venerdì 21 settembre 2018

Quanto sono blu i mari italiani?

Marco Cedolin

Con un tempismo perfetto anche questo anno la FEE (Foundation for Environmental Education), ong danese che dal 1987 valuta le spiagge di 49 paesi europei ed extraeuropei sulla base di un'ampia gamma di parametri, assegnando l'agognata "bandiera blu" alle spiagge ed ai comuni più virtuosi, ha reso noto il proprio rapporto per la stagione 2018.
Con altrettanto tempismo i grandi media nazionali si sono spesi con toni entusiastici nel renderci edotti del fatto che i mari italiani sarebbero sempre più blu, dal momento che ben 175 comuni (a fronte dei 163 dello scorso anno) e 368 spiagge hanno ricevuto l'ambito "trofeo", costituendo di fatto circa il 10% delle spiagge totali premiate a livello mondiale....


Ogni cittadino avvezzo a masticare in maniera acritica il messaggio divulgato dai media mainstream non avrebbe dunque che da rallegrarsi per il fatto che la spiaggia in cui ha affittato il lettino ed il mare in cui ha fatto il bagno sono sicuramente più puliti dell'anno precedente e anche nel caso faccia parte di quei "pochi" milioni d'italiani che le vacanze non hanno più potuto permettersele, non potrà che gioire comunque per il miglioramento dello stato di salute dei mari italiani, magari cullando la recondita speranza di potere un giorno o l'altro tornare a fare le vacanze anche lui.

Molto spesso però, ahinoi, la realtà trascende dalla percezione della stessa che viene creata ad arte sulla base di numeri di comodo e bandierine colorate, facendo si che come rammenta un antico proverbio non sia tutto oro quello che luccica ed anche i mari (e le spiagge) italiani risultino di fatto molto meno blu di quanto non si tenti di millantare.
La FEE infatti, prima di distribuire a pioggia le proprie bandiere blu analizza parametri di ogni genere, che vanno dalla pulizia della spiaggia da alghe o detriti naturali e dalla disponibilità di cestini per i rifiuti in numero adeguato e contenitori per la raccolta differenziata, all'adeguato numero di servizi igienici e spogliatoi. Dal divieto di campeggio e dal controllo della presenza di animali domestici, all'esistenza di un numero adeguato di personale e attrezzature di salvataggio. Dal fatto che esistano servizi ed accessi dedicati ai disabili alla presenza di mezzi di trasporto sostenibili, fino all'obbligo di affiggere in bella vista ogni tipo d'indicazione che possa risultare utile al bagnante. E con la stessa cura certosina la FEE si occupa anche del livello di qualità di eventuali approdi dedicati alle barche da diporto, ma la qualità dell'acqua del mare e della spiaggia che da esso viene bagnata come viene presa in considerazione?

A questo riguardo la FEE dice che "la spiaggia deve rispettare pienamente i requisiti di campionamento e frequenza relativamente alla qualità delle acque di balneazione", deve essere in "conformità alle Direttive sul trattamento delle acque reflue e sulla qualità delle acque di scarico. Nessuno scarico di acque reflue (urbane o industriali) deve interessare l’area della spiaggia". E ancora "deve rispettare i requisiti di Bandiera Blu per i parametri microbiologici relativamente a Escherichia coli (Coliformi fecali) e agli Enterococchi intestinali (Streptococchi)" e l'acqua deve risultare priva di oli e materiali galleggianti in bellavista.

Nessun cenno insomma per quanto concerne l'eventuale inquinamento chimico e radioattivo delle acque di balneazione e dell'arenile e non potrebbe essere diversamente dal momento che per sua stessa ammissione la FEE non possiede strumenti per effettuare le analisi delle acque e demanda tale compito alle ARPA regionali che in base alle proprie analisi dichiarano la balneabilità delle acque costiere a norma di legge. Le ARPA purtroppo non procedono ad un'analisi chimica delle acque, perché la normativa europea non glielo impone, ma si limitano semplicemente a verificare la presenza di due batteri fecali, così come imposto dalla legge.
Le acque dei nostri mari potrebbero insomma, pur risultando esteticamente pulite, contenere mercurio, cromo, manganese, ferro, piombo, alluminio, arsenico, nichel ed ogni sorta di metallo pesante o peggio ancora risultare radioattive, senza che nessuna autorità se ne preoccupi e nessuno di noi ne venga a conoscenza. Così come accade con le "famose" spiagge bianche di Rosignano Solvay in provincia di Livorno, dove un secolo d'industrializzazione chimica ha prodotto una tale quantità di sostanze inquinanti da uccidere perfino i batteri fecali, facendo si che secondo i parametri presi in considerazione dalle ARPA la qualità dell'acqua risulti eccellente ed il mare perfettamente balneabile.

E lo stesso discorso riguardante le bandiere blu della FEE vale per le campagne proposte dalle sedicenti organizzazioni ambientaliste, Legambiente in testa che con la propria campagna "Goletta verde" ormai da decenni premia le località balneari "virtuose" analizzando la qualità delle acque esclusivamente dal punto di vista microbiologico, esattamente come fanno le ARPA e come dispone la legge.

Eppure di motivi per "sospettare" che i mari italiani possano essere oggetto d'inquinamento chimico e perfino radioattivo in verità ce ne sono una valanga e non soltanto a causa dell'enorme quantità d'industrie chimiche (L'Ilva di Taranto su tutte) che da oltre mezzo secolo hanno sversato e sversano rifiuti tossici nei fiumi e nel mare.

Basti pensare ad esempio che delle 135 piattaforme galleggianti presenti nei mari italiani per l'estrazione di gas e petrolio, ben 100 non sono sottoposte ad alcuna normativa di controllo, nonostante il rischio sia quello dello sversamento nelle acque di metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE. E ricordare come il Mediterraneo pur costituendo la centesima parte delle superfici salate della terra concentri in sè il 50% dell'inquinamento petrolifero marino mondiale a causa del fatto di essere un mare "chiuso" le cui acque si rinnovano molto lentamente.

Se per quanto concerne le fonti d'inquinamento chimico la situazione non è certamente rosea, forse risulta anche peggiore in merito all'inquinamento radioattivo. Basti pensare che solamente fra il 1989 ed il 1995 ben 90 navi sono "state affondate" all'interno del Mediterraneo nell'ambito del traffico di rifiuti tossici e radioattivi, attività ben nota all'intelligence militare ed oggetto di un'inchiesta mai arrivata a compimento a causa della morte improvvisa e poco chiara del capitano De Grazia che ai tempi la conduceva. Alla quantità di unità militari nucleari statunitensi che stazionano e compiono esercitazioni all'interno dei nostri mari. Alle scorie radioattive francesi che spesso transitano nel Mediterraneo, alle centrali nucleari militari esistenti (pur in un Paese che per ben due volte ha abolito il nucleare con un referendum), come quella di San Piero a Grado in Toscana che scarica a mare le acque raioattive proprio all'interno di quello che notoriamente è conosciuto come il "santuario dei cetacei".

Insomma i mari italiani forse stanno veramente diventando sempre più blu, per quanto concerne l'aspetto estetico, ma con tutta probabilità contengono veleni ben più pericolosi di quanto non possano esserlo i batteri fecali. Sarebbe compito delle autorità verificare lo stato di contaminazione chimica e radioattiva delle acque in cui nuotano i bagnanti e gettano le reti i pescatori, ma le ARPA preferiscono trincerarsi dietro al fatto che la normativa europea non impone analisi di questo genere, pur demandando però alle autorità locali il compito di tutelare la salute pubblica.
Molto meglio fingere che vada tutto bene, distribuire bandierine blu e raccontare con toni entusiastici quanto stiano diventando puliti i mari italiani, in fondo la salute pubblica è un concetto vago facilmente manipolabile, mentre il business turistico al contrario è una mangiatoia concreta dove è sempre comodo fare il commensale.

Nessun commento: