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martedì 10 giugno 2014

Speciale Mose seconda parte: una risposta sbagliata

Marco Cedolin
Le pesanti critiche di cui il sistema Mose è stato fatto oggetto fin dalla presentazione del primo progetto nel 1992, riguardano sia l’enorme impatto delle opere sul territorio e sull’economia locale (pesca, acquacoltura, turismo e porto) sia la scarsa utilità dell’infrastruttura, sia l’altissimo costo di un progetto che non garantisce risultati proporzionati all’investimento, sia il fatto che la scelta del MOSE sia stata portata avanti senza mai prendere in considerazione progetti alternativi caratterizzati da diverse concezioni progettuali e modalità di gestione.
Rifiutando tutte le più elementari regole della logica il Mose si propone inoltre di risolvere il problema delle “acque alte” intervenendo solamente sul fenomeno e non sulle cause che contribuiscono ad ingenerarlo....

Sostanzialmente anche nel caso del MOSE, come spesso ci accadrà di riscontrare durante il nostro viaggio all’interno delle grandi opere, l’uomo moderno continua ad inseguire il mito dell’onnipotenza della tecnica, cercando di rimediare ad un problema (quello delle alte maree) aggravato dalla sconsiderata attività umana ( lo scavo dei fondali, la sottrazione di territorio alla laguna, lo sfruttamento delle falde ad uso industriale) attraverso un’altrettanto sconsiderata ed invasiva attività umana (il MOSE) con il rischio di peggiorare ulteriormente la situazione, probabilmente in maniera irreversibile. Si crea una spirale perversa dove la risposta della natura violentata dall’ingerenza dell’intervento umano, viene affrontata attraverso nuovi interventi umani ancora più violenti che ingenereranno per forza di cose ancora più drammatiche risposte da parte della natura alle quali con tutta probabilità non saremo in grado di fare fronte.

Le riflessioni riguardo alla reale utilità del sistema Mose prendono spunto dal fatto che le paratoie sono progettate per entrare in funzione solamente quando l’alta marea supera il livello dei 110 cm. e in conseguenza di ciò l’opera non è in grado di offrire assolutamente alcun genere di protezione per tutte le acque alte di portata inferiore ai 110 cm. A questo riguardo occorre anche sottolineare come nell’ambito di un progetto di questo tipo sarebbe impossibile abbassare sotto i 110 cm. la soglia di messa in funzione delle paratoie, senza penalizzare oltremisura l’attività portuale ed aumentare in maniera sostanziosa l’inquinamento delle acque lagunari a causa del sopravvenuto limitato interscambio fra mare e laguna.
I dati statistici concernenti l’ultimo decennio indicano che una struttura come quella del Mose si sarebbe attivata mediamente circa tre volte l’anno, a fronte di oltre una cinquantina di casi annui di acque alte minori di 110 cm. che avrebbero continuato a creare danni e disagi nonostante la presenza dell’opera. A dimostrazione di questa realtà oggettiva basti pensare che nel corso del 2003 si sono verificati solamente 7 casi di marea superiore ai 110 cm. contro 87 casi di alta marea inferiore alla soglia, nel 2004 solo 5 casi di marea superiore a fronte di 80 inferiori, nel 2005 un solo caso superiore ai 110 cm. contro 61 di portata inferiore.
Il sistema Mose si presenta dunque come un progetto di scarsa utilità, in quanto nonostante un investimento colossale di 4,5 miliardi di euro, la città di Venezia continuerebbe a restare in balia di tutte le alte maree (la stragrande maggioranza) che non arrivano a superare i 110 cm.
Inoltre se negli anni a venire continuasse l’innalzamento del livello marino in conseguenza dell’effetto serra, come ampiamente previsto dagli scienziati, il Mose perderebbe anche la poca utilità residuale, diventando completamente inutilizzabile. Il progetto che necessita di almeno 10 anni per essere portato a termine rischierebbe perciò di diventare anacronistico prima ancora della sua inaugurazione.

Un’altra fondata critica che fin dall’inizio è stata mossa al sistema Mose riguarda l’assoluta irreversibilità dell’impatto dell’opera sul sistema ambientale sia acquatico che terrestre, indotta dalla posa dei pali di fondazione e dei cassoni di alloggiamento, alla quale si verrebbe ad aggiungere il pericolo legato alla possibilità d’infiltrazioni di gas metano e anidride solforosa attraverso le solette dei manufatti in calcestruzzo. A questo proposito vale la pena di ricordare che proprio le Leggi Speciali per Venezia, fissano come fondamentali i criteri di reversibilità, gradualità, flessibilità e sperimentabilità per qualsiasi intervento venga compiuto in laguna.

Anche dal punto di vista economico/sociale il Mose manifesta una lunga serie di negatività di assoluta importanza.
Le ricadute di un progetto talmente invasivo da mutare in modo permanente il regime idraulico dell’intera laguna, penalizzeranno in primo luogo le attività di pesca, inducendo trasformazioni e mutamenti nella morfologia lagunare e nella fauna ittica, nonché una notevole perdita delle biodiversità.
Le opere determineranno gravi intralci alla navigazione dei pescherecci, metteranno a rischio di erosione e d’inquinamento il lido di Sottomarina, a causa dell’alterazione del regime delle correnti, danneggeranno il turismo, determinando un mutamento irreversibile del paesaggio lagunare ed imponendo la presenza di grandi cantieri che per almeno 10 anni devasteranno aree di assoluta importanza paesaggistica, alcune delle quali protette. In virtù di ciò il 18 gennaio 2006 la Commissione Europea ha avviato una procedura d’infrazione nei confronti del governo italiano, riguardante i lavori preliminari già in corso nella laguna di Venezia.
Il progetto Mose penalizzerà inoltre in maniera pesante il porto commerciale, destinato a subire in futuro le conseguenze di diversi giorni di chiusura delle bocche di porto e dirotterà su un’unica opera tutte le risorse finanziarie della Legge Speciale per Venezia, svuotando gli enti locali delle risorse indispensabili per la manutenzione dei centri storici e per la pianificazione della riqualificazione urbanistica ed ambientale.

L’ingegnere idraulico Arturo Colamussi, che ha lavorato per anni con il Consorzio Venezia Nuova, ha elaborato recentemente uno studio per il comune di Venezia. Egli mette in evidenza come nessuno sbarramento antimarea al mondo abbia un numero così grande di moduli interdipendenti da controllare (il Tamigi ne ha 6, la diga mobile Maesland sulla Schelda e la Hartel Barrier ne hanno 2) e tutti consentono ispezioni all’asciutto. Il Mose permette invece solamente ispezioni sottomarine estremamente più complesse e costose. Colamussi evidenzia inoltre come nel caso (più che probabile nel tempo) di malfunzionamento di una delle paratoie, l’accumulo dei sedimenti nel varco lasciato libero potrebbe impedire il funzionamento delle paratoie vicine arrivando a mettere in crisi l’intero sistema.
Il professor Giovanni Benvenuto del Dipartimento di ingegneria navale e Tecnologie marine dell’Università di Genova, conferma l’esistenza di aspetti critici nel progetto Mose. Egli evidenzia in particolare i problemi relativi ai connettori meccanici, ai tunnel, alla difficoltà di manutenzione e alla presenza di gas pericolosi. Benvenuto critica la scelta della disposizione delle paratoie che a suo avviso non garantisce una stabilità intrinseca, per cui è necessario utilizzare un complesso sistema di controllo attivo che comporta un consistente consumo di energia e il rischio d’instabilità in caso di avarie.
Il professor Antonio Campanile, ordinario di strutture Offshore all’Università di Napoli, invita ad eseguire mirate prove sperimentali in quanto lo sfasamento di moto delle paratoie potrebbe ridurre le capacità di tenuta della barriera.

Tratto da Grandi Opere Arianna Edizioni 2008

2 commenti:

marco schanzer ha detto...

Pero' , 110 e' effettivamente la soglia di disturbo , il livello sopra il quale Venezia diviene meno fruibile , la mia lunga esperienza conferma il valore di quella quota...e non c'e' dubbio che il rischio di infognarsi ostacolando il ricambio...e' il rischio piu' importante .

Quello che trovo frustrante e' che con 5 mld........si sarebbe anche potuto affrontare il problema in modo piu' sano....ma i 5 mld sono usciti.....e non possiamo tornare indietro...
che gigantesche infrastrutture , tra cui alcune isole...sono li....e riciclarle richiede studi approfonditi..
che nessuno ha il potere di fermare tutto e ricominciare nel modo migliore....
che mentre noi chiacchieriamo....sicuramente c'e' una lobby alternativa che si sta organizzando per rubare altri 5 mld sostenendo di essere diversi cdai precedenti...

marco cedolin ha detto...

Senza dubbio, Marco, l'opera è ormai in buona parte costruita ed il punto di non ritorno è stato superato da un pezzo. Purtroppo il suo carattere è irreversibile, ma come hai detto tu troveranno sicuramente il modo di rubare altri 5 miliardi, magari attraverso un'alternativa che ne depotenzi i danni...