al Parlamento per lasciare il proprio posto ad un ex operaio della Thyssenkrupp, nella speranza che il sacrificio serva a raggranellare qualche voto in più.
In verità in un primo momento a questa eventualità Diliberto non aveva proprio pensato e nella difficile composizione delle liste della Sinistra Arcobaleno (che vedrà dimezzarsi il numero dei propri deputati rispetto a quelli attuali) al ruolo dell’escluso sembrava destinato l’ex operaio Ciro Argentino che aveva oltretutto accettato questo stato di cose senza protestare.
Il PD che ha già candidato l’ex operaio Thyssen Antonio Boccccuzzi, ormai diventato un volto famoso dei palinsesti televisivi, colta la ghiotta occasione non ha però saputo trattenersi dall’inveire sugli ex alleati accusandoli di “trattare gli operai come figurine” dando vita ad una contesa elettorale avente per oggetto il numero di operai candidati in ciascun partito e di conseguenza (si presume per osmosi) la più o meno spiccata propensione a difendere la causa dei lavoratori.
Lasciatosi sopraffare dalla trance agonistica derivante da quella che era ormai diventata una sorta di spareggio all’ultimo operaio, Diliberto non ha potuto fare altro che abdicare dalla propria poltrona e consegnarla al buon Ciro, affermando con enfasi “questa è la diversità dei comunisti”.
A prescindere dal valore di tutta questa sceneggiata di dubbio gusto, condotta con toni surreali ed ampio ricorso all’autolesionismo, viene spontaneo domandarsi se davvero la sensibilità di un partito nei confronti dei lavoratori passi attraverso il numero di operai che esso candida alle elezioni. Non sarebbe più semplice difenderli quando si siede in Parlamento, anziché votare vergognosi accordi sul welfare come quelli stipulati lo scorso luglio insieme a Confindustria ed ai rappresentanti sindacali?
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