sabato 15 marzo 2008

La guerra più giusta

Marco Cedolin

La polemica avente per oggetto le missioni di pace/guerra dei nostri soldati nel mondo sembra essere entrata prepotentemente a far parte della campagna elettorale e vede le legioni del PD e del PDL fronteggiarsi con furia belluina sull’argomento.
Già ma quale argomento? In un Paese normale ci si aspetterebbe di assistere alla dicotomia costituita da uno schieramento che spinge perché i militari italiani continuino ad occupare in armi il suolo degli Stati stranieri con servile condiscendenza agli ordini impartiti dal governo americano e l’altro che vorrebbe questi soldati fossero ritirati dai vari teatri di guerra, per rispetto della nostra Costituzione ormai più calpestata di un tappeto e delle nostre finanze dissestate oltremisura.

Ma l’Italia non somiglia neppure lontanamente ad un paese normale ed il contendere dei due schieramenti contrapposti, destinati a comporre il futuro governo Veltrusconi, non riguarda l’opportunità di mandare (e stipendiare) migliaia di soldati a combattere in giro per il mondo, ma semplicemente l’identità dei Paesi nei quali sarebbe meglio concentrare le truppe.
Così l’ex Ministro della Difesa Antonio Martino (PDL) attacca gli avversari sostenendo che occorrerebbe ridurre drasticamente o meglio ancora cancellare la presenza militare in Libano e mandare i nostri uomini a combattere in Afghanistan, in Iraq e in Kosovo al fianco dei loro compagni.
Il Ministro degli Esteri D’Alema (PD) dichiara di ritenere le affermazioni della controparte sconcertanti, aggiungendo che si tratta di un intervento violento, strumentale e rischioso per l’immagine del nostro Paese. I nostri soldati devono continuare a combattere lì dove sono al fine di non comportare squilibri nell’ambito del “Risiko” mondiale. Informato della contesa il governo del Libano avrebbe infatti già provveduto a convocare l’ambasciatore italiano per avere notizie sulle intenzioni future in campo bellico del nostro Paese.

La risoluzione della contesa elettorale avverrà comunque sicuramente senza spargimento di sangue, per la gioia di tutti gli italiani che sono contrari alla guerra e alla violenza, e le due posizioni divergenti verranno ricomposte senza colpo ferire nella prossima legislatura quando PD e PDL (probabilmente alleati) decideranno di aumentare la quota dei finanziamenti per le missioni di pace/guerra all’estero e sarà possibile mantenere il contingente italiano in Libano, ma anche mandare nuovi soldati a combattere in Afghanistan e nel Kosovo e magari perfino rispedirne qualcuno in Iraq e perché no pure in qualche nuovo teatro di guerra che nel frattempo si sarà sicuramente aperto grazie alla lungimiranza degli amici americani.

venerdì 14 marzo 2008

Candidati porta a porta

Marco Cedolin

Silvio Berlsuconi probabilmente non condividerà l’accurata critica alla casta politica documentata dagli affermati giornalisti Rizzo e Stella e nemmeno le invettive salaci di Beppe Grillo nei confronti dei “nostri dipendenti” ma sembra comunque avere deciso che i futuri rappresentanti della “casta” in parlamento, perlomeno quelli che operano alle sue dipendenze, il posto fisso dovranno guadagnarselo sul campo alla stessa stregua di un normale venditore di prodotti a domicilio.
La scelta ovviamente non è dettata da motivazioni di carattere etico ma semplicemente dalla consapevolezza che la “merce voto” è ormai solamente un prodotto di consumo che deve essere veicolato alla stregua di tutti gli altri presso i “consumatori” elettori che altro non sono se non i tubi digerenti della macchina elettorale.

I futuri parlamentari candidati nelle file del PDL, durante l’incontro di presentazione delle liste organizzato dal Cavaliere al salone della Tecnica, si sono così visti consegnare un vero e proprio kit con tutto l’occorrente per riuscire a vendere il loro prodotto nel migliore dei modi. All’interno del kit una trentina di cartelle contenenti spunti per i loro interventi, una maglietta bianca con lo slogan “rialzati Italia”, una bandiera, un assortimento di spillette, la carta dei valori del partito, le 7 missioni per il futuro, una copia del sondaggio fornito da Silvio stesso che vede il PDL in vantaggio di quasi 10 punti percentuali e la lista delle 67 nuove tasse volute da Prodi.
Insieme al kit è giunta loro anche l’esortazione del Cavaliere a condurre la campagna elettorale stando in mezzo alla gente e andando a parlare con la gente, soprattutto con quella “che conta” come il prete, il farmacista ed il medico. Il tutto per portare a conoscenza di quante più persone possibili il nuovo simbolo che sarebbe finora poco noto e coinvolgere anche gli elettori (consumatori) indecisi su quale prodotto sia meglio acquistare.

I futuri rappresentanti parlamentari del PDL, molti dei quali ancora orfani di portaborse, si troveranno perciò costretti a trascinare in prima persona il proprio “campionario” di promesse, simili (ma purtroppo privi della loro poesia) ai vecchi commessi viaggiatori e agli ormai estinti venditori di enciclopedie, per tentare di convincere quante più persone possibile che la loro merce è la migliore, costa meno, lava più bianco e non teme la concorrenza.
I tempi sono cambiati, la realtà di Arthur Miller è ormai un lontano ricordo che per molti versi scolora fra le pieghe del divenire e probabilmente il prete, il farmacista ed il dottore non rappresentano più l’interlocutore principe al quale rivolgersi per fare proseliti, ma i venditori di libertà sperano comunque di ottenere degli ottimi risultati.
Walter Veltroni con il proprio pullman bazar sta però facendo un ottimo lavoro, avvicinando con successo industriali, giornalisti, sindacalisti, professori e dirigenti d’azienda che sembrano essere intenzionati a distribuire il suo prodotto, così la battaglia per la leadership del mercato dei voti si risolverà con tutta probabilità sul filo di lana, a cavallo fra un “Porta a Porta” in TV e un “porta a porta” presso le case delle famiglie italiane.

giovedì 13 marzo 2008

Sacerdoti del Pil

Marco Cedolin

I palinsesti di giornali e TV sono oggi stati monopolizzati dall’allarme destato dalle nuove previsioni del Tesoro, secondo le quali il PIL in Italia crescerà nel 2008 solamente dello 0,6% quasi un punto in meno delle previsioni di qualche mese fa che vaticinavano una crescita pari all’1,5%.
Allarme subito rilanciato ed enfatizzato da Confindustria che si è detta molto preoccupata del fatto che la crescita economica (identificata con quella del PIL) nel nostro paese si stia avvicinando pericolosamente allo zero. Allarme altrettanto repentinamente “utilizzato” dall’ex commissario europeo, nonché presidente della Bocconi, Mario Monti per affermare che “l’Italia sta scontando nell’andamento dell’economia la difficoltà del processo di riforme in senso liberale di cui si avverte con maggiore chiarezza l’esigenza nei momenti in cui, come adesso, la congiuntura non è positiva”.
Riforme che secondo l’ex Ministro Franco Bassanini non sono né di destra né di sinistra, ma semplicemente giuste ed in quanto giuste andrebbero realizzate al più presto.

Sarà un caso ma sia Monti che Bassanini fanno parte di quella sorta di governo ombra francese che è la Commissione Attali, incaricata di dare vita ad una lunga serie di riforme di stampo iper liberista, larga parte delle quali saranno a breve approvate dal governo di Sarkozy. Tali riforme, ritenute giuste a prescindere dal loro contenuto, semplicemente in quanto gradite ai grandi poteri economici e finanziari, avrebbero come conseguenza quella di ridare nerbo alla crescita economica, riportando il PIL se non ai fasti del passato perlomeno ad aumentare di un paio di punti percentuali l’anno.
Confindustria da tempo non fa mistero di spingere per ottenere dal futuro governo Veltrusconi la creazione di una Commissione Attali anche in Italia, composta da un gruppo di tecnici di suo gradimento, che sappia mettere a punto una serie di riforme pesantemente antipopolari ma funzionali ad incrementare la crescita economica. Proprio per portare a termine questo progetto i grandi poteri del Paese stanno creando i presupposti per la costituzione di un governo di larghe intese che dall’alto di una maggioranza schiacciante abbia la forza per imporre con mano ferma anche contro il volere popolare le “giuste” riforme che Monti e Bassanini giudicano indispensabili.

I cittadini italiani hanno sicuramente molti motivi per essere allarmati, dal momento che sperimentano in prima persona giorno dopo giorno il crollo del proprio benessere e della loro qualità di vita, ma l’allarme non può certo essere ricondotto alla ventilata perdita di un punto di PIL. La crescita economica, misurata per mezzo del PIL è infatti un elemento assolutamente disancorato dal benessere dei cittadini e dalle prospettive qualitative della loro vita, nonostante i sacerdoti del progresso continuino a colonizzare l’immaginario collettivo creando l’illusione che la crescita sia dispensatrice di benessere, qualità della vita e felicità.
Il vero allarme riguarda le Commissioni Attali ed i governi di larghe intese eterodiretti che sull’altare della crescita economica sono disposti ad immolare i diritti ed il benessere delle persone, attraverso riforme ritenute giuste per la sola ragione di risultare funzionali ai loro interessi.

mercoledì 12 marzo 2008

Salgono gli utili calano gli occupati

Marco Cedolin

Dopo avere chiuso il 2007 con un utile netto di 1,43 miliardi di euro, in progresso del 58% rispetto ai 910 milioni del 2006 e del 160% se si prendono in considerazione gli ultimi 3 anni, il gruppo Monte dei Paschi di Siena ha presentato il nuovo piano industriale 2008/2011 che è stato approvato dal consiglio di amministrazione della banca ed accolto con entusiasmo dai mercati all’interno dei quali il valore del titolo si è manifestato in netta ascesa.
Obiettivo del piano quello di dare vita al terzo polo bancario italiano tramite l’acquisizione in MPS di Antonveneta, Banca Agricola Mantovana e Banca Toscana, nel contesto di una profonda ristrutturazione dell’intero gruppo che prevede la cessione di 125 sportelli e un incremento di utile di 732 milioni, derivante per il 35% da maggiori ricavi e per il 65% da risparmi di costi.
I risparmi di costi che costituiscono la parte più consistente del piano passeranno attraverso l’eliminazione di 1700 dipendenti considerati in esubero, la maggior parte dei quali andrà ad ingrossare le fila dei disoccupati e dei lavoratori precari.

Quello di MPS non è un caso isolato, bensì la regola utilizzata dai grandi gruppi finanziari ed industriali per far crescere la propria produttività ed i propri profitti in misura estremamente rilevante pur in presenza di un mercato asfittico e stagnante.
Mentre i grandi sacerdoti delle liberalizzazioni come l’ex ministro Bersani, individuano tassisti, farmacisti e panettieri come il vero ostacolo alla libera concorrenza, tutti i maggiori gruppi finanziari ed industriali fagocitano sistematicamente le realtà più piccole, concentrando attraverso fusioni ed incorporazioni i mercati di loro competenza nelle mani di una ristretta cerchia di mega realtà che costituiscono oligopoli in grado di annientare qualunque anelito di quella concorrenza che gli uomini politici di ogni colore promettono di creare quando arringano le folle durante i comizi elettorali.
Mentre politici, sindacalisti ed industriali stipulano accordi sul welfare privi di ogni contenuto e li fanno approvare ai lavoratori tramite referendum farsa, fingendo di essere intenzionati a ridurre la precarietà, tutti i grandi gruppi finanziari ed industriali incrementano a dismisura il proprio profitto attraverso la sistematica riduzione del personale ed un sempre più ampio ricorso al lavoro interinale.

Si percepisce una profonda distonia fra il contenuto dei piani programmatici delle grandi imprese e le dichiarazioni dei leader di partito che in odore di elezioni ogni sera affollano i “salottini buoni” della TV promettendo più posti di lavoro e più concorrenza. Sembra quasi che la politica abbia perso ogni contatto con il paese reale e si muova in una sorta di Second Life costruita a proprio uso e consumo.
Qualcuno per favore li svegli, magari “sputandoli” come farebbe Barbato, perché nell’Italia reale i posti di lavoro e la concorrenza stanno andando incontro all’estinzione e non è tramite la realtà virtuale che si può salvare la specie.

martedì 11 marzo 2008

Le Olimpiadi dello smog

Marco Cedolin

L’etiope Haile Gebreselassie, primatista mondiale della maratona, ha comunicato oggi la propria decisione di rinunciare a prendere parte alla maratona olimpica di Pechino, in quanto ha dichiarato di temere che gli altissimi valori d’inquinamento presenti nell’aria della capitale cinese possano essere pericolosi per la sua salute, con il rischio di mettere a repentaglio la prosecuzione della propria carriera.

La notizia non mancherà di far discutere, riportando alla luce il timore che quelle di Pechino 2008, anziché per record e meriti sportivi, possano passare alla storia come le “Olimpiadi dello smog”, consegnando a questa edizione dei Giochi Olimpici un primato che tanto il CIO quanto il governo cinese non ambiscono certo ad ottenere.
Il problema dell’inquinamento è da tempo noto agli organizzatori, tanto che lo stesso capo del CIO Jacques Rogge aveva da tempo ventilato la possibilità di fare slittare rispetto al calendario originale, in funzione della concentrazione di agenti inquinanti nell’aria, la data di alcuni eventi sportivi come la maratona e le gare ciclistiche su strada. Proprio temendo le ripercussioni dello smog sulla salute degli atleti è già stato previsto l’allestimento di un sistema di monitoraggio dell’aria che consenta di controllare in tempo reale la concentrazione di sostanze tossiche, fermando le gare qualora essa superi un determinato livello di pericolosità.

Alla luce di questi fatti viene però spontaneo domandarsi per quale ragione nessuno s’interroghi sulle conseguenze dell’inquinamento per gli oltre 15 milioni di cittadini che affollano la capitale cinese ed ogni giorno sono costretti a “correre” la propria gara a prescindere da quanto sia spesso lo strato di smog. E’ vero che la maggior parte di loro non si sta rendendo protagonista di una fulgida carriera come quella dell’atleta etiope, ma è altrettanto vero che anche la loro salute meriterebbe di essere preservata alla stessa stregua di quella degli atleti olimpici.
Fermare le gare quando l’inquinamento raggiunge livelli inaccettabili denota poi un cortocircuito logico che sfocia nella supina accettazione del disastro ambientale costruito dall’unica corsa ritenuta inarrestabile che è quella della crescita economica. Il solo esercizio intelligente sarebbe infatti quello di fermare lo smog (e non le corse) per restituire a tutti la possibilità di uscire all’aperto senza rischiare la propria incolumità.

Tornando a Gebreselassie, il campione etiope ha dichiarato di volere proseguire la propria carriera fino ai Giochi di Londra 2012, dove conta di stabilire un nuovo primato della maratona.
Naturalmente tutti gli auguriamo di riuscirci e ci dispiacerebbe deludere le sue aspettative, ma avrà detto questo perché considera l’aria londinese più salubre rispetto a quella di Pechino o semplicemente perché conta di terminare lì la sua carriera?


lunedì 10 marzo 2008

NO TAV a Shanghai come in Val di Susa

Marco Cedolin

La costruzione delle nuove tratte per i treni ad alta velocità non deve fare i conti con la protesta di larghi strati della popolazione solamente in Italia, ma perfino in un “paradiso delle grandi opere” come la Cina l’opposizione al TAV si sta rivelando così risoluta da essere riuscita a bloccare almeno temporaneamente la costruzione dell’opera.
E’ accaduto a Shanghai dove dal 2002 sono già funzionanti 30 km di TAV a levitazione magnetica che applicano la stessa tecnologia, prodotta da Siemens e Thyssenkrupp, sperimentata in Germania dal tristemente noto Transrapid che nel settembre 2006 fu protagonista di un tragico incidente nei pressi di Melstrup, durante il quale persero la vita 23 persone.
Proprio il prolungamento della linea attuale, le cui carrozze viaggiano spesso semivuote a causa dell’alto prezzo del biglietto, che dovrebbe attraversare quartieri densamente popolati, ha incontrato una tenace ed indomabile resistenza da parte degli abitanti. La popolazione, assolutamente contraria alla costruzione di un’opera giudicata ambientalmente impattante e pericolosa per la salute a causa delle radiazioni elettromagnetiche, ha avversato il progetto anche a fronte delle sue ricadute negative sul valore degli immobili. Alcune migliaia di cittadini assai combattivi hanno fronteggiato pacificamente i reparti anti- sommossa della polizia mentre contemporaneamente avviavano una battaglia legale per difendere i propri diritti. Le autorità si sono trovate in grave difficoltà sia perché il progetto presentava non poche criticità, sia perché la protesta ha iniziato a dilagare coinvolgendo in breve anche gli strati sociali piccolo – borghesi che fino a quel momento erano stati refrattari a qualsiasi espressione di dissenso nei confronti della cementificazione indiscriminata.

Il sindaco di Shanghai Hang Zheng, proprio in occasione del Congresso nazionale, ha così annunciato di essere intenzionato a rinunciare, almeno per il momento, alla prosecuzione del progetto che non rientra più negli investimenti prioritari, in attesa di verificarne la fattibilità per mezzo di una valutazione d’impatto ambientale.
Nella Cina delle grandi dighe, abituata alle costruzioni portate a termine a tempo di record, senza salvaguardare minimamente i diritti della popolazione, per la prima volta la protesta dei cittadini è riuscita a fermare la realizzazione di una grande infrastruttura.
In Italia dove i record sono altri e le infrastrutture che servirebbero, come la Salerno – Reggio Calabria, sopravvivono da decenni sotto forma di eterno cantiere, gli uomini politici di ogni colore il progetto del TAV continuano purtroppo a proporlo come prioritario anche di fronte a proteste popolari e criticità di gran lunga superiori a quelle di Shanghai. Anzi i due partiti che si contendono il governo del paese arrivano al punto di mettere il TAV ai primi posti fra le priorità dei propri programmi elettorali, dimostrando in maniera inequivocabile di essere assai poco lungimiranti e molto a corto di argomenti.

domenica 9 marzo 2008

Ti straccio il programma

Marco Cedolin

L’impressione che gli uomini politici italiani, nonostante la veneranda età che li accomuna, stiano regredendo al periodo della scuola materna è già da tempo palpabile. Per prenderne coscienza basta leggere la lunga sequela di bugie con la quale stanno infarcendo i propri programmi elettorali, tanto pieni di false promesse fantasiose quanto assolutamente vuoti di contenuti. Basta leggere gli slogan puerili e ridicoli stampati a caratteri cubitali sui manifesti elettorali che già deturpano le nostre città, basta guardarli quando sono ospiti di una trasmissione televisiva e fingono di litigare come bambini pur ripetendo come marionette tutti le stesse cose, basta tornare con la mente alla surreale gara di sputi fra Barbato e Cusumano nell’aula del Senato.

Silvio Berlusconi, ieri di scena al Pallido di Milano, dinanzi ad una folla di suoi dipendenti imbandierata e festante, ha dimostrato come la regressione all’età infantile possa costituire spunto per la campagna elettorale, contribuendo a ravvivarla donandole un po’ di sale.
Con stampato sul volto un sorrisetto da bambino discolo compiaciuto, il Cavaliere ha pensato bene di fare pubblicamente un dispettuccio al “compagno di banco” Veltroni colpevole di avere nascostamente copiato il compito da lui e tratto dalla tasca il programma elettorale del PD lo ha platealmente stracciato ammiccando alla folla plaudente che lo contornava.

Walter Veltroni impegnato nelle stesse ore in un tour nel Nord Est, volto a conquistare i voti degli industriali, ha stigmatizzato il gesto dell’avversario senza dare vita ad una immediata ripicca che avrebbe potuto essere vista dalla maestra.
Il programma stracciato è però un affronto troppo sfrontato perché possa venire lasciato a lungo obliare, c’è da scommettere che al più presto qualcuno mentre sta tenendo il proprio comizio elettorale brucerà una bandiera del PDL, Silvio per ritorsione righerà con le chiavi il pullman del PD, Walter gli nasconderà le scarpe col tacco, il Cavaliere sceso in terra scoppierà in lacrime e la maestra esasperata li spedirà entrambi in Presidenza dove come due piccoli monelli potranno dedicarsi insieme per 5 anni a fare qualche dispetto agli italiani, consapevoli del fatto che tanto loro non reagiranno mai.

Per un operaio in più

Marco Cedolin

Nella bagarre di questa campagna elettorale ipercinetica, tanto priva di concretezza quanto infarcita di suggestioni può accadere perfino che il Segretario di un partito politico, come Oliviero Diliberto, sia costretto ad immolarsi sull’altare della propaganda, rinunciando a candidarsi al Parlamento per lasciare il proprio posto ad un ex operaio della Thyssenkrupp, nella speranza che il sacrificio serva a raggranellare qualche voto in più.
In verità in un primo momento a questa eventualità Diliberto non aveva proprio pensato e nella difficile composizione delle liste della Sinistra Arcobaleno (che vedrà dimezzarsi il numero dei propri deputati rispetto a quelli attuali) al ruolo dell’escluso sembrava destinato l’ex operaio Ciro Argentino che aveva oltretutto accettato questo stato di cose senza protestare.
Il PD che ha già candidato l’ex operaio Thyssen Antonio Boccccuzzi, ormai diventato un volto famoso dei palinsesti televisivi, colta la ghiotta occasione non ha però saputo trattenersi dall’inveire sugli ex alleati accusandoli di “trattare gli operai come figurine” dando vita ad una contesa elettorale avente per oggetto il numero di operai candidati in ciascun partito e di conseguenza (si presume per osmosi) la più o meno spiccata propensione a difendere la causa dei lavoratori.
Lasciatosi sopraffare dalla trance agonistica derivante da quella che era ormai diventata una sorta di spareggio all’ultimo operaio, Diliberto non ha potuto fare altro che abdicare dalla propria poltrona e consegnarla al buon Ciro, affermando con enfasi “questa è la diversità dei comunisti”.

A prescindere dal valore di tutta questa sceneggiata di dubbio gusto, condotta con toni surreali ed ampio ricorso all’autolesionismo, viene spontaneo domandarsi se davvero la sensibilità di un partito nei confronti dei lavoratori passi attraverso il numero di operai che esso candida alle elezioni. Non sarebbe più semplice difenderli quando si siede in Parlamento, anziché votare vergognosi accordi sul welfare come quelli stipulati lo scorso luglio insieme a Confindustria ed ai rappresentanti sindacali?

giovedì 21 febbraio 2008

Calciomercato

Marco Cedolin

I giornali di questa Italia pre elettorale somigliano in maniera sorprendente alle pagine della Gazzetta dello sport durante i caldi mesi estivi, quando il campionato è fermo e solamente le notizie di calciomercato, spesso abbondantemente condite di fantasia, riescono a garantire un minimo di tiratura grazie ai tanti che amano berle fresche per stemperare gli effetti della canicola.
Il PD di Walter Veltroni con sulla maglia lo sponsor di Confindustria e il PDL di Silvio Berlusconi sponsorizzato Mediaset sono le uniche due squadre in grado di contendersi lo “scudetto”. Non esistono outsider o possibili squadre rivelazione in quanto è troppo grande in divario tecnico (leggasi economico) che separa qualunque altra formazione dall’accoppiata PD – PDL.

Veltroni conscio che la sua squadra partirà probabilmente con 10 punti di penalizzazione (comminatigli dal giudice sportivo per il comportamento durante gli ultimi 2 anni di governo) ha deciso fin da subito di giocare d’anticipo e la sua tattica fino a questo momento sembra lo stia premiando. Veltroni ha deciso di cambiare modulo e giocare a zona, sostituendo le incorporazioni alle coalizioni, ed il Cavaliere ha dovuto correre ai ripari imitandolo per non rischiare di apparire anacronistico.
Veltroni ha deciso di rendere pubblico per primo il proprio programma elettorale, mettendo in cima alla lista dei 12 punti dei quali si compone l’intenzione di regalare agli italiani il TAV, i cancrovalorizzatori, i rigassificatori e nuove autostrade, seguiti da meno tasse, più sicurezza e la “revisione” della legge sull’aborto. Ed ora Berlusconi si ritroverà costretto a copiarlo riga per riga avendo come unica alternativa impraticabile quella di cambiare maglia (e sponsor) e stilare un programma di sinistra.
Veltroni è riuscito perfino ad importare direttamente dagli USA l’inno della propria squadra che ha già scalzato dalla vetta della hit parade il gingle di Forza Italia, lasciando Berlusconi basito ed indeciso fra domandare a McCain di scriverne uno o usare quello di Walker Texas Ranger che con McCain non sembra però vada molto d’accordo.

L’impressione è quella che il PD di Veltroni intenda giocare un calcio più liberista e spregiudicato, maggiormente gradito agli osservatori, mentre il Cavaliere si trovi sempre un metro indietro rispetto all’avversario, proprio su quel terreno che è sempre stato il suo. Tattiche a parte sarà però il calciomercato a risultare determinante ed anche in questo ambito i giornali specializzati hanno già offerto gustose anticipazioni.
Berlusconi dopo avere rinunciato ad un centrocampista d’eccellenza come Casini, sembra avere abbandonato anche l’opzione Giuliano Ferrara che nonostante possedesse una grinta degna di ringhio Gattuso è stato giudicato troppo soprappeso. Niente da fare anche per Mastella, ottimo terzino però troppo falloso, mentre Aida Yespica, giovanissima ala con poca esperienza ma indubbie doti fisiche ha rifiutato il trasferimento fra i professionisti.
La ricerca continua con l’ausilio di dozzine di talent scout, ma l’impresa non risulta facile anche alla luce del fatto che qualche ora fa il coordinatore Bondi ha dichiarato che non saranno ingaggiati (leggasi candidati) coloro che hanno procedimenti penali in corso, facendo proprio ed in questo caso superando a sinistra l’undicesimo punto del programma elettorale di Veltroni.

Veltroni lasciata a casa la sinistra radicale che continua a giocare ad uomo e mai sarebbe in grado di assimilare i dettami della zona, ha defenestrato anche il centrocampista Boselli troppo molle quando entra sulla palla, mentre ha messo a segno un importante colpo di mercato acquistando (seppure in prestito) il portiere Di Pietro, uomo che gode delle simpatie di molti fra coloro che hanno partecipato al V Day di Beppe Grillo, non ultimo un bravo giornalista come Marco Travaglio. Altrettanto importante è stata l’operazione con la quale Veltroni è riuscito ad ingaggiare in un colpo solo il Presidente dei giovani industriali Matteo Colaninno ed il giovane operaio fra i superstiti del rogo alla Thyssenkrupp, Antonio Boccuzzi, il cui collega Ciro Argentino è già stato rilevato dalla Sinistra Arcobaleno che ha giocato d’anticipo.
Due centravanti, l’industriale Colaninno e l’operaio Boccuzzi, magari con poca esperienza ma in grado d’incidere in area di rigore, anche perché estremamente complementari fra loro. Niente spazio invece per il fluidificante Ciriaco De Mita ormai in lite con l’allenatore, ritenuto troppo vecchio ed imbolsito per ricoprire un ruolo che necessita di dinamismo. Porte aperte al contrario per un tornante offensivo come Emma Bonino, che può portare qualche centinaio di migliaia di voti, anche se le sue spigolosità caratteriali non la rendono gradita al resto della squadra.
Si vocifera anche di un interessamento di Veltroni per il giovane fantasista Saviano, scrittore emergente e molto amato, mentre non sono ancora tramontate le speranze di concludere il “colpo di mercato” della stagione acquistando il pallone d’oro Montezemolo, ma in questo caso la strada sembra molto in salita.

Si è fatto tardi, la Gazzetta dello sport merita il tempo di un caffè ed una sigaretta, e l’estate alla fine di febbraio è ancora qualcosa di molto lontano, sarà mai possibile che non si riesca a trovare un altro giornale? Dovrà pur essere accaduto qualcosa di serio in questo Paese.

martedì 12 febbraio 2008

La grande abbuffata

Marco Cedolin

Scongiurata almeno per il momento la possibilità che banchieri ed industriali procedano direttamente al governo del paese senza il bisogno di alcun intermediario, tutto il circo della politica si è gettato con furia belluina fra le pieghe di una campagna elettorale dai contorni ancora sfumati ma che già lascia intuire come il confine fra comicità e tragedia sia davvero una linea molto sottile.Non potendo permettersi di cambiare l’identità dei mestieranti (pena l’acquisizione dello status di disoccupati) la classe politica italiana, imbolsita fino all’inverosimile, ha deciso ancora una volta di cambiare la coreografia dello spettacolo anziché la trama e gli attori, affinché si abbia la percezione illusoria di una qualche novità, mentre il copione anacronistico continua a perpetuare sé stesso.
Simboli liste ed alleanze stanno iniziando a prendere forma in un fantasmagorico crogiuolo di colori, slogan e vessilli, all’interno del quale perfino i simboli più legati alle tradizioni come fiamma e falce e martello rischiano di finire rottamati, quasi si trattasse di un’auto euro 0, per venire sostituiti da tricolori ed arcobaleni assortiti molto più trendy ed accattivanti.

Sullo sfondo di un programma unico, imperniato sulla crescita e lo sviluppo del Paese (proponimento d’obbligo per potere aspirare a raccogliere qualche voto) le parole d’ordine sono fusione, incorporazione, accorpamento, assorbimento, inclusione. Finita l’era delle grandi coalizioni, dove una molteplicità di partiti si raggruppavano intorno a due leader (Berlusconi/Prodi, Rutelli/Berlusconi, Prodi/Berlusconi) sulla base di programmi ai quali non è mai stato dato seguito, sta iniziando l’era dei grandi partiti che fagocitano quelli piccoli introiettandoli al proprio interno, dopo avere imposto loro l’accettazione di un programma precostituito, al quale ovviamente non verrà dato seguito. Gli uomini politici restano gli stessi, i meccanismi del clientelismo anche, le false promesse da disattendere e la manifesta incapacità di leggere le dinamiche socio/economiche del presente pure, ma tutti potranno affermare con grande baldanza che finalmente è nato qualcosa di nuovo.

E’ nato il nuovo Partito Democratico di Walter Veltroni, consumato cabarettista che esclamando “yes we can” e parodiando Barack Obama alle primarie americane, promette la diminuzione delle tasse, ma anche l’aumento dei salari, ma anche la riduzione del debito pubblico, ma anche più infrastrutture, ma anche più ecologia, ma anche…
Appena si smette di cantare yes we can ci si rende però subito conto che il nuovo PD è composto da vecchi componenti della Margherita che a sua volta era formata da ancor più vecchi politici della DC e di altri partiti della prima repubblica, stretti in un abbraccio fraterno con la vecchia classe politica dei DS derivante sostanzialmente da quello che nell’archeologia politica era l’antico PCI. Probabilmente entrerà a farne parte anche l’Italia dei “lavori” di Antonio di Pietro che sembra disponibile a venire incorporato nella nuova infrastruttura, mentre altri soggetti politici meno arrendevoli saranno probabilmente destinati a restarne fuori.
Tranne la passione per la bandiera a stelle e strisce del suo capo comico e l’intenzione di diminuire quelle tasse che ha invece alzato durante gli ultimi 2 anni nei quali è stato al governo, riesce davvero difficile trovare qualche elemento di novità all’interno di un partito come il PD che somiglia a quelle vetture costruite in Yugoslavia negli anni 80, le quali seppur nuove fiammanti venivano allestite assemblando insieme il muso di una vecchia Fiat 128 con la coda di un’altrettanto datata Fiat 127, per la gioia della famiglia Agnelli che aveva trovato il modo di rivendere all’estero le catene di montaggio ormai dismesse.

E’ nato il nuovo Partito delle Libertà di Silvio Berlusconi che ha incorporato i resti di Alleanza Nazionale, ha convinto la Mussolini a spegnere la fiamma, ha concluso una semi annessione della Lega Nord di Bossi e sta cercando d’indurre gli ex DC Casini e Mastella ad entrare nella “famiglia allargata” rinunciando ai propri simboli.
Il Cavaliere più sorridente che mai promette di “rimettere i soldi nelle tasche dei cittadini, per rilanciare i consumi e l’economia”. A guardarlo se cantasse “yes we can” anche lui, potrebbe perfino sembrare un altro, anziché la persona che con gli stessi alleati ha governato l’Italia per 5 anni riuscendo a far crescere solo le spese di cancelleria dei tribunali. Quando poi si cimenta nel suo numero migliore, promettendo “la creazione di nuovi posti di lavoro” ogni italiano si ritrova a fare gesti scaramantici per riflesso condizionato, memore di come andò a finire la volta scorsa.
Un milione? No, davvero, un migliaio bastano e avanzano, altrimenti questa volta c’è il rischio che diventino precari perfino i pensionati.

E’ nata la nuova Sinistra Arcobaleno che poi tutti continuano a chiamare Cosa Rossa, usando un lemmario più rude che però arriva al cuore del problema. Si tratta dell’unione di quei partiti comunemente definiti “sinistra radicale”, derivanti in larga parte dalle scissioni della scissione dell’antico PCI. Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi non hanno deciso di fondersi fra loro seguendo la strategia del “grande partito” e ricercando la novità, ma hanno dovuto farlo per cause di forza maggiore, non esistendo alcun grande partito intenzionato ad incorporarli. Troppo scomodi perfino quando, come nell’ultima legislatura, hanno sottoscritto supinamente ogni decisione del governo anche qualora completamente antitetica ai propri programmi, fino al punto di arrivare a firmare un dodecalogo che è costato loro la stima di buona parte del proprio elettorato. Hanno cercato fino all’ultimo (e probabilmente continueranno a farlo) un’improbabile alleanza con il PD ma Veltroni sembra irremovibile quando canta in italiano “voi non potete”.

Vagano ancora allo stato brado alcuni piccoli partiti, come la Destra di Storace e la Rosa nel Pugno ma c’è da scommettere che si accaseranno presto quando l’imminenza delle elezioni renderà i “grandi partiti” molto più arrendevoli.Dopo il voto poi, tanta smania di accorpamento e voglia di novità potrebbero debordare e sono in molti che già ipotizzano la fusione delle fusioni che dia vita al partito unico “destrasinistra” dove Veltroni e Berlusconi cammineranno a braccetto fischiettando “yes we can”.
Ma non spingiamoci oltre con la fantasia in quanto troppe novità tutte in una volta potrebbe turbare la tranquillità dei nostri sonni.

A proposito di sonni, c’è una domanda che continua a perseguitarmi ogni volta che poso la testa sul cuscino. Ma il “popolo” di Beppe Grillo, quello impropriamente catalogato come “antipolitica” e quantificato dopo il V. Day dell’8 settembre da alcuni sondaggisti improvvidi nella misura di addirittura il 17% dell’elettorato italiano, quello avrà colto il segnale di novità ed andrà a votare?

giovedì 10 gennaio 2008

Ecoballe e cancrovalorizzatori

Marco Cedolin

Il 2008 è iniziato come peggio non sarebbe stato possibile, non solo per i cittadini di Napoli fatti oggetto di ogni sorta di angheria, ma anche per tutti gli altri italiani trattati come decerebrati da politici e disinformatori di professione che in queste ultime settimane stanno offrendo il meglio del proprio repertorio costituito da decisioni prive di ogni logica e cattiva informazione dispensata a piene mani senza alcun ritegno.
Curiosamente i cittadini che vivono nel napoletano sono assurti all’onore delle cronache di stampa e TV solamente quando, ormai esasperati oltre ogni limite, hanno deciso di scendere in strada per impedire la riapertura dell’ennesima discarica fra le tante che da decenni li stanno costringendo a frequentare in massa gli ormai strapieni reparti di oncologia degli ospedali della propria città. L’informazione “che conta” ha deciso di farli emergere dallo stato ectoplasmatico nel quale erano da sempre relegati, solamente per stigmatizzarli come facinorosi, violenti, piromani, contestatori, teppisti, nemici dello Stato ed amici della camorra, per il solo fatto di avere osato opporsi ad una decisione imposta dal governo e da una sequela di autorità in gran parte commissariate o in fase di commissariamento.

Quella stessa informazione “che conta” dormiva sonni tranquilli fatti di fogli intonsi e completa inanità quando nel 2004 autorevoli riviste internazionali quali Lancet Oncology e Newsweek si occupavano dei cittadini che vivono nel napoletano pubblicando ottime inchieste nelle quali si metteva in evidenza come il gran numero di discariche legali ed illegali fosse la causa principale della vera e propria epidemia di affezioni a carattere tumorale che ammorba pesantemente quella zona della Campania ormai tristemente nota come “triangolo della morte”.
La disastrosa situazione rifiuti di Napoli della quale la classe politica è prima responsabile insieme ad imprenditori senza scrupoli, viene presentata all’opinione pubblica come una conseguenza “dell’egoismo” dei cittadini partenopei e delle mire di una fantomatica camorra tanto impalpabile quanto utile per scusare ogni genere di nefandezza.

E’ stata la politica (e non la camorra, a meno che la politica in essa si riconosca) a decidere come gestire la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti nel napoletano durante gli ultimi anni. Così come è stata la politica a consegnare tale gestione e smaltimento nelle mani delle fallimentari Fibe s.p.a. e Fibe Campania s.p.a. Così come sono state Fibe s.p.a e Fibe Campania s.p.a. società del gruppo Impregilo (e non la camorra, a meno che Impregilo in essa si riconosca) a condurre tale gestione e smaltimento in maniera disastrosa creando i presupposti per la situazione grottesca che è stata esacerbata ad arte nelle ultime settimane.I cittadini di Pianura, come tutti gli altri che in questi giorni stanno scendendo in strada per difendere la propria salute ed il proprio futuro, hanno dovuto subire tanto la tracotanza della camorra che li avvelenava giorno per giorno con le discariche illegali, quanto quella della politica e delle imprese beneficiarie degli appalti che facevano altrettanto con le discariche spesso a torto considerate “legali”.
Oggi come se non bastasse questi stessi cittadini, secondo un vecchio copione che per molti versi ricorda il calvario dei NO TAV in Val di Susa nell’inverno 2005, sono additati dall’informazione come violenti e facinorosi e bastonati da quella polizia alla quale manca perfino la benzina qualora si tratti d’inseguire i delinquenti ma non difettano uomini e mezzi quando l’obiettivo è la testa degli onesti cittadini.Qualunque governo in possesso di una sia pur minima dignità avrebbe reagito a questa situazione imponendo in primo luogo le dimissioni di coloro che ne erano maggiormente responsabili, ad iniziare da quel Bassolino il cui “smaltimento” sembra essere assai più problematico di quello dei rifiuti. La logica avrebbe poi voluto che si riorganizzasse completamente la gestione dei rifiuti in Campania, partendo dalla costruzione di un’efficiente raccolta differenziata, magari cogliendo l’occasione per costruire un circolo virtuoso dei rifiuti che in Italia ad oggi esiste solo in poche e circoscritte realtà.

Romano Prodi ed il suo governo in tutta evidenza non hanno alcuna familiarità né con la dignità né tanto meno con la logica e le prime scelte messe in essere lo dimostrano senza dare adito a dubbi.Gianni De Gennaro, uomo con molte responsabilità riguardo alle violenze gratuite al G8 di Genova, promosso Supercommissario per l’emergenza rifiuti, quasi si trattasse di reprimere nel sangue ogni protesta dei cittadini. L’esercito chiamato in causa accanto alle forze dell’ordine per combattere la battaglia contro i rifiuti (è proprio vero il vecchio adagio secondo il quale quando uno ha in testa un martello continua a vedere ogni cosa sotto forma di chiodo) quasi si trattasse di soldati nemici.La costruzione di ben tre cancrovalorizzatori che anziché avvelenare i cittadini attraverso il percolato, diffonderanno le sostanze cancerogene in quantità ben maggiore sotto forma di diossina, polveri sottili, furani, idrocarburi policiclici ed altre sostanze ad alta patogenicità.

Proprio intorno al progetto dei nuovi megainceneritori sembra chiudersi il cerchio di tutta questa triste vicenda, a tal punto che l’emergenza rifiuti di Napoli è stata occasione per tanta “buona” stampa e TV di prodursi in articoli e servizi privi di qualunque fondamento scientifico che hanno vantato le mirabolanti virtù di codesti impianti, presentandoli come innovativi e puliti. La lobby dell’incenerimento, in Italia floridissima, coinvolgendo buona parte delle ex municipalizzate alcune delle quali ormai quotate in borsa, e facente capo all’illuminato Ministro Bersani ha colto al volo l’occasione, o creato l’occasione per poi coglierla al volo, e si sta producendo in una campagna mediatica senza eguali volta a qualificare i costosissimi e pericolosissimi cancrovalorizzatori come la soluzione ultima al problema dei rifiuti.
Giornali e TV hanno però dimenticato di dire che la pratica dell’incenerimento dei rifiuti non contiene nulla d’innovativo, come dimostrato dal fatto che mentre l’Italia sta spendendo tutte le proprie energie nella costruzione di questi impianti, nel resto dei paesi cosiddetti sviluppati l’incenerimento trova sempre meno consensi, al punto che perfino gli Stati Uniti ed il Giappone (le nazioni in passato più propense ad incenerire i rifiuti) da anni non stanno più costruendo nuovi inceneritori ed hanno iniziato a demolire quelli vecchi. Così come hanno scordato di rendere pubblico che la pratica dell’incenerimento dei rifiuti, contrariamente a quanto spesso affermato da parte di esperti direttamente o indirettamente a libro paga dei grandi gruppi industriali o della pubblica amministrazione, non rappresenta un metodo di smaltimento migliorativo rispetto alla discarica. Al contrario, come sottolineato anche nel rapporto dell’Associazione Medici Per l’ambiente ISDE Italia l’incenerimento si dimostra fra tutte le tecnologie di trattamento dei rifiuti, in assoluto la meno rispettosa dell’ambiente e della salute. Questo poiché la combustione trasforma anche i rifiuti relativamente innocui quali imballaggi e scarti di cibo, in composti tossici e pericolosi sotto forma di emissioni gassose, nanopolveri, ceneri volatili e ceneri residue. Così come hanno evitato accuratamente di ricordare che oltre a dimostrarsi una calamità dal punto di vista sanitario, come tanti studi stanno a dimostrare, i megainceneritori si rivelano fallimentari anche sotto l’aspetto economico, al punto che se non usufruissero in maniera fraudolenta degli incentivi statali cip6, in quanto impropriamente equiparati per legge alle fonti energetiche rinnovabili, la loro esistenza non avrebbe economicamente alcun senso. Così come non hanno informato i cittadini riguardo al fatto che la costruzione di un megainceneritore, oltre ad avvelenare l’aria ed i suoli elimina ogni prospettiva futura di gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti in quanto annienta la raccolta differenziata che priverebbe l’impianto degli elementi come la plastica, il legno, la carta ed il cartone che più gli sono necessari per produrre le alte temperature alle quali opera.

Ecoballe, cancrovalorizzatori, polizia, esercito e perfino un Supercommissario preceduto dalla propria fama, gli elementi ci sono tutti per rendere il futuro, se possibile, ancora più grottesco del presente, ma fortunatamente l’ostinazione dei cittadini di Pianura lascia intuire come, smentendo una tristemente nota affermazione di Romano Prodi, gli italiani nutrano sempre più l’ambizione di essere migliori della classe politica che li governa con questi risultati.

domenica 6 gennaio 2008

Il progresso è come un albero di Natale

Marco Cedolin

Può capitare di soffermarsi a riflettere su quanto sia effimera l’illusione del progresso che ci accompagna fra le pieghe della nostra vita iper tecnologica, fatta di schermi al plasma, lettori dvd, satelliti, sistemi di guida intelligenti, cibi precotti, telefoni cellulari e microchip assortiti ad assisterci lungo tutto l’arco della giornata.
Sono bastati pochi giorni di blocco degli autotrasportatori per portare alla luce molte delle contraddizioni presenti in una società come quella moderna, tanto progredita tecnologicamente quanto estremamente vulnerabile a qualsiasi anomalia che ne possa mettere in crisi i delicati equilibri.

Le immagini dei consumatori che si aggiravano disperati e disperanti fra gli scaffali semivuoti alla ricerca dei pandorini ormai esauriti hanno fatto il paio con quelle delle code chilometriche davanti ai benzinai ormai più a secco di quanto non lo fossero i serbatoi degli automobilisti.Senza TIR niente più benzina e gasolio, niente più merce da consumare, niente più merce da produrre e niente più regali di Natale.
Sarebbero rimaste solamente le luminarie che addobbavano le nostre città rimpolpando i consumi energetici nonostante siano tempi di global warming ed il buon senso consiglierebbe di risparmiare energia.Basterebbero una serie di black out indotti dalla scarsità di risorse energetiche o da qualche catastrofico evento naturale per sprofondare tutto e tutti nel caos. Computer e telefoni relegati al ruolo di soprammobili, elettrodomestici inservibili, trasporti bloccati, case ridotte ad igloo, merci ed alimenti stipati all’interno di magazzini automatizzati ed ipermercati fuori servizio, mancanza assoluta di qualsiasi coordinata necessaria per fare fronte all’emergenza.

La realtà ci sussurra impietosamente che le nostre possibilità di sopravvivenza sono appese ad un filo sottilissimo che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro. Il nostro “progredire” ci ha resi totalmente dipendenti dal sistema di produzione e distribuzione globalizzato e dalle immense quantità di energia necessarie per farlo funzionare. Dipendenti perché ormai assolutamente incapaci di autoprodurre qualsiasi bene o servizio indispensabile per consentirci di sopravvivere. “Coltiviamo” le nostre verdure negli ipermercati, così come negli ipermercati “alleviamo” le nostre mucche, i nostri polli ed i nostri maiali ed acquistiamo ogni cosa possa esserci (o sembrarci) utile.
Manteniamo in vita i nostri “cavalli” per mezzo degli oleodotti e sempre tramite gasdotti ed oleodotti riscaldiamo le nostre case, le illuminiamo, comunichiamo fra noi e creiamo quello che ci piace chiamare benessere. Abbiamo rotto tutti i ponti con il nostro passato, relegato generazioni di saperi dentro a un vecchio cassetto di cui abbiamo perso la chiave, messo alla berlina quelle pratiche di sobrietà e riproduzione durevole che avevano consentito all’umanità di sopravvivere e prosperare per millenni. Abbiamo creato il mito del consumo, coccolando lo spreco come una virtù e ridotto l’ambiente allo stato di risorsa da plasmare ed alienare a nostro piacimento. Dimenticato che siamo parte integrante della biosfera e in quanto tali la nostra sopravvivenza è legata indissolubilmente al suo stato d’integrità.Il nostro progresso è come un albero di Natale, addobbato da palline colorate e fantasmagoriche lucine che baluginano ammaliatrici per convincerci che è tutto reale.

Come ogni albero di Natale, quando le feste sono finite e arriva l’Epifania, si spengono le luci, viene riposto in cantina dentro ad uno scatolone e fino all’anno prossimo non ci si pensa più. La nostra Epifania sta sopraggiungendo a grandi passi ma purtroppo non stiamo dimostrando di essercene accorti e un intero “anno” di buio e digiuno rischia di essere davvero molto lungo.

domenica 9 dicembre 2007

Il lavoro è una guerra che uccide

Marco Cedolin

La tragedia dell’acciaieria Thyssenkrupp di Torino, dove quattro lavoratori si sono trasformati in torce umane ed hanno perso la vita, mentre altri tre operai coinvolti nel rogo giacciono in ospedale con gravissime ustioni sulla quasi totalità del proprio corpo, ha fatto si che il carrozzone politico e quello mediatico siano tornati ad occuparsi delle morti sul lavoro.
I soloni della politica e quelli dell’informazione hanno in realtà da sempre un approccio molto singolare con l’argomento. I primi non perdono occasione per ribadire che in materia di sicurezza sul lavoro esistono ottime leggi, che purtroppo non vengono rispettate, come se il compito di garantire il rispetto di quelle leggi fosse deputato non a loro, bensì agli uomini politici tedeschi, inglesi o non si capisce bene di quale paese straniero. I secondi denunciano la scarsa sicurezza presente sui luoghi di lavoro e si producono in articoli/servizi di stampo pietistico, quanto mai efficaci nel rimpinguare la tiratura dei giornali o lo share delle trasmissioni TV, ma assolutamente inadeguati per chiunque volesse prendere coscienza dei reali termini del problema. Dopo la tragedia di Torino perfino il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, interpretando come meglio non avrebbe potuto il proprio ruolo istituzionale, ha deciso di “sacrificare” un minuto del proprio tempo e di quello dei tanti vip intervenuti come lui alla prima della Scala, dedicandolo agli sfortunati lavoratori dell’acciaieria Thyssenkrupp che certo, se ancora fossero stati in grado di parlare, non avrebbero mancato di ringraziarlo sentitamente per il nobile gesto. I sindacati confederati, molto meno interessati alla sicurezza dei lavoratori di quanto non lo siano all’integrità del pacchetto sul welfare stipulato con Confindustria, hanno indetto uno sciopero di 2 ore, premurandosi di non creare disagi alla produzione industriale.

Le statistiche ufficiali parlano di 1500 morti sul lavoro ogni anno in Italia, ma dimenticano di conteggiare i molti pendolari che ogni giorno perdono la vita in incidenti stradali mentre si recano sul posto di lavoro o tornano a casa a fine giornata, così come dimenticano tutti coloro (autisti, rappresentanti, fattorini, agenti immobiliari e professionisti vari) che per lavoro guidano un automezzo e giornalmente trovano la morte sulla strada, così come dimenticano tutti coloro che ogni anno muoiono per malattie “professionali” contratte sul luogo di lavoro nel corso della propria vita professionale. In realtà il lavoro uccide in Italia alcune migliaia di persone l’anno e la maggior parte di loro non viene neppure ricordata in un trafiletto sul giornale.
Alcune volte, come nel caso dell’acciaieria Thyssenkrupp la responsabilità della tragedia è da imputarsi al mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza da parte dell’azienda, altre al penoso stato in cui versano le strade ed autostrade italiane, altre ancora al sistema della precarietà che determina la presenza di lavoratori privi di esperienza in mansioni altamente pericolose, altre ancora alla stanchezza determinata da turni di lavoro massacranti.

Ma la reale responsabile della stragrande maggioranza di morti sul lavoro è la vera e propria guerra che giornalmente milioni di lavoratori ed imprenditori combattono per tentare di ritagliarsi qualche briciola di sopravvivenza.
Il mondo del lavoro è diventato negli anni una giungla strapiena di trappole, dove il rispetto per la vita umana e la dignità della persona sono stati immolati sull’altare della produttività e della competizione.
Lo sapeva bene Gabriele Aimar, autista di furgoni portavalori che viveva a Cuneo e nessuno ricorderà mai come “morto sul lavoro”. Gabriele il 3 dicembre si è ucciso con un colpo di pistola, semplicemente perché la polizia la sera prima gli aveva ritirato la patente giudicandolo positivo alla prova dell’etilometro, dopo averlo fermato a bordo della sua auto appena uscito da un pub dove aveva bevuto una birra insieme ad un amico. Senza la patente non avrebbe più potuto lavorare e non sapeva come sopravvivere.
La ricerca della sopravvivenza spinge ogni giorno centinaia di migliaia di lavoratori ad andare ben oltre i propri limiti fisici accumulando ore ed ore di straordinario, la sopravvivenza spinge altrettanti lavoratori ad accettare mansioni che danneggiano, spesso in maniera irreversibile la loro salute, la sopravvivenza spinge i pendolari a buttarsi su autostrade e tangenziali alle 5 di mattina con il sonno che percuote le tempie. Quella stessa ricerca della sopravvivenza induce a lavorare in nero in un cantiere o in un’industria senza che siano rispettate le norme di sicurezza, induce a spingere l’acceleratore nella nebbia per evitare di perdere un cliente, a lavorare ancora anche quando si è ormai privi della lucidità necessaria.
La ricerca della sopravvivenza economica e il tentativo di continuare a restare “sul mercato” fa si che ogni giorno decine di migliaia d’imprenditori perdano la propria umanità trasformandosi in individui senza scrupoli, pronti a barattare qualche scampolo di produttività con la vita delle persone.

Le promesse della classe politica e la falsa indignazione del mondo sindacale sono solamente atteggiamenti retorici che durano un battito di ciglia. Fra qualche giorno, sparita l’attenzione mediatica che avrà trovato nuovi argomenti sui quali costruire tirature ed ascolti, tutto tornerà come prima e probabilmente peggio di prima.Il mondo del lavoro è un teatro di guerra altamente disumanizzato, dove le persone sono ridotte al ruolo di utensili, esistenze cosificate costrette a rincorrere la speranza di sopravvivere, anche quando in fondo a quella speranza c’è il concreto rischio di trovare la morte. Una guerra senza regole, senza senso e senza futuro. Una guerra combattuta nel nome della produttività e della competizione sfrenata, dove tutti i soldati sono irrimediabilmente destinati a perdere, mentre a vincere sono soltanto i pochi burattinai che attraverso la guerra costruiscono immensi profitti, e poco importa loro se si tratta di profitti realizzati attraverso l’alienazione della vita umana.

lunedì 3 dicembre 2007

Rottamazione ambiente

Marco Cedolin

Nel leggere il testo della finanziaria 2008 di recente approvazione, molte persone si erano accorte della novità inusitata in virtù della quale mancavano gli ormai canonici finanziamenti statali (ecologicamente camuffati) all’industria automobilistica. Il Presidente di Legambiente Roberto Della Seta, qualche giorno fa, si era spinto fino a lodare il Ministro Pecoraro Scanio per avere deciso di non concedere nuovi incentivi statali per la rottamazione delle auto.
In realtà si trattava solo di un’illusione, i finanziamenti pubblici all’industria automobilistica ci saranno anche nel 2008, riguarderanno le auto Euro 0, Euro 1 ed Euro 2 e troveranno spazio all’interno di un emendamento in corso di preparazione, così come ha assicurato il sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi, anche se in merito non esiste ancora un accordo definito.

Per tentare di dare una patente ecologica al sussidio statale, diventato ormai parte integrante delle campagne pubblicitarie di quasi tutte le case automobilistiche, saranno probabilmente stabiliti dei limiti in termini di cilindrata per quanto riguarda l’auto nuova e costituite delle norme che favoriscano le auto ibride ed elettriche, ma le grandi industrie che operano in campo automobilistico dormiranno comunque sonni tranquilli, potendo contare sui finanziamenti pubblici anche per il prossimo anno.

In realtà le campagne di questo genere non costituiscono affatto una pratica virtuosa, ma al contrario favoriscono la “rottamazione ambientale” sempre più diffusa nel nostro paese. La falsa motivazione ecologica viene infatti utilizzata per suffragare quella che si dimostra essere semplicemente una campagna di sostegno all’aumento dei consumi volta a favorire i grandi gruppi industriali. Qualunque ipotetica valenza ecologica dell’operazione viene smentita in maniera incontrovertibile dall’assoluta mancanza di studi che dimostrino come la rottamazione di un’auto usata e relativa sostituzione possa costituire un processo migliorativo dal punto di vista ambientale. Se infatti è probabile che l’auto nuova, in virtù di una tecnologia più moderna, emetterà una quantità minore di sostanze inquinanti (e si tratta di un valore variabile in quanto proporzionale alla quantità di chilometri percorsa mediamente dall’acquirente) occorre sottolineare che la quantità di energia e materie prime necessaria per la rottamazione dell’auto vecchia e la costruzione della nuova autovettura (in questo caso si tratta di un valore fisso ed oggettivo) supererà di gran lunga i benefici, in termini d’impatto ambientale e contributo all’inquinamento.

Nonostante le “promesse” del Ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, destinate a restare tali, il governo sembra comunque intenzionato a procedere nel solco tracciato dai governi che l’hanno preceduto. Sostegno all’industria attraverso l’esborso di denaro pubblico, per favorire la produzione ed il consumo della merce “automobile” che risulta essere uno dei maggiori imputati per quanto concerne l’aria irrespirabile delle nostre città.

mercoledì 14 novembre 2007

Sono tutti terroristi

Marco Cedolin

Bisogna ammetterlo, l’Italia è un paese in balia del terrorismo ed occorre fare subito qualcosa per ristabilire l’ordine sociale. Ai terroristi islamici, presenti a migliaia secondo i ripetuti allarmi lanciati a più riprese in questi anni da servizi segreti e Ministero dell’Interno, si sono aggiunti lo scorso inverno le “BR cgil” e da quest’ultima domenica perfino i “tifosi terroristi” che hanno reagito in maniera scomposta e violenta alle notizie concernenti la morte di Gabriele Sandri.
Il mondo della carta “stracciata” e del “teleimbonimento” schiuma rabbia a più non posso invocando repressione, giri di vite e quant’altro, mentre intellettuali, opinionisti e sociologi si profondono in ardite analisi della società italiana in balia di facinorosi e violenti, volte a giustificare i propri lauti stipendi. Il sociologo Franco Ferrarotti, ardito fra gli arditi, sulle pagine del Corriere della Sera si spinge fino a prefigurare la volontà di costituire un vero e proprio partito trasversale da parte dei tifosi violenti. Un partito che a suo dire intenderebbe cavalcare l’antipolitica, traendo ispirazione da Beppe Grillo per poi unirsi alla destra di Storace e (immaginiamo perché questo Ferrarotti non lo dice ma lo lascia solo intendere) prendere il potere attraverso un “golpe degli ultras” che ponga fine alla nostra democrazia.

Dopo due settimane di emergenza criminalità ed immigrazione, nelle quali giornali e TV si sono resi artefici di un vero e proprio terrorismo psicologico volto a creare panico e disorientamento nei lettori e teleutenti, adesso la fonte del terrore sembra essersi spostata dagli immigrati ai tifosi. Tutto fa brodo, quello che conta è solamente il risultato finale, lastricare le strade di paura e far si che i cittadini non prestino attenzione alle leggi che vengono approvate in parlamento, impegnati come sono a domandare più sicurezza e più repressione. La speranza, neppure troppo recondita, di una politica sempre più moribonda è quella che un popolo terrorizzato dal terrorismo, dalla criminalità e adesso perfino dagli ultras possa essere disposto a barattare qualunque sacrificio in cambio della propria sicurezza.
Tutti coloro che lunedì hanno letto i giornali ed ascoltato i TG sono stati informati fin nei minimi particolari riguardo alla guerriglia urbana dei tifosi romani e bergamaschi, con annesse auto e cassonetti bruciati, poliziotti feriti e cori ingiuriosi, ma la morte di Gabriele Sandri ha continuato a rimanere avvolta nel mistero, pur in presenza di un poliziotto indagato che avrebbe sparato ad altezza uomo senza alcun motivo, da una parte all’altra di un’autostrada trafficata. Man mano che le ore passavano l’uccisione di Gabriele diventava sempre più questione di secondo piano, liquidata come una “tragica fatalità” mentre le violenze dei tifosi passavano alla ribalta fino a diventare l’unico argomento sul quale occorreva riflettere, discutere, analizzare e speculare.

La morte di un automobilista (non di un tifoso, perché un uomo tranquillamente seduto in auto è innanzitutto un automobilista a prescindere da dove sia diretto) ammazzato senza alcun motivo da un poliziotto mentre si trovava all’interno di un’auto che si allontanava da un autogrill non può essere liquidata come una “tragica fatalità” dovuta a circostanze avverse, non è giusto nei suoi confronti, nei confronti della sua famiglia e in quelli dei suoi amici. La morte di Gabriele Sandri avrebbe dovuto essere il vero oggetto delle riflessioni e delle analisi, mentre invece si è preferito spostare l’attenzione unicamente sulle reazioni che in qualche modo l’omicidio ha ingenerato.

Tutti hanno reagito alla morte di Gabriele nella maniera sbagliata. Il questore di Arezzo è stato incapace di fornire una qualche risposta plausibile ad un delitto tanto brutale quanto inspiegabile ed ha continuato per una giornata intera a farfugliare di “colpi sparati in aria” e fantomatiche risse, salvo poi ammettere l’esplosione di un colpo di pistola ad altezza uomo solo il giorno successivo, dopo una testimonianza oculare che inchiodava il poliziotto sparatore alle proprie responsabilità.
I palazzi del calcio, ottenebrati dal miliardario business domenicale, sono stati incapaci di percepire l’estrema gravità dell’accaduto e anziché decidere di sospendere il campionato, come sarebbe stato sacrosanto, hanno scelto di mantenere in vita comunque il circo equestre come se non fosse successo nulla.
I tifosi imbufaliti ed esasperati dall’assoluta inanità dei vertici politici e calcistici (non certo animati dall’antipolitica) si sono abbandonati alla violenza che non è mai giustificata né giustificabile e si sono resi artefici di atti di teppismo ed aggressioni alla polizia durati fino a tarda sera.
E’ stata una domenica di reazioni scomposte, sbagliate, di violenza senza senso, di leggerezze, di errate valutazioni, ma soprattutto la domenica nella quale un ragazzo di 28 anni è stato ammazzato a causa di “una tragica fatalità” in un autogrill di un’autostrada italiana da qualcuno che per mestiere dovrebbe garantirne l’incolumità,.
La morte di Gabriele è il vero terrore, quel terrore che magari per un attimo infinitesimale, baluginerà negli occhi di chiunque si trovi ad incrociare una pattuglia di poliziotti nei pressi di un autogrill, ed è un terrore profondamente sbagliato perché nasce da qualcosa d’incomprensibile e senza senso che nessuno ha cercato di spiegare, in quanto erano tutti troppo occupati a cercare il rimedio per il “terrorismo ultras” che potrebbe mettere in crisi la nostra democrazia, magari coalizzandosi con Beppe Grillo o perfino con Storace.

venerdì 9 novembre 2007

Lasciateci Vivere

Marco Cedolin

Panem et circenses stavano alla base del consenso popolare nell’antica Roma decadente, dove i Veltroni dell’epoca organizzavano le notti bianche all’interno del colosseo e il palinsesto dei Berlusconi imperiali era rigorosamente “in diretta” spaziando dalle contese all’ultimo sangue fra gladiatori, al desco per le belve feroci che anziché paté e bocconcini venivano invitate ad addentare ben più succulenti schiavi in versione croccantini 3 X 2.
Panem et circenses è un motto che calza (o forse calzava) a pennello anche per la nostra società occidentale del turbocapitalismo, quella che se non sei trasgressivo non ti diverti e devi scegliere il modo più cool di trasgredire, magari iniziando con una striscia di coca, un jeans strappato da 300 euro o uno schermo al plasma con annesso home theatre acquistato a rate che termineranno nel 2012. Quella che “basta andare su Second Life per rifarti una vita come vuoi tu” salvo poi scoprire che il mondo virtuale altro non è che una replica fedele fin nei minimi particolari di quello reale, con annesso turbocapitalismo e multinazionali globalizzate, ragione per cui anche lì ti toccherà fare lo sfigato precario che non arriva a fine mese.

Quella che in TV tutti piangono e piangi anche tu perché ti commuovi e poi tutti ridono e ridi anche tu perché “bisogna” divertirsi e il cast di una fiction diventa alla fine la tua famiglia, quella che non hai mai potuto costruire perché ti mancavano i soldi o il tempo o entrambi. Quella che fai di tutto per seguire il “grande sport” e ti dibatti fra parabole, decoder e schede prepagate, per poi scoprire che la competizione sportiva ormai la fanno schiere di avvocati nelle aule dei tribunali che si scontreranno sugli eventi truccati che tu hai visto in TV con il tuo decoder e l’unico elemento vero di tutta la rappresentazione erano i tuoi soldi fagocitati dalla scheda prepagata.

Anche panem et circenses ai giorni nostri sono entrati profondamente in crisi, il primo va centellinato perché ha ormai raggiunto prezzi da capogiro, il secondo rischia di non divertire più, perché con la pancia vuota l’intrattenimento ludico risulta poco efficace.
E allora siccome i cortei per chiedere il “panem” sono un retaggio del passato, troppo retrò e assai poco trendy, meglio una fiaccolata per pretendere il “circenses” come accaduto martedì 6 novembre a Como. Di fronte alla decisione da parte di Mediaset di epurare la fiction “Vivere” dai propri palinsesti, decretandone in questo modo l’eutanasia dopo 8 anni e circa 2000 puntate, un centinaio di persone accorse per assistere all’ultimo ciak, hanno srotolato un lungo striscione recante la scritta “Non chiudete Vivere” e sono partite in corteo fiaccole alla mano per convincere Confalonieri a desistere dal suo intento. Sempre durante questa settimana qualcosa di simile è accaduto anche negli Stati Uniti, dove il cast della fiction Gray’s Anatomy, unitamente a molti telespettatori, ha inscenato una manifestazione di protesta contro la soppressione del programma, con tanto di cartelli colorati e cori ritmati.
Toccate pure il “panem” ma non il “circenses” se volete conservare il consenso popolare, sembra il duro monito suggerito da queste vicende. Gli amanti delle fiction soppresse non sono certo pericolosi no global o giovani violenti che intendono mettere in crisi l’ordine sociale, ma se togli loro il “circenses” potrebbero iniziare a pensare al “panem” e la cosa si rivelerebbe assai più pericolosa.