venerdì 20 luglio 2018

Non chiamateli posti di lavoro

Marco Cedolin

Continuano a fiorire le polemiche e l'ostruzionismo nei confronti del decreto dignità di Luigi Di Maio. L'oggetto del contendere in questi ultimi giorni sembrano essere diventati i fantomatici 8mila posti di lavoro in meno l'anno che secondo le stime di Tito Boeri (l'uomo secondo il quale gli immigrati ci stanno pagando le pensioni) verrebbero determinati dalla stretta sui contratti a termine contenuta nel decreto in oggetto.
In tutta onestà non mi interessa minimamente  in questa sede entrare nel merito della diatriba, anche se sarebbe del tutto logico che un decreto nato con lo scopo di ridurre il precariato e restituire dignità ai lavoratori determinasse un calo degli occupati precari, avendo proprio questo scopo….


Quello che invece mi urta, fino a provocarmi un moto di genuina rabbia, è il fatto che un disordinato coacervo di occupazioni saltuarie e sottopagate vengano definite posti di lavoro da manager come Boeri abituati a percepire salari che somigliano ai ricavi di un capitano d'industria.

Qualora la cosa non fosse chiara a chi è abituato a vivere di parassitismo e proprio sul parassitismo costruisce le proprie fortune, un posto di lavoro è degno di essere considerato tale, solo e solamente nel caso consenta al lavoratore di campare la propria famiglia attraverso il proprio salario.
In tutti gli altri casi, quando l'occupazione consente al più di pagare qualche bolletta o comprare le sigarette, come spesso avviene nei lavori precari e in somministrazione, parlare di posto di lavoro è un esercizio privo di qualsiasi costrutto, oltre ad una mistificazione bella e buona.

Se nel tentativo di restituire un minimo di dignità ai lavoratori e al lavoro, Di Maio determinerà la contrazione del precariato e degli schiavi moderni, avrà comunque imboccato la strada giusta, a prescindere da quanti di loro riusciranno nel breve termine a trovare un vero posto di lavoro, poiché solamente iniziando a smantellare con cura certosina pezzo per pezzo quell'abominio chiamato flessibilità, nato con la legge Treu e culminato nel Job act, si potrà sperare un giorno di costruire qualcosa di concreto che davvero meriti di essere definito posto di lavoro, perché quella è la sua  vera natura.

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