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venerdì 2 ottobre 2015

Geopolitica del caos

Gianni Dessì

Risulta completamente evidente come l'amministrazione statunitense si ritrovi nel caos totale, scoordinata e ormai schiava delle sue stesse (scientificamente sbugiardate) fandonie mediatiche.
Ogni giorno ciascuno si sveglia e dice la sua, esternando magari un pensiero antitetico rispetto a quello del collega, fra ammissioni, accuse reciproche e minacce rivolte all'esterno.
Farebbe quasi sorridere, se non nascondessse un ormai cronico pressapochismo politico e una pericolosa mancanza di controllo, che lascia trasparire i continui conflitti interni alla stessa amministrazione statunitense....
Non uno, ma molteplici centri decisionali ed un presidente, che sembra inseguire, a fatto compiuto, più che determinare, le decisioni Proprio in un momento delicatissimo della storia mondiale, dove vanno ridefinendosi nuovi equilibri ed emergono prepotentemente nuove potenze, chiaramente non più regionali, gli Stati Uniti danno la chiara impressione di costituire una scheggia impazzita. Gli esempi recenti, dall’aggressione all’Iraq in poi, sono infiniti, oltrechè imbarazzanti, e portano a mettere in discussione le tante teorie sulla strategia americana in atto, spesso sopravalutata nella sua capacità di esprimere una politica (e geopolitica) chiara e univoca.

Appare , piuttosto, frutto di una pericolosissima improvvisazione e dei continui scontri interni alle sfere di potere che convivono nello stesso apparato statale statunitense. la “geoppolica del caos”, come riflesso del caos interno agli stessi Stati Uniti. Certo, detta così, la mia sembrerebbe quasi una “provocazione”, ma , a ben guardare è quanto effettivamente traspare. Si deve riflettere seriamente sul pericolo immane di un gigante, armato fino ai denti e perennemente aggressivo, che si avvia disordinatamente sul viale del tramonto, senza una vera strategia, che non sia l’arroganza del dominio e l’uso sconsiderato della forza. L’attuale momento, senza ricostruire a ritroso tutta la vicenda siriana, mostra in maniera palese lo stato confusionale in atto. Solo per darne una breve, ma esaustiva idea, si leggano le continue contraddizioni che traspaiono dalle dichiarazioni di questi giorni.
Obama, in sede ONU, si dice, seppur a denti stretti, disponibile all’ "azione congiunta con Russia e Iran", ma solo dopo averla rifiutata poco prima e “di fatto” smentita solo il giorno dopo. Mentre lui dichiara questo, H. Clinton minaccia apertamente vendetta, dichiarando che “pagheranno caro il loro intervento a favore di Assad e che solo gli Usa combattono veramente l’ ISIS”, ma si dimentica di avere dichiarato di recente “ l’ISIS è cosa nostra, ma ne abbiamo perso il controllo” all’interno delle Istituzioni. 

Il senatore repubblicano Mc Cain flirta con i jihadist da anni e dichiara: “io conosco queste persone,  le ho incontrato tante di quelle volte e sono in contatto permanente con loro". Non così il suo ex rivale Ron Poul che ne denuncia la connivenza: sono contrario al fatto che gli Stati Uniti armino l’islam radicale, sono convinto che la maggior parte delle armi che l’America ha consegnato ai ribelli siriani siano poi finite nelle mani dell’isis. La favola secondo cui si sarebbero armati solo i ribelli siriani è una bugia di convenienza. L’emergente magnate e candidato alla casa bianca, Donald Trump, addirittura, si dice favorevole all'intervento russo: “ se la Russia vuole attaccare e sconfiggere l’ISIS, è una buona cosa”. Nelle forze armate, non vi è maggiore chiarezza d’intenti. Ex Generali, come W. Clark, ammettono le responsabilità Usa: “l’ISIS è nato grazie al finanziamento dei nostri amici e alleati per combattere fino alla morte contro Hezbollah”. 

Mentre Obama, già nel settembre 2014, aveva dichiarato al mondo che “faremo il necessario per combattere i terroristi, per evitare che trovino rifugi sicuri». Generali in carica, come Lloyd Austin, ammettono il fallimento USA nell’addestramento dei “ribelli moderati”: “sono pochi. quelli che stanno combattendo mentre stiamo parlando sono quattro o cinque” (16/09/2015). ma, solo pochi giorni dopo , proprio il Segretario alla Difesa USA Ash Carter, accusa i russi di “bombardare i ribelli moderati addestrati dalla Cia”. Dobbiamo immaginare i 4 o 5 rimasti, di cui ci parlava Austin.?
Curioso, poi, che proprio Obama, in questa occasione, abbia dichiarato candidamente di non sapere e di avere ricevuto al riguardo informazioni sbagliate. Per finire, vi sono anche Generali, come Robert Uto, Vice Capo dei Servizi Di Intelligence, , che sbugiardano le dichiarazioni della stessa Casa Bianca, fatte solo il giorno prima: “la Russia ha bombardato le posizioni dei terroristi e non l’opposizione moderata”. Si potrebbe continuare, facendosi migliaia di domande, ma non ha senso infierire oltre. La politica del caos e' primariamente vigente all'interno dell'intera Amministrazione USA, dove la stessa definizione di amico/nemico è mutevole, come mutevoli lo sono le strategie della Casa Bianca. La definizione stessa di ”terrorismo” cambia, di giorno in giorno, a seconda degli interessi e della convenienza occasionale, se non dell’interlocutore del momento. 

Così, può accadere che anche Al Qaeda, e affiliazioni varie, da “male assoluto”, e ragione di sanguinarie guerre in giro per il mondo, divenga “moderata” in Siria sotto forma di Al Nusra, nemico mortale in Afghanistan, e di casa presso gli alleati dell’Arabia Saudita & Co.. Il sedicente “poliziotto del mondo” vorrebbe mettere ordine in casa altrui, pur essendo lui la causa primaria del disordine, per scoprire che gli basterebbe guardarsi allo specchio per capire di dover arrestare se stesso. Tutto questo, a cospetto di una Russia, sempre più decisa e forte, che sta inesorabilmente portando la potenza americana a prestare continuamente il fianco diplomatico e ad inanellare una crescente sfilza di errori, che si traducono in perdita di posizioni sul campo, oltre che di credibilità e consensi. Solo il completo controllo mediatico, seppur non senza imbarazzo anche per i prezzolatissimi pennivendoli occidentali, salva il salvabile. Un punto di forza troppo traballante, nell’era del web e con oppositori sempre più preparati a confrontarsi con successo anche su quel piano. Anche qui, sembra essere solo questione di tempo.

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