lunedì 30 novembre 2009

Pimby premia i comuni non virtuosi


Marco Cedolin
Nella cacofonica società dei nostri tempi, strabordante di cortocircuiti logici, disinformazione urlata e aberrazioni di ogni sorta travestite da opportunità, si finisce giocoforza per non stupirsi più di nulla. Nemmeno del fatto che di fronte al disastro ambientale presente e futuro esista la volontà di premiare chi più cementifica, inquina e pregiudica la salute di noi tutti.
L'associazione Pimby (per favore nel mio cortile) fondata da Chicco Testa, già fondatore di Legambiente ed oggi managing director di Rothschild spa, Giancarlo D’alessandro, ad di Lait spa che gestisce l’informatizzazione della regione Lazio, Paolo Messa (celebre per essere stato portavoce di Follini ed avere coniato il famoso slogan “io c’entro”) curatore del mesile “Formiche” e Patrizia Ravaioli (attuale presidente), direttore generale della Croce Rossa italiana, si prefigge esattamente questo scopo. Auspicando la costruzione d’infrastrutture nocive ed invasive ed esaltando la “virtù” degli amministratori che permettono si faccia scempio del territorio da loro amministrato.

Ieri sera al Palazzo delle Esposizioni di Roma, l’associazione Pimby ha premiato la Provincia di Rovigo, meritevole di avere permesso l’insediamento di un nuovo rigassificatore. Il Comune di Caorso, per la gestione e lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi della centrale nucleare. Il Comune laziale di San Vittore, per l’ampliamento del forno inceneritore, impropriamente definito termovalorizzatore. Il Comune di Genova, per l’approvazione del progetto di una nuova autostrada. Il Commissario delegato per l’emergenza socio economico ambientale della viabilità di Mestre, per la costruzione dell'ormai tristemente famoso passante.

Ai cinque “probi” amministratori è stata consegnata una clessidra, che anziché scandire il tempo rimanente prima che il nostro ecosistema collassi definitivamente dinanzi al cemento, dovrebbe secondo gli organizzatori simboleggiare “l’Italia che non può più permettersi di rinviare la messa in atto di un piano di opere pubbliche ed infrastrutture fondamentali per assicurare vitalità e competitività al paese”. Infrastrutture fondamentali, ci sentiamo di aggiungere, come inceneritori, rigassificatori, autostrade e magari in futuro anche centrali nucleari, delle quali Chicco Testa è notoriamente un accanito sostenitore.

L’associazione Pimby ha inoltre attribuito tre speciali menzioni alla “cultura del fare” (alquanto originale parlare di cultura in riferimento al cemento ed al tondino) ad altrettanti esponenti del mondo politico e civile che nel corso del 2009 si sono distinti per il loro apporto alla cementificazione del paese, termine che Patrizia Ravaioli evita accuratamente di menzionare, avendo evidentemente già menzionato a iosa ed a sproposito.
Guido Bertolaso, è stato premiato per il suo impegno nella gestione dell'emergenza rifiuti di Napoli, oltre che per la ricostruzione in Abruzzo. Umberto Veronesi, per “l’impegno con cui persegue lo sviluppo e l’applicazione di ricerche capaci di migliorare le condizioni di vita”, speriamo di altro tenore e qualità rispetto a quelle che lo hanno indotto a definire la pratica dell’incenerimento assolutamente non nociva per la salute umana. Il presidente della Federazione italiana Editori di giornali Carlo Malinconico, per il suo ruolo decisivo nel promuovere la consapevolezza che un’informazione responsabile (trattasi in realtà di mera disinformazione irresponsabile) nei confronti dei cittadini, richiede la capacità di resistere alle sirene dei facili allarmismi. Ed anche, non dimentichiamolo, l’innata capacità di manifestarsi totalmente privi di scrupoli e di qualunque senso etico, quando si scrivono panzane antiscientifiche, giocando con la salute della popolazione.
Patrizia Ravaioli ha poi anticipato anche alcune iniziative che Nimby metterà in cantiere nel 2010, ma per quanto si possa essere temprati e forti di stomaco, sono certo che i risultati dei cantieri di quest’anno sono già più che sufficienti ad indurci ad aprire la finestra alla vana ricerca di un po’ di aria pura.

venerdì 27 novembre 2009

Il crac di Dubai


Marco Cedolin
Fino ad oggi da molti è stato considerato un “paradiso artificiale”, quasi un luogo di fantasia collocato a metà fra le “città del futuro” tanto care alla letteratura fantascientifica degli anni 70 ed i fumetti di Walt Disney che ci accompagnavano da bambini. Sicuramente la storia recente di Dubai lo ha reso il paradiso delle grandi opere, dell’edilizia avveniristica e dei mega investimenti immobiliari, tanto da farlo somigliare ad un immenso cantiere a cielo aperto, dove oltre ai grattacieli ed ai centri commerciali si costruiscono anche arcipelaghi di isole artificiali, piste da sci nel bel mezzo del deserto, città costiere adagiate sopra a piattaforme galleggianti. Una sorta di grande “capriccio” dove la favola s’intreccia con la perdita del senso del limite, ma non tutte le favole hanno un lieto fine.

E’ di ieri la notizia in virtù della quale “Dubai World”, la holding statale che ha coniato lo slogan “su Dubai il sole non tramonta mai” e controlla tutti i maggiori investimenti immobiliari del paese, oltre al mercato della logistica, della finanza e dell’energia, sembrerebbe essere sull’orlo del crac finanziario a causa di un debito di 59 miliardi di dollari, pari al 70% dell’intero debito statale. In grandissima difficoltà finanziaria a causa della crisi del mercato immobiliare, con i prezzi delle case precipitati del 47% nell’ultimo anno, Dubai World si è dichiarata intenzionata a chiedere a tutti i creditori una moratoria sul debito almeno fino al 30 di maggio e sta tentando di rinegoziare le proprie posizioni. Per tentare di porre rimedio alla drammatica situazione il governo dello sceicco Moahmmed bin Rashid Al Maktoum sta valutando la possibilità di avviare un vasto programma di emissioni obbligazionarie per una cifra di circa 20 miliardi di dollari che potrebbe prendere l’avvio già all’inizio del prossimo anno.

La difficile situazione in cui versa la holding dell’Emirato arabo, famosa per avere realizzato fra le altre cose le isole artificiali a forma di palma, con relative ville da sogno vendute a peso d’oro a facoltosi clienti vip di ogni parte del mondo, ha creato grande allarme all’interno del sistema bancario europeo che complessivamente risulta essere esposto nei confronti di Dubai World per una cifra di circa 40 miliardi di dollari. Tutte le borse europee hanno già ieri registrato indici pesantemente negativi, nell’ordine Londra -2,83%, Parigi -3,25%, Francoforte -2,91%, Madrid -2,47%, Milano -3,42%, Amsterdam -3,60%, Stoccolma -3,02%, Zurigo -2,42%. Mentre si attende la reazione di Wall Street che oggi era chiusa per il giorno del ringraziamento.
L’intreccio fra un’economia malata, una finanza in stato degenerativo e il gigantismo infrastrutturale fine a sé stesso, anziché una fiaba sta rischiando insomma di partorire un vero e proprio romanzo dell’orrore da aggiungere nella libreria del crollo di questo sistema economico ormai in stadio terminale.

giovedì 26 novembre 2009

Anche in Canada problemi con il vaccino


Marco Cedolin
E’ di ieri la notizia, resa nota dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui le autorità canadesi stanno procedendo ad accertamenti in relazione alle gravi reazioni allergiche determinate dai vaccini contro l'influenza suina della GlaxoSmithKline, dopo avere già ritirato dalla distribuzione un intero lotto del prodotto.

Nello scarno comunicato diramato dal portavoce dell’OMS Thomas Abraham, non viene reso noto il numero delle persone che sono state oggetto delle reazioni allergiche, né la gravità dei sintomi riscontrati, né tanto meno lo stato di salute attuale dei soggetti vittima dell’allergia. In compenso Abraham, pur dichiarando di non avere ancora compreso cosa sia accaduto in Canada, si sente comunque in dovere d’insistere nel raccomandare la vaccinazione, dichiarando che per quanto riguarda la gran parte dei 30 decessi finora riscontrati in seguito all’inoculazione del vaccino, non è ancora stata dimostrata una sicura correlazione. Ed aggiungendo che in ogni caso tali decessi rappresentano una frazione infinitesimale assolutamente nella media, in proporzione alle 65 milioni di dosi di vaccino finora somministrate.

Quello che più induce a riflettere, oltre allo stillicidio attraverso il quale vengono “balbettate” le notizie sull’argomento, spesso prive di numeri, dati e coordinate per orientarsi è il pressappochismo con cui le autorità sembrano affrontare la questione. Quando infatti si è disquisito intorno all’eventuale pericolosità del vaccino contro l’influenza H1N1, ventilando la possibile insorgenza di problemi ad esso correlato, così come abbiamo fatto in molti negli ultimi mesi, non si è mai paventata un’immediata moria dei soggetti vaccinati, come mosche poste di fronte al DDT. Al contrario si è tentato di analizzare le conseguenze del medicinale e la sua eventuale nocività per la salute umana, non tanto nell’immediato quanto piuttosto nel medio e lungo termine. E si è contestato a più riprese (come ha fatto anche il ministro della Salute polacco) il fatto che la sperimentazione messa in atto dalle case farmaceutiche non offra garanzie adeguate anche e soprattutto in relazione al ristrettissimo asse temporale preso in considerazione.
Proprio in virtù di ciò le rassicurazioni di Abraham, che si dichiara ancora all’oscuro di cosa sia accaduto in Canada, imperniate sul fatto che le morti fulminanti eventualmente determinate dal vaccino sono tutto sommato percentualmente trascurabili e rientrano nella media, ci paiono fuori luogo e non ci rassicurano affatto. Al contrario ci sembra altamente scorretto l’atteggiamento dell’OMS che di fronte ad un virus influenzale la cui pericolosità continua a manifestarsi oggettivamente molto bassa, si sente in dovere di raccomandare l’utilizzo di un vaccino le cui conseguenze immediate e soprattutto future continuano ad allignare nel regno dell’imponderabile.
Pubblicato su Terranauta

mercoledì 25 novembre 2009

Le chiusure FIAT partono da Termini Imerese


Marco Cedolin
L’intenzione del gruppo FIAT di smantellare almeno tre stabilimenti italiani, fra i quali quello di Termini Imprese, era già nota fin dal mese di maggio, quando in occasione del tentativo di acquisire Opel, Sergio Marchionne, al tempo blandito dalla politica e dai media come il salvatore dell’italianità, presentò il progetto Fenice che oltre a Termini Imprese prevedeva la chiusura di Pomigliano e dello stabilimento Pininfarina di S.Giorgio Canavese.
Oggi che questi intendimenti stanno iniziando a concretarsi, contemporaneamente all’annuncio di FIAT relativo a nuovi periodi di cassa integrazione per diversi stabilimenti (fra cui anche Termini Imerese) a cavallo della fine dell’anno, il governo sembra cominciare a mostrarsi preoccupato per la questione.

Il ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola, dopo avere dichiarato che “sarebbe folle far morire un polo industriale come Termini Imerese, su cui nel tempo sono stati fatti investimenti importanti” ha anticipato alcuni degli argomenti che il governo porterà all’incontro fissato per il primo dicembre con l’amministratore delegato Sergio Marchionne.
Alla FIAT che ritiene siano troppi 6 stabilimenti in Italia e considera troppo costoso produrre in un impianto come quello di Termini Imerese, Scajola risponde mettendo in evidenza l’anomalia italiana (fra i paesi dove è storicamente forte l’industria dell’auto) costituita dal fatto di produrre meno auto di quante non se ne immatricolino. Auspica un aumento della produzione di FIAT in ambito nazionale e sottolinea come in Spagna venga prodotto quasi il doppio delle auto prodotte in Italia. Aggiungendo poi che il governo sta preparandosi al confronto anche attraverso l’analisi di una serie di dati comparati con altri paesi, relativi al costo di produzione delle autovetture.
Scajola ha poi anche toccato l’argomento “incentivi” dichiarando che quelli destinati al settore auto, l’anno prossimo saranno con tutta probabilità inferiori, dal momento che le agevolazioni attuali hanno comportato un ridimensionamento della crisi di vendita presente ad inizio anno e le risorse verranno destinate ad altri settori come i mobili e gli elettrodomestici che ancora risultano essere in profonda sofferenza.
Se da un lato si manifesta per molti versi imbarazzante l’azione tardiva e poco convincente del governo, più simile al piagnisteo di un padre che dopo avere foraggiato per anni ogni capriccio del figlio viziato si trova posto di fronte alla sua decisione di andarsene di casa, piuttosto che non ad una presa di posizione forte e motivata, dall’altro risulta disarmante l’assoluta mancanza di strategie volte a costruire un’alternativa all’attuale modello industriale, palesata da parte di tutta la classe politica italiana. Una classe politica che si rifiuta di prendere atto del fatto che settori industriali come quello dell’automobile e degli elettrodomestici, così come quello dell’acciaio e dell’alluminio (pensiamo alle vicende della multinazionale americana Alcoa) non avranno in futuro la possibilità di essere trainanti, così come lo sono stati in passato. I primi perché devono fare i conti, oltre che con gli effetti della globalizzazione, anche con la sempre più progressiva saturazione del mercato, basti pensare che oggi in Italia circolano oltre 35 milioni di autovetture. I secondi in quanto anche se non intervenisse la delocalizzazione, risulterebbero a breve ambientalmente insostenibili a causa dell’enorme dispendio di energia e risorse naturali che comportano. Una classe politica totalmente incapace di rompere i ponti con il passato e comprendere la necessità d’indirizzare gli investimenti in quei settori che presentano ampi spazi di mercato e a parità di produzione riducono il consumo di risorse.
Settori come quello della produzione e distribuzione dell’energia, della ristrutturazione degli edifici secondo criteri di basso assorbimento energetico, della riqualificazione del territorio, del riuso, riutilizzo e riciclo dei rifiuti. Settori che se fossero oggetto di quegli investimenti che fino ad oggi sono stati indirizzati a sostenere colossi industriali (FIAT in testa) attenti solo ai propri interessi, avrebbero le potenzialità per superare sia gli aspetti economici ed occupazionali, sia gli aspetti ambientali della crisi, costituendo in prospettiva un vero e proprio salto di qualità.

martedì 24 novembre 2009

Il ministro Rotondi auspica il digiuno dei lavoratori


Marco Cedolin
Negli ultimi anni sono stati molti gli attentati al desco dei lavoratori, portati dai sostenitori della legge 30 che li ha costretti giocoforza a mangiare a “singhiozzo”, dai fautori del modello americano che li ha indotti a consumare cibo spazzatura seduti alla scrivania, dalla grande imprenditoria impegnata nella delocalizzazione delle imprese che ha reso loro assai difficile riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena.

Oggi, nel bel mezzo di una crisi economica potenzialmente catastrofica, indotta in larga parte anche dalla sovrapproduzione di merci, il ministro per l’attuazione del programma di governo Gianfranco Rotondi, nel corso di un’intervista alla web TV “Klaus Condicio” ha ritenuto giusto porre fine a questo stillicidio e dopo avere definito la pausa pranzo “un danno per il lavoro ed una ritualità che blocca tutta l’Italia”, ha auspicato che presto si possa mettere fine a questa insana pratica che nuoce gravemente alla produttività.

Larghi tratti dell’intervista in questione, comparsi sull’home page del sito web del Corriere della Sera, somigliano più ad una gag comica stile Bagaglino, piuttosto che non a delle serie riflessioni portate da un uomo politico, così nonostante il tema abbia un certo spessore, si finisce spesso per sorridere, anche se talvolta in modo sardonico.
Rotondi afferma “non possiamo imporre ai lavoratori quando mangiare, ma ho scoperto che le ore più produttive sono proprio quelle in cui ci si accinge a pranzare”.
Curioso come il ministro, pervaso da genuina bonomia, dichiari che non è possibile imporre ai lavoratori quando (e se?) mangiare, ma si dica altresì convinto che per qualche arcana ragione nota solo a lui che come il replicante di Blade Runner, Roy Batty può vantarsi di avere visto le “navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione”, le ore più produttive risultino essere proprio quelle in cui il disgraziato lavoratore si accinge a pranzare. Basta insomma il verso di avvicinarsi al desco, per trasformare quel fatidico momento nell’acme potenziale della produttività

Continua Rotondi “Chiunque svolga un'attività in modo autonomo, abolirebbe la pausa pranzo”.
Affermazione anch’essa alquanto originale, dal momento che i lavoratori autonomi, trattandosi di esseri umani e non dei replicanti tanto cari al ministro, sono comunque costretti a pranzare se vogliono evitare di cadere preda del deliquio prima che faccia sera, anche se per forza di cose pranzano naturalmente quando hanno tempo per farlo.

Rotondi sembra poi farsi meno massimalista, arrivando a dichiarare “Casomai sarebbe meglio distribuirla in modo diverso, come avviene negli altri Paesi” ed a questo riguardo porta tutta una serie di esempi a suo avviso illuminanti ai quali sarebbe saggio adeguarsi.
“In Germania, ad esempio, per incentivare la produttività la pausa pranzo in alcuni posti di lavoro dura mezz'ora, mentre si estende a 45 minuti per chi lavora oltre le 9 ore. Tuttavia, secondo un recente sondaggio, un quarto dei tedeschi trascorre la propria pausa pranzo lavorando. Anche in Inghilterra molti dipendenti vi rinunciano o la riducono, sia nei minuti che nel numero di pause nel corso dell'intera settimana. Negli ultimi due anni, infatti, si è scesi da una media di 3,5 pause a settimana del 2006 a 3,3 nel 2008. Addirittura meno di 3 per le donne. In Francia lo statuto dei lavoratori riconosce 20 minuti ogni 6 ore, mentre in America la pausa pranzo non è proprio prevista dalla legge federale ed è regolamentata autonomamente dai singoli Stati, mentre in Canada e Svezia si pranza davanti alla scrivania”.
Insomma questa stortura del metabolismo umano in virtù della quale il lavoratore per riuscire a produrre sia costretto anche a mangiare, il paffuto ministro Rotondi proprio non riesce a digerirla. Se il lavoratore deve proprio mangiare, almeno lo faccia in fretta, senza alzarsi dalla scrivania. O meglio prenda l’abitudine di pranzare un giorno si e l’altro no, imparando dagli interinali e comunque non si permetta mai di abbandonarsi ai richiami dello stomaco prima di avere prodotto per almeno 6 ore consecutive, se poi sono 9 meglio ancora.
Senza dubbio il ministro Rotondi, memore delle sue esperienze “vicino alle porte di Tannhäuser” preferirebbe sostituire i tradizionali lavoratori, vittime delle costrizioni imposte dalla carne, con una truppa di androidi che sarebbero certo più vicini alla sua visione del mondo del lavoro. Purtroppo però gli androidi digiunano ma non pagano neppure le tasse e per ironia del destino trovare qualcosa da mettere sul desco diventerebbe un grosso problema anche per lui che, neanche si trattasse di Piero Fassino, la pausa pranzo giura di “averla abolita da almeno 20 anni”.

lunedì 23 novembre 2009

Nelle stazioni ferroviarie si giocherà d'azzardo


Marco Cedolin
All’interno delle stazioni ferroviarie italiane sta diventando sempre più difficile riuscire ad acquistare in tempo utile il biglietto del treno. In quelle piccole la biglietteria non esiste neppure più ed occorre rivolgersi ad un bar o tabaccheria autorizzati, mentre in quelle grandi bisogna fare i conti con le code spesso interminabili ai pochi sportelli aperti e con lo stato di degrado delle macchinette automatiche che troppe volte risultano fuori servizio.
In compenso a partire dal 17 novembre (data dell’inaugurazione a Savona della prima stazione – casinò) i viaggiatori il cui treno è stato soppresso o hanno perso la coincidenza a causa dei cronici ritardi, potranno trastullarsi e dimenticare la peripezia, giocando d’azzardo a slot machine, videolotterie e altri intrattenimenti “culturali” di quelli che ogni anno riducono sul lastrico un notevole numero di famiglie italiane.

Si tratta del risultato di un accordo stipulato fra Centostazioni, società partecipata dalle Ferrovie di Moretti e dalla cordata privata Archimede1 che è attualmente impegnata a “riqualificare” 103 stazioni ferroviarie italiane, ed il colosso Lottomatica. Accordo che prevede appunto l'apertura di spazi all'interno delle stazioni, dedicati a slot machine, videolotterie e giochi di vario genere, con l’obiettivo di offrire possibilità di intrattenimento e tempo libero per gli utenti delle stazioni.
Dietro al “nobile” intento di rallegrare la via crucis giornaliera di pendolari e viaggiatori, si nasconde naturalmente la volontà di sfruttare un mercato come quello del gioco d’azzardo che in tempi di crisi sta mostrandosi sempre più fiorente e raggiungerà in Italia nel 2009 un volume di 52 miliardi di euro giocati, equivalente ad una media di circa tre euro al giorno per ogni italiano.

L’iniziativa, giudicata dall’ad di Trenitalia Mauro Moretti semplicemente un “esercizio commerciale”, non ha riscosso il gradimento del ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola che invitato alla cerimonia d’inaugurazione della stazione – casinò di Savona ha ribadito come il gioco d’azzardo sia poco educativo, ricordando anche un suo caro amico al quale è costato la vita.
Alla luce dello stato di degrado e dei disservizi diffusi presenti nelle stazioni italiane, suscita più di qualche perplessità il fatto che Moretti ed i suoi soci, equamente ripartiti fra società immobiliari, cooperative, banche e gestori di aeroporti, abbiano inteso mettere in atto una riqualificazione che privilegia aspetti (come la trasformazione in case da gioco) non proprio consoni alla destinazione d’uso delle stesse, anche se forieri di facili profitti. Guardando alle nuove stazioni, intese dai gestori come “luogo d’intrattenimento e tempo libero”, le perplessità aumentano ulteriormente, dal momento che siamo avvezzi a considerarle semplicemente degli spazi di servizio, funzionali ai viaggiatori che (se le coincidenze e le soppressioni di convogli lo consentono) ambiscono a permanervi il meno possibile. E riteniamo che le dinamiche concernenti la loro riqualificazione avrebbero dovuto privilegiare l’efficienza dei molti servizi attualmente carenti, al fine da rendere più facile la vita dei viaggiatori, anziché trasformarle in sale da gioco dove continuerà a rimanere molto difficile reperire un biglietto per il treno, ma diventerà al contrario facilissimo dilapidare il proprio stipendio nell’attesa che arrivi il prossimo convoglio.

sabato 21 novembre 2009

Silenzio c'è la TV


Mario Zin
Fra tutte le varie vicissitudini di cui quotidianamente sono spettatore ce n’è una in particolare che da un lato mi fa sorridere, mentre dall’altro mi fa letteralmente accapponare la pelle. Si tratta del maniacale bisogno di stare in compagnia della tv, un gesto molto simile, secondo me, alla dipendenza da sostanze stupefacenti e che provoca pressappoco gli stessi effetti. Cioè la distorsione di tutto ciò che costituisce la nostra misera esistenza e l’alienazione dalle nostre reali esigenze, dai nostri reali bisogni, dai nostri diritti e dai nostri obblighi da assolvere.
Una volta tornati a casa dopo un’estenuante giornata di lavoro, uno dei primissimi gesti che compiamo meccanicamente è quello di accendere quel diabolico arnese che nel tempo ha ucciso il nostro senso critico e la nostra capacità di pensare. Nessun altro oggetto ha prodotto risultati cosi soddisfacenti per chi mirava ad indirizzare le masse a proprio piacimento.

Se analizziamo i comportamenti delle famiglie italiane nell’unico momento di aggregazione vedremo che alcuni comportamenti coincidono. A tavola, per esempio, se un componente della famiglia intendesse instaurare un minimo di dialogo, confrontarsi, misurare il proprio stato di felicità, esporre i propri dubbi, dar voce alle proprie incertezze e ai propri sogni, con suo sommo dispiacere si dovrebbe rassegnare perché il proprio interlocutore teledipendente con il nobile gesto di portarsi l’indice alla bocca farebbe cenno di non disturbare, poiché in quel preciso momento una notizia del mondo televisivo ne ha catturato l’attenzione.
Immaginiamo i bambini, ridono, parlano, si chiedono il perché delle cose. Per un genitore intento a guardare la tv rappresentano solo un enorme fastidio, un impiccio del quale sbarazzarsi al più presto, ma come? Facendo capire loro che la televisione offre notizie importanti, che bisogna fare attenzione, bisogna ridere solo quando la tv lo ordina e così via. Il bambino sarà allora indotto a provare sentimenti verso la tv anziché nei confronti dei genitori, trovando in essa un succedaneo della propria famiglia.

Non lamentiamoci se la società va così, non lamentiamoci se crescono ragazzi sempre più annoiati, apatici, sempre più insofferenti a tutto ciò che succede intorno a loro perché senza sforzarvi troppo scoprireste che non siete tanto poi diversi da loro.
Ogni giorno la TV partorisce nuovi quiz, giochi a premi, reality dove vediamo degli attori impegnati nelle situazioni più assurde, invece di essere noi a vivere in prima persona la nostra vita. Partite di calcio ad ogni ora, notiziari 24 ore al giorno che ci propinano menzogne colossali travestite da verità supreme, tutto questo intervallato da pubblicità che utilizzano metodologie degne di Edward Bernays, per orientare i nostri gusti, i nostri sogni, i nostri ideali ed i nostri sentimenti, senza che da parte nostra sorga mai il minimo dubbio sul fatto che si tratti realmente di ciò che desideriamo.
La televisione non deve mancare nelle nostre case (almeno una in ogni stanza) ed ovunque andiamo. In vacanza da anni le camere ne sono provviste, così come bar e ristoranti. Sono sicuro che tra non molto anche i becchini offriranno come opzione la possibilità di far installare nella bara una bella televisione da 10”, giusto per non far mancare niente al caro estinto, così teledipendente in vita come in morte.

Un tempo si diceva che il manganello aveva sostituito il dialogo, ora si può affermare che è la Tv a sostituirlo. Si vive in casa con perfetti sconosciuti. Incontrando un amico non si può far altro che parlare del telefilm o della partita vista la sera prima, non si ha più niente di personale da dirsi, forse perché la nostra vita reale è così diversa da quella che vorremmo, da far si che si preferisca soffermarsi sulle vite virtuali della TV e questo risulta tremendamente triste.
Spegnete la tv, la radio, chiudete i giornali, non andate in rete per un po’ e iniziate da subito a tornare uomini, senza somigliare a delle macchiette. Iniziate a pensare, perché pensare è un’azione imprevista, una delle poche cose che potrà salvare voi e i vostri figli.

giovedì 19 novembre 2009

Il vaccino contro l'influenza suina è una truffa


Marco Cedolin
In un intervento al parlamento polacco, il ministro della sanità Ewa Kopacz ha definito ieri il vaccino contro l’influenza H1N1 una vera e propria “truffa” ordita ai danni dei cittadini da parte delle case farmaceutiche che lo producono e dei governi che lo hanno acquistato e lo stanno distribuendo, ben sapendo di fare solamente gli interessi di Big Pharma e non quelli della collettività.

Il ministro ha posto tutta una serie di dubbi concernenti gli accordi che i vari governi hanno stipulato con i produttori dei farmaci, arrivando a domandarsi quale sia il dovere di un ministro della sanità, tutelare gli interessi dei cittadini o portare avanti quelli delle industrie farmaceutiche? Lasciando intendere come nel caso del vaccino contro l’influenza A i due interessi non collidano, ma al contrario risultino profondamente contrastanti.

Sotto accusa sia la reale efficacia dei vaccini, sia l’omertà praticata in merito agli effetti collaterali degli stessi. Il ministro Ewa Kopacz si domanda come sia possibile che nonostante esistano oggi sul mercato tre tipi differenti di vaccini realizzati da tre produttori diversi, vengano trattati tutti alla stessa stregua, arrivando a carezzare la possibilità che uno di essi “magari quello con una quantità inferiore di sostanze attive, sia solo acqua fresca, alla quale attribuiamo il potere di curare l'influenza”.
Mette in evidenza come all’interno dei siti web nei quali i produttori di vaccini sono obbligati a pubblicare gli effetti collaterali della vaccinazione, non sia citato un solo effetto collaterale, nonostante la vaccinazione di massa sia ormai iniziata da un mese e mezzo. Lasciando in questo modo intuire che le industrie farmaceutiche abbiano inventato il “farmaco perfetto”. Ma perché si domanda ancora il ministro, se questo farmaco è così miracoloso i produttori si rifiutano di assumersene la completa responsabilità?

Ewa Kopacz pone inoltre l’accento sul fatto che nonostante i vaccini siano ormai arrivati al quarto stadio di controllo, non sia stato ancora reso pubblico nessun risultato. Aggiungendo che inoltre il controllo sulle persone è stato molto ridotto. Proprio per queste ragioni dichiara di non sentirsi affatto sicura nel consigliarne l’utilizzazione, fino a quando non le sarà dato modo di prendere visione di risultati attendibili.
Il ministro dedica poi un’ultima riflessione sull’allarme pandemia lanciato in relazione all’influenza A, mettendo in evidenza come ogni anno nel mondo un miliardo di persone si ammalino ed un milione di loro muoiano per effetto dell’influenza stagionale, senza che mai siano stati lanciati allarmi di questo genere. Nonostante l’influenza suina stia rivelandosi molto meno pericolosa di quella stagionale, a vari livelli è stato diffuso panico irrazionale al solo scopo di spingere all’acquisto del vaccino.
Ewa Kopacz ha infine chiuso il proprio intervento affermando che “lo Stato polacco è molto saggio, i polacchi sanno distinguere la verità dalle balle con molta precisione. Sono anche in grado di distinguere una situazione oggettiva da una truffa”.

Resta poco da aggiungere alle parole del ministro della sanità polacco, se non rilevare come l’atteggiamento dei cittadini europei, assai restii a farsi vaccinare, sembri dare molto più credito al suo pensiero piuttosto che non alle rassicurazioni diffuse su giornali e TV dai vari governi compreso quello italiano, dimostrando di avere le idee ben chiare riguardo a quello che dovrebbe essere il dovere di un ministro della sanità. Probabilmente larga parte del vaccino truffa che ha contribuito ad arricchire le casse e ad innalzare alle stelle il valore delle azioni delle grandi case farmaceutiche, resterà ad ammuffire sugli scaffali, prima di prendere la strada degli scarichi per l’acqua sporca. Naturalmente fino al prossimo allarme pandemia, con relativa psicosi creata a tavolino e vaccino truffa da vendere a peso d’oro in tutto il mondo.

martedì 17 novembre 2009

TAV in Val Di Susa lo scontro continua


Intervista di Giorgio Cattaneo a Marco Cedolin per il giornale web Terranauta
Marco Cedolin è vero che, in tutti questi anni, le autorità non hanno mai chiaramente dimostrato l’utilità della Torino-Lione?
Verissimo, in tutti questi anni nessuno ha mai dimostrato l’utilità del TAV Torino – Lione, né tanto meno prodotto un serio rapporto sui costi/benefici del progetto.
Se è così, perché?
Per la semplice ragione che sull’asse in oggetto non esistono traffici viaggiatori e commerciali in grado di giustificare un’opera di questo genere. Oltretutto a partire dal 2001 sia il traffico passeggeri che quello merci sulla direttrice Torino – Lione stanno diminuendo in maniera vistosa, 25% in meno di transiti di mezzi pesanti al valico del Frejus solo nel 2008, a dimostrazione del fatto che non esistono i presupposti per la realizzazione del progetto.
Del primo progetto, gli oppositori hanno contestato i maggiori punti di criticità: impatto ambientale devastante, rischi per la salute, costi esorbitanti. Vogliamo riepilogare meglio?
La prima criticità è costituita proprio dal fatto che il TAV Torino – Lione si manifesta come un’opera economicamente priva di senso, dal momento che non esistono anche in propensione futura volumi di traffico tali da giustificare un progetto il cui costo previsto nel 2003 (metà del quale a carico dell’Italia) era 16 miliardi di euro e se in corso d’opera fosse soggetto all’incremento medio riscontrato nelle tratte TAV già costruite in Italia potrebbe lievitare fino a 64 miliardi di euro. Per quanto riguarda gli impatti ambientali la lista è lunghissima, ad iniziare dal rischio di essiccamento ed inquinamento delle sorgenti, così come accaduto nel Mugello, passando attraverso la perforazione di montagne ricche di rocce amiantifere che determinerebbero un incremento esponenziale dei casi di mesotelioma fra la popolazione, per finire con la presenza di giacimenti di uranio all’interno del massiccio dell’Ambin, dove dovrebbe venire scavato il tunnel di base lungo 54 km.
Come mai in Italia i costi dell’alta velocità sono tripli rispetto a quelli francesi?Per tutta una serie di ragioni che comprendono la perversa architettura finanziaria del sistema TAV italiano, basata sui General Contractor, impedendo di fatto le gare di appalto internazionali, la conformazione montagnosa del nostro paese, molto differente da quella del territorio francese e la natura stessa dell’infrastruttura, più pesante (a causa della velleità di poter supportare i treni merci) e costosa di quella francese.
Nel 2005 la valle di Susa si oppose alla linea, stentando a farsi comprendere dalla comunità nazionale: che diritto ha una comunità locale di fermare una grande opera?
La Val di Susa faticò molto a farsi comprendere dalla comunità nazionale, semplicemente perché a livello mediatico non le fu dato spazio per controbattere attraverso cifre e dati incontrovertibili i vuoti slogan diffusi dalla politica,. Personalmente credo nel diritto all’autodeterminazione dei popoli e ritengo che una comunità locale abbia il dovere di esprimersi in merito alla gestione del territorio in cui vive, sentendosi in diritto di fermare qualunque opera o progetto venga ritenuto pericoloso o dannoso per la comunità stessa, anche qualora spacciato come d’importanza nazionale.
Visto che intanto la rete dell’alta velocità (giusta o sbagliata) si è ormai estesa in Italia e in Europa, non rischia di apparire sempre meno difendibile l’ostruzione della valle di Susa?
In Italia si sta andando verso il completamento (anche se mancano ancora alcuni anni alla chiusura definitiva dei cantieri) dei 1020 km che compongono il progetto primigenio del TAV Torino – Milano – Roma – Napoli. Un’opera sulla quale corrono e correranno esclusivamente treni passeggeri. In Europa gli unici due paesi che hanno investito massicciamente sull’alta velocità sono la Francia e la Spagna ed in entrambi i casi si tratta esclusivamente di un servizio passeggeri.Il TAV Torino – Lione, mancando totalmente i passeggeri, viene sponsorizzato come un’infrastruttura dedicata alle merci e perciò avulsa dal resto del contesto sia italiano che europeo. Chi critica “l’ostruzione della Valle di Susa” dovrebbe iniziare a fare chiarezza sulla questione, spiegando se l’opera sarà costituita da una linea ad alta velocità deputata a trasportare passeggeri che non esistono, collegata con il resto dell’alta velocità italiana ed europea, oppure ambirà al trasporto merci, senza potere essere ritenuta in questo caso parte di un asse internazionale rispetto al quale la Valle di Susa starebbe facendo ostruzione.
Dopo la grande compattezza del 2005 (sindaci e movimento No-Tav), inevitabilmente la “tregua” degli ultimi tre anni ha lasciato spazio a divisioni (tra movimento e sindaci e tra i sindaci stessi) sulla linea da adottare: rifiuto a oltranza oppure mediazione, trattativa, accettazione di contropartite territoriali. In cambio dell’alta velocità, il governo cosa ha proposto alla valle di Susa?
Il governo sostanzialmente ha proposto le stesse compensazioni che sono state promesse nel resto del territorio italiano sfregiato dalla costruzione del TAV. Nuove infrastrutture cementizie, strade e parchi giochi, oltre alla prospettiva di qualche “facile carriera” per i politici più in vista.
Come giudichi il lavoro dell’osservatorio di Virano?
L'Osservatorio guidato da Mario Virano ha assolto alla perfezione il proprio compito che era quello di normalizzare e “governare” una valle in rivolta, all’interno della quale il rifiuto delle decisioni calate dall’alto e la voglia di autodeterminazione avevano creato aggregazione e consapevolezza. Nel 2005 e all’inizio del 2006 in Valle di Susa non passava giorno senza che ci fosse almeno una conferenza partecipata da centinaia di persone. Si discuteva di democrazia partecipata e decrescita e la gente aveva “spento la TV”, preferendo informarsi in prima persona e condividere le proprie idee con gli altri. Oggi la Valle di Susa ha smesso di rappresentare un’anomalia e le persone si comportano come nel resto d’Italia. Alla luce di questo si può dire che l’Osservatorio Virano abbia raggiunto il proprio scopo.
E’ possibile pensare che un giorno la valle di Susa accetterà la linea? E a quali condizioni?
Non credo che la maggior parte dei cittadini della Valle di Susa accetterà mai l’alta velocità, poiché non esistono condizioni e offerte che possano giustificare la distruzione di un territorio già profondamente infrastrutturizzato, per fare spazio ad un’opera completamente inutile, tanto per i valsusini quanto per il resto degli italiani. Il TAV Torino – Lione potrà solamente venire imposto con la forza, violentando profondamente i diritti e la dignità della popolazione.
La condotta della valle di Susa è stata esemplare o c’è spazio per autocritiche?
Lo spazio per l’autocritica esiste sempre, anche quando si analizza una “bella pagina” come quella della reazione della Val di Susa alla militarizzazione subita nel 2005. Uno sbaglio su tutti, diventato evidente con il passare del tempo, fu quello di avere riposto troppa fiducia nella “mediazione” degli amministratori e non avere invece preteso che l’opera venisse stralciata definitivamente (come accaduto nel caso di Scanzano Ionico) quando l’intera valle era in rivolta ed aveva la forza per potere imporre questa decisione.
La partita è chiusa o ancora aperta?
La partita oggi è più aperta che mai, dal momento che la situazione per molti versi può considerarsi paritetica rispetto a quella del 2005, prima che avvenisse la militarizzazione. Esistono istituzioni nazionali, regionali e provinciali che vogliono imporre una grande opera cementizia e decine di migliaia di cittadini che vogliono difendere dall’ennesimo (e forse fatale) sfregio il territorio in cui vivono.
Come si comporterà la valle di Susa di fronte all’annunciata nuova campagna di indagini geologiche? Nel 2005 il movimento si oppose fisicamente, occupando spazi, all’installazione delle trivelle geognostiche. Lo spettacolo si ripeterà?
Se realmente il governo tenterà di riproporre una campagna di sondaggi, come nel 2005, sicuramente il movimento si opporrà fisicamente come fece allora, dal momento che tutti i valsusini sono consci del fatto che i sondaggi geognostici rappresenterebbero in realtà l’inizio dell’opera. Le uniche variabili possono essere rappresentate dal modo in cui il governo intenderà porsi nei confronti dei cittadini e dalla capacità del movimento di produrre aggregazione trasversalmente, mobilitando larga parte della popolazione come fece allora.
Come è cambiato lo scenario politico dopo le ultime elezioni comunali? La “causa” No-Tav si è rafforzata o indebolita?
Dopo le ultime elezioni comunali la presenza delle liste civiche NO TAV all’interno delle amministrazioni è aumentata. Sicuramente questo gioverà alla causa NO TAV, anche se non ritengo si tratti di una questione determinante. Risulterà decisiva la capacità del movimento di coinvolgere nella lotta ampi strati della popolazione, di ogni ceto ed orientamento politico, determinando una risposta popolare che sappia dissuadere il governo dal procedere nel proprio intendimento. So di ripetermi, ma solamente sul grado di mobilitazione dei cittadini si giocherà in realtà l’intera questione.
Un referendum locale potrebbe dire una parola definitiva sul futuro della Torino-Lione?
Ritengo che un referendum locale sarebbe del tutto inutile ed assolutamente inadeguato a risolvere il problema del TAV in Valsusa. In primo luogo si tratterebbe di un’operazione scarsamente democratica, dal momento che la capacità di produrre informazione da parte dei due contendenti, movimento NO TAV e soggetti favorevoli all’opera (praticamente tutti i partiti politici, Confindustria, i giornali e la TV) sarebbe drammaticamente sbilanciata ed i cittadini si troverebbero nell’impossibilità di venire informati correttamente sulla questione intorno alla quale si chiede loro di pronunciarsi. In secondo luogo i referendum locali hanno soltanto un significato indicativo, ragione per cui anche di fronte ad una sconfitta chi propone l’opera potrebbe continuare nel perseguire il proprio intento, così come già accaduto in molti casi, fra i quali quello della risalita meccanizzata del comune di Rivoli, proprio alle porte della Valle di Susa.
Quale lezione si può trarre da questa vicenda?
Quello che è accaduto nel 2005 dovrebbe avere insegnato sostanzialmente due cose. Non sempre l’imposizione dall’alto con l’uso della forza di una grande opera risulta essere la strada migliore e più facilmente praticabile, neppure quando si pensa di poterlo fare con arroganza, forti dell’appoggio della classe politica e dell’intero circo mediatico. Al tempo stesso non sempre per i movimenti spontanei di cittadini che si battono contro le grandi opere, affidarsi alla mediazione politica portata avanti dall’amministratore “amico” di turno si rivela una scelta vincente e risolutiva.
E’ possibile fare pronostici?
Senza dubbio fare pronostici è molto difficilmente, dal momento che nessuno possiede le coordinate per prevedere quale potrebbe essere l’entità della mobilitazione in Val di Susa, di fronte ad un nuovo assalto delle trivelle e proprio questo fattore si manifesterà decisivo. Personalmente ritengo che il movimento sia in grado di fermare ancora una volta (forse definitivamente) la costruzione dell’opera, a patto che riesca a recuperare la spontaneità e la capacità di unire e non dividere presenti nel 2005, un poco appannatesi nel corso degli ultimi anni anche a causa di un eccessivo appiattimento del movimento sulle posizioni della sinistra radicale.
Sarà decisivo il ruolo della nuova Comunità Montana che è nata a novembre?
La nuova Comunità Montana nata a novembre avrà come presidente Sandro Plano, esponente del PD ed ex sindaco di Susa, la cui elezione è frutto di un accordo fra le liste civiche NO TAV e le amministrazioni governate dal PD in valle, tornate per l’occasione su posizioni di contrarietà all’alta velocità. Senza dubbio una maggioranza schierata contro la costruzione del TAV in seno alla Comunità Montana potrà avere il proprio peso politico. Un ruolo comunque non decisivo, ancorché importante, poiché come ho ricordato più volte l’unico fattore decisivo sarà la capacità, o meno, di mobilitare in massa la popolazione da parte del movimento.

lunedì 16 novembre 2009

Il MiTorinese mutante


Marco Cedolin
Sembra il titolo di un romanzo di fantascienza, ma in realtà si tratta solamente di un b-movie di giornalismo spazzatura comparso qualche giorno fa su La Stampa, che però ha il pregio di fare divertire e siccome notoriamente il riso fa buon sangue consiglio a tutti di leggerlo fino in fondo.

Il MiTorinese mutante, “l’uomo che vivrà due volte” come si può leggere nel titolo, altri non è se non uno sfigatissimo pendolare, costretto a lavorare a 130 km da casa propria, che non trova di meglio che compiacersi di questa sua situazione, fino a sublimarla, con l’aiuto dell’autrice, nella veste di status symbol, volto a condurlo verso un nuovo stile di vita che non sembra purtroppo essere molto allineato con le necessità imposte dalla catastrofica crisi ambientale con la quale ci troviamo a coesistere.
Fulcro del racconto è naturalmente il nuovo TAV Frecciarossa che stando alle parole della giornalista si rivelerà prodromico della nascita di una nuova unica megalopoli formata (udite udite) dall’unione di Milano e Torino, che grazie all’inaugurazione della nuova linea ad alta velocità potranno (finalmente?) dare vita ad unico comprensorio metropolitano all’interno del quale sarà possibile spostarsi continuamente in maniera tanto schizofrenica quanto priva di senso.

Il MiTorinese mutante è un pendolare di alto lignaggio dal reddito elevato (dirigenti editoriali, titolari di gallerie d’arte, architetti, suonatori dell’orchestra della Rai gli esempi portati nell’articolo) ma la giornalista assicura che anche “professori universitari, impiegati, studenti, professionisti” seguiranno il suo esempio, componendo “un esercito di persone in marcia, laptop nello zaino, presto senz’altro anche col Kindle, sincronizzati al millesimo” come orologi svizzeri impegnati a massimizzare il tempo a loro disposizione.

Il MiTorinese mutante rappresenta l’ultimo stadio nell’evoluzione della specie che, stando alle parole dell’autrice, corre incontro ad un “radioso futuro” all’interno del quale pendolarismo e globalizzazione saranno riusciti a creare un nuovo corso della realtà. La nuova creatura tratteggiata nell’articolo si erge a simulacro di una modernità dove l’individuo rigetta qualsiasi appartenenza e qualsiasi radice, riuscendo a fare a meno perfino di una casa in cui vivere, dal momento che le rotaie del TAV gli permetteranno di abitare a rotazione in casa d’altri, con tale rapidità da non correre il rischio di puzzare come il pesce dopo qualche giorno.

Al MiTorinese mutante viaggiare attraverso i 130 km che separano Torino da Milano piace veramente, al punto che non si accontenta di farlo per lavoro ma, una volta preso il vizio, continua a muoversi su e giù anche nel proprio tempo libero. Perché mai un torinese dovrebbe negarsi il piacere di andare a cena in un ristorante di Milano, anziché nella pizzeria del suo quartiere? E per quale ragione un milanese dovrebbe rinunciare allo sfizio di andare al cinema nella città sabauda, piuttosto che recarsi al solito multisala? E’innegabile che il caffè, il cibo e gli intrattenimenti abbiano tutto un altro gusto quando vengono “conquistati” percorrendo qualche centinaio di km, consumando una quantità di risorse energetiche bastevole a riscaldare per mesi l’abitazione di un contadino dell’Azerbaijan ed inquinando (sorpresa per la giornalista, il TAV inquina e tanto) oltremisura quella megalopoli la cui aria è già oggi praticamente irrespirabile.

Nell’immaginario della giornalista della Stampa “si sale a Porta Susa, si attacca il computer alla presa, in un attimo ti saluta fuori dal finestrino la cupola antonelliana del Duomo di Novara, qualche manciata di minuti ancora e arrivi a Porta Garibaldi” ed il gioco è fatto. Un’esperienza, quella del MiTorinese mutante virtuale, così lontana da quella dei Topendolari e Mipendolari che tutti i giorni percorrono la stessa tratta, accalcati sopra carri bestiame fatiscenti perennemente in ritardo, con i servizi igienici rotti ed il riscaldamento che non funziona, da far pensare che l’articolo sia veramente un saggio di fantascienza metropolitana, magari un po’ visionario e per forza di cose lontano dalla realtà del nostro tempo, figlia della crisi economica e del disastro ambientale.

In realtà ad Egle Santolini, già giornalista di Eva Express, Sorrisi e Canzoni TV, Vanity Fair e Novella 2000, prima di approdare alla Stampa, vanno i più sentiti complimenti per essere riuscita a coniugare una “marchetta” in favore del TAV di Moretti con una in favore della società globalizzata, dove il suo personaggio di fantasia (splendido il neologismo del MiTorinese mutante) senza volto, disancorato dall’appartenenza ad una qualche comunità e deprivato di qualunque radice e tradizione, rimane vittima di un moto perenne che lo porta ad annullare la propria esistenza proprio all’interno del movimento privo di senso e di costrutto.Senza dubbio un articolo dai risvolti onirici e dal rimo serrato divertente come pochi, ma per mistificare la realtà raccontando che i miliardi dei cittadini gettati nel pozzo senza fondo del TAV sono serviti veramente a qualcosa di utile, sarebbe stato sufficiente un racconto di fantasia senza pretese come quelli che mensilmente ci dispensa Moretti, l’estro visionario della Santolini in questo caso è parso quasi un poco sprecato, così come il palcoscenico offerto dalla Stampa di Torino in fondo un poco riduttivo.
Soprattutto in virtù del fatto che (la Santolini non ce ne voglia) le uniche creature mutanti presenti fino ad oggi nel torinese ed ottimamente documentate dal dott. Roberto Topino, continuano a rimanere i fiori ed il tarassaco, deformati a causa dei terreni inquinati dagli scarichi industriali e per osservare la loro mutazione non è stato neppure necessario attendere l’inaugurazione del TAV Frecciarossa.

giovedì 12 novembre 2009

La lunga ombra degli RFID


Alba Kan e Marco Cedolin
Sempre più spesso negli ultimi anni le parole chip o R-Fid (la sigla significa Radio Frequency Identification Devices) stanno entrando prepotentemente nelle nostre vite, spesso passando dal buco della serratura, contenute nell’ambito di progetti ed iniziative apparentemente innocue e finalizzate a migliorare la qualità della nostra vita. La questione risulta comunque ancora sconosciuta ai più e viene spesso relegata nel novero degli argomenti di natura fantascientifica trattati dai “complottisti”, nonostante questi piccolissimi oggetti super tecnologici siano oramai ovunque e negli ultimi anni ci sia stata una vera e propria invasione, riguardo alla quale non siamo stati informati, costringendoci di fatto a subire l’imposizione di qualcosa che non conosciamo.

Il chip RFID è sostanzialmente una tecnologia utilizzata per l' identificazione di oggetti, animali o persone attraverso la radiofrequenza, basata sulla capacità di memorizzare e accedere a distanza a dati usando dispositivi elettronici detti TAG. Si tratta di un sistema di lettura "senza fili"che è costituito da un microchip contenente dati (tra cui un numero univoco universale scritto nel silicio), e da un lettore, una o più antenne per inviare il segnale di lettura e ricevere le risposte, e uno o più Tag RFID.
I chip RFID si dividono in attivi o passivi, i primi sono dotati di minuscole batterie che li rendono energeticamente autonomi, i secondi non possiedono fonti di energia proprie e vengono attivati attraverso un lettore di RFID che dona loro energia. Naturalmente, nonostante si tratti di una tecnologia in continua evoluzione gli RFID attivi sono più costosi ed “ingombranti” rispetto a quelli passivi, ma si prestano ad un maggior ventaglio di utilizzazioni. Un RFID passivo tradizionale è grande meno della metà di un francobollo ed ha lo stesso spessore di un foglio di carta. I modelli tecnologicamente più avanzati hanno però già raggiunto dimensioni estremamente più piccole, arrivando alla grandezza di un granello di sabbia ed è già possibile inserirli all’interno dell’inchiostro utilizzato per stampare, riducendoli in questo modo alla grandezza di un puntino di sospensione e rendendoli di fatto praticamente invisibili. Anche le dimensioni ed i costi degli RFID attivi stanno comunque riducendosi progressivamente, attraverso l’utilizzo di batterie sempre più microscopiche ed economiche.

Nessun cittadino conosce la portata dell'invasione di questi dispositivi, dal momento che la diffusione degli RFID sta avvenendo sottotraccia e proprio per questa ragione nessuno si domanda se possano essere pericolosi per l'uomo o per gli animali. L'unica cosa certa è che l'industria degli RFID sogna di installare tali lettori praticamente in qualsiasi oggetto di questo pianeta, a partire da tutti i prodotti commerciali che giornalmente acquistiamo all’interno dei supermercati, dalle lattine di coca cola ai rossetti, dai prodotti di abbigliamento a quelli per la pulizia della casa. Dopo essere già riuscita a diffonderli in una svariata serie di strumenti di uso comune, basti pensare ai bancomat, alle carte di credito ed alla tecnologia telepass.
Il tutto con l'aiuto dei media che sono deputati ad enfatizzare i presunti benefici dell’operazione, sottacendo completamente i rischi sia nell’ambito della privacy, sia per quanto riguarda la salute dei cittadini. L’applicazione della tecnologia RFID non si limita oltretutto all’ambito commerciale (spazio all’interno del quale è stata presentata come innocuo strumento di gestione dei magazzini) ma abbraccia ed abbraccerà molti altri campi come quello sanitario e quello militare. Oltre al ministero della Difesa statunitense sono molte le multinazionali che a vario titolo si sono fino ad oggi manifestate interessate all’uso della tecnologia RFID, fra esse si possono annoverare colossi quali IBM, Wal – Mart, Tesco, Gilette, Procter & Gamble, Metro, Benetton e molti altri.

In molti ospedali Usa, ai malati di Alzheimer è stato impiantato un microchip, perchè "così non si perdano quando vagano senza una meta". Alla TV si vedono scene commoventi di bambini che hanno trovato il proprio cagnolino smarrito, grazie all'impianto RFid, ma non si parla mai dei casi in cui gli animali sono morti a causa di questi impianti, oppure sono rimasti paralizzati.
Qualche anno fa l'agenzia Associated Press ha riportato uno studio del 1996 effettuato sui topi dalla tossicologa Keith Johnson che imputava all'impianto di microchip l'insorgenza di tumori maligni in rapida crescita sui roditori.
Secondo alcuni esperti l'impianto sottocutaneo di un RFID, tramite la semplice iniezione, agli animali e come sta già succedendo in alcune nazioni, anche nell'uomo, provoca il cancro, non ci sono ancora dati certi, ma nel dubbio non è meglio fare una seria sperimentazione?

In Europa alcuni ricercatori hanno confermato che la radiazione elettromagnetica (nota come energia EMF) emessa dai lettori RFID (e anche dai cellulari), causa danni al DNA umano.
Lo studio "Reflex", finanziato dall'Unione Europea, e che è durato ben 4 anni, ha scoperto che "le cellule esposte alle EMF hanno mostrato un significativo aumento delle rotture del DNA sia al singolo che al duplice filamento".
"Il danneggiamento resterebbe in eredità alla generazione successiva di cellule".
Vista l'attuale invasione di lettori RFID, è molto difficile evitarli.

E in Italia? A che punto siamo?

Anche qui è in atto una campagna propagandistica rivolta a sottolineare benefici e nascondere i rischi. Il pretesti migliori anche in questo caso sono costituiti dalla sicurezza e dalla salute, e quest'ultima visti i numerosi casi di malasanità in Italia automaticamente rientra nella questione "sicurezza". Per l'ospedale Niguarda Ca' Granda di Milano, dei braccialetti con RFID sono la soluzione agli "errori medici", così nel 2006 inia ha portato avanti una sperimentazione con Intel, per "la realizzazione di un progetto destinato a migliorare la qualità delle cure e del rapporto medico-paziente e a prevenire errori medici e chirurgici". Suona bene come spot, ma ricordiamoci che i casi peggiori di malasanità in Italia sono dovuti a diagnosi ed interventi sbagliati di medici non abbastanza preparati, non di certo alla somministrazione di medicinali sbagliati.
Un altro esempio di sperimentazione negli ospedali è il progetto "Quo Vadis" nel comune di Lavagno (VR), un ecomostro (ovviamente privato) che di per se è poco salutare, vista la distruzione della collina dove sorgerà, ma sarà anche un' "ospedale virtuale", i volontari che si sottoporranno ai test indosseranno un bracciale, una maglietta, un microchip, che registreranno ovunque si spostino, pressione venosa, arteriosa, equilibrio metabolico e temperatura corporea, tutto controllabile ed accessibile 24h su 24 via satellite!

Gli RFID si stanno insinuando anche nelle scuole, nel 2006 nell 'Istituto Tecnico Industriale Statale Vittorio Emanuele Marzotto a Valdagno (VI) è stato avviato un progetto scolastico per la creazione di un sistema in grado di rendere i processi scolastici di registrazione delle presenze, dei voti. Attraverso la tecnologia RFID vengono gestiti gli accessi al sistema e le presenze degli alunni vengono automaticamente registrate dalle applicazioni all'ingresso a scuola. Sparirà il vecchio appello fatto dai professori al mattino, e forse sparirà anche il compito di educare i ragazzi alla responsabilità verso i loro compiti, ad esempio quello di andare a scuola?
Un ragazzo che non marina la scuola lo farà per senso di responsabilità o per paura del chip che lo controlla?

Abbiamo un RFID anche per non smarrire il bagaglio (come il cane?) in aeroporto. A metà luglio Alitalia e Aeroporti di Roma hanno firmato un accordo che prevede una nuova tecnologia per i terminali di Roma Fiumicino.
E anche le Ferrovie dello Stato, note per la propria scarsa credibilità e per la propensione a dissipare in progetti inutili il denaro pubblico, non sono da meno riguardo a nuovi accordi per nuove sperimentazioni, che se non giovano ai cittadini, di sicuro giovano alle tasche di qualcuno.

I Chips più propagandati e anche più diffusi sono di sicuro quelli delle carte di credito,
lo spot di tutte le banche è pressoché lo stesso "garantiscono una maggiore sicurezza nei pagamenti e nei prelievi di denaro contante", "assicurando ai clienti il più elevato livello di sicurezza", come tra l'altro prevede la normativa europea Sepa che sarà obbligatoriamente adottata (cioè imposta) per tutte le nuove carte a partire dal 2011.
Ma le carte con microchip sono già milioni, Visa, Mastercard, American Express le hanno già lanciate sul mercato e in Italia anche Poste Italiane, ha il suo progetto in atto: Postepay Postemobile, che pubblicizza i pagamenti veloci.

Non è il caso di informarsi e stare attenti? Dai nostri vicini di casa in Francia, sono già stati presentati nel 2003, i "Chip sottopelle per pagamenti veloci", secondo la propaganda di chi vuole piazzarli sul mercato "il grande vantaggio di un RFID di questo tipo è nella sicurezza, perché se una card o un altro oggetto per pagamenti dotati di RFID può essere perduto, VeriChip si trova invece sempre e comunque con il suo legittimo proprietario". Invece secondo l' associazione per la privacy nell'era digitale,EPIC quando una carta di credito viene rubata, tutto quello che uno deve fare è chiamare l'azienda che l'ha rilasciata. In questo caso se qualcosa va storto invece che alla banca ti chiedono di rivolgerti ad un chirurgo. Non ha senso passare da una carta, controllata dall'individuo, ad un chip che non può essere controllato".


Il punto è che oggi è già stato ampiamente dimostrato quanto una carta di credito con chip sia tutt'altro che sicura. Tutte le carte di credito con Rfid possono essere clonate come quelle vecchie. Tutti i dati contenuti negli Rfid di carte di credito, passaporti e carte d'identità possono essere letti anche a distanza utilizzando lettori con antenne amplificate, e a quel punto clonare non è un problema.
Il Parlamento europeo ha approvato una modifica al regolamento sul passaporto digitale: oltre alla foto digitale, già prevista dal 2006, il documento dovrà contenere due impronte digitali. Le nuove disposizioni vengono applicate a partire dal 28 giugno 2009.
Alessandro Bottoni, esperto di nuove tecnologie, nel suo blog ha illustrato alcune tecniche, in parte già messe a segno, che consentono proprio di sottrarre dati riservati ai dispositivi dotati di sistemi biometrici e di clonare passaporti e simili.
In Italia in alcune regioni è già stata avviata a sotituzione dei passaporti, con quelli nuovi dotati di Rfid.

Ed è interessante focalizzare l’attenzione sul bombardamento mediadico che stiamo subendo riguardo al digitale terrestre.L’operazione viene presentata come una nuova opportunità, ma in realtà si rivela una vera imposizione, dal momento che nessuno può rifiutarla!
L’uso crescente di RFID necessita di un maggiore e crescente uso della banda UBF-UHF, a questo scopo negli Stati Uniti, ma come ben possiamo vedere anche in Italia, si sta attuando un progetto per l'abbandono delle frequenze UHF-VHF entro il 2009, e stiamo riscontrando giorno dopo giorno come le regioni man mano stiano passando al digitale terrestre, tanto pubblicizzato da alcuni mesi.
Tutto questo perchè i chip Rfid, funzionano con la banda UHF e VHF, fino ad oggi sovraccarica di segnali televisivi che interferirebbero con un uso massiccio della tecnologia RFID. E’ interessante a questo proposito leggere ciò che ha rivelato Patrick Redmond, che ha lavorato in IBM per 31 anni.

Negli Stati Uniti sono circa 800 gli ospedali che mettono chip ai loro pazienti, 4 ospedali di Puerto Rico hanno impiantato chip al braccio di malati di Alzaimer, per la modica cifra di 200 $.
E se qualcuno pensa che la cosa non ci riguardi, si sbaglia.
Dal 4 novenbre infatti all'Ospedale Bambin Gesù di Roma è stato dato il via ad un insolito esperimento, avente per oggetto 200 pesone, tra infermieri, pazienti e visitatori che indosseranno per una decina di giorni circa, dei Chip, deputati a registrare la loro posizione e i loro contatti. L' esperimento in anteprima mondiale ha lo scopo di "misurare" come la vicinanza tra le persone influisca sulla diffusione delle malattie, in particolare quelle a trasmissione aerea e le infezioni ospedaliere.
I ricercatori dell'Institute of Scientific Interchange (ISI) di Torino, e l'Istituto Superiore di Sanità (ISS), assicurano che tutto è stato pianificato nel rispetto delle norme sulla privacy e che la scarsa potenza dei chip non provocherebbe nessun inquinamento elettromagnetico, ma al contrario tutto lascia supporre che un rischio per la salute umana esista.
Cosa succederà quando saremo invasi da milioni di microchip, per i quali ci stanno obbligando a comprare un decoder? E quali strumenti avrà il cittadino per riuscire a reagire ad una tecnologia dalle potenzialità sconosciute, diffusa mistificando la realtà, magari utilizzando come veicolo ideale per il suo sdoganamento proprio la campagna di terrore creata ad arte attraverso la pandemia dell’influenza suina?

mercoledì 11 novembre 2009

Acqua privata


Marco Cedolin
L’acqua, insieme all’aria che respiriamo e al cibo, rappresenta uno degli elementi indispensabili per la nostra sopravvivenza. La possibilità di accedere all’acqua potabile per bere e cucinare costituisce un bisogno primario il cui soddisfacimento dovrebbe essere garantito a qualsiasi essere umano, ma anche la disponibilità di risorse idriche da usare per l’igiene personale e l’agricoltura si rivela indispensabile per garantire una vita dignitosa e la sopravvivenza delle comunità.
Nonostante ciò la disponibilità di acqua a livello mondiale sta continuando a diminuire e proprio l'accesso all'acqua sembra destinato a diventare uno dei più potenti strumenti di speculazione per multinazionali senza scrupoli.

Le riserve mondiali di acqua per abitante nel corso di mezzo secolo, fra il 1950 e il 2000, si sono praticamente dimezzate (da 16.800 m³ a 7.300 m³) e sono ulteriormente scese di circa il 40% nei 5 anni successivi, fino ad attestarsi nel 2005 a 4.800 m³. Nel mondo un miliardo di persone non hanno accesso all’acqua potabile e 2,6 miliardi non dispongono di servizi sanitari.
L’innalzamento del livello d’inquinamento di fiumi, torrenti e falde acquifere, unitamente alle massicce campagne pubblicitarie in favore delle grandi compagnie di acque minerali, ha determinato negli ultimi 5 anni l’aumento del 57% del consumo di acqua in bottiglia.
Molto spesso, approfittando del problema rappresentato dal pessimo stato in cui versano le condutture a causa degli scarsi investimenti pubblici praticati nel tempo, le grandi multinazionali si stanno sostituendo alle amministrazioni locali nella gestione delle reti idriche, appropriandosi in questo modo di un bene della collettività che potranno poi distribuire ai cittadini sulla base di prezzi e tariffe gonfiati a dismisura con l’unico fine di ingrassare il proprio tornaconto.
La trasformazione del “bene” acqua nella “merce” acqua sta avvenendo con tale velocità da far si che la rivista americana Fortune abbia individuato proprio il “settore dell’acqua” come quello in assoluto potenzialmente più remunerativo e perciò consigliato per praticare investimenti.

In Italia la sempre più spinta privatizzazione dei servizi pubblici, fortemente voluta dalla politica in maniera totalmente bipartisan nel corso dell’ultimo decennio, parallelamente alla trasformazione delle vecchie “municipalizzate” in società per azioni a capitale misto pubblico/privato che vengono quotate in borsa e si pongono sul mercato costruendo profitto attraverso la gestione dei servizi primari destinati ai cittadini (smaltimento rifiuti, acqua, distribuzione del gas, trasporti, servizi funerari) sta iniziando a produrre risultati catastrofici in termine di qualità dei servizi ed incremento del costo delle tariffe, ormai sempre più slegate da qualsiasi logica volta a salvaguardare gli interessi della collettività.
Emblematico a questo riguardo è sicuramente quanto accaduto ad Aprilia nel 2005, dove la gestione della distribuzione dell’acqua da parte della società Acqualatina, partecipata al 46,5% dalla multinazionale francese Veolia, ha comportato incrementi delle bollette nell’ordine del 300%, determinando una vera e propria sollevazione popolare da parte di oltre 4000 famiglie che si rifiutano di sostenere in silenzio un salasso di questo genere.

Forti preoccupazioni concernenti la “svendita” ai privati di una risorsa vitale come l’acqua, che dovrebbe continuare a rimanere patrimonio di tutti, sono state recentemente ingenerate da tutta una serie di novità in tema di liberalizzazioni dei servizi pubblici introdotte dal decreto Tremonti, che mira a liberalizzare la gestione dei servizi pubblici locali, affidandoli a società private o pubblico/private all’interno delle quali il socio privato non detenga una quota inferiore al 30%. Particolare apprensione è stata determinata dall’approvazione, avvenuta lo scorso 5 agosto 2008, dell’articolo 23 bis del decreto legge 112 che di fatto sottomette alle regole di mercato la gestione dei servizi idrici, snaturando la figura stessa dei “Comuni” che da enti deputati ad operare nell’interesse collettivo si trasformano in soggetti finalizzati alla costruzione del profitto proprio attraverso la gestione privatistica di quei beni, come l’acqua, che dovrebbero essere patrimonio di tutti. Il provvedimento in questione si pone oltretutto in evidente contrasto con il Codice Civile che agli articoli 822 e seguenti dispone la legislazione relativa al demanio pubblico, stabilendo che “i beni che fanno parte del demanio pubblico sono inalienabili e non possono formare oggetto
di diritti a favore di terzi, se non nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi che li riguardano. Spetta all'autorità amministrativa la tutela dei beni che fanno parte del demanio pubblico. Essa ha facoltà sia di procedere in via amministrativa, sia di valersi dei mezzi ordinari a difesa della proprietà e del possesso regolati dal presente codice.
E l’approvazione in Senato lo scorso 4 novembre dell’art.15 del DL 135/09 che il prossimo martedì 10 novembre dovrebbe approdare alla Camera.

Ma il decreto Tremonti rappresenta solamente il terminale di tutta una lunga serie di leggi e provvedimenti che a partire dagli anni 90 hanno progressivamente svenduto il patrimonio pubblico, contribuendo a creare monopoli privati o pubblico/privati che gestiscono i servizi primari per i cittadini unicamente nell’ottica della massimizzazione del profitto.
Oggi in Italia le condizioni della rete idrica risultano essere estremamente precarie a causa della scarsità d’investimenti pubblici e della loro cattiva gestione, facendo si che quasi un terzo dell’acqua incanalata nelle tubature si disperda prima di arrivare nelle abitazioni. Una situazione di questo genere potrebbe per molti versi favorire qualunque privato abbia intenzione di subentrare al pubblico nella gestione degli acquedotti, promettendo una migliore gestione degli stessi. Il decreto Tremonti “chiude il cerchio” applicando per legge la privatizzazione dell’acqua e sdoganando in questo modo l’operato dei colossi del settore che da tempo mirano ad ottenere il controllo del business relativo alla distribuzione della “merce acqua” che costituisce un obiettivo assai ambito in quanto potenzialmente in grado di generare enormi profitti.

La spesa degli italiani per l’acqua, attualmente in media circa 250 euro a famiglia (ma la distribuzione è assai irregolare e si va da un minimo di 81 euro ad un massimo di 587 euro) risulta essere ancora generalmente sostenibile, ma negli ultimi 10 anni le bollette sono incrementate mediamente del 61% e inoltre un italiano su tre è costretto a pagare una bolletta irregolare (sentenza 335 del 10 ottobre 2008 della corte Costituzionale) in quanto versa contributi per depuratori che non esistono o non sono funzionanti. In alcuni casi inoltre l’acqua che arriva nelle case delle famiglie italiane risulta essere inquinata da decine di sostanze altamente tossiche e nocive per la salute dell’uomo, così come accaduto a 450.000 cittadini abruzzesi che per oltre 20 anni hanno bevuto a loro insaputa acqua avvelenata dai residui tossici degli stabilimenti Montedison, o agli abitanti del Monferrato l’acqua dei cui rubinetti risulta contaminata dalla radioattività derivante dalle scorie nucleari depositate a Saluggia. Il tutto senza che gli organismi preposti al controllo si siano mai sentiti in dovere d'informare la popolazione, così come disposto dalla legge.

L’apertura ai privati e la volontà di trasformare il bene acqua in una merce che sarà venduta a caro prezzo da multinazionali, come Veolia già specializzate nel settore, o dalle multiutility quotate in borsa come A2A ed Hera che oggi accumulano fortune miliardarie attraverso l’incenerimento dei rifiuti, non induce purtroppo ad essere ottimisti. Se prenderà corpo una privatizzazione sempre più spinta, il costo dell’acceso all’acqua per i cittadini italiani sarà infatti destinato ad incidere in maniera significativa e probabilmente insostenibile all’interno degli scarni bilanci familiari, già oggi per troppe persone pesantemente deficitari. Agli incrementi dei costi non corrisponderà inoltre, come sempre accaduto fino ad oggi in caso di privatizzazione, un miglioramento del servizio, dal momento che l’unico obiettivo di una società privata resta la massimizzazione del profitto, ottenibile unicamente riducendo i costi ed incrementando i ricavi.
Il nuovo decreto procede pertanto esattamente nella direzione inversa rispetto a quella che sarebbe auspicabile nell’interesse del bene comune di noi tutti. Anziché privatizzare l’acqua, trasformandola in una merce da vendere a caro prezzo, occorrerebbe infatti mantenere pubblica la gestione, migliorando la rete di distribuzione attraverso tutta una serie d’investimenti di risorse finalizzati a incrementare l’efficienza della rete idrica e dei depuratori, eliminando in questo modo gli sprechi ed i rischi d’inquinamento. In questo genere di opere, necessarie per il benessere della collettività, andrebbero investite le decine di miliardi di euro che invece attualmente vengono depauperati nella costruzione di grandi opere cementizie (TAV, Mose, nuove autostrade, megainceneritori ecc.) che risultano tanto dannose per l’ambiente quanto assolutamente inutili per i cittadini.
La gestione pubblica, orientata ad ottenere la migliore qualità di servizio per il cittadino, anziché l’obbligo della creazione di un profitto, rappresenta l’unico sistema in grado di salvaguardare i diritti di ciascuno, garantendo a tutti l’accesso ad un bene indispensabile quale è l’acqua. In questo senso occorre muoversi senza esitazione, poiché lo spettro della privatizzazione dell’acqua rappresenta l’ultima frontiera sulla strada della mercificazione di tutto l’esistente e si tratta di una strada senza sbocco e senza ritorno.

lunedì 9 novembre 2009

Le scorie nucleari sotto ai vigneti dello Champagne


Marco Cedolin
Anche la Francia, così come gli Stati Uniti da tempo impegnati nel controverso progetto Yucca Mountain, sta progettando il proprio deposito definitivo per le scorie nucleari ad alta radioattività, quelle destinate a restare pericolose per un periodo nell’ordine dei 300.000 anni.
Il luogo scelto dalle autorità francesi per accogliere il cimitero delle scorie non sarà in questo caso rappresentato dall’interno di una montagna, bensì da una serie di caverne artificiali, scavate a grande profondità ai confini dei dipartimenti della Meuse e della Haute Marne, proprio al di sotto delle colline dove i viticoltori francesi coltivano i vigneti che producono il nobile Champagne.

La costruzione del deposito, il cui progetto viene portato avanti dall'Andra, l'organismo francese che si occupa della gestione dei rifiuti radioattivi, dovrebbe iniziare nel 2015 e terminare nel 2025, quando le caverne potranno iniziare ad accogliere le prime scorie. Il costo della struttura dovrebbe ammontare a circa 60 miliardi di euro, una cifra la cui entità dovrebbe indurre a più di una riflessione riguardo alla propagandata “economicità” dell’energia elettrica francese prodotta attraverso l’atomo. Il deposito sarà in grado di contenere 6 mila metri cubi di scorie altamente radioattive e al ritmo di produzione attuale dovrebbe essere riempito completamente già nel 2030, appena 5 anni dopo il termine dei lavori. In seguito, dicono le autorità francesi, sarà possibile ampliarlo o costruirne un altro similare.
I comuni interessati dal progetto verranno ricompensati con uno stanziamento di circa 20 milioni di euro, destinati alla costruzione di scuole ed infrastrutture sul posto. Alcuni hanno accettato di buon grado la decisione, altri si sono manifestati contrari.


Gli scienziati francesi hanno scelto una zona scarsamente sismica e contano per la buona riuscita dell’operazione su quello stesso materiale roccioso contenente argilla che da vita alle uve dello Champagne, scarsamente permeabile sia all’acqua che alla radioattività. Le scorie nucleari verranno collocate all’interno di sarcofagi in acciaio inossidabile, schermati da un secondo involucro in vetro, lunghi circa un metro e sessanta e larghi 64 centimetri, che saranno predisposti per il movimento e la gestione automatizzati e andranno ad inanellarsi all’interno delle catacombe scavate nella roccia. Gli esperti si dicono consci del fatto che la tenuta dei contenitori non potrà superare i 300 anni, ma contano sul fatto che comunque il materiale argilloso riesca nel tempo a limitare la risalita della radioattività in superficie per un tempo sufficientemente lungo. Naturalmente ammettono loro stessi come le reazioni chimiche determinate dalle radiazioni dentro i fusti, la fisica dei flussi all'interno delle materie radioattive immagazzinate, il comportamento dei metalli e del cemento impiegati nello stoccaggio, la possibilità stessa che lo scavo delle catacombe possa danneggiare la roccia e creare crepe entro cui si potrebbe infilare l'acqua, offrendo alla radioattività una facile e rapida via di fuga, costituiscano delle variabili potenzialmente infinite che li portano ad affermare come “in questo campo non esistano certezze scientifiche”. Certezze scientifiche che, anche qualora esistessero, rischierebbero comunque di venire minate dagli eventi imprevedibili
(terremoti, guerre, attentati terroristici ecc.) che potrebbero succedersi all’interno di un arco temporale (300 mila anni) di siffatte dimensioni.
Proprio per queste ragioni, oltre che in virtù della legge francese sulle scorie che prevede esplicitamente la "reversibilità" dei depositi, è previsto che le catacombe una volta sigillate restino comunque “aperte” alle ispezioni dei tecnici e ad un’eventuale estrazione per un periodo di 100 anni, nell’eventualità che la scienza individui dei metodi di stoccaggio più sicuri di quello scelto.

Come già nel caso di Yucca Mountain la soluzione sembra in realtà tutt’altro che definitiva a causa dell’assoluta mancanza di certezze, ma ciò che più colpisce è la scarsa capacità offerta da progetti di questo genere, di assorbire il continuo accumularsi delle scorie radioattive prodotte dalle centrali esistenti. A fronte di un progetto come quello francese, del costo esorbitante di 60 miliardi di euro, si renderà infatti necessario immediatamente dopo il suo completamento già il varo di un nuovo progetto simile per costi e dimensioni, che una volta terminato dovrà essere seguito da un altro e così via.
Il governo italiano (e la lobby dell’atomo che ne condiziona le scelte) dovrebbero riflettere profondamente, trovandosi oltretutto già alle prese con il problema delle scorie derivante dalla nostra eredità nucleare.
Decine di miliardi di euro investiti nella costruzione di nuove centrali nucleari, sommati ad altre decine di miliardi di euro da destinare alla realizzazione di un deposito per le scorie radioattive simile a quello francese (magari al di sotto delle colline del Chianti o del Barolo) ammesso che in Italia sia possibile individuare un sito con caratteristiche assimilabili, non costituirebbero sicuramente una buona idea.
L’energia ricavata mettendo a repentaglio la salute della popolazione, si rivelerebbe infatti anche economicamente molto più costosa di quella ottenibile con qualsiasi altra fonte, comprese quelle rinnovabili che rispettano sia la salute che l’ambiente.

giovedì 5 novembre 2009

Non sanno più che virus prendere


Marco Cedolin
Quando alla fine del mese di aprile i media lanciarono i primi allarmi aventi per oggetto una futura pandemia di febbre suina, si distingueva molto chiaramente la mano di Big Pharma protendersi a sostenere un’operazione dai contorni indefiniti, foriera di lucrosi profitti per le grandi multinazionali farmaceutiche, il cui fatturato è ormai superiore perfino a quello dell’industria degli armamenti.
Sostanzialmente una manovra simile a quella messa in atto con la Sars e l’influenza aviaria, volta ad instillare la “giusta” dose di paura fra le popolazioni, sufficiente per creare il fertile humus necessario a rendere giustificabile l’investimento di miliardi di euro di denaro pubblico in farmaci antivirali e vaccini tanto dannosi quanto inutili.

Oggi a distanza di circa 6 mesi la febbre suina, ribattezzata nel frattempo influenza A, è arrivata anche in Italia, quasi contemporaneamente alle prime delle 24 milioni di dosi di vaccino ordinate dal nostro governo, che comporteranno un esborso di denaro pubblico nell’ordine del mezzo miliardo di euro.
Tutto non sembra però essere andato come previsto, ad iniziare dai risultati della campagna di “terrore per la pandemia” portata avanti a livello mondiale nei mesi precedenti, vaticinando milioni di contagi e centinaia di migliaia di morti.

Gli italiani sembrano infatti avere molta più paura del vaccino, piuttosto che non dell’influenza A e tanto le autorità quanto i grandi media deputati ad orientare il pensiero delle masse si ritrovano in palese difficoltà nell’affrontare un argomento che li costringe giocoforza a cadere continuamente in contraddizione. Come se non bastasse la pericolosità del vaccino sembra risultare ogni giorno più evidente ed anche le dinamiche con cui si manifesta il virus presentano alcuni punti oscuri di assai difficile interpretazione.

Il Ministero (che non esiste più) della Salute, presieduto da Ferruccio Fazio, ha scelto fin dall’inizio una linea di condotta estremamente pacata, lontana dall’allarmismo che spesso veniva diffuso all’estero ed orientata a presentare l’eventualità della pandemia come un fenomeno facilmente controllabile e tutto sommato di scarsa pericolosità. Tale linea di condotta, fortemente condivisibile, si manifestava però in profonda distonia rispetto alla decisione di spendere una cifra astronomica nell’acquisto di un vaccino di cui non sono comprovate né l’efficacia, né tanto meno la scarsa pericolosità. Lasciando in questo modo intuire la posizione del governo, conscio della natura squisitamente commerciale dell’operazione pandemia, ma al tempo stesso costretto a chinare la testa (ed aprire il portafoglio) di fronte ad una rappresentazione teatrale alla quale sarebbe stato comunque costretto a partecipare.

Anche di fronte alle prime morti determinate dall’influenza A nel nostro paese ed alla palese reticenza a vaccinarsi messa in mostra anche da quelle categorie (medici e personale sanitario in testa) che teoricamente avrebbero dovuto essere le più condiscendenti, Fazio non ha perso assolutamente la calma, continuando a ribadire come il virus dell’influenza A sia fondamentalmente molto meno (fino a 20 volte) letale rispetto a quello dell’influenza tradizionale e come la scelta di vaccinarsi resti a totale discrezionalità del singolo individuo. Parole anche in questo caso condivisibili, ma che continuano a lasciare aperta tutta una serie d’interrogativi. Per quale ragione si è deciso di spendere mezzo miliardo di euro per acquistare il vaccino relativo ad una malattia 20 volte meno letale perfino rispetto all’influenza tradizionale? Per quale ragione a fronte di un virus di pericolosità molto modesta si sta provvedendo ad inoculare nella popolazione ritenuta a rischio un vaccino altamente pericoloso (perfino larga parte dei medici sembrano ritenerlo tale) la cui efficacia oltretutto risulta ad oggi assolutamente sconosciuta? Per quale ragione il Ministero della Salute non sembra essere in grado di produrre argomentazioni di natura scientifica riguardo al virus e al vaccino, ma si limita alla diffusione di messaggi generalisti che sembrano avere il solo scopo di evitare l’eventuale diffusione di panico e prendere tempo?

Nel corso dell’ultima settimana i casi di contagio da virus dell’influenza A in Italia sono aumentati notevolmente, così come anche il numero dei decessi (attualmente a quota 30) e degli ammalati ricoverati in gravi condizioni nei reparti di terapia intensiva e di rianimazione di molti ospedali italiani. I decessi sembrano concentrarsi particolarmente nel napoletano, dove sono morte 10 persone, e la somministrazione del vaccino ormai iniziata sta iniziando a produrre “effetti collaterali” anche di grave entità. Come se non bastasse alcuni fra i pazienti in pericolo di vita non risultano essere persone già affette precedentemente da gravi patologie (presupposto ritenuto finora indispensabile perché il virus porti a gravi conseguenze) bensì soggetti che godevano di un perfetto stato di salute.
E’ di oggi la notizia che fra i 40 medici e sanitari sottoposti nei giorni scorsi alla vaccinazione presso l’ospedale Cardarelli di Napoli, tre di loro hanno avvertito improvvisamente forti malori quali vertigini, perdita di senso e sudorazione e per uno dei soggetti si è reso perfino necessario il ricovero nel reparto di terapia intensiva. Mentre sono moltissime le persone che dopo avere ricevuto il vaccino si sono ritrovate a letto con febbre e dolori muscolari e all’estero, soprattutto in Finlandia e Svezia, già si riscontrano alcuni decessi “sospetti” la cui causa potrebbe essere attribuibile proprio alla somministrazione del vaccino contro l’influenza A.
A Torino nei giorni scorsi un uomo di 44 anni senza nessuna patologia pregressa è stato ricoverato a causa dell’influenza A in condizioni disperate all’ospedale Molinette, dove viene mantenuto in vita per mezzo della circolazione extracorporea. Sempre a Torino una ragazza di 25 anni in ottimo stato di salute, dopo avere contratto il virus è stata ricoverata in fin di vita nel riparto rianimazione dell’ospedale Maria Vittoria. In entrambi casi i primari hanno parlato di situazioni apparentemente “inspiegabili”, così come inspiegabile è parsa la scomparsa di Emiliana D’Auria, la bimba napoletana di 11 anni deceduta all’ospedale Santobono a causa dell’influenza A, senza che presentasse alcuna patologia pregressa.

Il ministro Fazio, oggi in visita a Napoli, ha continuato a rassicurare la popolazione, affermando che la situazione è sotto controllo ed il virus meno pericoloso di quanto si potesse prevedere. Invitando, come già ha fatto nei giorni scorsi, a non affollare i pronto soccorso, bensì a consultare il medico di famiglia, consigliando la vaccinazione per i soggetti a rischio. I giornali si muovono sulla stessa falsariga, nell’evidente intento di non provocare allarmismo, pur mantenendo alta l’attenzione sull’argomento al fine di giustificare la campagna di vaccinazione.
Gli italiani non danno la sensazione di essere in preda al panico, ma iniziano a prendere coscienza del fatto che autorità e media sembrano davvero non sapere che pesci prendere, limitandosi ad un’informazione generalista che non entra nel merito del problema ed è incapace di offrire risposte concrete alle domande che ogni cittadino, soprattutto se compreso fra i soggetti a rischio, non può mancare di porsi.
Siamo di fronte semplicemente all’ennesima bufala pandemia messa in scena con il solo scopo d’ingrassare i profitti di Big Pharma o la situazione (in tutto o in parte) è sfuggita di mano a qualcuno? Ha senso ricorrere alla vaccinazione quando i rischi ad essa connessa potrebbero essere superiori a quelli determinati dal virus stesso? Quanto sono attendibili i dati concernenti il numero dei contagiati stante il presupposto che la stragrande maggioranza di coloro che si ammalano non vengono sottoposti ad alcun esame volto a rilevare la presenza o meno del virus H1N1? Perché si provvede alla somministrazione di un vaccino che per ragioni temporali non ha avuto modo di essere testato in maniera attendibile, a fronte di una malattia giudicata scarsamente pericolosa? Come è possibile che lo stesso virus che produce nella maggioranza dei soggetti colpiti solo effetti di scarsa entità, risolvibili con qualche antipiretico e un paio di giorni di riposo, determini in alcuni casi conseguenze gravissime tali da condurre in fin di vita anche soggetti che non hanno alcuna patologia pregressa?
Di fronte a tante domande che probabilmente resteranno a lungo senza risposta non resta che affidarsi al vecchio buon senso, tenendosi alla larga soprattutto dal vaccino, che allo stato attuale delle cose sembra essere potenzialmente ben più pericoloso del virus che promette di combattere.