martedì 21 settembre 2004

Sole, Baleno e i suicidi di Stato

Marco Cedolin

Ci sono accadimenti che non è possibile dimenticare, troppo scabrosi, inquietanti, troppo madidi di vergogna, perché li si lasci obliare senza che restino vivi dentro i nostri cuori e le nostre coscienze.
Ci sono storie, come quella di Sole, Baleno, Silvano che rimarranno marchiate a fuoco dentro la nostra anima. Storie che raccontano come gli assassini non sempre restino racchiusi dentro al bozzolo degli stereotipi che la nostra società c’impone, ma al contrario vadano ricercati in luoghi dove spesso i nostri occhi si rifiutano di vedere la verità.
Storie che narrano come la pratica dell’omicidio possa passare attraverso i manganelli della polizia, l’inquisizione pretestuosa dei giudici, il vigliacco sciacallaggio dei giornalisti asserviti al potere, i pregiudizi e il meschino atteggiamento di un’opinione pubblica che si rende complice dei mistificatori, sentenziando e condannando senza conoscere la realtà oggettiva dei fatti.

Il 5 marzo 1998 vengono arrestati tre anarchici: Silvano Pelissero, Edoardo Massari (Baleno) e l’argentina Maria Soledad Rosas (Sole). Convivevano nell’ex obitorio del manicomio di Collegno, occupato dal giugno 1996.
La sera dello stesso giorno, poliziotti e carabinieri invadono l’Asilo Occupato di via Alessandria, distruggono ogni cosa, rompono vetri ed impianti igienici, pisciano sui materassi e procedono allo sgombero. I tre anarchici vengono posti in isolamento senza che venga loro comunicato di cosa sono accusati.
Il 7 marzo il giudice per le indagini preliminari Fabrizia Pironti conferma l’arresto con l’accusa di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (art. 270 bis).

I Pubblici Ministeri Laudi e Tatangelo, veri registi dell’inchiesta affermano essere in possesso di prove granitiche e costruiscono un “castello accusatorio” alquanto improbabile, confidando nell’aiuto di quella sorta di circo equestre che è l’informazione mediatica di regime.
Proprio l’opera dei giornalisti, alla ricerca dell’effettismo esasperato si rivelerà infatti fondamentale nello screditare e demonizzare i gruppi anarchici vicini ai tre giovani, nell’enfatizzare il ritrovamento di prove che si riveleranno non essere tali, nell’indurre ad una sentenza di condanna l’opinione pubblica prima ancora che il processo sia iniziato.

Il 26 marzo il tribunale respinge ogni istanza di liberazione “in quanto esistono forti contiguità fra i tre indagati e gli autori degli attentati” ed “è elevatissimo il rischio di reiterazione di reati di natura analoga”.
Sabato 28 marzo all’alba, secondo la versione ufficiale, Edoardo Massari (Baleno) viene trovato agonizzante, impiccato con le lenzuola alla sua branda del carcere torinese delle Vallette.
Inquietanti le testimonianze degli abitanti delle case popolari antistanti il carcere che affermano aver sentito arrivare ambulanze e volanti a sirene spiegate già verso la mezzanotte.

Sabato 11 luglio anche Maria Soledad Rosas (Sole) muore suicida impiccandosi con le lenzuola al tubo della doccia nei locali della comunità Sottoiponti di Benevagienna dove era agli arresti domiciliari.
Per una strana ironia della sorte il 23 settembre morirà suicida anche Enrico De Simone, il fondatore della comunità Sottoiponti nella quale aveva trovato la morte Sole.
Il 6 agosto 1999 il consigliere dei verdi Pasquale Cavaliere, un uomo politico che pur agendo all’interno delle istituzioni era sempre stato vicino a Silvano anche nel momento in cui tutti gli davano addosso, muore in Argentina, impiccandosi, secondo la versione ufficiale con un cordone di spugna. Le circostanze della sua morte resteranno per sempre un mistero.

Il 31 gennaio del 2000 Silvano Pelissero, l’unico dei tre anarchici ad essere ancora in vita, viene condannato a 6 anni e 10 mesi di reclusione.
Il 21 novembre 2001 a Roma la corte di cassazione invalida l’accusa di attività terroristica con finalità eversive.
Il 4 marzo 2002, alla scadenza dei quattro anni di detenzione la magistratura emette l’istanza di scarcerazione di Silvano per decorrenze dei termini, l’anarchico sarà però effettivamente liberato solo il 12 in quanto i carabinieri lasceranno passare un’intera settimana prima di comunicare la notizia all’interessato.

L’intera vicenda, oltre alla drammaticità degli eventi ci rivela uno spaccato oltremodo angosciante sul valore della libertà personale e del rispetto per la vita all’interno di una società come la nostra nella quale i diritti dell’individuo vengono immolati senza pietà sull’altare del potere, un potere che simile ad un’infezione ha ormai intaccato in profondità il tessuto sociale e ci vuole schiavi, condizionati e sussiegosi nella supina accettazione delle regole.
Subito dopo l’arresto dei tre anarchici un presidio di protesta contro gli arresti e gli sgomberi che si sta formando davanti al municipio viene brutalmente caricato dalla polizia, la quale si profonde in una caccia all’uomo per le vie del centro cittadino. Nel corso degli scontri scientemente cercati dalle forze dell’ordine alcune vetrine cadono sotto i sassi.

Ecco l’episodio costruito ad arte per far si che i giornali possano prodursi nell’opera di demonizzazione degli squatter torinesi. Da quel giorno in poi tutti i pennivendoli delle più svariate estrazioni politiche si prodigheranno in un’opera denigratoria sistematica del movimento.
Gli anarchici verranno proposti dai giornalisti all’immaginario collettivo come teppisti, violenti, disadattati, ecoterroristi, schegge impazzite in balia del disagio giovanile e quant’altro. Coadiuvati in quest’opera dagli ospiti dei salotti mediatici della TV di regime, sociologi, psicologi, preti, politici di destra e di sinistra, criminologi, filosofi, ma in fondo sempre e solo patetici figuranti alla ricerca del proprio attimo di notorietà.
Perfino le scritte sui muri verranno enfatizzate quali atti criminali vergognosi e ciò rende il senso della palpabile atmosfera d’inquisizione che era stata creata alla bisogna.
Il ruolo dei media nel gettare discredito sugli squatter, nell’enfatizzare il rinvenimento di fantomatiche prove granitiche che mai verranno presentate al processo e nell’indirizzare in maniera univoca gli umori dell’opinione pubblica rivestì sempre un ruolo preponderante durante tutto il corso della vicenda. Anzi dopo la morte di Baleno, quando gli eventi esplosero in tutta la loro drammaticità “l’interesse” dell’informazione divenne se possibile anche più asfissiante.

Proprio la morbosa protervia dei giornalisti che decisero di non rispettare il desiderio della famiglia Massari di poter seppellire in pace il proprio congiunto in presenza solo dei parenti e degli amici (come era invece accaduto senza problemi al funerale di Giovannino Agnelli) ingenerò incidenti e tensione durante la cerimonia, ne fecero le spese il cronista Daniele Genco e l’auto dell’inviato del Manifesto Paolo Grisieri.
Questa fu l’occasione per un nuovo assalto dell’informazione nei confronti degli squatter (che ora oltre a spaccare le vetrine picchiavano anche i giornalisti) e della piaga dei posti occupati.
Il movimento reagì chiudendo ogni dialogo con la stampa, salvo poi indire una conferenza nella quale alcuni anarchici porsero ai cronisti accorsi libidinosi carcasse di pollo e scarti di macelleria.
Oltremodo curioso ed inquietante fu inoltre lo stato di estremo isolamento nel quale gli squatter vennero a trovarsi per lunghi periodi, anche all’interno della stessa area anarchica e nei confronti dei centri sociali che avevano assunto posizioni di collaborazione con le istituzioni.

Il Leoncavallo e i centri sociali del nord est ad esempio, manifestarono la propria solidarietà partecipando alla grande manifestazione del 4 aprile ma nel mese di agosto, durante il periodo dei pacchi bomba si dissociarono in una conferenza stampa nella quale invocarono il dialogo con il potere per bocca fra gli altri di Luca Casarini, quale portavoce dei centri sociali del nord est.
Una delle cause di questo isolamento è da ricercarsi nell’atteggiamento colpevolmente miope della stampa di sinistra (Il Manifesto, l’Unità, Liberazione, solo per citare gli esempi più eclatanti) che contribuì a diffondere notizie mistificatorie e senza fondamento alcuno secondo le quali Silvano Pelissero avrebbe avuto un passato di estrema destra ed addirittura delle collusioni con i servizi segreti.

Il mese di agosto fu quello dei pacchi bomba, inviati per posta al PM Laudi, al giornalista Genco, al consigliere regionale dei verdi Pasquale Cavaliere (uno dei pochi politici che subito dopo l’arresto si era interessato alla sorte dei tre squatter), a Giuliano Pisapia e al consigliere di Rifondazione di Milano Umberto Gay, pacchi bomba che come sempre accade non esplosero e non fecero danni né vittime. Tali attentati, se così li si può definire, vennero ovviamente rivendicati dai lupi grigi, la fantomatica organizzazione alla quale i tre anarchici erano stati accusati di appartenere.
Nonostante gli squatter si fossero immediatamente proclamati estranei alla cosa ed anche un bambino sarebbe riuscito facilmente a capire che ben altre mani si celavano dietro ai pacchi bomba, questa diventò l’occasione per criminalizzare ulteriormente il movimento ed isolarlo definitivamente dalla solidarietà della sinistra e dei centri sociali.

Tutta la drammatica storia di Sole, Baleno e Silvano ha come sfondo la costruzione della linea del TAV, adibita ai treni ad alta velocità.
Un progetto nel quale sono in gioco enormi interessi economici, interessi nel nome dei quali s’intende sventrare una delle più belle valli alpine con conseguenze a dir poco drammatiche non solo dal punto di vista ecologico ma anche da quello umano, poiché le realtà abitative dei residenti verranno stravolte in maniera significativa senza oltretutto ci sia per loro alcun genere di ritorno economico. In Valsusa inoltre, fin dai primi anni 90 s’intrecciano oscure vicende legate ai servizi segreti, ai carabinieri ed alla ndrangheta calabrese. Vicende che costituiscono un retroterra nebuloso e intricato, con vari personaggi inquietanti che si muovono nell’ambito della valle, evidentemente attratti dalla grande quantità di denaro che sta per affluirvi.

Fra l’agosto del 1996 ed il gennaio del 1998 in Valle di Susa si verificano numerosi atti di sabotaggio diretti contro centraline elettriche, trivelle, impianti della Sitaf, della Telecom, Omnitel e un ripetitore Mediaset.
Alcuni di essi possono facilmente essere ricondotti, per la scarsa difficoltà nel metterli in atto, all’arrabbiata reazione di qualche valligiano, altri invece sono stati compiuti da mani evidentemente più esperte.
Il furto e conseguente incendio nel municipio del comune di Caprie, l’unico “attentato” avvenuto in Val Susa del quale Laudi e Tatangelo cercano di addossare la responsabilità ai tre anarchici, è un accadimento che appare subito palesemente non avere nulla a che fare con la sequela dei sabotaggi avvenuti fino a quel momento, in quanto l’obiettivo (uno degli 11 comuni che fin dall’inizio si sono opposti all’alta velocità) non ha alcuna contiguità con quelli precedenti.
Innumerevoli furono le incongruenze nelle accuse che venivano mosse ai tre giovani.
Fin dall’inizio fu evidente come le indagini anziché partire da indizi precisi nel tentativo di arrivare ai colpevoli seguissero invece la logica perversa d’iniziare il tutto dai colpevoli preconfezionati per poi costruire intorno a loro delle prove che fossero in grado d’inchiodarli.
Le intercettazioni ambientali e l’uso delle telecamere non fornirono mai agli inquirenti delle prove tangibili ma vennero tuttavia usate in maniera pretestuosa nel tentativo di suffragare una tesi accusatoria che potesse sembrare verosimile. Alla stessa stregua vennero mistificati i risultati delle varie perquisizioni che mai avevano portato al ritrovamento di qualcosa di significativo.

Nonostante tutto il castello accusatorio fosse palesemente improponibile i colpevoli ormai erano stati scelti ed il teatrino dell’assurdo continuò e si trattò di una rappresentazione intrisa di morte, di rabbia e di dolore.
Credo ci sia una sola maniera di ricordare Sole e Baleno ed è la maniera nella quale da sempre lo fanno tutti coloro che gli erano e gli sono vicini.
Credo sia giusto ricordarli con la dignità che spetta a due ragazzi che hanno trovato la morte mentre erano ingiustamente privati della loro libertà. Ammazzati da una macchinazione meschina, da chi l’ha messa in atto e ne ha tirato le fila, da chi l’ha sostenuta rendendola possibile, nonché da tutti coloro che con il proprio vigliacco qualunquismo hanno fatto si che l’urlo della protesta si perdesse nel nulla. Credo la maniera migliore di ricordarli sia quella di non rinunciare mai alla libertà del nostro pensiero, alla convinzione nelle nostre lotte, ad essere uomini e donne che non si lasciano strumentalizzare, che non sono disposti a diventare pedine nelle mani del potere, che non sono disposti ad arrendersi, né ora né mai.

1 commento:

Riccardo Erre ha detto...

Grazie Marco.