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martedì 1 aprile 2008

Russiatunnel

Marco Cedolin

Gli interessi finanziari derivanti dalla speculazione connessa alla costruzione delle grandi opere continuano a dimostrasi un collante straordinario in grado di superare qualunque barriera politica e ideologica. L’assoluto appiattimento dei nostri partiti politici, siano essi di derivazione liberista, comunista, post fascista, democristiana, socialista o repubblicana, riguardo alla necessità della costruzione di qualunque infrastruttura (TAV, Mose, inceneritori, rigassificatori, autostrade, viadotti, megatunnel, parcheggi sotterranei, centrali turbogas, a carbone ecc.) sta a dimostrarlo in maniera incontrovertibile. Il partito delle grandi opere non ha colore, tranne ovviamente quello dei soldi, così perfino la Russia e gli Stati Uniti, i più grandi antagonisti degli ultimi 60 anni, sembrano pronti a dimenticare ogni ruggine per mettere in cantiere il tunnel sottomarino più lungo del mondo che li unisca passando al di sotto dello Stretto di Bering.

Il progetto che il presidente russo Vladimir Putin si appresta a discutere con l’omologo americano Gorge W. Bush durante il vertice in programma domenica prossima sul Mar Nero, riguarda un tunnel sottomarino della lunghezza di circa 100 km e del costo previsto di oltre 41 miliardi di euro che unisca la Chukotka (estremo nord est della Russia) con l’Alaska, permettendo il trasporto delle merci dall’Europa all’america via terra e rendendo di fatto la Russia il fulcro del commercio internazionale.
Il principale artefice di un’opera fra le più ciclopiche al mondo potrebbe essere la società Infrastruktura di proprietà dell’oligarca russo e Governatore della Chukotka Roman Abramovich che proprio recentemente ha investito 170 milioni di dollari nell’acquisto, presso l’azienda tedesca Herrenknecht, della più grande macchina scavatrice che sia mai stata costruita. Una mega trivellatrice che possiede un diametro di 19 metri, enorme se confrontato con i 7 metri delle macchine che hanno scavato l’Eurotunnel che corre sotto la Manica.
Il progetto del mega tunnel fra Russia ed Usa che sembra sia già stato oggetto di precedenti discussioni ed accordi fra i vertici dei due paesi, contemplerebbe infrastrutture sia per il traffico su gomma che su rotaia, nonché per il trasporto di petrolio, gas ed energia elettrica. Gli esperti interpellati sembrano prevedere (con molto ottimismo) un traffico merci potenziale di 100.000 tonnellate/anno lungo l’asse del tunnel, che dovrebbe agevolmente comportare un rientro in tempi relativamente brevi dell’enorme investimento, destinato a raddoppiare se non triplicare in virtù dell’altissimo numero d’infrastrutture di collegamento (autostrade, ferrovie, gasdotti, oleodotti) la cui costruzione si renderebbe necessaria. Proprio in virtù di ciò Cina, India, Corea e Giappone si sono già dichiarate favorevoli all’idea e disponibili a partecipare in prima persona al progetto.

Pur senza entrare nel merito dei devastanti impatti ambientali che potrebbero venire determinati da un’opera di queste dimensioni, non si può astenersi dall’esternare alcune perplessità nei confronti del progetto di Putin il cui unico scopo sembra quello di arricchire l’oligarchia delle costruzioni che prospera sulle spalle dei contribuenti. La pesante situazione di recessione a livello mondiale, il sempre più grave problema dei mutamenti climatici ed il progressivo esaurimento delle risorse energetiche fossili, non sembrano essere infatti gli elementi ideali per giustificare un progetto colossale, estremamente costoso in termini monetari ed energetici, finalizzato a far correre nel 2020 in maniera sempre più schizofrenica le merci in giro per il mondo.
Le previsioni di traffico merci operate dagli esperti sembrano costruite ispirandosi unicamente all’incremento della movimentazione avvenuto nei decenni passati, mentre la situazione attuale dei mercati e l’alto prezzo del petrolio portano ad ipotizzare volumi di scambio molto più contenuti nei decenni futuri, il che sposterebbe indefinitamente nel tempo la prospettiva di ritorno economico dell’investimento con il grave pericolo di riproporre un’operazione fallimentare come si è rivelata quella di Eurotunnel.
A pagare alla fine sarebbero come sempre i cittadini, dal momento che l’opera ciclopica verrebbe finanziata in larga parte attraverso il denaro pubblico, rendendoli affamati ed indebitati ancora più di quanto non lo siano già adesso.



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