lunedì 25 aprile 2016

Agenda 21: quando l'ONU vorrebbe sostituirsi a Dio

Marco Cedolin

Forse nell'ultimo ventennio vi sarà capitato di sentire parlare dell'Agenda 21 dell'ONU, o forse no, ma a prescindere dal fatto che conosciate più o meno a fondo l'argomento, l'Agenda 21 ha già iniziato in questi anni ad occuparsi di voi ed intende farlo in maniera se possibile ancora più invasiva nei decenni a venire, senza che nessuno si sia premurato di domandarvi se siete felici di ricevere tante attenzioni.
A grandi linee il progetto Agenda 21 è una sorta di "programma di azione" attraverso il quale l'ONU si impegna a ridisegnare radicalmente tanto il rapporto dell'uomo con l'ambiente in cui vive, quanto il rapporto dell'uomo con la sua propria esistenza, attraverso una complessa operazione d'ingegneria sociale ad ampio respiro che trovi la propria realizzazione nel corso del nuovo secolo.....
Il tutto declinato nel segno dello sviluppo  (sostenibile) e della globalizzazione, rivisitata per l'occasione attraverso i contorni di una comunità globale tesa verso l'uguaglianza sociale e la prosperità economica. Leggendo l'ampio articolato che compone il progetto, infarcito di buoni propositi e apparentemente finalizzato a migliorare sia lo stato di salute dell'umanità che quello della biosfera, si potrebbe pensare che Agenda 21 possa essere in fondo un qualcosa di positivo, una sorta di "cura" dolorosa ma necessaria, per renderci alla fine tutti più sani e più felici, ma nascoste fra le pieghe di tanto filantropico altruismo continuano a ronzarci nelle orecchie un paio di domande che si ostinano a tormentarci. Con quali mezzi realmente l'ONU intende sostituirsi a Dio nel ridisegnare gli equilibri fra l'umanità e il pianeta? E per quale ragione "l'uomo della strada" pur rappresentando il fulcro dell'intera operazione non è stato interpellato in merito ad una decisione che potrebbe stravolgere la sua vita?


La nascita del progetto

Il programma Agenda 21 nasce ufficialmente durante la conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo (UNCED) tenutasi a Rio de Janeiro nel giugno 1992, coagulandosi intorno al dogma dello "sviluppo sostenibile" e facendosi portatore dell'intenzione di coniugare insieme nel ventunesimo secolo le pratiche del modello sviluppista con la necessità di preservare la biosfera dai danni derivanti dall'applicazione del modello stesso.
In realtà il termine "sviluppo sostenibile", come tanti altri ossimori facenti parte della neolingua orwelliana attraverso la quale veniamo imboniti quotidianamente, ha radici ben più antiche essendo in uso già fin dai primi anni settanta, basti pensare a pubblicazioni come il rapporto sui "Limiti dello sviluppo" del 1972, commissionato dal Club di Roma e redatto da un gruppo di studiosi del Massachusetts Institute of Technology, alla conferenza dell'ONU sull'Ambiente Umano del giugno 1972, al documento IUNC 1980 dal titolo Strategia mondiale per la Conservazione, per finire con il rapporto Burdtland del 1987, che prende il nome dall'allora premier norvegese che presiedeva la Commissione mondiale sull'ambiente e lo sviluppo istituita nel 1983. Proprio all'interno del rapporto Burdtland il concetto di "sviluppo sostenibile" venne contestualizzato nella forma ancora oggi ampiamente condivisa: "lo sviluppo sostenibile, lungi dall’essere una definitiva condizione di armonia, è piuttosto processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali".
Agenda 21 si manifesta sostanzialmente come un piano d'azione finalizzato alla pianificazione di un "nuovo" modello di sviluppo, necessario per affrontare le emergenze climatiche, ambientali, sociali ed economiche del terzo millennio e pertanto si basa giocoforza sull'assurto che tali emergenze siano reali e si manifestino tali esattamente nei termini in cui il programma le prende in considerazione. Proprio per questa ragione a fare da corollario ad Agenda 21 si pongono tutta una serie di studi, trattati e rapporti, di carattere scientifico, economico e sociologico che costituiscono l'humus necessario per giustificare l'intera operazione. I documenti più importanti (e anche più controversi) sono costituiti dai rapporti dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) all'interno dei quali si preconizza il riscaldamento globale del pianeta (incremento fra 1,4 e 5,8 gradi nel XXI secolo) e se ne attribuiscono le cause all'attività antropica ed in particolar modo alle emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera. Tali rapporti hanno posto le basi per la creazione del Protocollo di Kyoto nel 1997, al quale aderirono 180 nazioni, con l'eccezione degli Stati Uniti e del Pacchetto Clima 20-20-20 approvato dal Parlamento Europeo ed entrato in vigore nel 2009. In sinergia con il piano d'azione Agenda 21, durante il vertice di Rio de Janeiro del 1992 venne creata anche la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che iniziò a riunirsi annualmente a partire dal 1995 a Berlino, nella sessione del 1997 fu la sede in cui venne stipulato il Protocollo di Kyoto, mentre l'ultimo vertice (denominato COP 21) si è tenuto nello scorso mese di dicembre 2015 a Parigi.
Proprio nel corso della conferenza di Parigi, influenzata anche dall'enciclica di Papa Francesco "Laudato si", è stato concordato all'unanimità un patto globale per ridurre le emissioni di gas serra (ritenuti i primi responsabili del riscaldamento globale) denominato "Accordo di Parigi" e destinato a superare quanto precedentemente concordato nel protocollo di Kyoto. Scopo principe dell'accordo sarebbe quello di contenere nel futuro prossimo venturo il presunto aumento della temperatura al di sotto dei 2°, possibilmente senza superare gli 1,5°. Gli impegni presi in questa sede saranno soggetti a revisione ogni 5 anni a partire dal 2023, con l'intenzione di rendere i risultati progressivamente più ambiziosi.
Nel settembre 2002, dieci anni dopo la creazione di Agenda 21 a Johannesburg, l'ONU organizzò il Summit mondiale sullo Sviluppo Sostenibile (denominato anche Rio+10) all'interno del quale si fece sintesi sui risultati raggiunti fino a quel momento e venne deciso di puntare maggiormente sulla creazione di partenariati, piuttosto che di accordi intergovernativi.
Nel mese di giugno del 2012, sempre a Rio de Janeiro, le Nazioni Unite hanno organizzato la conferenza Rio +20, all'interno della quale sono stati definiti nuovi obiettivi globali per lo Sviluppo sostenibile ed è stato creato un Foro Politico di Alto Livello sullo sviluppo sostenibile, deputato a "monitorare l’attuazione degli impegni globali in tema di sviluppo sostenibile, fornire leadership politica e promuovere l’interfaccia tra scienza e politica".


Struttura e strategia

A supervisionare e controllare l'esecuzione del programma Agenda 21 è stata istituita la Commissione ONU per lo sviluppo sostenibile che è composta da 53 stati membri e si riunisce ogni anno a New York con la presenza dei 53 ministri di turno ed i rappresentanti delle ONG accreditate in qualità di osservatori. A sostituirla nel 2012 è stato istituito il Foro Politico di Alto Livello, ma sostanzialmente l'ambizione di Agenda 21 è quella di coniugare la governance globale con l'azione locale, per mezzo di una contaminazione capillare sul territorio, ottenuta attraverso la cooptazione di tutti quei soggetti che localmente hanno un determinato peso specifico, classificati nell'occasione come "Stakeholders", cioè portatori d'interesse. Si tratta naturalmente degli amministratori locali di ogni livello, ma anche delle onlus ed associazioni che operano in una determinata realtà, del tessuto industriale ed imprenditoriale locale, di tutti coloro che localmente possiedono una qualche autorevolezza. Costoro, a cascata, dovrebbero influenzare ed orientare il pensiero dei cittadini "comuni", coinvolgendoli nella "crociata" per lo sviluppo sostenibile. Per ottenere questo scopo è stato creato il Consiglio internazionale per le iniziative ambientali locali, meglio conosciuto come ICLEI, una sorta di ONG legata a doppio filo all'ONU, il cui compito è quello di portare avanti un'attività di lobby capillare che riesca a cambiare le politiche governative locali concernenti tutti gli aspetti della vita umana. Proprio l'ICLEI organizzò nel maggio 1994 la conferenza di Aalborg durante la quale vide la luce la Carta delle città europee per uno sviluppo durevole e sostenibile, conosciuta anche come Carta di Aalborg che meglio definisce in sede europea l'impegno per l'attuazione dell'Agenda 21 a livello locale, con la finalità di costruire un modello di sviluppo urbano sostenibile. L'attività dell'ICLEI è simile per molti versi a quella di un governo parallelo rispetto a quello delle amministrazioni locali, senza la necessità di venire votato dai cittadini e senza alcun obbligo di trasparenza, poiché formalmente non si tratta di un ente pubblico, bensì di una ONG privata.


Gli obiettivi per il nostro futuro

Lo scorso 25 settembre 2015 a New York si è svolto il vertice dell'ONU per l'adozione della nuova Agenda globale di Sviluppo Sostenibile per i prossimi 15 anni. I lavori sono stati inaugurati da un intervento di Papa Francesco, volato a New York per l'occasione ed al summit hanno preso parte oltre 150 leader mondiali. Lo scopo del vertice è stato quello di approvare il documento "Trasformare il nostro mondo: l'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile" che comprende 17 nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile destinati a superare quelli approvati precedentemente.
Scorrendo l'elenco degli obiettivi dell'Agenda per lo sviluppo sostenibile dell'Onu si ha apparentemente l'impressione di trovarsi di fronte ad una lista di "buone" intenzioni, dispensata per il nostro "bene" e necessaria per lenire le nostre sofferenze...

Fonte Nexus Edizioni
Articolo completo sul nuovo numero di Punto Zero

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