lunedì 17 settembre 2018

Hikikomori: prigionieri di se stessi

Marco Cedolin

Fonte DolceVita online

Molti esponenti della politica, dall'alto dei propri scranni dorati, li hanno etichettati come "bamboccioni", oppure "choosy", o più genericamente "neet", dando sfoggio di quell'insensibilità che appartiene a chiunque viva lontano dal Paese reale e guardi senza comprendere il mondo che lo circonda, sempre pronto ad esprimere giudizi lapidari su tutto ciò che non comprende.
Ma al di là delle esternazioni di cattivo gusto di un Padoa Schioppa o di una Elsa Fornero, le giovani generazioni stanno vivendo senza dubbio un periodo di forti contraddizioni all'interno della società occidentale fondata sul mito della crescita e del progresso, ma ormai totalmente incapace tanto di crescere quanto di progredire.....


In Giappone, dove il fenomeno esiste e progredisce fin dalla metà degli anni 80, oltre un milione di giovani fra i 14 ed i 25 anni, etichettati come hikikomori (coloro che stanno in disparte) vivono completamente avulsi da qualsiasi contesto sociale praticamente reclusi nelle proprie abitazioni. Non lavorano, non studiano, non praticano sport e passano le proprie giornate dormendo, giocando ai videogiochi o navigando su internet, a malapena consumano i propri pasti e spesso trascorrono anche la notte appiccicati ad una console o nei meandri di un social network. La questione ha assunto nel tempo connotati di una tale gravità da indurre perfino il governo ad interessarsene, studiandone a fondo le dinamiche ed allargando il censimento alle fasce di età superiori, dove il fenomeno ha dimostrato di esistere comunque, anche se con un'incidenza minore.

In Italia gli hikikomori, secondo le ultime stime sono almeno 100mila ed il loro numero risulta in costante aumento, di pari passo con il livello di disgregazione di una società all'interno della quale il giovane finisce per ritrovarsi ad essere un corpo estraneo, deprivato della propria identità e del proprio diritto ad avere un futuro sulla falsariga di quello che hanno avuto le generazioni precedenti.

Secondo un sondaggio portato a termine dall'Università Cattolica nel 2017, in Italia i giovani fra i 15 ed i 29 anni che risultano disoccupati, non studiano, non fanno corsi di aggiornamento ed hanno perfino smesso di cercare lavoro (etichettati con l'acronimo Neet) ammontano a 2,2 milioni, costituendo un dato fra i peggiori in Europa, dove comunque la situazione non è molto differente.
Fortunatamente non tutti sono destinati a diventare hikikomori, ma senza dubbio si tratta dell'humus ideale perché la "patologia" abbia modo di proliferare in maniera preoccupante.

Abbiamo parlato di patologia, perché molto spesso la condizione dell'ikikomori riveste un carattere di tale gravità da travalicare l'ambito dei disturbi comportamentali, per entrare in quello della malattia mentale vera e propria, pregiudicando seriamente la vita dei giovani e quella dei familiari costretti a farsene carico.

Ma perché mai un giovane nel fiore degli anni dovrebbe estraniarsi dalla società, per richiudersi in un bozzolo dove condurre una vita ascetica, in assenza di qualsiasi elemento mistico o contemplativo e con la sola compagnia del proprio disagio interiore?

Naturalmente questa domanda non si presta ad una risposta univoca, dal momento che entrano in gioco molti fattori, ma senza dubbio le responsabilità preponderanti sono quelle di una società come quella occidentale, basata sulla competizione sfrenata, sul culto dell'immagine, sul mito del vincente, all'interno della quale troppo spesso il giovane finisce per rimanere schiacciato, fra un presente vissuto nella sensazione d'inadeguatezza ed un futuro fatto di speranze destinate a venire regolarmente disattese.
L'hikikomori insomma decide di autoescludersi da un contesto sociale che non sente proprio e ritiene lo abbia già escluso da tempo, ritenendolo inadeguato a tenere il passo. Il suo per molti versi è un rifiuto verso un mondo che non capisce e che non lo capisce, attraverso il rifugio all'interno dell'unica realtà che sente propria e di cui comprende le dinamiche, cioè sé stesso.

Per quanto possa sembrare banale, il fenomeno degli hikikomori dovrebbe rappresentare lo spunto per una riflessione, non soltanto nel merito della patologia che affligge troppi giovani, ma anche sulle dinamiche una società che ha nella competizione sfrenata, nell'ipercinetismo, nell'individualismo di massa le proprie caratteristiche salienti e rischia di perdere per strada i propri figli migliori, ai quali sta dimostrando ogni giorno di più di non essere in grado di garantire un futuro.

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