lunedì 26 giugno 2017

Fabbrica 4.0 VS disoccupato 6.1

Marco Cedolin

Abbiamo affrontato molte volte su queste pagine il tema dell'automazione tecnologica, per cercare di comprendere dove corra il labile confine fra innovazione ed eutanasia dei posti di lavoro. Quasi sempre nelle riflessioni sull'argomento l'universo degli "esperti doc" si divide fra grandi entusiasti dei miracoli tecnologici, moderatamente entusiasti ed una piccola percentuale di scettici.
Dando una scorsa ad un recente articolo di Repubblica dal titolo "Più automi meno operai ecco la fabbrica 4.0", notiamo, non senza un briciolo di stupore, seduti fra i banchi degli scettici anche soggetti che in tutta onestà ci saremmo aspettati di trovare altrove. Secondo l'opinione del Fondo Monetario Internazionale sarebbe da addebitare proprio all'innovazione e alla robotizzazione il forte ridimensionamento di quattro punti percentuali, dagli anni 70 ad oggi, della quota di reddito nazionale che nei paesi avanzati è andata ai lavoratori....

Secondo le parole dei ricercatori di Bruegel, uno dei più autorevoli think tank di Bruxelles, nei prossimi decenni fra il 45 ed il 60% della forza lavoro europea rischierà di essere sostituita dai robot. Stando ad un rapporto della McKinsey sarebbero in tutto il mondo 1,2 miliardi i posti di lavoro sostituibili con le tecnologie. Mentre una ricerca del Massachusetts Institute of Technology e della Boston University afferma che in media un robot installato ogni mille operai distrugge 6,2 posti di lavoro e fa calare dello 0,7% il salario.

Insomma non occorre necessariamente essere luddisti per iniziare a porsi seriamente delle domande sulla direzione in cui stiamo andando e sulle reali ricadute a livello occupazionale di un'automazione tecnologica sempre più spinta.
Da qualche settimana l'ipermercato dove abitualmente faccio la spesa ha introdotto un nuovo sistema (già presente da tempo altrove) tecnologicamente avanzato per procedere ai propri acquisti scannerizzando autonomamente la merce prima d'introdurla nel carrello. Il sistema funziona benissimo e si fa la spesa molto più velocemente, senza affrontare le code alle casse ed imbustando ordinatamente i prodotti man mano che li si prelevano dagli scaffali. Quando il sistema si diffonderà ed i consumatori lo preferiranno inevitabilmente al metodo tradizionale, che fine faranno le cassiere, una delle categorie di lavoratori più numerose, soprattutto in ambito femminile? Si tratta di una domanda che continua a ronzarmi in testa e più la scaccio più ritorna a fare capolino.

3 commenti:

eNRICA ha detto...

E' un po' che anch'io sostengo questo discorso e mi preoccupo di ciò pur essendo già pensionato.E' fin dagli anni settanta che ho visto entrare robot in fabbriche automobilistiche,in cui io lavoravo come impiegato.Recentemente anche in trasmissioni televisive hanno parlato che i robot dovrebbero essere tassati per pagare anche i contributi ai lavoratori.La società attuale e il sistema capitalistico avanzato stanno creando grossi problemi per il lavoro e la disoccupazione. Mi pare che lo stesso Steve Jobs avesse segnalato questo problema prima di morire.Sarebbe necessario diminuire molto l'orario di lavoro a parità di stipendio e che non tutti i vantaggi vadano solo a chi installa questi automatismi!

marco cedolin ha detto...

Come dici tu,l'automazione in sé non rappresenterebbe affatto una catastrofe, a patto che i vantaggi derivanti dalla stessa fossero equamente distribuiti. Meno lavori pesanti, più tempo liberato, ma stessa possibilità di ottenere un reddito per condurre una vita dignitosa insomma.
Purtroppo invece sta accadendo da decenni esattamente il contrario ed i risultati sono sotto agli occhi di tutti coloro che vogliono vedere.

Maurizio 59 ha detto...

Quando ero bambino, negli anni ’60, ci raccontavano che, grazie alle macchine, avremmo potuto lavorare 2/3 giorni alla settimana (praticamente tutti part-time), avere più soldi e più tempo libero per goderceli.

Qualcosa è andato storto… dov’è finito il plusvalore generato dalla robotizzazione? Sicuramente per una quota parte in profitti, ma una fetta consistente di questo aumento di produttività è servito ad abbassare i prezzi, perché così vuole il libero mercato (bisogna essere sempre più competitivi per stare a galla nella lotta per la sopravvivenza imposta dalla concorrenza). Il piccolo problema è che, quando resti senza un reddito le merci ed i servizi possono anche costare di meno, ma purtroppo non te li puoi permettere comunque perché non hai più un euro in tasca per comprarteli.

L’idea che il libero mercato e la concorrenza fossero un motore di progresso (dal punto di vista dell’aumento di disponibilità di beni e servizi) era fondamentalmente corretta fino ad una cinquantina di anni fa, dove effettivamente c’era un tenore di vita che relegava grandi masse di popolazione nella povertà se non ai limiti della miseria (quando i mulini erano bianchi si moriva di pellagra: per sapere come si viveva nelle campagne piemontesi dell’800 – e parte del ‘900 – basta leggere una biografia sull’infanzia di Don Bosco, “La luna e i falò” di Pavese o andare a vedere “L’albero degli zoccoli” di Olmi).

Tuttavia, continuare a proiettare quel modello di progresso nel presente e nel futuro si sta rivelando un boomerang: oggi larghe fasce di popolazione stanno rifluendo nella povertà, non perché ci sia scarsità di beni e servizi (carenza dal lato dell’offerta), ma perché non hanno di che tirare a campare (crisi di domanda): alla fine, la distruzione del tessuto economico e produttivo faticosamente creato in 3 secoli dalle generazioni che ci hanno preceduto (dalla Rivoluzione industriale in poi) finirà per generare a sua volta una crisi di offerta, per cui molti di noi torneranno punto a capo a vivere nella miseria come i nostri antenati, ma in una società tecnologicamente avanzata che ha perso il senso del confine e della misura che dovrebbero distinguere il fine dai mezzi.