Marco Cedolin
Probabilmente si tratta di un caso fortuito, una di quelle coincidenze con le quali il destino ama trastullarsi, però sembra abbastanza curioso che il fantasma del terrorismo politico venga resuscitato dal suo sarcofago proprio nella settimana che fa da prologo alla grande manifestazione di Vicenza contro la nuova base americana Dal Molin.
Scimmiottando in maniera grottesca l’atmosfera degli anni di piombo, giornali e TV hanno dato enorme risalto ad un’operazione di polizia dai contenuti abbastanza nebulosi che si sarebbe proposta di sgominare le nuove Brigate Rosse. Non quelle ritenute a torto o a ragione responsabili degli omicidi D’Antona e Biagi, ma una cellula ancora più nuova, così nuova da non essersi ancora macchiata di nessun delitto che esuli dalla sfera delle pure intenzioni.
Sempre per un caso fortuito, codeste intenzioni non si sarebbero limitate a qualche azione dimostrativa, ma avrebbero avuto come oggetto obiettivi eclatanti quali l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Mediaset, Sky, l’Eni ed il quotidiano Libero.
Si tratterebbe insomma di un vero e proprio gruppo di fuoco estremamente organizzato e radicato sull’intero territorio del Nord Italia che con una trentina di anni di ritardo sulla tabella di marcia aveva in progetto di sovvertire lo Stato attraverso la lotta armata.
Ci sarebbe molto da disquisire sull’uso ed abuso del termine “Brigate Rosse” come spauracchio da agitare alla bisogna e sul fatto che venga spacciata per vera l’assurda ipotesi che qualcuno nel 2007 si proponga di sovvertire l’ordine costituito con l’uso delle armi, ma per approfondire queste considerazioni credo sia meglio attendere l’esito dell’inchiesta che probabilmente, come spesso accade, si rivelerà una bolla di sapone.
Occorre invece riflettere sull’uso che l’informazione e la schiera di opinionisti che la contornano, stanno facendo dell’accaduto. Sul tentativo di mettere in relazione la manifestazione di Vicenza con lo spettro del terrorismo, di fare salire la tensione, di ridare vita ad incubi del passato, con la chiara finalità di screditare il movimento pacifista ed indurre i manifestanti a disertare l’appuntamento.
Probabilmente la migliore risposta alle visionarie tesi di coloro che cercano di mistificare la realtà instillando il germe della paura, la daranno proprio gli italiani che da tutta Italia sabato accorreranno a Vicenza.Non facinorosi, no global, violenti, estremisti o terroristi in erba, come tanta stampa vorrebbe far credere, ma semplicemente cittadini, giovani, anziani e famiglie con i bambini, di ogni colore politico o piuttosto di nessun colore, che vorrebbero sovvertire solamente l’odiosa politica di guerra e adirebbero farlo attraverso l’uso delle uniche armi che sono in loro possesso, la presenza e l’espressione del proprio pensiero.
lunedì 12 febbraio 2007
martedì 6 febbraio 2007
Military Channel
Marco Cedolin
Se il grado di civiltà di una nazione si misurasse attraverso la qualità dei programmi televisivi più in voga, buona parte dell’occidente non avrebbe sicuramente di che rallegrarsi.
Negli Stati Uniti dove i canali tematici a pagamento sono da tempo diffusi e trattano gli argomenti più disparati è prossima la nascita di una nuova TV che stando alle analisi di mercato dovrebbe riscuotere un ottimo successo.
A destare qualche perplessità riguardo al nuovo canale tematico della rete Discovery Channel è l’argomento dello stesso in quanto non si tratterà dell’ennesimo reality di cattivo gusto ma della guerra in carne ed ossa. Non la guerre passate, da visionare magari come documento storico, ma le guerre attualmente in corso, L’Afghanistan, l’Iraq, la Somalia tanto per intenderci.
Il nuovo canale che prenderà il nome di Military Channel verrà inaugurato il giorno di San Valentino con una maratona di 24 ore durante la quale i soldati statunitensi impegnati a guerreggiare in giro per il mondo potranno profondersi in video messaggi d’amore da dedicare alle loro fidanzate.
Terminate le 24 ore di parentesi romantica il palinsesto di Military Channel resterà fedele al proprio nome e proporrà a beneficio degli amanti del genere, le immagini delle battaglie, dei bombardamenti, delle perlustrazioni, della caccia al nemico, tutto rigorosamente “dal vivo” attraverso i filmati amatoriali realizzati dai militari stessi che s’inventeranno registi delle proprie prodezze e di quelle dei loro compagni. Probabilmente un minimo di censura epurerà incidenti di percorso sul genere di Abu Grahib e Falluja, ma la rete televisiva assicura comunque la massima realisticità ed effetti speciali senza paragone.
Non mancheranno nel palinsesto neppure le tavole rotonde sui combattimenti più importanti, le biografie degli eroi che si sono meglio distinti nella soppressione e le interviste di rito ai nemici catturati, rigorosamente in catene e di arancione vestiti.
A determinare il convincimento che Military Channel raccoglierà un altissimo indice di gradimento presso il pubblico, fino a prevedere inizialmente almeno 90 milioni di spettatori, ha contribuito il cospicuo budget pubblicitario già raccolto dalla rete per la programmazione che farà seguito a San Valentino, tanto da far pronosticare ai responsabili un fulgido futuro per un canale così “rivoluzionario” non solo negli stati Uniti ma anche nel resto del mondo, supponiamo con la sola eccezione di quei paesi che la guerra la subiscono ed i cui abitanti possono apprezzare il tutto dal vivo senza l’intermediazione delle telecamere.
Naturalmente la lodevole iniziativa ha già raccolto l’appoggio del Pentagono, delle industrie belliche, di quelle farmaceutiche (la guerra per loro significa incremento dei profitti assicurato) delle società di assicurazione e di tutti coloro che operano nell’elettrizzante mondo dei soldati e delle armi.Resta solo da domandarsi se questa commistione fra soldati, attori, eroi e registi non finirà per confondere un poco il telespettatore che posto di fronte alla guerra senza veli potrebbe iniziare a domandarsi dove stanno i buoni e dove i cattivi che non sempre vestono arancione.
Se il grado di civiltà di una nazione si misurasse attraverso la qualità dei programmi televisivi più in voga, buona parte dell’occidente non avrebbe sicuramente di che rallegrarsi.
Negli Stati Uniti dove i canali tematici a pagamento sono da tempo diffusi e trattano gli argomenti più disparati è prossima la nascita di una nuova TV che stando alle analisi di mercato dovrebbe riscuotere un ottimo successo.
A destare qualche perplessità riguardo al nuovo canale tematico della rete Discovery Channel è l’argomento dello stesso in quanto non si tratterà dell’ennesimo reality di cattivo gusto ma della guerra in carne ed ossa. Non la guerre passate, da visionare magari come documento storico, ma le guerre attualmente in corso, L’Afghanistan, l’Iraq, la Somalia tanto per intenderci.
Il nuovo canale che prenderà il nome di Military Channel verrà inaugurato il giorno di San Valentino con una maratona di 24 ore durante la quale i soldati statunitensi impegnati a guerreggiare in giro per il mondo potranno profondersi in video messaggi d’amore da dedicare alle loro fidanzate.
Terminate le 24 ore di parentesi romantica il palinsesto di Military Channel resterà fedele al proprio nome e proporrà a beneficio degli amanti del genere, le immagini delle battaglie, dei bombardamenti, delle perlustrazioni, della caccia al nemico, tutto rigorosamente “dal vivo” attraverso i filmati amatoriali realizzati dai militari stessi che s’inventeranno registi delle proprie prodezze e di quelle dei loro compagni. Probabilmente un minimo di censura epurerà incidenti di percorso sul genere di Abu Grahib e Falluja, ma la rete televisiva assicura comunque la massima realisticità ed effetti speciali senza paragone.
Non mancheranno nel palinsesto neppure le tavole rotonde sui combattimenti più importanti, le biografie degli eroi che si sono meglio distinti nella soppressione e le interviste di rito ai nemici catturati, rigorosamente in catene e di arancione vestiti.
A determinare il convincimento che Military Channel raccoglierà un altissimo indice di gradimento presso il pubblico, fino a prevedere inizialmente almeno 90 milioni di spettatori, ha contribuito il cospicuo budget pubblicitario già raccolto dalla rete per la programmazione che farà seguito a San Valentino, tanto da far pronosticare ai responsabili un fulgido futuro per un canale così “rivoluzionario” non solo negli stati Uniti ma anche nel resto del mondo, supponiamo con la sola eccezione di quei paesi che la guerra la subiscono ed i cui abitanti possono apprezzare il tutto dal vivo senza l’intermediazione delle telecamere.
Naturalmente la lodevole iniziativa ha già raccolto l’appoggio del Pentagono, delle industrie belliche, di quelle farmaceutiche (la guerra per loro significa incremento dei profitti assicurato) delle società di assicurazione e di tutti coloro che operano nell’elettrizzante mondo dei soldati e delle armi.Resta solo da domandarsi se questa commistione fra soldati, attori, eroi e registi non finirà per confondere un poco il telespettatore che posto di fronte alla guerra senza veli potrebbe iniziare a domandarsi dove stanno i buoni e dove i cattivi che non sempre vestono arancione.
mercoledì 31 gennaio 2007
Un Euro di scettici
Marco Cedolin
Nel circo dell’informazione italiana si possono trovare notizie di ogni risma e colore, spesso affastellate disordinatamente le une sopra le altre, spesso enfatizzate al di là della loro valenza effettiva, oppure sussurrate perché non diano troppo disturbo, ma tutte in possesso della prerogativa di risultare politicamente corrette.
Quando una notizia si pone in aperta antitesi con le linee di pensiero tanto care alla politica, come quella del risultato del sondaggio realizzato da Harris Interactive e pubblicato sulle pagine del Financial Times, concernente il gradimento dei cittadini europei nei confronti dell’euro, ecco che finiamo unicamente per trovarla sintetizzata in poche righe dentro un trafiletto Ansa.
Così tutti gli italiani che non sono abbonati al Financial Times e non si dilettano a spulciare ogni recondito andito dei notiziari Ansa, sono rimasti all’oscuro riguardo ad una notizia interessante, pur avendo ricevuto un’overdose di calciomercato, informazioni dettagliate sul “grande fratello” inglese, tutti i dati salienti del nuovo “mascalzone latino”, oltre alla 99° puntata delle esternazioni del Vaticano sui pacs e al sequel dei voli pindarici del ministro Visco che assicura diminuirà le tasse nel 2009 quando sarà alla fine della legislatura.
Circa 5300 cittadini europei, chiamati a dare un giudizio sulla loro nuova moneta, hanno dimostrato uno scarso gradimento ed altrettanto scarsa fiducia nei confronti dell’Euro.
Più di due terzi degli italiani, dei francesi, degli spagnoli e la maggioranza dei tedeschi ha attribuito all’euro un effetto negativo sull’economia del proprio paese. In Francia coloro che giudicano l’euro positivamente hanno raggiunto a stento il 5%.
Inoltre più della metà del campione ha dichiarato di preferire la vecchia moneta nazionale e individua nella massiccia immigrazione la causa principale della riduzione dei propri salari, mentre solo un quarto degli intervistati valuta positivamente l’ingresso della Bulgaria e della Romania nell’Unione Europea.
L’argomento trattato è sicuramente molto complesso e un sondaggio, per quanto sia scientificamente corretto, non può certo nutrire la presunzione di dare risposte incontrovertibili, ciò nonostante i risultati palesano una profonda distonia fra il pensiero dei cittadini europei e quello della classe politica che li governa, in termini di materia economica.
Una differenza di vedute e valutazioni che non sembra essere limitata al solo ambito monetario, ma al contrario estendersi alle molte scelte discutibili che la UE sta da tempo portando avanti, come il travagliato percorso della tristemente nota direttiva Bolkeinstein e la fine ingloriosa della novella Costituzione Europea stanno a dimostrare.
L’indagine proposta dal Financial Times avrebbe sicuramente meritato maggiore spazio all’interno del becero palinsesto della nostra informazione che evita accuratamente di proporre ogni argomento “politicamente scorretto” temendo possa diventare fonte di riflessione e critica di tutto ciò che non deve assolutamente essere messo in discussione.
Nel circo dell’informazione italiana si possono trovare notizie di ogni risma e colore, spesso affastellate disordinatamente le une sopra le altre, spesso enfatizzate al di là della loro valenza effettiva, oppure sussurrate perché non diano troppo disturbo, ma tutte in possesso della prerogativa di risultare politicamente corrette.
Quando una notizia si pone in aperta antitesi con le linee di pensiero tanto care alla politica, come quella del risultato del sondaggio realizzato da Harris Interactive e pubblicato sulle pagine del Financial Times, concernente il gradimento dei cittadini europei nei confronti dell’euro, ecco che finiamo unicamente per trovarla sintetizzata in poche righe dentro un trafiletto Ansa.
Così tutti gli italiani che non sono abbonati al Financial Times e non si dilettano a spulciare ogni recondito andito dei notiziari Ansa, sono rimasti all’oscuro riguardo ad una notizia interessante, pur avendo ricevuto un’overdose di calciomercato, informazioni dettagliate sul “grande fratello” inglese, tutti i dati salienti del nuovo “mascalzone latino”, oltre alla 99° puntata delle esternazioni del Vaticano sui pacs e al sequel dei voli pindarici del ministro Visco che assicura diminuirà le tasse nel 2009 quando sarà alla fine della legislatura.
Circa 5300 cittadini europei, chiamati a dare un giudizio sulla loro nuova moneta, hanno dimostrato uno scarso gradimento ed altrettanto scarsa fiducia nei confronti dell’Euro.
Più di due terzi degli italiani, dei francesi, degli spagnoli e la maggioranza dei tedeschi ha attribuito all’euro un effetto negativo sull’economia del proprio paese. In Francia coloro che giudicano l’euro positivamente hanno raggiunto a stento il 5%.
Inoltre più della metà del campione ha dichiarato di preferire la vecchia moneta nazionale e individua nella massiccia immigrazione la causa principale della riduzione dei propri salari, mentre solo un quarto degli intervistati valuta positivamente l’ingresso della Bulgaria e della Romania nell’Unione Europea.
L’argomento trattato è sicuramente molto complesso e un sondaggio, per quanto sia scientificamente corretto, non può certo nutrire la presunzione di dare risposte incontrovertibili, ciò nonostante i risultati palesano una profonda distonia fra il pensiero dei cittadini europei e quello della classe politica che li governa, in termini di materia economica.
Una differenza di vedute e valutazioni che non sembra essere limitata al solo ambito monetario, ma al contrario estendersi alle molte scelte discutibili che la UE sta da tempo portando avanti, come il travagliato percorso della tristemente nota direttiva Bolkeinstein e la fine ingloriosa della novella Costituzione Europea stanno a dimostrare.
L’indagine proposta dal Financial Times avrebbe sicuramente meritato maggiore spazio all’interno del becero palinsesto della nostra informazione che evita accuratamente di proporre ogni argomento “politicamente scorretto” temendo possa diventare fonte di riflessione e critica di tutto ciò che non deve assolutamente essere messo in discussione.
venerdì 26 gennaio 2007
Incollati alla poltrona
Marco Cedolin
Nel penoso panorama politico italiano continua ad esistere un’entità ectoplasmatica di difficile interpretazione impropriamente definita “sinistra radicale” da tutti i mestieranti che a vario titolo discettano di affari politici con indubbia capacità di analisi e proprietà di linguaggio.
Sostanzialmente l’ectoplasma si dovrebbe ricondurre a tre partiti, Rifondazione Comunista, Verdi e PDCI, storicamente portatori (almeno a parole) di alcuni valori fondanti da sempre patrimonio del moderno pensiero di sinistra. Tali valori quali il rifiuto della guerra, la difesa dei diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente, la solidarietà con i popoli oppressi, l’attenzione per i diritti dei più deboli non hanno in sé alcun contenuto radicale e dovrebbero per forza di cose fare parte del bagaglio di qualsiasi formazione politica intenda accreditarsi come parte della sinistra o del centrosinistra.
Sarebbe perciò molto più corretto all’interno della coalizione di governo definire l’ectoplasma semplicemente sinistra e chiamare i suoi alleati con il loro vero nome riguardo al quale potremmo sbizzarrirci a piacimento, purché ogni definizione non manchi di contenere il prefisso “ex”.
Il vero problema non alligna però nell’impropria definizione di cui la sinistra radicale è oggetto quando tanto Berlusconi quanto gli alleati di governo la elevano a capro espiatorio della mancata “modernizzazione” ed americanizzazione del nostro paese, ma piuttosto nella coerenza che i tre partiti di sinistra dimostrano rispetto alle proprie idee o meglio a quelle degli elettori che li hanno portati al governo.
In questo ambito alla protesta “urlata” non segue mai una reazione fattiva che possa rischiare di mettere a repentaglio l’attaccamento (in questo caso veramente radicale) che questi signori mostrano alla propria poltrona.
Il governo Prodi, ancora lontano dal compiere il primo anno di vita, ha fino ad oggi disatteso in tutto e per tutto anche le più tiepide aspettative di qualsiasi elettore di sinistra, mostrando una disarmante continuità con il governo precedente, tanto in politica estera quanto negli affari di casa nostra. Perfino Berlusconi ed i suoi accoliti, sia pur avvezzi a praticare l’opposizione pretestuosa, si sono ritrovati quasi totalmente privi di argomenti e per orchestrare qualche rimbrotto si sono visti costretti a rispolverare l’ectoplasma della sinistra radicale che terrebbe in ostaggio non si sa bene chi o che cosa.
L’approvazione alla costruzione della nuova base americana di Vicenza, il proseguimento a tempo indefinito della missione di guerra/pace in Afghanistan, la nuova missione di guerra/pace in Libano, l’assoluto disinteresse per il precariato ed i diritti dei lavoratori, lo scippo del TFR, una finanziaria disastrosa che penalizza tutti ma soprattutto i poveri attraverso ticket e balzelli che colpiscono il cittadino in maniera non proporzionale al suo reddito, l’emanazione dell’indulto allargato ai reati finanziari, la pervicacia nel sostenere la prosecuzione della truffa del TAV sono tutti atteggiamenti che sebbene in perfetta sintonia con il pensiero di Berlusconi, sembrerebbero non esserlo altrettanto con un programma elettorale che ha raccolto consenso professando intendimenti totalmente antitetici.
Di fronte a questo scempio ecco la sinistra ectoplasmatica che continuando ad avere due facce, una per la piazza ed una per le stanze del potere, finisce per non possederne più nessuna.
I Bertinotti,i Pecoraro Scanio, i Diliberto, i Migliore, i Cento, i Rizzo continuano da mesi a contestare l’operato del governo, quasi si trattasse di un corpo estraneo con il quale nulla hanno a che fare, salvo poi nel momento in cui si tratta di decidere e votare restare incollati alla propria poltrona, simili ad una scultura materica inamovibile per l’eternità.
La sinistra radicale che non esiste ma tutti fingono non sia così, si rivela dunque il vero pilastro sul quale continua a reggersi questo stato di cose. Indispensabile per il centrodestra che continua a denunciarne gli strepiti per convincere il proprio elettorato di quanto sia ferale il pericolo “comunista”, irrinunciabile per il governo Prodi che raccogliendone i voti può continuare a portare avanti indisturbato la propria politica di guerra e consolidamento dei grandi poteri economici e finanziari, così comoda per i suoi rappresentanti adagiati su poltrone tanto morbide da indurre pian piano alla letargia.
Nel penoso panorama politico italiano continua ad esistere un’entità ectoplasmatica di difficile interpretazione impropriamente definita “sinistra radicale” da tutti i mestieranti che a vario titolo discettano di affari politici con indubbia capacità di analisi e proprietà di linguaggio.
Sostanzialmente l’ectoplasma si dovrebbe ricondurre a tre partiti, Rifondazione Comunista, Verdi e PDCI, storicamente portatori (almeno a parole) di alcuni valori fondanti da sempre patrimonio del moderno pensiero di sinistra. Tali valori quali il rifiuto della guerra, la difesa dei diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente, la solidarietà con i popoli oppressi, l’attenzione per i diritti dei più deboli non hanno in sé alcun contenuto radicale e dovrebbero per forza di cose fare parte del bagaglio di qualsiasi formazione politica intenda accreditarsi come parte della sinistra o del centrosinistra.
Sarebbe perciò molto più corretto all’interno della coalizione di governo definire l’ectoplasma semplicemente sinistra e chiamare i suoi alleati con il loro vero nome riguardo al quale potremmo sbizzarrirci a piacimento, purché ogni definizione non manchi di contenere il prefisso “ex”.
Il vero problema non alligna però nell’impropria definizione di cui la sinistra radicale è oggetto quando tanto Berlusconi quanto gli alleati di governo la elevano a capro espiatorio della mancata “modernizzazione” ed americanizzazione del nostro paese, ma piuttosto nella coerenza che i tre partiti di sinistra dimostrano rispetto alle proprie idee o meglio a quelle degli elettori che li hanno portati al governo.
In questo ambito alla protesta “urlata” non segue mai una reazione fattiva che possa rischiare di mettere a repentaglio l’attaccamento (in questo caso veramente radicale) che questi signori mostrano alla propria poltrona.
Il governo Prodi, ancora lontano dal compiere il primo anno di vita, ha fino ad oggi disatteso in tutto e per tutto anche le più tiepide aspettative di qualsiasi elettore di sinistra, mostrando una disarmante continuità con il governo precedente, tanto in politica estera quanto negli affari di casa nostra. Perfino Berlusconi ed i suoi accoliti, sia pur avvezzi a praticare l’opposizione pretestuosa, si sono ritrovati quasi totalmente privi di argomenti e per orchestrare qualche rimbrotto si sono visti costretti a rispolverare l’ectoplasma della sinistra radicale che terrebbe in ostaggio non si sa bene chi o che cosa.
L’approvazione alla costruzione della nuova base americana di Vicenza, il proseguimento a tempo indefinito della missione di guerra/pace in Afghanistan, la nuova missione di guerra/pace in Libano, l’assoluto disinteresse per il precariato ed i diritti dei lavoratori, lo scippo del TFR, una finanziaria disastrosa che penalizza tutti ma soprattutto i poveri attraverso ticket e balzelli che colpiscono il cittadino in maniera non proporzionale al suo reddito, l’emanazione dell’indulto allargato ai reati finanziari, la pervicacia nel sostenere la prosecuzione della truffa del TAV sono tutti atteggiamenti che sebbene in perfetta sintonia con il pensiero di Berlusconi, sembrerebbero non esserlo altrettanto con un programma elettorale che ha raccolto consenso professando intendimenti totalmente antitetici.
Di fronte a questo scempio ecco la sinistra ectoplasmatica che continuando ad avere due facce, una per la piazza ed una per le stanze del potere, finisce per non possederne più nessuna.
I Bertinotti,i Pecoraro Scanio, i Diliberto, i Migliore, i Cento, i Rizzo continuano da mesi a contestare l’operato del governo, quasi si trattasse di un corpo estraneo con il quale nulla hanno a che fare, salvo poi nel momento in cui si tratta di decidere e votare restare incollati alla propria poltrona, simili ad una scultura materica inamovibile per l’eternità.
La sinistra radicale che non esiste ma tutti fingono non sia così, si rivela dunque il vero pilastro sul quale continua a reggersi questo stato di cose. Indispensabile per il centrodestra che continua a denunciarne gli strepiti per convincere il proprio elettorato di quanto sia ferale il pericolo “comunista”, irrinunciabile per il governo Prodi che raccogliendone i voti può continuare a portare avanti indisturbato la propria politica di guerra e consolidamento dei grandi poteri economici e finanziari, così comoda per i suoi rappresentanti adagiati su poltrone tanto morbide da indurre pian piano alla letargia.
mercoledì 17 gennaio 2007
Stato di servitù
Marco Cedolin
E’ ormai arrivato anche il si di Romano Prodi a suggellare questo nuovo capitolo della storia italiana che prevede il demenziale proposito di ampliamento a dismisura della base militare americana di Vicenza. Una storia fatta di servitù e vassallaggio che ci ha portato ad accettare sul nostro suolo la presenza di oltre 15.000 soldati statunitensi dotati di armi di ogni genere, comprese quelle nucleari, rintanati all’interno di basi militari sul cui territorio l’Italia non ha alcun genere di sovranità, quasi si trattasse di tanti pezzi del nostro paese espropriati da una potenza straniera. In compenso i contribuenti italiani, ai quali non è mai stato domandato se gradissero o meno questo stato di cose, sono chiamati a finanziare ogni anno con centinaia di milioni di euro il 37% dei costi operativi di tutte le basi americane, in base agli accordi stipulati con il governo Usa.
Gli Stati Uniti decisero circa tre anni fa, con la servile compiacenza di Silvio Berlusconi, che Vicenza avrebbe dovuto diventare a breve il più importante polo logistico per le proprie armate in Europa, attraverso l’ampliamento della caserma Ederle (che già ospita 6000 soldati statunitensi) con la costruzione di una nuova base all’interno dell’area dell’aeroporto Dal Molin che dovrebbe essere completata entro il 2010. Al progetto che consentirebbe alla macchina da guerra statunitense di acquisire un trampolino di lancio estremamente strategico verso nuova gloria e nuove conquiste, i media diedero a suo tempo scarsa visibilità, salvo riproporre la questione con estrema enfasi durante l’ultima settimana.
Se il 2 dicembre dello scorso anno 30.000 persone sfilarono per le vie di Vicenza urlando la loro opposizione alla svendita del proprio territorio, senza che giornali e TV dessero il minimo risalto all’evento, ben altra enfasi è stata deputata da pennivendoli e teleimbonitori alle recenti farneticazioni di Berlusconi. Secondo un copione ormai consunto e stantio, il Cavaliere di Bush ha inveito con furia belluina contro il presunto antiamericanismo del governo, creando i presupposti perché Prodi ed i suoi ministri potessero genuflettersi dinanzi all’amico americano senza incorrere nell’ira dei propri elettori. La maggioranza di centrosinistra ha colto la “sponda” e fingendosi stretta fra due fuochi ha deciso di accondiscendere all’operazione d’inurbamento militare, per non turbare tanto l’alleato fedele quanto l’utile idiota, con il proprio atteggiamento equivoco.Ora a combattere contro l’esproprio coatto di una nuova fetta d’Italia, destinata a sostenere le guerre ed i massacri compiuti nel nome del vessillo a stelle e strisce, sono rimasti solamente i Comitati che si oppongono all’ampliamento della base.
Questa sera nell’atmosfera irreale che sempre si respira di fronte alle ingiustizie, i dimostranti hanno occupato per un’ora la stazione cittadina, prima di attraversare la città con una fiaccolata e confluire in un’area prospiciente l’aeroporto Dal Molin, dove hanno iniziato a montare un presidio contro la realizzazione dell’opera.Ancora una volta i cittadini si ritrovano soli a dover lottare contro il mondo politico che ha deciso le coordinate del loro futuro, passando sopra le loro teste senza neppure interpellarli, così come è accaduto per il TAV, così come è accaduto per il megainceneritore di Acerra e in centinaia di altre occasioni, in questo paese fatto di decisioni calate dall’alto con arroganza e prevaricazione.
E’ ormai arrivato anche il si di Romano Prodi a suggellare questo nuovo capitolo della storia italiana che prevede il demenziale proposito di ampliamento a dismisura della base militare americana di Vicenza. Una storia fatta di servitù e vassallaggio che ci ha portato ad accettare sul nostro suolo la presenza di oltre 15.000 soldati statunitensi dotati di armi di ogni genere, comprese quelle nucleari, rintanati all’interno di basi militari sul cui territorio l’Italia non ha alcun genere di sovranità, quasi si trattasse di tanti pezzi del nostro paese espropriati da una potenza straniera. In compenso i contribuenti italiani, ai quali non è mai stato domandato se gradissero o meno questo stato di cose, sono chiamati a finanziare ogni anno con centinaia di milioni di euro il 37% dei costi operativi di tutte le basi americane, in base agli accordi stipulati con il governo Usa.
Gli Stati Uniti decisero circa tre anni fa, con la servile compiacenza di Silvio Berlusconi, che Vicenza avrebbe dovuto diventare a breve il più importante polo logistico per le proprie armate in Europa, attraverso l’ampliamento della caserma Ederle (che già ospita 6000 soldati statunitensi) con la costruzione di una nuova base all’interno dell’area dell’aeroporto Dal Molin che dovrebbe essere completata entro il 2010. Al progetto che consentirebbe alla macchina da guerra statunitense di acquisire un trampolino di lancio estremamente strategico verso nuova gloria e nuove conquiste, i media diedero a suo tempo scarsa visibilità, salvo riproporre la questione con estrema enfasi durante l’ultima settimana.
Se il 2 dicembre dello scorso anno 30.000 persone sfilarono per le vie di Vicenza urlando la loro opposizione alla svendita del proprio territorio, senza che giornali e TV dessero il minimo risalto all’evento, ben altra enfasi è stata deputata da pennivendoli e teleimbonitori alle recenti farneticazioni di Berlusconi. Secondo un copione ormai consunto e stantio, il Cavaliere di Bush ha inveito con furia belluina contro il presunto antiamericanismo del governo, creando i presupposti perché Prodi ed i suoi ministri potessero genuflettersi dinanzi all’amico americano senza incorrere nell’ira dei propri elettori. La maggioranza di centrosinistra ha colto la “sponda” e fingendosi stretta fra due fuochi ha deciso di accondiscendere all’operazione d’inurbamento militare, per non turbare tanto l’alleato fedele quanto l’utile idiota, con il proprio atteggiamento equivoco.Ora a combattere contro l’esproprio coatto di una nuova fetta d’Italia, destinata a sostenere le guerre ed i massacri compiuti nel nome del vessillo a stelle e strisce, sono rimasti solamente i Comitati che si oppongono all’ampliamento della base.
Questa sera nell’atmosfera irreale che sempre si respira di fronte alle ingiustizie, i dimostranti hanno occupato per un’ora la stazione cittadina, prima di attraversare la città con una fiaccolata e confluire in un’area prospiciente l’aeroporto Dal Molin, dove hanno iniziato a montare un presidio contro la realizzazione dell’opera.Ancora una volta i cittadini si ritrovano soli a dover lottare contro il mondo politico che ha deciso le coordinate del loro futuro, passando sopra le loro teste senza neppure interpellarli, così come è accaduto per il TAV, così come è accaduto per il megainceneritore di Acerra e in centinaia di altre occasioni, in questo paese fatto di decisioni calate dall’alto con arroganza e prevaricazione.
mercoledì 10 gennaio 2007
La democrazia arriva anche in Somalia
Marco Cedolin
George W. Bush e l’amministrazione americana da lui controllata continuano a gestire con estrema disinvoltura le operazioni di “esportazione democratica” in giro per il mondo, prodigandosi per far si che nessun paese si ritrovi privato di un bene così essenziale.Dopo l’annientamento materiale e morale dell’Afghanistan e dell’Iraq, ridotti a maleodoranti campi di battaglia dove le mine antiuomo ed i residui dell’uranio impoverito garantiranno alle generazioni a venire un futuro democratico fatto di menomazioni fisiche, leucemie, linfomi e tumori, l’attenzione del “gendarme del mondo” inizia a spaziare verso nuovi orizzonti.
Se il 2006 si è chiuso nel segno dell’ignominia, con l’immagine di Saddam Hussein appeso alla forca in mondovisione a dimostrare quale sia la giusta fine per chiunque osi opporsi all’avanzata della democrazia, il nuovo anno si mostra da subito foriero di sorprese a dir poco inquietanti.
Aerei ed elicotteri americani hanno bombardato ieri pesantemente la zona sud orientale della Somalia, provocando la morte di almeno 30 civili in fuga dalla guerra e di un numero imprecisato di militanti islamici in ritirata, mentre dinanzi alle coste della Somalia la portaerei Eishenower sta per unirsi ad altre tre navi da guerra americane già presenti sul posto.Secondo le autorità statunitensi la giustificazione di questo nuovo massacro è come sempre da ricercarsi nella lotta contro il terrorismo che l’esercito americano sta portando avanti con ogni mezzo in ogni parte del globo, incurante dei confini dei vari stati sovrani che lo compongono. Ancora una volta i morti ammazzati sono civili innocenti incappati per un caso fortuito nel fuoco della macchina da guerra di Bush che insegue fantomatici luogotenenti di Al Quaeda, nell’encomiabile sforzo di annientare il nemico invisibile.
Ancora una volta una strage perpetrata da soldati americani e giustificata tramite argomenti ridicoli, viene compiuta nell’acquiescenza generale, suscitando al più qualche sommesso rimbrotto da parte dell’ONU e dell’Unione Europea. Il Presidente somalo Abdullahi Yusuf, dal canto suo, avendo molto più cara l’integrità futura del proprio collo, piuttosto che non la salute della popolazione di Somalia, si è affrettato a dichiarare con estrema deferenza che gli Stati Uniti hanno il diritto di lanciare raid sul territorio somalo come meglio credono, confermando il consolidamento di una nuova era coloniale, asservita questa volta ad un’unica bandiera.
Venti di guerra sempre più insistenti stanno ormai soffiando sull’intera area e nell’attesa che come nelle terre afghane ed irachene inizi a germogliare la democrazia, già s’inizia a parlare di una futura missione internazionale di pace/guerra, volta ad evitare uno scontro di religioni e civiltà. Per i soldati anche questo nuovo anno è iniziato dunque senza il timore della disoccupazione, anzi le prospettive sembrano addirittura quelle di dovere fare gli straordinari.
George W. Bush e l’amministrazione americana da lui controllata continuano a gestire con estrema disinvoltura le operazioni di “esportazione democratica” in giro per il mondo, prodigandosi per far si che nessun paese si ritrovi privato di un bene così essenziale.Dopo l’annientamento materiale e morale dell’Afghanistan e dell’Iraq, ridotti a maleodoranti campi di battaglia dove le mine antiuomo ed i residui dell’uranio impoverito garantiranno alle generazioni a venire un futuro democratico fatto di menomazioni fisiche, leucemie, linfomi e tumori, l’attenzione del “gendarme del mondo” inizia a spaziare verso nuovi orizzonti.
Se il 2006 si è chiuso nel segno dell’ignominia, con l’immagine di Saddam Hussein appeso alla forca in mondovisione a dimostrare quale sia la giusta fine per chiunque osi opporsi all’avanzata della democrazia, il nuovo anno si mostra da subito foriero di sorprese a dir poco inquietanti.
Aerei ed elicotteri americani hanno bombardato ieri pesantemente la zona sud orientale della Somalia, provocando la morte di almeno 30 civili in fuga dalla guerra e di un numero imprecisato di militanti islamici in ritirata, mentre dinanzi alle coste della Somalia la portaerei Eishenower sta per unirsi ad altre tre navi da guerra americane già presenti sul posto.Secondo le autorità statunitensi la giustificazione di questo nuovo massacro è come sempre da ricercarsi nella lotta contro il terrorismo che l’esercito americano sta portando avanti con ogni mezzo in ogni parte del globo, incurante dei confini dei vari stati sovrani che lo compongono. Ancora una volta i morti ammazzati sono civili innocenti incappati per un caso fortuito nel fuoco della macchina da guerra di Bush che insegue fantomatici luogotenenti di Al Quaeda, nell’encomiabile sforzo di annientare il nemico invisibile.
Ancora una volta una strage perpetrata da soldati americani e giustificata tramite argomenti ridicoli, viene compiuta nell’acquiescenza generale, suscitando al più qualche sommesso rimbrotto da parte dell’ONU e dell’Unione Europea. Il Presidente somalo Abdullahi Yusuf, dal canto suo, avendo molto più cara l’integrità futura del proprio collo, piuttosto che non la salute della popolazione di Somalia, si è affrettato a dichiarare con estrema deferenza che gli Stati Uniti hanno il diritto di lanciare raid sul territorio somalo come meglio credono, confermando il consolidamento di una nuova era coloniale, asservita questa volta ad un’unica bandiera.
Venti di guerra sempre più insistenti stanno ormai soffiando sull’intera area e nell’attesa che come nelle terre afghane ed irachene inizi a germogliare la democrazia, già s’inizia a parlare di una futura missione internazionale di pace/guerra, volta ad evitare uno scontro di religioni e civiltà. Per i soldati anche questo nuovo anno è iniziato dunque senza il timore della disoccupazione, anzi le prospettive sembrano addirittura quelle di dovere fare gli straordinari.
lunedì 1 gennaio 2007
Quel biglietto senza corsa
Marco Cedolin
Fra le tante strenne natalizie che i cittadini italiani si sono trovati a raccogliere sotto il salice piangente, una più delle altre sembra proporsi quasi a titolo di scherno, in quanto risulta disancorata dai fondamenti della logica, in virtù dei quali tanto più un servizio è migliore tanto più si ha diritto a pretendere un equo pagamento, ma quando un servizio è scarso anche il suo costo dovrebbe essere commisurato a tale scarsità.
Dal primo gennaio 2007 viaggiare in treno costa di più, in quanto i vertici delle Ferrovie hanno deciso di aumentare mediamente del 9% (ma con punte che arrivano fino al 15%) le corse dei treni a lunga percorrenza Eurostar, Intercity e Alta Velocità. Sono invece esentati dal salasso i treni Regionali ed Interregionali, veicolo obbligato del pendolarismo giornaliero e gli Espressi.Credo sia superfluo sottolineare che Intercity ed Eurostar, lungi da essere esclusivamente oggetto di una scelta “elitaria” dei viaggiatori, si manifestano molto spesso come veicolo indispensabile per il cittadino comune che abbia necessità di muoversi all’interno dell’inferno di convogli soppressi, ritardi cronicizzati, mancanza di alternative, che costituisce la cacofonica situazione delle Ferrovie italiane. Riguardo all’Alta Velocità è invece preferibile stendere un velo pietoso in quanto si tratta di una proiezione onirica che non va oltre i cartelli nelle stazioni, gli elenchi delle biglietterie, le decorazioni a bordo dei binari e nulla più. Aumentare il biglietto di un “servizio di fantasia” è infatti esercizio altamente empirico tanto quanto dimostrare che i servizi offerti dalle nostre ferrovie meritino effettivamente un aggravio dei costi per il viaggiatore.
Osserviamo un attimo lo stato delle ferrovie italiane, per comprendere se i costi dei biglietti (secondo i vertici delle stesse ferrovie inferiori di quasi il 50% alla media europea) siano commisurati alla qualità di un servizio, purtroppo in stato di ben più grave soggezione di quanto i prezzi non dimostrino, rispetto agli standard europei. Circa due terzi del sistema ferroviario italiano è costituito da linee a binario unico, una percentuale nettamente superiore a quella degli altri Paesi Europei più avanzati, quali Gran Bretagna, Olanda, Francia, Svizzera, Germania e Belgio.In alcune regioni la situazione sotto questo aspetto è drammatica, in Valle d’Aosta non esiste un solo chilometro di doppio binario sugli 81 esistenti, in Abruzzo i chilometri a doppio binario sono solo 96 sui 541 totali, in Molise 23 su 266, in Basilicata 24 su 368, in Sicilia 146 su 1387.
Sui convogli italiani la fauna di bordo molto spesso eccelle in biodiversità e spazia dalle zecche alle cimici, agli scorpioni, per giungere fino ai topi ed è parte integrante di una realtà da incubo dove nulla funziona. Non funzionano le stazioni, antiquate, gestite in maniera inadeguata, sporche e con informazioni per i passeggeri spesso frammentarie e di difficile consultazione. Non funziona la programmazione dei convogli, molti dei quali giornalmente vengono soppressi senza procedere all’adeguata informazione, mentre altri sono costretti a restare fermi in attesa dell’incrocio con il convoglio proveniente dalla direzione opposta, costringendo i passeggeri ad attese che rasentano l’eternità.Non funzionano le carrozze ferroviarie, dove spesso il riscaldamento è rotto, parimenti ad ogni altro congegno meccanico o elettronico, fino a far si che i vari interruttori messi in bella mostra somiglino a tante piccole lucine prive di significato.Non funziona il sistema delle coincidenze, pregiudicato a monte dai cronici ritardi che le rendono solo fantasiose ipotesi stampate sulla carta.Non funziona la nuova gestione dei lavoratori, ispirata al dumping contrattuale che privilegia i tagli indiscriminati di costi e personale, caricando gli oneri sulle spalle dei viaggiatori, sotto forma di disservizio acuto e generalizzato.
Ma soprattutto non funzionano, o meglio non sono adeguati, i sistemi di sicurezza che dovrebbero tutelare l’incolumità fisica di passeggeri e ferrovieri, come l’infinita sequela d’incidenti, spesso mortali dimostra senza pietà. Sui due terzi dell’intera rete ferroviaria italiana (oltre 10.000 km.) il sistema di sicurezza, denominato “blocco meccanico Fs.” è obsoleto e si affida alla segnaletica e alla professionalità di macchinisti e capotreni. La maggior parte delle linee italiane (11.300 km su 16.000) sono prive del Sistema Controllo Marcia Treno (SCMT) indispensabile per la sicurezza. Lungo le linee prive di SCMT, per evitare il costo della presenza di un secondo agente in cabina di guida che sarebbe in questo caso indispensabile, si ricorre all’escamotage dell’apparecchio Vacma. Tale apparecchio inutile e dannoso, ben lungi dall’esprimere un qualche contenuto tecnologico consiste semplicemente in un pedale che il macchinista deve pigiare ripetutamente come un robot ogni 55 secondi per tutta la durata del viaggio. Sulle nostre linee manca inoltre il sistema radio internazionale, attivo da tempo sui mezzi interoperabili europei, che per mezzo di ponti radio dedicati presenti lungo la linea garantisce il perfetto funzionamento in qualsiasi situazione geografica. I macchinisti sono così costretti a servirsi dei normali cellulari commerciali, con tutti i limiti in termini d’immediatezza, affidabilità e semplicità d’uso a cui si aggiungono le enormi difficoltà di comunicazione dovute alle zone d’ombra presenti nella rete.
Il materiale rotabile è vecchio e in cattivo stato di conservazione, mancano i finanziamenti e spesso per effettuare la riparazione di un locomotore si attinge a pezzi di ricambio prelevati da un altro locomotore della stessa specie. Le locomotive diesel usate per il trasporto regionale hanno un’età media di 23,8 anni, quelle elettriche di 21,3 anni, le motrici diesel cargo di 31,4 anni, i vagoni delle vecchie “littorine” ancora numerosissimi arrivano a un’età media di 44 anni. La maggior parte dei 50.000 carri merci esistenti sulla rete ferroviaria italiana ha un’età media di 30/40 anni. Queste cifre più adatte a un museo ferroviario che non all’attività su rotaia di un paese che ama definirsi tecnologicamente avanzato, dimostrano quanto sia prioritaria la necessità di un immediato rinnovo del parco circolante.Ogni giorno vengono soppressi tra 200 e 300 treni, poiché manca il personale che dovrebbe guidarli, oppure mancano fisicamente le carrozze o le motrici.Se aggiungiamo il fatto che stipendi, buone uscite e pensioni dei manager che hanno contribuito e contribuiscono ad ingenerare questa situazione che ottimisticamente si potrebbe definire disastrosa, sono equivalenti ai ricavi del titolare di una grande industria, ecco che per un attimo ci sfuggono le ragioni per cui dal primo gennaio i viaggiatori siano chiamati a pagare di più per usufruire di un servizio che vale ogni giorno di meno.
Probabilmente i biglietti dei treni italiani prima degli aumenti costavano meno della media europea (i salari italiani se è per questo la media europea neppure la immaginano) ma già si rivelavano particolarmente salati a fronte di un servizio ben sotto il limite della decenza, quella decenza che i vertici delle Ferrovie, imponendo i nuovi rincari, hanno dimostrato di non conoscere assolutamente.
Fra le tante strenne natalizie che i cittadini italiani si sono trovati a raccogliere sotto il salice piangente, una più delle altre sembra proporsi quasi a titolo di scherno, in quanto risulta disancorata dai fondamenti della logica, in virtù dei quali tanto più un servizio è migliore tanto più si ha diritto a pretendere un equo pagamento, ma quando un servizio è scarso anche il suo costo dovrebbe essere commisurato a tale scarsità.
Dal primo gennaio 2007 viaggiare in treno costa di più, in quanto i vertici delle Ferrovie hanno deciso di aumentare mediamente del 9% (ma con punte che arrivano fino al 15%) le corse dei treni a lunga percorrenza Eurostar, Intercity e Alta Velocità. Sono invece esentati dal salasso i treni Regionali ed Interregionali, veicolo obbligato del pendolarismo giornaliero e gli Espressi.Credo sia superfluo sottolineare che Intercity ed Eurostar, lungi da essere esclusivamente oggetto di una scelta “elitaria” dei viaggiatori, si manifestano molto spesso come veicolo indispensabile per il cittadino comune che abbia necessità di muoversi all’interno dell’inferno di convogli soppressi, ritardi cronicizzati, mancanza di alternative, che costituisce la cacofonica situazione delle Ferrovie italiane. Riguardo all’Alta Velocità è invece preferibile stendere un velo pietoso in quanto si tratta di una proiezione onirica che non va oltre i cartelli nelle stazioni, gli elenchi delle biglietterie, le decorazioni a bordo dei binari e nulla più. Aumentare il biglietto di un “servizio di fantasia” è infatti esercizio altamente empirico tanto quanto dimostrare che i servizi offerti dalle nostre ferrovie meritino effettivamente un aggravio dei costi per il viaggiatore.
Osserviamo un attimo lo stato delle ferrovie italiane, per comprendere se i costi dei biglietti (secondo i vertici delle stesse ferrovie inferiori di quasi il 50% alla media europea) siano commisurati alla qualità di un servizio, purtroppo in stato di ben più grave soggezione di quanto i prezzi non dimostrino, rispetto agli standard europei. Circa due terzi del sistema ferroviario italiano è costituito da linee a binario unico, una percentuale nettamente superiore a quella degli altri Paesi Europei più avanzati, quali Gran Bretagna, Olanda, Francia, Svizzera, Germania e Belgio.In alcune regioni la situazione sotto questo aspetto è drammatica, in Valle d’Aosta non esiste un solo chilometro di doppio binario sugli 81 esistenti, in Abruzzo i chilometri a doppio binario sono solo 96 sui 541 totali, in Molise 23 su 266, in Basilicata 24 su 368, in Sicilia 146 su 1387.
Sui convogli italiani la fauna di bordo molto spesso eccelle in biodiversità e spazia dalle zecche alle cimici, agli scorpioni, per giungere fino ai topi ed è parte integrante di una realtà da incubo dove nulla funziona. Non funzionano le stazioni, antiquate, gestite in maniera inadeguata, sporche e con informazioni per i passeggeri spesso frammentarie e di difficile consultazione. Non funziona la programmazione dei convogli, molti dei quali giornalmente vengono soppressi senza procedere all’adeguata informazione, mentre altri sono costretti a restare fermi in attesa dell’incrocio con il convoglio proveniente dalla direzione opposta, costringendo i passeggeri ad attese che rasentano l’eternità.Non funzionano le carrozze ferroviarie, dove spesso il riscaldamento è rotto, parimenti ad ogni altro congegno meccanico o elettronico, fino a far si che i vari interruttori messi in bella mostra somiglino a tante piccole lucine prive di significato.Non funziona il sistema delle coincidenze, pregiudicato a monte dai cronici ritardi che le rendono solo fantasiose ipotesi stampate sulla carta.Non funziona la nuova gestione dei lavoratori, ispirata al dumping contrattuale che privilegia i tagli indiscriminati di costi e personale, caricando gli oneri sulle spalle dei viaggiatori, sotto forma di disservizio acuto e generalizzato.
Ma soprattutto non funzionano, o meglio non sono adeguati, i sistemi di sicurezza che dovrebbero tutelare l’incolumità fisica di passeggeri e ferrovieri, come l’infinita sequela d’incidenti, spesso mortali dimostra senza pietà. Sui due terzi dell’intera rete ferroviaria italiana (oltre 10.000 km.) il sistema di sicurezza, denominato “blocco meccanico Fs.” è obsoleto e si affida alla segnaletica e alla professionalità di macchinisti e capotreni. La maggior parte delle linee italiane (11.300 km su 16.000) sono prive del Sistema Controllo Marcia Treno (SCMT) indispensabile per la sicurezza. Lungo le linee prive di SCMT, per evitare il costo della presenza di un secondo agente in cabina di guida che sarebbe in questo caso indispensabile, si ricorre all’escamotage dell’apparecchio Vacma. Tale apparecchio inutile e dannoso, ben lungi dall’esprimere un qualche contenuto tecnologico consiste semplicemente in un pedale che il macchinista deve pigiare ripetutamente come un robot ogni 55 secondi per tutta la durata del viaggio. Sulle nostre linee manca inoltre il sistema radio internazionale, attivo da tempo sui mezzi interoperabili europei, che per mezzo di ponti radio dedicati presenti lungo la linea garantisce il perfetto funzionamento in qualsiasi situazione geografica. I macchinisti sono così costretti a servirsi dei normali cellulari commerciali, con tutti i limiti in termini d’immediatezza, affidabilità e semplicità d’uso a cui si aggiungono le enormi difficoltà di comunicazione dovute alle zone d’ombra presenti nella rete.
Il materiale rotabile è vecchio e in cattivo stato di conservazione, mancano i finanziamenti e spesso per effettuare la riparazione di un locomotore si attinge a pezzi di ricambio prelevati da un altro locomotore della stessa specie. Le locomotive diesel usate per il trasporto regionale hanno un’età media di 23,8 anni, quelle elettriche di 21,3 anni, le motrici diesel cargo di 31,4 anni, i vagoni delle vecchie “littorine” ancora numerosissimi arrivano a un’età media di 44 anni. La maggior parte dei 50.000 carri merci esistenti sulla rete ferroviaria italiana ha un’età media di 30/40 anni. Queste cifre più adatte a un museo ferroviario che non all’attività su rotaia di un paese che ama definirsi tecnologicamente avanzato, dimostrano quanto sia prioritaria la necessità di un immediato rinnovo del parco circolante.Ogni giorno vengono soppressi tra 200 e 300 treni, poiché manca il personale che dovrebbe guidarli, oppure mancano fisicamente le carrozze o le motrici.Se aggiungiamo il fatto che stipendi, buone uscite e pensioni dei manager che hanno contribuito e contribuiscono ad ingenerare questa situazione che ottimisticamente si potrebbe definire disastrosa, sono equivalenti ai ricavi del titolare di una grande industria, ecco che per un attimo ci sfuggono le ragioni per cui dal primo gennaio i viaggiatori siano chiamati a pagare di più per usufruire di un servizio che vale ogni giorno di meno.
Probabilmente i biglietti dei treni italiani prima degli aumenti costavano meno della media europea (i salari italiani se è per questo la media europea neppure la immaginano) ma già si rivelavano particolarmente salati a fronte di un servizio ben sotto il limite della decenza, quella decenza che i vertici delle Ferrovie, imponendo i nuovi rincari, hanno dimostrato di non conoscere assolutamente.
sabato 30 dicembre 2006
La forca democratica
Marco Cedolin
Il cappio che si sta stringendo intorno al collo di Saddam Hussein è simile ad un foglio intonso, abbacinante nel suo biancicare, che a breve si colorerà di fiumi di parole, rosse come il sangue con il quale da cinque anni si stanno imbrattando i “muri del mondo” con parole come democrazia, civiltà, giustizia e libertà.
L’assassinio democratico di Saddam, a prescindere da quelle che possano essere le sue colpe, rappresenta solamente il patetico tentativo da parte dell’amministrazione Bush e dei suoi alleati, di dare un senso ad una tragedia che senso non ha.
In questo Iraq precipitato a forza nel medioevo nulla ha un senso, ogni cosa è paradossale, ogni parola è stonata, ogni azione è semplicemente una scheggia di pazzia.
Non esistono giustificazioni per le centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini massacrati, straziati, mutilati senza pietà, così come non esistono per i prigionieri torturati dentro al carcere di Abu Grahib o i civili di Falluja bruciati come ceri dalle bombe al fosforo bianco. L’Iraq che si dibatte nel suo nuovo medioevo democratico non è più uno Stato, ma solamente un immenso campo di battaglia infarcito di auto bomba, di eserciti occupanti, di morte e devastazione. La democrazia in Iraq parla il linguaggio dell’egoarca e conta a livello di centinaia i morti ammazzati nelle strade ogni giorno.
Il processo farsa a Saddam, svoltosi fra le mura della cittadella fortificata statunitense, nel nome del governo fantoccio di un Paese che non esiste, alla luce di una Costituzione che non rappresenta nessuno, si è rivelata l’ennesima parossistica messinscena priva di qualunque valenza oggettiva. La condanna a morte per crimini contro l’umanità, estremamente meno pesanti di quelli compiuti in Iraq dagli americani e dai loro alleati durante questi anni, ha tramutato la messinscena in una macabra e truculenta rappresentazione.
La piccola folla d’iracheni festanti dinanzi alla forca democratica che stanotte campeggiava sugli schermi della CNN era in tutto e per tutto simile a quella (trasportata sul posto dagli stessi americani) che anni fa inneggiava ai liberatori durante la demolizione della statua di Saddam. Quelle immagini fecero, come queste faranno, il giro del mondo, nel tentativo di pacificare le coscienze, rappresentando un Iraq che non esiste e non è mai esistito.
L’Iraq e gli iracheni non vivono dentro a un “film” ma fra le strade devastate dalle bombe di un paese senza identità e se i crimini contro l’umanità venissero puniti con la forca (giusto o sbagliato che sia) Bush e Blair per primi stanotte avrebbero accompagnato Saddam nel suo lungo viaggio, probabilmente alla presenza di folle festanti molto più corpose.
Il cappio che si sta stringendo intorno al collo di Saddam Hussein è simile ad un foglio intonso, abbacinante nel suo biancicare, che a breve si colorerà di fiumi di parole, rosse come il sangue con il quale da cinque anni si stanno imbrattando i “muri del mondo” con parole come democrazia, civiltà, giustizia e libertà.
L’assassinio democratico di Saddam, a prescindere da quelle che possano essere le sue colpe, rappresenta solamente il patetico tentativo da parte dell’amministrazione Bush e dei suoi alleati, di dare un senso ad una tragedia che senso non ha.
In questo Iraq precipitato a forza nel medioevo nulla ha un senso, ogni cosa è paradossale, ogni parola è stonata, ogni azione è semplicemente una scheggia di pazzia.
Non esistono giustificazioni per le centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini massacrati, straziati, mutilati senza pietà, così come non esistono per i prigionieri torturati dentro al carcere di Abu Grahib o i civili di Falluja bruciati come ceri dalle bombe al fosforo bianco. L’Iraq che si dibatte nel suo nuovo medioevo democratico non è più uno Stato, ma solamente un immenso campo di battaglia infarcito di auto bomba, di eserciti occupanti, di morte e devastazione. La democrazia in Iraq parla il linguaggio dell’egoarca e conta a livello di centinaia i morti ammazzati nelle strade ogni giorno.
Il processo farsa a Saddam, svoltosi fra le mura della cittadella fortificata statunitense, nel nome del governo fantoccio di un Paese che non esiste, alla luce di una Costituzione che non rappresenta nessuno, si è rivelata l’ennesima parossistica messinscena priva di qualunque valenza oggettiva. La condanna a morte per crimini contro l’umanità, estremamente meno pesanti di quelli compiuti in Iraq dagli americani e dai loro alleati durante questi anni, ha tramutato la messinscena in una macabra e truculenta rappresentazione.
La piccola folla d’iracheni festanti dinanzi alla forca democratica che stanotte campeggiava sugli schermi della CNN era in tutto e per tutto simile a quella (trasportata sul posto dagli stessi americani) che anni fa inneggiava ai liberatori durante la demolizione della statua di Saddam. Quelle immagini fecero, come queste faranno, il giro del mondo, nel tentativo di pacificare le coscienze, rappresentando un Iraq che non esiste e non è mai esistito.
L’Iraq e gli iracheni non vivono dentro a un “film” ma fra le strade devastate dalle bombe di un paese senza identità e se i crimini contro l’umanità venissero puniti con la forca (giusto o sbagliato che sia) Bush e Blair per primi stanotte avrebbero accompagnato Saddam nel suo lungo viaggio, probabilmente alla presenza di folle festanti molto più corpose.
lunedì 4 dicembre 2006
Prodi riporta l'Italia in piazza
Marco Cedolin
Che fossero uno o due milioni di persone poco importa, la realtà incontrovertibile è quella che la manifestazione indetta a Roma dalla Casa delle Libertà sabato 2 dicembre ha portato in piazza tanta gente, tanta quanto nessuna macchina organizzativa (ancorché perfetta) riuscirebbe a portarne in mancanza di un malcontento profondo e generalizzato nel paese.
Scegliere di limitarsi ad ironizzare sull’identità di coloro che hanno sfilato a Roma o peggio ancora trincerarsi dietro un fragile alibi affermando che queste persone sfilavano senza una piattaforma politica, significa isolarsi dalla realtà del Paese collocandosi in una posizione miope infarcita solamente di autoreferenzialità.
Se c’è una cosa che fin dal momento della sua entrata in politica ha sempre contraddistinto Berlusconi questa è stata l’estrema “artificiosità” che connaturava il suo partito. Forza Italia, già nel nome così simile ad una pubblicità sportiva, è nata dal nulla raccogliendo a piene mani fra le macerie di tangentopoli vecchi uomini politici che attendevano di essere riciclati ai quali affiancare schiere di manager votati alla costruzione del “partito azienda”.
Proprio la dimensione di azienda con schiere di dipendenti manager retribuiti e milioni di teledipendenti votanti ha sempre contraddistinto Forza Italia come un partito “di plastica” privo di un’ideologia che non fosse semplice appiattimento sul modello consumistico occidentale e indissolubilmente legato a Silvio Berlusconi, mentore supremo che prometteva di risolvere tramite la formula dello “Stato Azienda” tutti i problemi che il Paese si trascina appresso da sempre.
Il centrosinistra, con o senza Romano Prodi, ha sempre tentato d’incarnare l’esatta antitesi del berlusconismo, uno schieramento ricco d’ideologia, vicino alla gente, attento al “sociale” con una classe dirigente di grossa esperienza politica e un elettorato che oltre ad una base molto “sensibile” al clientelismo indotto dalla gestione di molte amministrazioni comunali, esprimeva il “sentire” di una fascia consistente e variegata della popolazione impegnata nel sociale, mediamente informata e generalmente ben disposta ad essere parte attiva nella vita politica del Paese.Non a caso durante tutto il quinquennio del governo Berlusconi questo stridente contrasto si esplicitava con chiarezza adamantina proprio nelle piazze.
I cortei, le manifestazioni, gli scioperi del centrosinistra erano momenti di aggregazione partecipata viva e vitale ai quali facevano da contraltare le asettiche “convention” berlusconiane che al di là della debolezza dei numeri lasciavano in bocca il gusto amaro dell’artefatto, dell’happening costruito a tavolino con l’ausilio di dipendenti compiacenti “usati” per sventolare tante bandierine. Il governo di Romano Prodi, che ha trovato il consenso elettorale proprio attraverso questa realtà, in soli 6 mesi è riuscito a provocare un tale terremoto in grado di sovvertire tutti i punti fermi che da più di un decennio caratterizzavano la vita politica e sociale italiana.Le scellerate scelte operate dal governo (in larga parte antitetiche ai contenuti del programma elettorale) in questi mesi partendo dall’indulto, passando per l’Afghanistan e il Libano per culminare nella “vorace” manovra finanziaria, hanno messo in crisi tutti gli equilibri consolidati, rivelando una maggioranza di centrosinistra del tutto scollata dal proprio elettorato.La gente di sinistra, quella impegnata nel sociale ed incline a “partecipare” ha continuato a sfilare e scendere in piazza, dimostrando coerenza ed attaccamento alle proprie idee, ma ha dovuto farlo contro il proprio governo, isolata ed osteggiata da quelle stesse persone che dalla piazza avevano tratto la linfa vitale per il proprio successo.
Ogni sciopero ed ogni manifestazione di sinistra in questi ultimi mesi, fosse essa contro la guerra o contro il precariato, per i diritti dei lavoratori o in difesa del popolo palestinese è stata “boicottata” dai vertici dei partiti e dai sindacati, con la risultante di ottenere un “soffocamento” della forma di protesta che più di ogni altra da sempre caratterizza il popolo di sinistra.
L’esiguità del numero di partecipanti, i molteplici casi di manifestazioni abortite dall’alto prima ancora che nascessero, gli strascichi polemici conseguenti ad ogni manifestazione e ad ogni corteo sono stati il comune denominatore di un governo di centrosinistra che ha deciso di rinchiudersi nei palazzi del potere diffidando il proprio elettorato dal portare fra la gente quella “dimensione critica” che lo aveva condotto al potere.
In queste piazze vuote, dinanzi ai balconi senza più bandiere della pace, fra le tante riforme (legge 30 e miglioramento della situazione delle famiglie su tutte) disattese e disimpegni militari mai attuati è arrivato come un ciclone il popolo di Berlusconi. Non più qualche migliaio di manager in giacca e cravatta dotati di una bandierina per l’occasione, ma centinaia, tante centinaia di migliaia di persone che hanno scelto di recarsi a Roma determinate a far sentire la propria voce.
La novità è proprio questa, e sarebbe uno sbaglio enorme non coglierla, l’eterogeneità di coloro che sabato hanno riempito le vie di Roma. Non solo liberi professionisti, manager e commercianti ma anche operai, dipendenti pubblici, precari, studenti, pensionati, casalinghe. Non pretoriani con intonse bandierine inamidate ma una moltitudine colorata, ricca di striscioni, cartelloni, caricature, ironia, che ha scoperto il piacere di socializzare, stare insieme, manifestare. Quel piacere che alla gente di sinistra oggi è interdetto pena essere classificati come estremisti e disfattisti. Il popolo di Berlusconi è sicuramente infarcito di retorica, incline all’egoismo, molto teledipendente e scarsamente acculturato politicamente ma oggi è costituito da gente vera che per la prima volta sta scoprendo come si possano riempire le piazze per manifestare le proprie idee e come sia incredibilmente bello ritrovarsi in tanti, tantissimi a farlo.
Prodi e Fassino che ribadiscono come la manifestazione di sabato non abbia cambiato di una virgola la loro finanziaria rifiutano di capire come il loro governo abbia cambiato di molto l’Italia e la sinistra che non può permettersi di restare appiattita sulla linea di un governo che ha scelto di compiacere solo il capitale ed i grandi interessi, impoverendo sempre più tutte le classi sociali ad iniziare da chi povero già lo è. Senza questa consapevolezza e le opportune reazioni rischierà di essere proprio la sinistra a diventare la nuova “Forza Italia” destinata a rimanere alla finestra imbalsamata nella sua immobilità.
Che fossero uno o due milioni di persone poco importa, la realtà incontrovertibile è quella che la manifestazione indetta a Roma dalla Casa delle Libertà sabato 2 dicembre ha portato in piazza tanta gente, tanta quanto nessuna macchina organizzativa (ancorché perfetta) riuscirebbe a portarne in mancanza di un malcontento profondo e generalizzato nel paese.
Scegliere di limitarsi ad ironizzare sull’identità di coloro che hanno sfilato a Roma o peggio ancora trincerarsi dietro un fragile alibi affermando che queste persone sfilavano senza una piattaforma politica, significa isolarsi dalla realtà del Paese collocandosi in una posizione miope infarcita solamente di autoreferenzialità.
Se c’è una cosa che fin dal momento della sua entrata in politica ha sempre contraddistinto Berlusconi questa è stata l’estrema “artificiosità” che connaturava il suo partito. Forza Italia, già nel nome così simile ad una pubblicità sportiva, è nata dal nulla raccogliendo a piene mani fra le macerie di tangentopoli vecchi uomini politici che attendevano di essere riciclati ai quali affiancare schiere di manager votati alla costruzione del “partito azienda”.
Proprio la dimensione di azienda con schiere di dipendenti manager retribuiti e milioni di teledipendenti votanti ha sempre contraddistinto Forza Italia come un partito “di plastica” privo di un’ideologia che non fosse semplice appiattimento sul modello consumistico occidentale e indissolubilmente legato a Silvio Berlusconi, mentore supremo che prometteva di risolvere tramite la formula dello “Stato Azienda” tutti i problemi che il Paese si trascina appresso da sempre.
Il centrosinistra, con o senza Romano Prodi, ha sempre tentato d’incarnare l’esatta antitesi del berlusconismo, uno schieramento ricco d’ideologia, vicino alla gente, attento al “sociale” con una classe dirigente di grossa esperienza politica e un elettorato che oltre ad una base molto “sensibile” al clientelismo indotto dalla gestione di molte amministrazioni comunali, esprimeva il “sentire” di una fascia consistente e variegata della popolazione impegnata nel sociale, mediamente informata e generalmente ben disposta ad essere parte attiva nella vita politica del Paese.Non a caso durante tutto il quinquennio del governo Berlusconi questo stridente contrasto si esplicitava con chiarezza adamantina proprio nelle piazze.
I cortei, le manifestazioni, gli scioperi del centrosinistra erano momenti di aggregazione partecipata viva e vitale ai quali facevano da contraltare le asettiche “convention” berlusconiane che al di là della debolezza dei numeri lasciavano in bocca il gusto amaro dell’artefatto, dell’happening costruito a tavolino con l’ausilio di dipendenti compiacenti “usati” per sventolare tante bandierine. Il governo di Romano Prodi, che ha trovato il consenso elettorale proprio attraverso questa realtà, in soli 6 mesi è riuscito a provocare un tale terremoto in grado di sovvertire tutti i punti fermi che da più di un decennio caratterizzavano la vita politica e sociale italiana.Le scellerate scelte operate dal governo (in larga parte antitetiche ai contenuti del programma elettorale) in questi mesi partendo dall’indulto, passando per l’Afghanistan e il Libano per culminare nella “vorace” manovra finanziaria, hanno messo in crisi tutti gli equilibri consolidati, rivelando una maggioranza di centrosinistra del tutto scollata dal proprio elettorato.La gente di sinistra, quella impegnata nel sociale ed incline a “partecipare” ha continuato a sfilare e scendere in piazza, dimostrando coerenza ed attaccamento alle proprie idee, ma ha dovuto farlo contro il proprio governo, isolata ed osteggiata da quelle stesse persone che dalla piazza avevano tratto la linfa vitale per il proprio successo.
Ogni sciopero ed ogni manifestazione di sinistra in questi ultimi mesi, fosse essa contro la guerra o contro il precariato, per i diritti dei lavoratori o in difesa del popolo palestinese è stata “boicottata” dai vertici dei partiti e dai sindacati, con la risultante di ottenere un “soffocamento” della forma di protesta che più di ogni altra da sempre caratterizza il popolo di sinistra.
L’esiguità del numero di partecipanti, i molteplici casi di manifestazioni abortite dall’alto prima ancora che nascessero, gli strascichi polemici conseguenti ad ogni manifestazione e ad ogni corteo sono stati il comune denominatore di un governo di centrosinistra che ha deciso di rinchiudersi nei palazzi del potere diffidando il proprio elettorato dal portare fra la gente quella “dimensione critica” che lo aveva condotto al potere.
In queste piazze vuote, dinanzi ai balconi senza più bandiere della pace, fra le tante riforme (legge 30 e miglioramento della situazione delle famiglie su tutte) disattese e disimpegni militari mai attuati è arrivato come un ciclone il popolo di Berlusconi. Non più qualche migliaio di manager in giacca e cravatta dotati di una bandierina per l’occasione, ma centinaia, tante centinaia di migliaia di persone che hanno scelto di recarsi a Roma determinate a far sentire la propria voce.
La novità è proprio questa, e sarebbe uno sbaglio enorme non coglierla, l’eterogeneità di coloro che sabato hanno riempito le vie di Roma. Non solo liberi professionisti, manager e commercianti ma anche operai, dipendenti pubblici, precari, studenti, pensionati, casalinghe. Non pretoriani con intonse bandierine inamidate ma una moltitudine colorata, ricca di striscioni, cartelloni, caricature, ironia, che ha scoperto il piacere di socializzare, stare insieme, manifestare. Quel piacere che alla gente di sinistra oggi è interdetto pena essere classificati come estremisti e disfattisti. Il popolo di Berlusconi è sicuramente infarcito di retorica, incline all’egoismo, molto teledipendente e scarsamente acculturato politicamente ma oggi è costituito da gente vera che per la prima volta sta scoprendo come si possano riempire le piazze per manifestare le proprie idee e come sia incredibilmente bello ritrovarsi in tanti, tantissimi a farlo.
Prodi e Fassino che ribadiscono come la manifestazione di sabato non abbia cambiato di una virgola la loro finanziaria rifiutano di capire come il loro governo abbia cambiato di molto l’Italia e la sinistra che non può permettersi di restare appiattita sulla linea di un governo che ha scelto di compiacere solo il capitale ed i grandi interessi, impoverendo sempre più tutte le classi sociali ad iniziare da chi povero già lo è. Senza questa consapevolezza e le opportune reazioni rischierà di essere proprio la sinistra a diventare la nuova “Forza Italia” destinata a rimanere alla finestra imbalsamata nella sua immobilità.
mercoledì 22 novembre 2006
Visco sogna la casta dei VIP
Marco Cedolin
La “fantasia creativa” degli uomini politici italiani sembra davvero non conoscere limiti e tende a farsi ogni giorno più fervida. Dopo il colpo di genio di Francesco Rutelli che intendeva relegare le vacanze degli italiani nel periodo delle nebbie in Valpadana, ora è il turno del Vice ministro dell’Economia Vincenzo Visco, uomo che durante gli anni 90 si è distinto per l’alacrità con la quale ha portato avanti la propria “missione” di alleggerimento delle tasche dei cittadini.
Visco durante un’audizione parlamentare concernente l’anagrafe tributaria ha reso partecipi gli astanti riguardo ad una sua felice intuizione volta a risolvere il problema dell’uso improprio dei dati, connesso al recente scandalo del cosiddetto spionaggio fiscale.
Dopo essersi profuso in un sermone sull’immediata necessità di procedure più garantiste volte a controllare la coerenza delle interrogazioni con gli accertamenti in corso, il Vice ministro ha estratto dal cilindro un coniglietto che pur essendo assai poco democratico e per nulla incline a rappresentare i valori della nostra costituzione potrebbe (a suo dire) costituire una panacea per il problema della tutela dei grandi interessi.
Secondo le parole di Visco bisognerebbe introdurre “un archivio delle persone sensibili, non solo del mondo politico ma anche Vip, personaggi ricchi per i quali c’è la necessità di garantire la privacy”. Politici e Vip verrebbero in pratica inseriti all’interno di una lista “esclusiva” in modo che scatti una sorta di allarme informatico ogni volta che qualcuno di loro viene sottoposto a qualche sorta di controllo. Nella perversa logica del Vice Ministro il diritto alla privacy finisce dunque di essere un patrimonio di tutti i comuni mortali per diventare esclusivo appannaggio di una casta di eletti (non certo dai cittadini) che potranno così vantare diritti e doveri differenti da quelli del resto della popolazione. La legge finirebbe dunque di essere “uguale per tutti” oltre che nei fatti (come lo è da sempre) anche nei proponimenti del legislatore che dovrebbe adeguarsi allo stato delle cose ufficializzando i privilegi di un’elite. Ci sarebbe molto da riflettere riguardo a questo tentativo di rilettura in chiave “indiana” della nostra costituzione da parte di un Vice Ministro facente parte di quella maggioranza di centrosinistra che fino a pochi mesi fa ha fatto della difesa costituzionale la propria bandiera. Così come ci sarebbe da riflettere su quanto una visione piramidale dei diritti del cittadino sia in sintonia con il programma di governo di quella stessa maggioranza.
Come nel caso di Rutelli credo comunque sia meglio fingere si sia trattato di una boutade di cattivo gusto, di una celia magari riuscita male, di un escamotage per distrarre l’attenzione generale dal problema della finanziaria e pertanto sorridere sull’aspetto ludico della vicenda.Con quali criteri il buon Visco intenderà procedere nello stilare la lista degli eletti? Oltre agli uomini politici che da sempre anche davanti alla legge godono di privilegi inenarrabili quali saranno i nomi dei futuri intoccabili?
Sicuramente il carnet comprenderà grandi industriali, finanzieri, attori, cantanti, showman e showgirl, telegenici assortiti, scrittori “di grido” e giornalisti che gridano, opinionisti, psicologici, grandi dottori e uomini di scienza. Ma con quale criterio e da chi saranno decisi i nomi di coloro che meritano lo status di VIP e di quelli irrimediabilmente destinati a rimanere nel novero delle persone comuni, la cui privacy è talmente insignificante da non meritare neppure di essere tutelata? Nel portare avanti questa operazione non ci sentiamo in tutta franchezza d’invidiare Visco. Già si materializza davanti ai nostri occhi la marea di “pizzini”, pressioni, raccomandazioni, inciuci, prebende, rimostranze, da cui verrebbe letteralmente sommerso chiunque fosse deputato a farsi carico della scelta.
Migliaia di “personaggi in cerca d’autore” che protestano per il loro mancato inserimento nel gotha, schiere di veline, letterine, pupe e secchioni che si sentono defraudati di un loro diritto inalienabile, naufraghi famosi che si accapigliano fra loro per entrare nel clan, una folla inesausta di persone “importanti” che qualora escluse dal baccanale, in perfetto stile italico saranno pronte ad urlare con pervicacia – Lei non sa chi sono io!-
La “fantasia creativa” degli uomini politici italiani sembra davvero non conoscere limiti e tende a farsi ogni giorno più fervida. Dopo il colpo di genio di Francesco Rutelli che intendeva relegare le vacanze degli italiani nel periodo delle nebbie in Valpadana, ora è il turno del Vice ministro dell’Economia Vincenzo Visco, uomo che durante gli anni 90 si è distinto per l’alacrità con la quale ha portato avanti la propria “missione” di alleggerimento delle tasche dei cittadini.
Visco durante un’audizione parlamentare concernente l’anagrafe tributaria ha reso partecipi gli astanti riguardo ad una sua felice intuizione volta a risolvere il problema dell’uso improprio dei dati, connesso al recente scandalo del cosiddetto spionaggio fiscale.
Dopo essersi profuso in un sermone sull’immediata necessità di procedure più garantiste volte a controllare la coerenza delle interrogazioni con gli accertamenti in corso, il Vice ministro ha estratto dal cilindro un coniglietto che pur essendo assai poco democratico e per nulla incline a rappresentare i valori della nostra costituzione potrebbe (a suo dire) costituire una panacea per il problema della tutela dei grandi interessi.
Secondo le parole di Visco bisognerebbe introdurre “un archivio delle persone sensibili, non solo del mondo politico ma anche Vip, personaggi ricchi per i quali c’è la necessità di garantire la privacy”. Politici e Vip verrebbero in pratica inseriti all’interno di una lista “esclusiva” in modo che scatti una sorta di allarme informatico ogni volta che qualcuno di loro viene sottoposto a qualche sorta di controllo. Nella perversa logica del Vice Ministro il diritto alla privacy finisce dunque di essere un patrimonio di tutti i comuni mortali per diventare esclusivo appannaggio di una casta di eletti (non certo dai cittadini) che potranno così vantare diritti e doveri differenti da quelli del resto della popolazione. La legge finirebbe dunque di essere “uguale per tutti” oltre che nei fatti (come lo è da sempre) anche nei proponimenti del legislatore che dovrebbe adeguarsi allo stato delle cose ufficializzando i privilegi di un’elite. Ci sarebbe molto da riflettere riguardo a questo tentativo di rilettura in chiave “indiana” della nostra costituzione da parte di un Vice Ministro facente parte di quella maggioranza di centrosinistra che fino a pochi mesi fa ha fatto della difesa costituzionale la propria bandiera. Così come ci sarebbe da riflettere su quanto una visione piramidale dei diritti del cittadino sia in sintonia con il programma di governo di quella stessa maggioranza.
Come nel caso di Rutelli credo comunque sia meglio fingere si sia trattato di una boutade di cattivo gusto, di una celia magari riuscita male, di un escamotage per distrarre l’attenzione generale dal problema della finanziaria e pertanto sorridere sull’aspetto ludico della vicenda.Con quali criteri il buon Visco intenderà procedere nello stilare la lista degli eletti? Oltre agli uomini politici che da sempre anche davanti alla legge godono di privilegi inenarrabili quali saranno i nomi dei futuri intoccabili?
Sicuramente il carnet comprenderà grandi industriali, finanzieri, attori, cantanti, showman e showgirl, telegenici assortiti, scrittori “di grido” e giornalisti che gridano, opinionisti, psicologici, grandi dottori e uomini di scienza. Ma con quale criterio e da chi saranno decisi i nomi di coloro che meritano lo status di VIP e di quelli irrimediabilmente destinati a rimanere nel novero delle persone comuni, la cui privacy è talmente insignificante da non meritare neppure di essere tutelata? Nel portare avanti questa operazione non ci sentiamo in tutta franchezza d’invidiare Visco. Già si materializza davanti ai nostri occhi la marea di “pizzini”, pressioni, raccomandazioni, inciuci, prebende, rimostranze, da cui verrebbe letteralmente sommerso chiunque fosse deputato a farsi carico della scelta.
Migliaia di “personaggi in cerca d’autore” che protestano per il loro mancato inserimento nel gotha, schiere di veline, letterine, pupe e secchioni che si sentono defraudati di un loro diritto inalienabile, naufraghi famosi che si accapigliano fra loro per entrare nel clan, una folla inesausta di persone “importanti” che qualora escluse dal baccanale, in perfetto stile italico saranno pronte ad urlare con pervicacia – Lei non sa chi sono io!-
venerdì 3 novembre 2006
Grandi sconti grandi occasioni
Marco Cedolin
Con il passare degli anni le manovre finanziarie stanno diventando sempre più simili alle pubblicazioni pubblicitarie dei grandi ipermercati che con regolarità disarmante stipano all’inverosimile le nostre buche delle lettere dopo aver contribuito a disboscare parecchi ettari di foresta vergine. Come nel caso della buca di casa nostra, dove in mezzo all’ammasso di offerte irripetibili e sconti convenienza, destinati in un batter di ciglia a trasmutare allo stato di (gravoso per le nostre tasche e la nostra salute) rifiuto solido, finiscono irrimediabilmente lettere e bollette estremamente importanti; anche nelle finanziarie le “grandi offerte” distolgono il nostro sguardo dalla miriade di tasse, gabelle, imposte e contributi che graveranno pesantemente su quello che resta del nostro reddito, sempre se siamo ancora così fortunati da averne uno.
Per una volta voglio però evitare di spaziare con lo sguardo su quello che ci viene nascosto, risparmiandovi la lettura di tabelline infarcite di cifre e calcolazioni assortite volte a dimostrare come l’operaio di Caserta con 2 figli guadagnerà con la finanziaria 11 euro mentre l’insegnante single di Cologno Monzese ne perderà ahimè 7. Da un mese a questa parte le tabelline, i calcoli, le percentuali, le stime, stanno riempiendoci la vita più di quanto non lo facciano le realtà tangibili, tentando di farci dimenticare come la loro valenza rasenti in effetti quella dello zero assoluto. Nessuna tabellina e nessun calcolo per quanto complesso potrà mai fornirci neppure uno scampolo di verità. Anche lo studioso di statistica più virtuoso e politicamente corretto si trova infatti nell’assoluta impossibilità di determinare quanta benzina consumerà Luigi, quante volte pagherà il ticket sanitario Cristina, con quale frequenza Alberto posteggerà sulle strisce blu, a quale classe di euromerito appartenga la macchina di Anna, se Federico si concederà una vacanza e pagherà la tassa di soggiorno, di quante ricette mediche abbisognerà Lorena e se Mario l’anno venturo finirà o meno al pronto soccorso.Concentriamoci perciò sui saldi irripetibili, sul fascino un po’ perverso delle offerte convenienza, sul profumo carezzevole delle grandi occasioni, sul volto angelicato dell’opportunità di risparmio.
Dopo decenni di ossessiva attenzione nei confronti del mercato dell’auto, con un occhio di riguardo per casa FIAT diventata nel tempo grazie ai molti “governi amici” monopolista nazionale del settore, in barba ai proclami sulla concorrenza che sembrano essere il credo assoluto degli imbonitori politici di ogni colore, sono per ora terminati (almeno su scala nazionale) i contributi statali per la rottamazione attraverso i quali abbiamo per molti anni finanziato l’industria automobilistica. Per garantire comunque la tranquillità di Montezemolo e degli altri produttori di lamiere gommate, lo stesso effetto “incentivo” di prima sarà garantito stavolta non tramite elargizioni e prebende ma semplicemente tartassando i consumatori che anni fa avevano acquistato a sconto le auto nuove e nel tempo sono stati colpevoli di non aver optato (o non aver potuto optare) per un nuovo acquisto. Entra nel novero dei ricordi anche il contributo per l’acquisto del decoder digitale terrestre fortemente voluto dall’ex ministro Gasparri. In virtù di questa offerta strepitosa adesso la maggior parte degli italiani ha in casa una scatoletta nera pagata pochi euro nel negozio ma molti dal contribuente e può trastullarsi nel vedere gli stessi canali che vedeva prima, con la stessa qualità di prima, più qualche canale tematico finalizzato ad indurre la letargia nell’arco di pochi minuti. Un’operazione la cui risultante, oltre agli enormi guadagni di chi importandoli dall’oriente commercializzava i decoder, si può riscontrare solamente nell’accresciuto consumo energetico indotto dall’accensione di un apparecchio in più, ma anche la bolletta dell’Enel contribuisce ad incrementare il PIL e va bene così.
Le novità più accattivanti nel panorama delle offerte speciali 2007, promosse questa volta con il marchio della coop di centrosinistra riguardano gli elettrodomestici e il vecchio tubo catodico ormai trasmutato verso nuovi livelli tecnologici d’eccellenza.Già da tempo si parla di un incentivo per l’acquisto di un nuovo frigorifero, proposto con la motivazione di favorire i nuovi refrigeratori meno, energivori e più rispettosi dell’ambiente e in realtà anche utilissimi per incrementare i guadagni di coloro che li producono, o meglio anche in questo caso commercializzano poiché praticamente tutta la produzione tecnologica è stata delocalizzata all’estero da tempo. L’ultimo sconto speciale, da non perdere in quanto irripetibile, è destinato ai soli soci RAI e partirà il 28 febbraio del 2007 senza che siano necessari altri bollini fedeltà se non quello di possedere l’ultimo canone pagato della TV di stato. Riguarderà l’acquisto delle nuove TV digitali, così nuove da far si che non siano ancora stati definiti in finanziaria i parametri perché un apparecchio rientri nell’ambita categoria. Tutti i fortunati possessori dei requisiti per potere accedere all’incentivo avranno modo di acquistare queste meravigliose sintesi d’innovazione tecnologica e stilistica con uno sconto del 20% fino ad un massimo di 200 euro sul prezzo di acquisto, il tutto per un costo previsto a carico dello stato di circa 40 milioni di euro.Non potendo essere addotte a questo riguardo motivazioni “ecologiche” (anzi lo smaltimento dei vecchi TV obsoleti ma funzionanti sarà alquanto gravoso dal punto di vista ambientale) il governo ha giustificato l’operazione tramite motivazioni più “elevate” volte a migliorare il bagaglio socio – culturale degli italiani. Lo svecchiamento del parco degli apparecchi televisivi e la sensibilizzazione della popolazione verso la nuova tecnologia rappresentano infatti secondo il ministero il vero incipit che ha determinato questo tipo d’investimento.
Cambiano i governi, cambiano le maggioranze ma ciò che sembra davvero non cambiare mai è l’assoluta mancanza di qualunque seria politica programmatica volta a sostenere l’economia del nostro paese.Gli sconti convenienza e le offerte speciali che favoriscono per un lasso di tempo limitato specifici settori della produzione e della vendita sono la vera dimostrazione di questa assoluta inanità e della mancanza d’idee che accomuna al riguardo tutta la classe politica.Sorge inoltre logico domandarsi perché i frigoriferi e non i forni a microonde, le lavatrici o le lavastoviglie? Perché le TV digitali e non le scarpe, l’abbigliamento, le radiosveglie o le biciclette, queste ultime anche ecologiche e con emissioni zero?
Il solito mistero che si perde nell’imponderabile e ci fa capire che è giunta l’ora d’incominciare a cercare la bolletta, frugando (magari con i guanti) nel marasma della spazzatura.
Con il passare degli anni le manovre finanziarie stanno diventando sempre più simili alle pubblicazioni pubblicitarie dei grandi ipermercati che con regolarità disarmante stipano all’inverosimile le nostre buche delle lettere dopo aver contribuito a disboscare parecchi ettari di foresta vergine. Come nel caso della buca di casa nostra, dove in mezzo all’ammasso di offerte irripetibili e sconti convenienza, destinati in un batter di ciglia a trasmutare allo stato di (gravoso per le nostre tasche e la nostra salute) rifiuto solido, finiscono irrimediabilmente lettere e bollette estremamente importanti; anche nelle finanziarie le “grandi offerte” distolgono il nostro sguardo dalla miriade di tasse, gabelle, imposte e contributi che graveranno pesantemente su quello che resta del nostro reddito, sempre se siamo ancora così fortunati da averne uno.
Per una volta voglio però evitare di spaziare con lo sguardo su quello che ci viene nascosto, risparmiandovi la lettura di tabelline infarcite di cifre e calcolazioni assortite volte a dimostrare come l’operaio di Caserta con 2 figli guadagnerà con la finanziaria 11 euro mentre l’insegnante single di Cologno Monzese ne perderà ahimè 7. Da un mese a questa parte le tabelline, i calcoli, le percentuali, le stime, stanno riempiendoci la vita più di quanto non lo facciano le realtà tangibili, tentando di farci dimenticare come la loro valenza rasenti in effetti quella dello zero assoluto. Nessuna tabellina e nessun calcolo per quanto complesso potrà mai fornirci neppure uno scampolo di verità. Anche lo studioso di statistica più virtuoso e politicamente corretto si trova infatti nell’assoluta impossibilità di determinare quanta benzina consumerà Luigi, quante volte pagherà il ticket sanitario Cristina, con quale frequenza Alberto posteggerà sulle strisce blu, a quale classe di euromerito appartenga la macchina di Anna, se Federico si concederà una vacanza e pagherà la tassa di soggiorno, di quante ricette mediche abbisognerà Lorena e se Mario l’anno venturo finirà o meno al pronto soccorso.Concentriamoci perciò sui saldi irripetibili, sul fascino un po’ perverso delle offerte convenienza, sul profumo carezzevole delle grandi occasioni, sul volto angelicato dell’opportunità di risparmio.
Dopo decenni di ossessiva attenzione nei confronti del mercato dell’auto, con un occhio di riguardo per casa FIAT diventata nel tempo grazie ai molti “governi amici” monopolista nazionale del settore, in barba ai proclami sulla concorrenza che sembrano essere il credo assoluto degli imbonitori politici di ogni colore, sono per ora terminati (almeno su scala nazionale) i contributi statali per la rottamazione attraverso i quali abbiamo per molti anni finanziato l’industria automobilistica. Per garantire comunque la tranquillità di Montezemolo e degli altri produttori di lamiere gommate, lo stesso effetto “incentivo” di prima sarà garantito stavolta non tramite elargizioni e prebende ma semplicemente tartassando i consumatori che anni fa avevano acquistato a sconto le auto nuove e nel tempo sono stati colpevoli di non aver optato (o non aver potuto optare) per un nuovo acquisto. Entra nel novero dei ricordi anche il contributo per l’acquisto del decoder digitale terrestre fortemente voluto dall’ex ministro Gasparri. In virtù di questa offerta strepitosa adesso la maggior parte degli italiani ha in casa una scatoletta nera pagata pochi euro nel negozio ma molti dal contribuente e può trastullarsi nel vedere gli stessi canali che vedeva prima, con la stessa qualità di prima, più qualche canale tematico finalizzato ad indurre la letargia nell’arco di pochi minuti. Un’operazione la cui risultante, oltre agli enormi guadagni di chi importandoli dall’oriente commercializzava i decoder, si può riscontrare solamente nell’accresciuto consumo energetico indotto dall’accensione di un apparecchio in più, ma anche la bolletta dell’Enel contribuisce ad incrementare il PIL e va bene così.
Le novità più accattivanti nel panorama delle offerte speciali 2007, promosse questa volta con il marchio della coop di centrosinistra riguardano gli elettrodomestici e il vecchio tubo catodico ormai trasmutato verso nuovi livelli tecnologici d’eccellenza.Già da tempo si parla di un incentivo per l’acquisto di un nuovo frigorifero, proposto con la motivazione di favorire i nuovi refrigeratori meno, energivori e più rispettosi dell’ambiente e in realtà anche utilissimi per incrementare i guadagni di coloro che li producono, o meglio anche in questo caso commercializzano poiché praticamente tutta la produzione tecnologica è stata delocalizzata all’estero da tempo. L’ultimo sconto speciale, da non perdere in quanto irripetibile, è destinato ai soli soci RAI e partirà il 28 febbraio del 2007 senza che siano necessari altri bollini fedeltà se non quello di possedere l’ultimo canone pagato della TV di stato. Riguarderà l’acquisto delle nuove TV digitali, così nuove da far si che non siano ancora stati definiti in finanziaria i parametri perché un apparecchio rientri nell’ambita categoria. Tutti i fortunati possessori dei requisiti per potere accedere all’incentivo avranno modo di acquistare queste meravigliose sintesi d’innovazione tecnologica e stilistica con uno sconto del 20% fino ad un massimo di 200 euro sul prezzo di acquisto, il tutto per un costo previsto a carico dello stato di circa 40 milioni di euro.Non potendo essere addotte a questo riguardo motivazioni “ecologiche” (anzi lo smaltimento dei vecchi TV obsoleti ma funzionanti sarà alquanto gravoso dal punto di vista ambientale) il governo ha giustificato l’operazione tramite motivazioni più “elevate” volte a migliorare il bagaglio socio – culturale degli italiani. Lo svecchiamento del parco degli apparecchi televisivi e la sensibilizzazione della popolazione verso la nuova tecnologia rappresentano infatti secondo il ministero il vero incipit che ha determinato questo tipo d’investimento.
Cambiano i governi, cambiano le maggioranze ma ciò che sembra davvero non cambiare mai è l’assoluta mancanza di qualunque seria politica programmatica volta a sostenere l’economia del nostro paese.Gli sconti convenienza e le offerte speciali che favoriscono per un lasso di tempo limitato specifici settori della produzione e della vendita sono la vera dimostrazione di questa assoluta inanità e della mancanza d’idee che accomuna al riguardo tutta la classe politica.Sorge inoltre logico domandarsi perché i frigoriferi e non i forni a microonde, le lavatrici o le lavastoviglie? Perché le TV digitali e non le scarpe, l’abbigliamento, le radiosveglie o le biciclette, queste ultime anche ecologiche e con emissioni zero?
Il solito mistero che si perde nell’imponderabile e ci fa capire che è giunta l’ora d’incominciare a cercare la bolletta, frugando (magari con i guanti) nel marasma della spazzatura.
giovedì 12 ottobre 2006
Questa finanziaria è tutta da rifare
Marco Cedolin
Presentata poco più di una settimana fa come la finanziaria che avrebbe dovuto far piangere i ricchi e donare il sorriso ai poveri, la nuova manovra targata Romano Prodi ha prima stentato nel farsi comprendere (complice il reiterato sciopero dei giornalisti che ha determinato un grave stillicidio dell’informazione) ed una volta compresa ha finito per rivelarsi un disordinato coacervo di provvedimenti in grado di scontentare praticamente tutte le categorie sociali del nostro paese.
I sindaci delle grandi città hanno inveito con furia belluina contro il taglio dei finanziamenti agli enti locali, fino a rivoltarsi contro il loro stesso governo. Confindustria nonostante la regalia da “cuneo fiscale” si è detta contrariata e non disposta ad accettare il trasferimento del TFR presso l’INPS in un apposito “fondo infrastrutture”. I sindacati hanno espresso soddisfazione molto tiepida, faticando non poco a trovare la giustificazione per prodursi in qualche sorriso. Gran parte delle associazioni (anche di quelle politicamente vicine al governo) e la maggioranza dei cittadini, hanno espresso un numero tale di perplessità che occorrerebbe riscrivere altre 250 pagine per nutrire qualche speranza di elencarle tutte.
Nello stesso momento in cui il Ministro Padoa Schioppa presentava la manovra all’Europa, incassando l’approvazione del Commissario UE Almunia, in Italia la manovra si scioglieva come un cono gelato sotto il solleone, nell’evidente impossibilità di tradurre nella realtà un tale conglomerato di pressappochismo, scelte sbagliate, decisioni scellerate. Nonostante la televisione ed i giornali continuassero a diffondere in maniera ossessiva e fuorviante solamente le tabelline concernenti le aliquote dell’IRPEF, producendosi in esempi molte volte improbabili (mi è capitato perfino di sentire stime riferite a famiglie con due figli e mezzo) volti a dimostrare che per i cittadini si sarebbe trattato di una finanziaria in grado di “toccarli” in maniera tutto sommato trascurabile, l’evidenza non ha tardato a prendere corpo. Nonostante la commistione perversa fra nuovi tagli e nuovi prelievi fiscali venisse mascherata con il nobile proposito di un’improbabile redistribuzione della ricchezza, “traducendo” il testo appariva sempre più chiaro come l’unica cosa che s’intendesse distribuire sul serio fosse in realtà la povertà, oltre la soglia della quale s’intendeva trasferire buona parte della popolazione.Come risultato di tutto ciò la manovra finanziaria, svestita del falso populismo di cui era infarcita, si è trasformata in un vero e proprio “cantiere” di quelli che tanto amano Lunardi e Fassino.Tutto ma proprio tutto è stato messo in discussione ed elevato a materia per “tavoli”, confronti, trattative pubbliche e segrete, inciuci e scambi di favori.
Nel berciare scomposto dei commensali intenti alla spartizione della tavola imbandita s’intrecciano senza sosta aggiustamenti di aliquote, esenzioni di classi, caroselli di cifre, ipotesi d’imposte, abrogazione di soglie. I sindaci dissenzienti sono stati calmierati attraverso la promessa di una riduzione di 600 milioni di euro dell’entità del taglio, unitamente alle assicurazioni sul fatto che potranno procedere ad un’infinità di prelievi fiscali dalle tasche dei cittadini.Confindustria ha ricevuto la promessa di una revisione del capitolo relativo al TFR, il finanziamento “occulto” e continuativo delle missioni di pace/guerra all’estero dovrebbe venire stralciato, l’imposta di successione è ancora in fase di definizione così come lo sono le regole del nuovo superbollo per i SUV e le esenzioni per i veicoli di nuova immatricolazione, ma sostanzialmente quasi tutti i capitoli concernenti il reperimento delle risorse ed una parte di quelli che fanno riferimento alla destinazione delle stesse sono ancora avvolti nel mistero del divenire.
Per ora non ci restano che le algide cifre volte ad infarcire le tabelline dell’Irpef, pur sapendo bene che saranno altre decisioni ad incidere pesantemente sul nostro tenore di vita e sulla qualità dei servizi essenziali, le esternazioni ad effetto (magari smentite qualche ora dopo) del ministro di turno, il biascicare inconcludente di politici, giornalisti, economisti, sinistri, destristi ed ogni altro esemplare della fauna che compone il circo della cattiva informazione.
Presentata poco più di una settimana fa come la finanziaria che avrebbe dovuto far piangere i ricchi e donare il sorriso ai poveri, la nuova manovra targata Romano Prodi ha prima stentato nel farsi comprendere (complice il reiterato sciopero dei giornalisti che ha determinato un grave stillicidio dell’informazione) ed una volta compresa ha finito per rivelarsi un disordinato coacervo di provvedimenti in grado di scontentare praticamente tutte le categorie sociali del nostro paese.
I sindaci delle grandi città hanno inveito con furia belluina contro il taglio dei finanziamenti agli enti locali, fino a rivoltarsi contro il loro stesso governo. Confindustria nonostante la regalia da “cuneo fiscale” si è detta contrariata e non disposta ad accettare il trasferimento del TFR presso l’INPS in un apposito “fondo infrastrutture”. I sindacati hanno espresso soddisfazione molto tiepida, faticando non poco a trovare la giustificazione per prodursi in qualche sorriso. Gran parte delle associazioni (anche di quelle politicamente vicine al governo) e la maggioranza dei cittadini, hanno espresso un numero tale di perplessità che occorrerebbe riscrivere altre 250 pagine per nutrire qualche speranza di elencarle tutte.
Nello stesso momento in cui il Ministro Padoa Schioppa presentava la manovra all’Europa, incassando l’approvazione del Commissario UE Almunia, in Italia la manovra si scioglieva come un cono gelato sotto il solleone, nell’evidente impossibilità di tradurre nella realtà un tale conglomerato di pressappochismo, scelte sbagliate, decisioni scellerate. Nonostante la televisione ed i giornali continuassero a diffondere in maniera ossessiva e fuorviante solamente le tabelline concernenti le aliquote dell’IRPEF, producendosi in esempi molte volte improbabili (mi è capitato perfino di sentire stime riferite a famiglie con due figli e mezzo) volti a dimostrare che per i cittadini si sarebbe trattato di una finanziaria in grado di “toccarli” in maniera tutto sommato trascurabile, l’evidenza non ha tardato a prendere corpo. Nonostante la commistione perversa fra nuovi tagli e nuovi prelievi fiscali venisse mascherata con il nobile proposito di un’improbabile redistribuzione della ricchezza, “traducendo” il testo appariva sempre più chiaro come l’unica cosa che s’intendesse distribuire sul serio fosse in realtà la povertà, oltre la soglia della quale s’intendeva trasferire buona parte della popolazione.Come risultato di tutto ciò la manovra finanziaria, svestita del falso populismo di cui era infarcita, si è trasformata in un vero e proprio “cantiere” di quelli che tanto amano Lunardi e Fassino.Tutto ma proprio tutto è stato messo in discussione ed elevato a materia per “tavoli”, confronti, trattative pubbliche e segrete, inciuci e scambi di favori.
Nel berciare scomposto dei commensali intenti alla spartizione della tavola imbandita s’intrecciano senza sosta aggiustamenti di aliquote, esenzioni di classi, caroselli di cifre, ipotesi d’imposte, abrogazione di soglie. I sindaci dissenzienti sono stati calmierati attraverso la promessa di una riduzione di 600 milioni di euro dell’entità del taglio, unitamente alle assicurazioni sul fatto che potranno procedere ad un’infinità di prelievi fiscali dalle tasche dei cittadini.Confindustria ha ricevuto la promessa di una revisione del capitolo relativo al TFR, il finanziamento “occulto” e continuativo delle missioni di pace/guerra all’estero dovrebbe venire stralciato, l’imposta di successione è ancora in fase di definizione così come lo sono le regole del nuovo superbollo per i SUV e le esenzioni per i veicoli di nuova immatricolazione, ma sostanzialmente quasi tutti i capitoli concernenti il reperimento delle risorse ed una parte di quelli che fanno riferimento alla destinazione delle stesse sono ancora avvolti nel mistero del divenire.
Per ora non ci restano che le algide cifre volte ad infarcire le tabelline dell’Irpef, pur sapendo bene che saranno altre decisioni ad incidere pesantemente sul nostro tenore di vita e sulla qualità dei servizi essenziali, le esternazioni ad effetto (magari smentite qualche ora dopo) del ministro di turno, il biascicare inconcludente di politici, giornalisti, economisti, sinistri, destristi ed ogni altro esemplare della fauna che compone il circo della cattiva informazione.
domenica 1 ottobre 2006
Rubo ai ricchi ed anche ai poveri
Marco Cedolin
Per quanto si tenti di guardarla con occhio benevolo, per quanto ci si sforzi d’interpretarla in maniera positiva, per quanto si tenti di soppesarla con cautela, si è costretti ad ammettere che la nuova finanziaria sta nascendo sotto una cattiva stella.
Romano Prodi nelle vesti di novello Robin Hood è poco credibile, troppo sovrappeso e troppo poco incline ad imprese eroiche, così come inclini a ben altro genere d’imprese sono Little John Fassino e gli altri suoi compagni. L’Italia come rappresentazione della foresta di Sherwood non convince, deturpata dalle infrastrutture e dall’inquinamento propone più piloni di cemento armato che alberi. Gli Sceriffi di Nottingham sono troppi e quando espropriano le case per fare passare il TAV, per costruire un inceneritore o una circonvallazione raccontano di farlo per il bene dei poveri.
Il tutto è ancora in fase di discussione, di concertazione, di confronto fra le parti ma fra le pieghe del brusio di questo conciliabolo qualche indicazione di massima sembra emergere e prestarsi a qualche sia pur prematura considerazione.
Innanzitutto l’entità della manovra sembra attestarsi definitivamente sui 33 miliardi di euro, una grossa cifra che imporrà giocoforza altrettanto grossi sacrifici per tutti a prescindere dalla logica con la quale si è inteso ripartirla.
Il primo sacrificio in ordine d’importanza riguarda il taglio dei finanziamenti agli enti locali, nell’ordine dei 5 miliardi di euro. Questo taglio si ripercuoterà automaticamente su servizi essenziali quali sanità e scuola ed indurrà le amministrazioni a recuperare almeno parzialmente il minore gettito attraverso l’introduzione di nuove tasse e l’innalzamento delle aliquote di quelle che già esistono.
A questo riguardo è probabile l’introduzione del ticket sul pronto soccorso (fatti salvi i casi più gravi) sulle ricette, l’aumento di oltre il 10% dei ticket sulla diagnostica e sulle prestazioni specialistiche, l’introduzione della “tassa di scopo” e la devoluzione del catasto a partire da Febbraio 2007.
E’ bene sottolineare come il taglio dei finanziamenti agli enti locali e tutte le sue conseguenze in termine di decadimento del servizio e aumento della tassazione colpirà in maniera indiscriminata tutti i cittadini a prescindere dall’entità del loro reddito, rivelandosi in proporzione maggiormente gravoso per coloro che hanno scarsa disponibilità finanziaria e non possono oltretutto permettersi a livello sanitario e scolastico l’alternativa privata.
Dopo le accese discussioni delle ultime settimane le pensioni non dovrebbero essere oggetto d’interventi sostanziali, tranne un ritardo nei tempi “di uscita” per coloro che andranno in pensione il prossimo anno.
Sarà però anticipata al 2007 la riforma del TFR che da tempo suscita forti perplessità. In questo ambito l’intenzione sembra quella di destinare all’INPS al fine di “ossigenarla” una quota del TFR che precedentemente restava immobilizzata nelle aziende.
In campo IRPEF è previsto un modesto innalzamento (da 7500 a 8000 euro) del vergognosamente basso limite di reddito sotto al quale non si pagano le tasse, tale da consentire al massimo il recupero dell’inflazione. A questo proposito credo sia doveroso sottolineare come il vero problema che affligge chi deve sopravvivere con un reddito di 600/650 euro al mese non risieda certo nelle tasse ma nell’impossibilità di mettere tutti i giorni qualcosa sotto i denti e dotarsi di un riparo contro le intemperie.
Dovrebbe (anche se le discussioni a questo riguardo sono ancora molto accese) salire al 43% l’aliquota per i redditi superiori ai 70.000 euro e diminuire leggermente quella per i redditi inferiori ai 40.000 euro, intervento che se sarà confermato si manifesterà, insieme all’aumento degli assegni famigliari per i redditi medio/bassi, come l’unico di tutta la finanziaria vagamente ispirato all’eroe popolare inglese.
La tassazione delle rendite salirà al 20% uniformandosi agli altri paesi europei, anche se si ventila che da questa operazione potrebbero essere esentati i nuovi “bond-infrastrutture” verso i quali si vuole evidentemente indirizzare l’attenzione del risparmiatore.
Saranno aumentati i contributi dei lavoratori autonomi e parasubordinati, colpendo anche in questo caso in maniera indiscriminata milioni di contribuenti dalla componente estremamente eterogenea. Non esistono infatti affinità di reddito fra un ricco notaio e il ragazzo che guida il camion dei gelati, il titolare di un grande magazzino e un rappresentante di prodotti per cartoleria, un farmacista e la signora che sopravvive dentro una piccola merceria.
Sono previsti svariati interventi per sostenere il mezzogiorno, dal deja vu del bonus automatico per le imprese che assumono e fanno investimenti, al progetto d’importazione francese che consiste nell’individuazione di alcune aree nelle quali sarà possibile avviare nuove piccole attività imprenditoriali con sgravi fiscali e contributivi, fino al creativo escamotage di destinare le risorse stanziate per la costruzione del Ponte di Messina alla costruzione nel meridione di quelle infrastrutture basilari che attualmente mancano.
Sarà introdotta una supertassa per i SUV nel tentativo incomprensibile di colpire le categorie più ricche solamente in funzione del fatto che viaggino su un fuoristrada anziché in coupè o sullo station wagon. Per pareggiare il conto saranno esentati dal pagamento del bollo di circolazione per 5 anni coloro che dal primo gennaio 2007 acquisteranno un’auto euro4. Un provvedimento di falso spirito ecologico volto da un lato a favorire il monopolista italiano delle automobili, dall’altro a penalizzare le categorie meno abbienti che oltre al danno consistente nel non potersi permettere di cambiare l’auto, subiranno anche la beffa di pagare un balzello dal quale i redditi più alti (sempre che non incorrano nell’errore di acquistare un SUV) saranno esentati.
Il pubblico impiego è oggetto di feroci singolar tenzoni fra le varie parti dello stesso governo e le organizzazioni sindacali.
Le risorse destinate al rinnovo dei contratti allignano ancora nell’imponderabile mentre sembra sarà preso per buono l’assurto in virtù del quale sarà possibile assumere un lavoratore ogni 5 effettivi che per pensionamento o altro usciranno dal lavoro. Una condizione che porta automaticamente a riflettere sulle prospettive di occupazione che s’intendono dare ai giovani in questo paese.
Sarà riproposta la (spesso ventilata dal governo Berlusconi) polizza obbligatoria per i danni dovuti a calamità naturali. Un provvedimento finalizzato a preservare lo Stato da grandi esborsi in caso di terremoti, alluvioni ed altre catastrofi il cui costo ricadrà inevitabilmente sulle spalle dei cittadini proprietari di un immobile (la stragrande maggioranza degli italiani) con un peso inversamente proporzionale alla loro capacità di reddito.
Per quanto si tenti di guardarla con occhio benevolo, per quanto ci si sforzi d’interpretarla in maniera positiva, per quanto si tenti di soppesarla con cautela, si è costretti ad ammettere che la nuova finanziaria sta nascendo sotto una cattiva stella.
Romano Prodi nelle vesti di novello Robin Hood è poco credibile, troppo sovrappeso e troppo poco incline ad imprese eroiche, così come inclini a ben altro genere d’imprese sono Little John Fassino e gli altri suoi compagni. L’Italia come rappresentazione della foresta di Sherwood non convince, deturpata dalle infrastrutture e dall’inquinamento propone più piloni di cemento armato che alberi. Gli Sceriffi di Nottingham sono troppi e quando espropriano le case per fare passare il TAV, per costruire un inceneritore o una circonvallazione raccontano di farlo per il bene dei poveri.
Il tutto è ancora in fase di discussione, di concertazione, di confronto fra le parti ma fra le pieghe del brusio di questo conciliabolo qualche indicazione di massima sembra emergere e prestarsi a qualche sia pur prematura considerazione.
Innanzitutto l’entità della manovra sembra attestarsi definitivamente sui 33 miliardi di euro, una grossa cifra che imporrà giocoforza altrettanto grossi sacrifici per tutti a prescindere dalla logica con la quale si è inteso ripartirla.
Il primo sacrificio in ordine d’importanza riguarda il taglio dei finanziamenti agli enti locali, nell’ordine dei 5 miliardi di euro. Questo taglio si ripercuoterà automaticamente su servizi essenziali quali sanità e scuola ed indurrà le amministrazioni a recuperare almeno parzialmente il minore gettito attraverso l’introduzione di nuove tasse e l’innalzamento delle aliquote di quelle che già esistono.
A questo riguardo è probabile l’introduzione del ticket sul pronto soccorso (fatti salvi i casi più gravi) sulle ricette, l’aumento di oltre il 10% dei ticket sulla diagnostica e sulle prestazioni specialistiche, l’introduzione della “tassa di scopo” e la devoluzione del catasto a partire da Febbraio 2007.
E’ bene sottolineare come il taglio dei finanziamenti agli enti locali e tutte le sue conseguenze in termine di decadimento del servizio e aumento della tassazione colpirà in maniera indiscriminata tutti i cittadini a prescindere dall’entità del loro reddito, rivelandosi in proporzione maggiormente gravoso per coloro che hanno scarsa disponibilità finanziaria e non possono oltretutto permettersi a livello sanitario e scolastico l’alternativa privata.
Dopo le accese discussioni delle ultime settimane le pensioni non dovrebbero essere oggetto d’interventi sostanziali, tranne un ritardo nei tempi “di uscita” per coloro che andranno in pensione il prossimo anno.
Sarà però anticipata al 2007 la riforma del TFR che da tempo suscita forti perplessità. In questo ambito l’intenzione sembra quella di destinare all’INPS al fine di “ossigenarla” una quota del TFR che precedentemente restava immobilizzata nelle aziende.
In campo IRPEF è previsto un modesto innalzamento (da 7500 a 8000 euro) del vergognosamente basso limite di reddito sotto al quale non si pagano le tasse, tale da consentire al massimo il recupero dell’inflazione. A questo proposito credo sia doveroso sottolineare come il vero problema che affligge chi deve sopravvivere con un reddito di 600/650 euro al mese non risieda certo nelle tasse ma nell’impossibilità di mettere tutti i giorni qualcosa sotto i denti e dotarsi di un riparo contro le intemperie.
Dovrebbe (anche se le discussioni a questo riguardo sono ancora molto accese) salire al 43% l’aliquota per i redditi superiori ai 70.000 euro e diminuire leggermente quella per i redditi inferiori ai 40.000 euro, intervento che se sarà confermato si manifesterà, insieme all’aumento degli assegni famigliari per i redditi medio/bassi, come l’unico di tutta la finanziaria vagamente ispirato all’eroe popolare inglese.
La tassazione delle rendite salirà al 20% uniformandosi agli altri paesi europei, anche se si ventila che da questa operazione potrebbero essere esentati i nuovi “bond-infrastrutture” verso i quali si vuole evidentemente indirizzare l’attenzione del risparmiatore.
Saranno aumentati i contributi dei lavoratori autonomi e parasubordinati, colpendo anche in questo caso in maniera indiscriminata milioni di contribuenti dalla componente estremamente eterogenea. Non esistono infatti affinità di reddito fra un ricco notaio e il ragazzo che guida il camion dei gelati, il titolare di un grande magazzino e un rappresentante di prodotti per cartoleria, un farmacista e la signora che sopravvive dentro una piccola merceria.
Sono previsti svariati interventi per sostenere il mezzogiorno, dal deja vu del bonus automatico per le imprese che assumono e fanno investimenti, al progetto d’importazione francese che consiste nell’individuazione di alcune aree nelle quali sarà possibile avviare nuove piccole attività imprenditoriali con sgravi fiscali e contributivi, fino al creativo escamotage di destinare le risorse stanziate per la costruzione del Ponte di Messina alla costruzione nel meridione di quelle infrastrutture basilari che attualmente mancano.
Sarà introdotta una supertassa per i SUV nel tentativo incomprensibile di colpire le categorie più ricche solamente in funzione del fatto che viaggino su un fuoristrada anziché in coupè o sullo station wagon. Per pareggiare il conto saranno esentati dal pagamento del bollo di circolazione per 5 anni coloro che dal primo gennaio 2007 acquisteranno un’auto euro4. Un provvedimento di falso spirito ecologico volto da un lato a favorire il monopolista italiano delle automobili, dall’altro a penalizzare le categorie meno abbienti che oltre al danno consistente nel non potersi permettere di cambiare l’auto, subiranno anche la beffa di pagare un balzello dal quale i redditi più alti (sempre che non incorrano nell’errore di acquistare un SUV) saranno esentati.
Il pubblico impiego è oggetto di feroci singolar tenzoni fra le varie parti dello stesso governo e le organizzazioni sindacali.
Le risorse destinate al rinnovo dei contratti allignano ancora nell’imponderabile mentre sembra sarà preso per buono l’assurto in virtù del quale sarà possibile assumere un lavoratore ogni 5 effettivi che per pensionamento o altro usciranno dal lavoro. Una condizione che porta automaticamente a riflettere sulle prospettive di occupazione che s’intendono dare ai giovani in questo paese.
Sarà riproposta la (spesso ventilata dal governo Berlusconi) polizza obbligatoria per i danni dovuti a calamità naturali. Un provvedimento finalizzato a preservare lo Stato da grandi esborsi in caso di terremoti, alluvioni ed altre catastrofi il cui costo ricadrà inevitabilmente sulle spalle dei cittadini proprietari di un immobile (la stragrande maggioranza degli italiani) con un peso inversamente proporzionale alla loro capacità di reddito.
sabato 23 settembre 2006
Più veloci della vita
Marco Cedolin
Ieri in Germania, nella tratta di 31 km fra Lathen e Melstrup, il Transrapid, un vero mostro tecnologico in grado di declassare i TAV nostrani al ruolo di anacronistici retaggi del passato, si è schiantato alla velocità di 200 km/h contro una piattaforma mobile destinata alla manutenzione causando la morte di 23 fra i 30 passeggeri del convoglio.
Un brivido corre lungo la schiena al solo pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se anziché una corsa di prova con una trentina di passeggeri a bordo si fosse trattato di una normale corsa di linea con il convoglio occupato da centinaia di persone e i brividi si moltiplicano se pensiamo che il treno si è praticamente polverizzato a 200 km/h, una velocità inferiore alla metà di quella massima di 450km/h di cui il Transrapid è accreditato.
La causa della sciagura è stata attribuita ad un errore umano imputabile agli addetti alla manutenzione, ma il vero errore umano si palesa senza dubbio nello sciagurato progetto che pone sulla rotaia (per la precisione a circa 10 cm. dal suolo trattandosi di un treno a levitazione magnetica) un mezzo privo di conducente in grado di sfrecciare ad oltre 400 km/h nell’evidente impossibilità di porre rimedio ad una imprevista situazione di pericolo.
Il treno a levitazione magnetica, attualmente a livello mondiale operativo solo nel collegamento fra Shanghai ed il suo aeroporto, rappresenta il gradino successivo al TAV nella scala evolutiva dei treni superveloci. Rispetto al “nonno” può vantare una superiore velocità ed un minore impatto ambientale delle infrastrutture (pur sempre fortemente invasive) deputate a farlo correre. La complessità delle stesse infrastrutture le rende però enormemente costose ed esistono forti perplessità legate alle conseguenze sul corpo umano del forte campo magnetico necessario per muovere il treno.
L’incidente tedesco, oltre a porre in risalto la pericolosità di sistemi di trasporto tanto avveniristici quanto scarsamente inclini al rispetto delle più elementari regole della sicurezza, ci porta ad una riflessione sulla spasmodica ricerca di “velocità” che ammorba la nostra società contemporanea. E’ lecito domandarsi quante risorse energetiche ed ambientali sia ragionevole sacrificare sull’altare di un molte volte risibile risparmio di tempo.
Nonostante la diffusa propensione all’ipercinetismo e un’artificiosa “fretta compulsiva” che sempre più s’insinuano nelle nostre giornate, credo sarebbe opportuno riconsiderare razionalmente ritmi e tempi che ci stanno sempre più sfuggendo di mano.
Una normale linea ferroviaria, scarsamente impattante dal punto di vista ambientale, sulla quale corrano treni altrettanto normali, pilotati da un conducente in carne ed ossa, possibilmente puliti e sicuri, rappresenterebbe un vero segnale di progresso.Il futuro non alligna nell’illusorio risparmio di tempo pagato a caro prezzo ma nella capacità di usare in maniera costruttiva il tempo che si ha a disposizione, premurandosi che ne ereditino un poco anche i nostri nipoti.
Ieri in Germania, nella tratta di 31 km fra Lathen e Melstrup, il Transrapid, un vero mostro tecnologico in grado di declassare i TAV nostrani al ruolo di anacronistici retaggi del passato, si è schiantato alla velocità di 200 km/h contro una piattaforma mobile destinata alla manutenzione causando la morte di 23 fra i 30 passeggeri del convoglio.
Un brivido corre lungo la schiena al solo pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se anziché una corsa di prova con una trentina di passeggeri a bordo si fosse trattato di una normale corsa di linea con il convoglio occupato da centinaia di persone e i brividi si moltiplicano se pensiamo che il treno si è praticamente polverizzato a 200 km/h, una velocità inferiore alla metà di quella massima di 450km/h di cui il Transrapid è accreditato.
La causa della sciagura è stata attribuita ad un errore umano imputabile agli addetti alla manutenzione, ma il vero errore umano si palesa senza dubbio nello sciagurato progetto che pone sulla rotaia (per la precisione a circa 10 cm. dal suolo trattandosi di un treno a levitazione magnetica) un mezzo privo di conducente in grado di sfrecciare ad oltre 400 km/h nell’evidente impossibilità di porre rimedio ad una imprevista situazione di pericolo.
Il treno a levitazione magnetica, attualmente a livello mondiale operativo solo nel collegamento fra Shanghai ed il suo aeroporto, rappresenta il gradino successivo al TAV nella scala evolutiva dei treni superveloci. Rispetto al “nonno” può vantare una superiore velocità ed un minore impatto ambientale delle infrastrutture (pur sempre fortemente invasive) deputate a farlo correre. La complessità delle stesse infrastrutture le rende però enormemente costose ed esistono forti perplessità legate alle conseguenze sul corpo umano del forte campo magnetico necessario per muovere il treno.
L’incidente tedesco, oltre a porre in risalto la pericolosità di sistemi di trasporto tanto avveniristici quanto scarsamente inclini al rispetto delle più elementari regole della sicurezza, ci porta ad una riflessione sulla spasmodica ricerca di “velocità” che ammorba la nostra società contemporanea. E’ lecito domandarsi quante risorse energetiche ed ambientali sia ragionevole sacrificare sull’altare di un molte volte risibile risparmio di tempo.
Nonostante la diffusa propensione all’ipercinetismo e un’artificiosa “fretta compulsiva” che sempre più s’insinuano nelle nostre giornate, credo sarebbe opportuno riconsiderare razionalmente ritmi e tempi che ci stanno sempre più sfuggendo di mano.
Una normale linea ferroviaria, scarsamente impattante dal punto di vista ambientale, sulla quale corrano treni altrettanto normali, pilotati da un conducente in carne ed ossa, possibilmente puliti e sicuri, rappresenterebbe un vero segnale di progresso.Il futuro non alligna nell’illusorio risparmio di tempo pagato a caro prezzo ma nella capacità di usare in maniera costruttiva il tempo che si ha a disposizione, premurandosi che ne ereditino un poco anche i nostri nipoti.
venerdì 8 settembre 2006
L'arte del nemico invisibile
Marco Cedolin
Quando intorno al V secolo AC il Maestro Sun Tzu si accingeva a scrivere “l’arte della guerra” non esistevano ancora i mass media, la televisione e le registrazioni digitali. Non si stava avvicinando il quinto anniversario dell’11 settembre e Al Jazira doveva ancora lanciare nelle edicole il nuovo video dell’infinita produzione CIA, incentrato sulle bucoliche passeggiate di Osama Bin Ladin intento a progettare la distruzione delle Torri Gemelle, mentre con passo sicuro pratica esercizio di trekking fra le montagne dell’Afghanistan.
Nonostante ciò il suo libretto universalmente considerato un vero capolavoro nell’ambito della strategia militare è stato tramandato fino ai nostri giorni, contribuendo alla formazione di generazioni e generazioni di generali ed esperti militari. Insegnamenti vecchi di oltre duemila anni sembrano essere di un’attualità sconcertante, tanto universale pur nella sua semplicità è la valenza dei concetti esposti.
Esiste però un piccolo particolare in virtù del quale il libretto di Sun Tzu si mostra anacronistico ed incapace d’interpretare la realtà dei nostri giorni, fatta di videoclip e di dissolvenze.
Sun Tzu nel suo componimento immagina sempre di avere di fronte un vero nemico. Un nemico in carne ed ossa per intenderci, magari scaltro, magari coraggioso, talvolta numericamente superiore, altre volte inferiore, talvolta propenso ad attaccare in massa oppure a tergiversare ma sempre e comunque dotato di una dimensione reale.
Nel mondo di Sun Tzu l’esistenza di un nemico era prerogativa imprescindibile perché fosse necessario l’uso “dell’arte della guerra”, nel mondo di Geoge Bush e di tutta la schiera di feudatari che ne compongono la corte, la prerogativa è costituita invece dalla guerra (artistica o meno poco importa non essendo i firmatari del PNAC palati così fini) e in mancanza di un nemico si procede a costruirlo “in laboratorio”. Nessun nemico sarà mai perfetto e funzionale a giustificare le mira imperialistiche di una nazione o di un blocco di nazioni come un nemico che non esiste.
Il nemico che non esiste è il più scaltro di tutti, il più feroce di tutti, il più pericoloso di tutti, e conseguentemente il più detestabile. Il nemico che non esiste compare e scompare con la velocità di una tigre, colpisce senza pietà, alligna dappertutto ed in nessun posto ed è immarcescibile.
Nel mondo di Sun Tzu i nemici (quelli reali) venivano sconfitti e le guerre finivano, in quello dei nostri giorni i nemici (costruiti in laboratorio) si rigenerano come per incanto e la guerra diventa un’arte permanente da portare avanti giorno dopo giorno per conseguire gli scopi più svariati.
Nel mondo di Sun Tzu i generali badavano alla strategia ed i soldati combattevano contro altri soldati. Nel nostro le strategie vincenti sono quelle dei mass media con le loro schiere di pennivendoli, produttori di videoclip e opinionisti da talk show, mentre battaglioni di mercenari e droni (intelligenti?!) massacrano popolazioni civili.
Nel nostro mondo si avvicina il quinto anniversario dell’11 settembre, forse la più grande e drammatica rappresentazione filmica che la storia abbia mai conosciuto ed il nemico che non esiste diventa ogni giorno più invisibile e al contempo onnipresente, un nemico camaleontico che si specchia nel viso smunto di Osama Bin Ladin a passeggio fra le montagne o nelle foto segnaletiche dei “terroristi” pachistani autori di un attentato che non è mai esistito, con buona pace del Maestro Sun Tzu che al nemico invisibile non aveva proprio pensato.
Quando intorno al V secolo AC il Maestro Sun Tzu si accingeva a scrivere “l’arte della guerra” non esistevano ancora i mass media, la televisione e le registrazioni digitali. Non si stava avvicinando il quinto anniversario dell’11 settembre e Al Jazira doveva ancora lanciare nelle edicole il nuovo video dell’infinita produzione CIA, incentrato sulle bucoliche passeggiate di Osama Bin Ladin intento a progettare la distruzione delle Torri Gemelle, mentre con passo sicuro pratica esercizio di trekking fra le montagne dell’Afghanistan.
Nonostante ciò il suo libretto universalmente considerato un vero capolavoro nell’ambito della strategia militare è stato tramandato fino ai nostri giorni, contribuendo alla formazione di generazioni e generazioni di generali ed esperti militari. Insegnamenti vecchi di oltre duemila anni sembrano essere di un’attualità sconcertante, tanto universale pur nella sua semplicità è la valenza dei concetti esposti.
Esiste però un piccolo particolare in virtù del quale il libretto di Sun Tzu si mostra anacronistico ed incapace d’interpretare la realtà dei nostri giorni, fatta di videoclip e di dissolvenze.
Sun Tzu nel suo componimento immagina sempre di avere di fronte un vero nemico. Un nemico in carne ed ossa per intenderci, magari scaltro, magari coraggioso, talvolta numericamente superiore, altre volte inferiore, talvolta propenso ad attaccare in massa oppure a tergiversare ma sempre e comunque dotato di una dimensione reale.
Nel mondo di Sun Tzu l’esistenza di un nemico era prerogativa imprescindibile perché fosse necessario l’uso “dell’arte della guerra”, nel mondo di Geoge Bush e di tutta la schiera di feudatari che ne compongono la corte, la prerogativa è costituita invece dalla guerra (artistica o meno poco importa non essendo i firmatari del PNAC palati così fini) e in mancanza di un nemico si procede a costruirlo “in laboratorio”. Nessun nemico sarà mai perfetto e funzionale a giustificare le mira imperialistiche di una nazione o di un blocco di nazioni come un nemico che non esiste.
Il nemico che non esiste è il più scaltro di tutti, il più feroce di tutti, il più pericoloso di tutti, e conseguentemente il più detestabile. Il nemico che non esiste compare e scompare con la velocità di una tigre, colpisce senza pietà, alligna dappertutto ed in nessun posto ed è immarcescibile.
Nel mondo di Sun Tzu i nemici (quelli reali) venivano sconfitti e le guerre finivano, in quello dei nostri giorni i nemici (costruiti in laboratorio) si rigenerano come per incanto e la guerra diventa un’arte permanente da portare avanti giorno dopo giorno per conseguire gli scopi più svariati.
Nel mondo di Sun Tzu i generali badavano alla strategia ed i soldati combattevano contro altri soldati. Nel nostro le strategie vincenti sono quelle dei mass media con le loro schiere di pennivendoli, produttori di videoclip e opinionisti da talk show, mentre battaglioni di mercenari e droni (intelligenti?!) massacrano popolazioni civili.
Nel nostro mondo si avvicina il quinto anniversario dell’11 settembre, forse la più grande e drammatica rappresentazione filmica che la storia abbia mai conosciuto ed il nemico che non esiste diventa ogni giorno più invisibile e al contempo onnipresente, un nemico camaleontico che si specchia nel viso smunto di Osama Bin Ladin a passeggio fra le montagne o nelle foto segnaletiche dei “terroristi” pachistani autori di un attentato che non è mai esistito, con buona pace del Maestro Sun Tzu che al nemico invisibile non aveva proprio pensato.
domenica 3 settembre 2006
Rutelli ha scoperto le ferie permanenti
Marco Cedolin
Nell’atmosfera pesante che permea questi primi giorni di settembre, fra le pieghe di argomenti spinosi e complessi quali la nuova finanziaria, il destino delle pensioni, la missione italiana in Libano, il problema del difficile risanamento del debito pubblico del Paese che sembra dovere giocoforza passare attraverso l’incremento del debito personale di coloro che il paese lo abitano, per fortuna c’è ancora spazio per sorridere. Magari si tratterà di un sorriso amaro, più simile ad un tic nervoso che non a quei sorrisi distesi e giocondi che traggono spunto dalla gioia dell’animo ma siccome “accontentarsi” è la prima regola per assurgere alla felicità è impossibile non essere grati al Vice Presidente del Consiglio Francesco Rutelli per le esternazioni pronunciate in quel di Cernobbio.
Rutelli ha esordito affermando “come sia tempo che gli italiani cambino le loro abitudini per quanto riguarda le vacanze” dimenticando che negli ultimi anni per una grossa parte d’italiani si è purtroppo persa proprio l’abitudine di andare in vacanza a causa dell’evidente indisponibilità a recuperare quei quattrini indispensabili per trasmigrare verso i luoghi deputati all’ozio e alla contemplazione. Il Vice Presidente del Consiglio si è poi chiesto “se sia giusto che nel 2006 si vada in vacanza come si andava nel 1966” nonostante il progresso (aggiungo io che a sorridere ci provo sempre un gran gusto) ci abbia finalmente affrancati da quei mezzi obsoleti (auto e moto) che nel 1966 erano indispensabili per raggiungere le spiagge e i monti.“Basta con i tre mesi estivi, l’Italia deve adeguare le sue vacanze ad un nuovo modo di fare turismo” che contempli dunque tutti i mesi dell’anno, continua Rutelli che poi aggiunge come questa sua proposta già portata in Consiglio dei Ministri avrebbe ricadute importanti “su quella grande industria nazionale, con grandi potenzialità che è il turismo”.
Premesso il radicale cambiamento (in parte voluto e in parte obbligato) delle abitudini degli italiani che da molti anni a questa parte si sono visti costretti o hanno scelto di mutuare il canonico “mese di agosto in vacanza” proprio degli anni 60/70 con periodi molto più brevi spalmati nel corso dell’anno, fino ad arrivare al weekend mordi e fuggi, davvero si fatica non poco ad evitare di sorridere entrando nel merito delle parole pronunciate dal vice Premier. Anche nel 2006 l’aereo, poco inquinante e poco costoso, per quanto ne sia aumentato l’uso è ancora lontano dall’essere in cima alla lista dei mezzi di trasporto adottati dagli italiani che per andare in vacanza continuano a preferire mezzi anacronistici quali l’auto, la moto ed il treno come nel 1966 e questo piccolo particolare sembra essere il primo a rivelarsi in netto contrasto con il progetto di Rutelli.L’impiegato di Milano, come l’operaio di Torino, il bancario di Prato o l’insegnante di Frosinone, condannati alle “ferie” nei mesi di ottobre e novembre o gennaio e febbraio credo avrebbero qualche difficoltà a distendersi sulle spiagge umide e gelate della riviera romagnola, pur sostituendo l’olio solare con abbondanti dosi di grasso di foca e certo non andrebbe meglio a coloro che scegliessero le rive del Tirreno, il mare della Sardegna o il fascino del Lago di Garda, sulle cui sponde oltretutto la nebbia li metterebbe a rischio di colossali capocciate durante la passeggiata sul bagnasciuga.
Credo il discorso sarebbe paritetico ed il divertimento assai contenuto anche per coloro che “usano” le ferie per abitare la casa in campagna (per pagare l’ICI della quale sacrificano almeno un mese del loro stipendio) alle prese con la bruma mattutina e la natura decorata dalla galaverna sarebbero costretti a “sopravvivere” lunghe penose giornate davanti al camino a giocare a carte, per evitare di diventare anche loro parte integrante (congelata) dell’immagine poetica che la natura offre di sé quando giace addormentata durante il sonno invernale.
Anche i soggiorni negli agriturismo e le visite alle città d’arte perdono gran parte del loro fascino quando si deve combattere contro l’inclinazione dell’ombrello, il vento gelato che ti sferza la faccia, i piedi che iniziano ad intorpidirsi, la navigazione a vista nelle pozzanghere ed altre esperienze che accompagnano immancabilmente il deambulare nelle nostre città durante i mesi invernali.Pur comprendendo quanto Rutelli confidi nello stravolgimento del clima indotto dall’effetto serra, l’unica possibilità per il forzato delle ferie Autunno/Inverno resterebbe dunque quella dell’espatrio coatto verso qualche località esotica , ammesso che le sue finanze possano sostenerlo in questo intendimento.
Le ricadute di un simile progetto sull’industria del turismo nazionale sarebbero perciò sicuramente importanti, come dice Rutelli, ma solamente perché condurrebbero sul lastrico gran parte degli albergatori, stabilimenti balneari, agriturismo, e tutti coloro che operano nell’ambito dell’accoglienza turistica nel nostro paese. Costringere una parte d’italiani a trascorrere le ferie all’estero, disertando le località di casa nostra non mi sembra un grande esercizio di buon senso, ma piuttosto un’idea balzana e pericolosa a prescindere dal fatto che si rapporti con la realtà del 1966 o del 2006.
La proposta delle “ferie permanenti” sempre che non si confondano le ferie con la disoccupazione, troverebbe anche parecchi scogli nell’ambito dell’integrazione con l’anno scolastico. Rutelli a questo proposito afferma di averne già parlato con il Ministro della Pubblica Istruzione Fioroni e da questo confronto d’idee forse nascerà un nuovo sistema di valutazione delle assenze scolastiche fondato sui debiti e crediti in questo caso vacanzieri e non formativi.
Potrebbe non essere inusuale in futuro prossimo vedere le scuole aperte nel mese di agosto, così incuranti della canicola e del solleone il ragazzino umbro trascinato dalla famiglia nel mese di novembre su quel ramo del lago di Como tanto caro al Manzoni potrà ascoltare la lezione della professoressa toscana che ha trascorso metà gennaio fra i licheni della tundra di Riccione, entrambi figli del progresso e della crescita, della fantasia.
Nell’atmosfera pesante che permea questi primi giorni di settembre, fra le pieghe di argomenti spinosi e complessi quali la nuova finanziaria, il destino delle pensioni, la missione italiana in Libano, il problema del difficile risanamento del debito pubblico del Paese che sembra dovere giocoforza passare attraverso l’incremento del debito personale di coloro che il paese lo abitano, per fortuna c’è ancora spazio per sorridere. Magari si tratterà di un sorriso amaro, più simile ad un tic nervoso che non a quei sorrisi distesi e giocondi che traggono spunto dalla gioia dell’animo ma siccome “accontentarsi” è la prima regola per assurgere alla felicità è impossibile non essere grati al Vice Presidente del Consiglio Francesco Rutelli per le esternazioni pronunciate in quel di Cernobbio.
Rutelli ha esordito affermando “come sia tempo che gli italiani cambino le loro abitudini per quanto riguarda le vacanze” dimenticando che negli ultimi anni per una grossa parte d’italiani si è purtroppo persa proprio l’abitudine di andare in vacanza a causa dell’evidente indisponibilità a recuperare quei quattrini indispensabili per trasmigrare verso i luoghi deputati all’ozio e alla contemplazione. Il Vice Presidente del Consiglio si è poi chiesto “se sia giusto che nel 2006 si vada in vacanza come si andava nel 1966” nonostante il progresso (aggiungo io che a sorridere ci provo sempre un gran gusto) ci abbia finalmente affrancati da quei mezzi obsoleti (auto e moto) che nel 1966 erano indispensabili per raggiungere le spiagge e i monti.“Basta con i tre mesi estivi, l’Italia deve adeguare le sue vacanze ad un nuovo modo di fare turismo” che contempli dunque tutti i mesi dell’anno, continua Rutelli che poi aggiunge come questa sua proposta già portata in Consiglio dei Ministri avrebbe ricadute importanti “su quella grande industria nazionale, con grandi potenzialità che è il turismo”.
Premesso il radicale cambiamento (in parte voluto e in parte obbligato) delle abitudini degli italiani che da molti anni a questa parte si sono visti costretti o hanno scelto di mutuare il canonico “mese di agosto in vacanza” proprio degli anni 60/70 con periodi molto più brevi spalmati nel corso dell’anno, fino ad arrivare al weekend mordi e fuggi, davvero si fatica non poco ad evitare di sorridere entrando nel merito delle parole pronunciate dal vice Premier. Anche nel 2006 l’aereo, poco inquinante e poco costoso, per quanto ne sia aumentato l’uso è ancora lontano dall’essere in cima alla lista dei mezzi di trasporto adottati dagli italiani che per andare in vacanza continuano a preferire mezzi anacronistici quali l’auto, la moto ed il treno come nel 1966 e questo piccolo particolare sembra essere il primo a rivelarsi in netto contrasto con il progetto di Rutelli.L’impiegato di Milano, come l’operaio di Torino, il bancario di Prato o l’insegnante di Frosinone, condannati alle “ferie” nei mesi di ottobre e novembre o gennaio e febbraio credo avrebbero qualche difficoltà a distendersi sulle spiagge umide e gelate della riviera romagnola, pur sostituendo l’olio solare con abbondanti dosi di grasso di foca e certo non andrebbe meglio a coloro che scegliessero le rive del Tirreno, il mare della Sardegna o il fascino del Lago di Garda, sulle cui sponde oltretutto la nebbia li metterebbe a rischio di colossali capocciate durante la passeggiata sul bagnasciuga.
Credo il discorso sarebbe paritetico ed il divertimento assai contenuto anche per coloro che “usano” le ferie per abitare la casa in campagna (per pagare l’ICI della quale sacrificano almeno un mese del loro stipendio) alle prese con la bruma mattutina e la natura decorata dalla galaverna sarebbero costretti a “sopravvivere” lunghe penose giornate davanti al camino a giocare a carte, per evitare di diventare anche loro parte integrante (congelata) dell’immagine poetica che la natura offre di sé quando giace addormentata durante il sonno invernale.
Anche i soggiorni negli agriturismo e le visite alle città d’arte perdono gran parte del loro fascino quando si deve combattere contro l’inclinazione dell’ombrello, il vento gelato che ti sferza la faccia, i piedi che iniziano ad intorpidirsi, la navigazione a vista nelle pozzanghere ed altre esperienze che accompagnano immancabilmente il deambulare nelle nostre città durante i mesi invernali.Pur comprendendo quanto Rutelli confidi nello stravolgimento del clima indotto dall’effetto serra, l’unica possibilità per il forzato delle ferie Autunno/Inverno resterebbe dunque quella dell’espatrio coatto verso qualche località esotica , ammesso che le sue finanze possano sostenerlo in questo intendimento.
Le ricadute di un simile progetto sull’industria del turismo nazionale sarebbero perciò sicuramente importanti, come dice Rutelli, ma solamente perché condurrebbero sul lastrico gran parte degli albergatori, stabilimenti balneari, agriturismo, e tutti coloro che operano nell’ambito dell’accoglienza turistica nel nostro paese. Costringere una parte d’italiani a trascorrere le ferie all’estero, disertando le località di casa nostra non mi sembra un grande esercizio di buon senso, ma piuttosto un’idea balzana e pericolosa a prescindere dal fatto che si rapporti con la realtà del 1966 o del 2006.
La proposta delle “ferie permanenti” sempre che non si confondano le ferie con la disoccupazione, troverebbe anche parecchi scogli nell’ambito dell’integrazione con l’anno scolastico. Rutelli a questo proposito afferma di averne già parlato con il Ministro della Pubblica Istruzione Fioroni e da questo confronto d’idee forse nascerà un nuovo sistema di valutazione delle assenze scolastiche fondato sui debiti e crediti in questo caso vacanzieri e non formativi.
Potrebbe non essere inusuale in futuro prossimo vedere le scuole aperte nel mese di agosto, così incuranti della canicola e del solleone il ragazzino umbro trascinato dalla famiglia nel mese di novembre su quel ramo del lago di Como tanto caro al Manzoni potrà ascoltare la lezione della professoressa toscana che ha trascorso metà gennaio fra i licheni della tundra di Riccione, entrambi figli del progresso e della crescita, della fantasia.
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